
L’esplosione dei costi di produzione legata al conflitto in Iran non risparmia le campagne italiane. Una nuova mazzata energetica colpisce duramente gli allevatori, con un aggravio che tocca i 3.600 euro per azienda in soli due mesi. La denuncia arriva dalla Coldiretti durante la mobilitazione che ha visto tremila agricoltori riuniti alla Fiera di Cagliari. In Sardegna si alleva la metà delle pecore italiane e il peso dei rincari si avverte in modo drammatico, specialmente per chi produce il latte destinato al Pecorino Romano Dop. Secondo l’analisi del Centro Studi Divulga, i costi aggiuntivi variano dai 40 centesimi a tonnellata per il latte bovino fino ai 95 euro a tonnellata per quello ovino.
Il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, presente alla manifestazione sarda, riconosce la gravità del momento: “Quella degli agricoltori è una preoccupazione importante, perché di crisi di carattere internazionale in questi anni ne abbiamo viste tante: dalla pandemia alla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, adesso la crisi del Golfo”. Il ministro rivendica le azioni messe in campo dall’esecutivo per attutire il colpo dei prezzi energetici e ricorda come l’Italia sia “una delle poche nazioni che, per esempio, mantiene l’incentivo sul gasolio agricolo per quasi 1 miliardo e che permette ai nostri agricoltori di sostenere i costi di un elemento che serve alla produzione, anzi è indispensabile”.
Oltre al carburante resta poi il nodo dei fertilizzanti, con l’urea balzata a 870 euro a tonnellata (+85% in un anno). Lollobrigida punta il dito contro le tempistiche di Bruxelles. “Come Europa siamo in ritardo sulla sovranità alimentare – spiega – la strategia che abbiamo rilanciato come governo prevede anche di dotarsi di strumenti per superare crisi non indotte dal nostro comportamento, come quella della chiusura di Hormuz”. Secondo il ministro, l’Unione Europea deve intervenire subito sulla fiscalità. “C’è qualcosa che l’Europa può fare subito – propone – togliere le tasse folli che ha imposto su alcuni prodotti che non abbiamo, per esempio i fertilizzanti”.
Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, analizza con precisione il quadro economico attuale: “In questo momento, sicuramente, gli scontri bellici hanno aggravato una situazione che era già particolarmente delicata per quanto riguarda l’aumento dei costi direttamente sulle attività dei nostri imprenditori. Abbiamo avuto un aumento sui fertilizzanti del 100% in più rispetto a un anno fa”. La pressione non riguarda solo le stalle, ma l’intero ciclo produttivo. “Abbiamo avuto un aumento considerevole per quanto riguarda il gasolio agricolo utilizzato in tutte le fasi di coltivazione, ma anche per il settore della pesca, di cui si parla sempre troppo poco”, aggiunge il numero uno di Coldiretti.
C’è poi il prezzo del gasolio agricolo, tornato a salire a quota 1,42 euro al litro, contro gli 0,85 di inizio anno. Si tratta di un carburante indispensabile per i trattori, per la movimentazione dei foraggi e per il trasporto degli animali. Se il conflitto non dovesse trovare una tregua rapida, il conto per le aziende più strutturate rischia di salire a decine di migliaia di euro. Per Prandini, la soluzione passa attraverso una maggiore indipendenza del sistema Paese: “Su alcune situazioni sarà un percorso particolarmente lungo, su altre serve solo la buona volontà, soprattutto per quanto riguarda il tema dei fertilizzanti. Noi abbiamo quelli di sostanza organica, che nel momento in cui l’Europa ci dovesse dare il via libera, saremmo immediatamente operativi e questo porterebbe a contenere i costi”.
Sulla stessa linea il segretario generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, che descrive una crisi che entra direttamente nella vita quotidiana dei produttori. “Le vicende della guerra – lamenta – non le stiamo guardando in televisione, le stiamo vivendo dentro casa, ogni giorno, nelle nostre aziende agricole. Basta guardare cosa sta accadendo ai costi del gasolio, dei concimi, dell’energia e delle materie prime”. Per Gesmundo non è più il tempo delle mezze misure, ma servono interventi strutturali sul valore del lavoro agricolo. “La prima grande battaglia – ricorda – è quella sulla modifica del Codice Doganale europeo e della norma dell’ultima trasformazione sostanziale, che oggi consente di spacciare per italiani prodotti che italiani non sono”. Il segretario definisce questa regola una vera e propria stortura che sottrae ricchezza alle campagne, “se la eliminassimo il valore aggiunto agricolo passerebbe da circa 40 miliardi a 65 miliardi di euro. Parliamo di risorse che tornerebbero direttamente nelle aziende agricole, nel reddito degli agricoltori, nei territori”.
È un attacco frontale al sistema delle multinazionali che Coldiretti sfida anche sul piano della sostenibilità, promuovendo alternative naturali come il digestato o l’acido pelargonico per sostituire sostanze chimiche come il glifosato. Nonostante le difficoltà, la filiera agroalimentare italiana tiene e continua a rappresentare una infrastruttura strategica. Prandini ricorda i numeri del settore: un valore complessivo di 707 miliardi di euro, 4 milioni di occupati e un record storico dell’export a 72,4 miliardi. Tuttavia, il presidente avverte che senza investimenti in tecnologia il primato è a rischio. “In tutto il mondo i nostri competitor investono sempre di più in digitalizzazione, informazione, in tutto ciò che riguarda l’innovazione all’interno delle imprese agricole e se l’Europa non fa la stessa cosa rischiamo di indebolire la filiera”. Gesmundo conclude con un richiamo alla realtà del lavoro nei campi: “Dieci miliardi sono stati recuperati dall’Italia sul fronte della Pac grazie alle mobilitazione di Coldiretti e al lavoro determinante portato avanti dal Governo. Soldi che andranno solo ai veri agricoltori, solo a chi lavora la terra davvero. Senza agricoltori – avverte – non c’è sicurezza alimentare, non c’è presidio del territorio e non c’è futuro”.