Per il quarto anno consecutivo il Sud cresce più della media nazionale

I dati 2025 di Svimez registrano un Pil delle regioni meridionali aumentato dello 0,7%, rispetto allo 0,5% del Centro-Nord

Per il quarto anno consecutivo, il Sud Italia cresce più della media nazionale. I dati del 2025 di Svimez registrano un Pil delle regioni meridionali aumentato dello 0,7%, rispetto allo 0,5% del Centro-Nord, anche se il tasso di crescita è inferiore al 2024, quando toccò l’1%.

La crescita maggiore del Sud per quattro anni di seguito non si registrava dal boom economico del dopoguerra. Il Paese, però, nel complesso cresce meno della media Ue. Nel 2025 il Pil italiano è salito dello 0,5%, in calo rispetto alla variazione dell’anno precedente (+0,8%), e, per il secondo anno consecutivo, al di sotto della media dell’Ue-27 (+1,5%). Limitatamente al 2025, permane tra le principali economie europee un quadro fortemente disomogeneo che vede la Spagna proseguire una fase di espansione significativa (+2,8%), la Francia muoversi lungo un sentiero di crescita moderata (+0,8%), e la Germania poco più che stazionaria dopo la recessione del biennio precedente (+0,2%). Dopo un triennio (2021-2023) di sviluppo relativamente più intenso, nell’ultimo biennio l’Italia è tornata su un sentiero di crescita “basso”, non molto diverso, per intensità, dai modesti incrementi osservati nei primi due decenni del nuovo millennio.

Nel 2025 la crescita è risultata modesta in entrambe le circoscrizioni del Nord (+0,3% nel Nord-Ovest e +0,4% nel Nord Est), più sostenuta nel Centro (+1,0%) trainata dal risultato del Lazio (+2,0%). Sebbene, come l’anno precedente, il tasso di crescita del Pil nazionale sia risultato di entità modesta (al di sotto del punto percentuale), la performance delle singole regioni presenta un’ampia variabilità. La differente capacità di risposta al ciclo risente della composizione congiunturale della domanda, essenzialmente trainata dagli investimenti (specie quelli in costruzioni), ma anche delle differenze strutturali consolidatesi nel corso degli ultimi vent’anni. Nel Sud spicca il dato dell’Abruzzo (+1,9%) che ha trovato sostegno in una crescita dell’industria (+1,3%), e soprattutto in una forte accelerazione dell’attività delle costruzioni (+21,9%). Segue il risultato della Sardegna (+1,1%), in parte trainato dal buon andamento dell’industria (+3,4%). La variazione positiva della Campania (+0,9%) è al di sopra della media nazionale e dell’area. La crescita regionale, inoltre, è risultata omogenea, interessando con intensità non molto diversa tutti i principali settori. La variazione congiunturale della Calabria (+0,8%) è risultata anch’essa superiore alla media dell’area, diversamente dalle posizioni di “retroguardia” occupate negli ultimi anni da questa regione. In tale ambito spicca, in negativo, il dato del Molise, unica regione del Sud che ha fatto registrare una variazione di prodotto negativa (-1,1%), cui hanno contribuito quasi tutti i principali comparti produttivi della regione.

La circoscrizione del Centro continua a presentare risultati molto differenziati al proprio interno. Da un lato spiccano il dato del Lazio (+2,0%, trainato da industria e costruzioni) e delle Marche (+0,9%); di segno opposto la variazione congiunturale di Umbria (-0,2%) e Toscana (-0,6%). In quest’ultima regione l’andamento positivo dell’export (+21,3%) non è riuscito a controbilanciare il risultato negativo degli alti comparti (al netto delle costruzioni). Anche in Umbria, i servizi hanno offerto un contributo negativo alla dinamica del prodotto. Molte regioni del Nord scontano la debolezza dell’export, divenuta la principale variabile che determina il tono della congiuntura in presenza della cronica debolezza dei salari. Ciò, ad esempio, risulta particolarmente evidente in due regioni quali Lombardia e Veneto, caratterizzate entrambe da una propensione all’export superiore al 30%, e nelle quali la variazione congiunturale delle vendite all’estero è risultata o negativa (Veneto, -0,2%) o lievemente positiva (Lombardia, +1,8%).

Per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, il report certifica un dato di “grande rilievo” e in “discontinuità rispetto al passato”. Determinante, spiega, è stato il ruolo degli investimenti pubblici, sostenuti in misura significativa dalle risorse del PNRR.

Nel triennio 2022-2025 gli investimenti in opere pubbliche nel Mezzogiorno sono infatti quasi raddoppiati, con un incremento dell’88%. “Particolarmente incoraggianti – prosegue Sbarra – anche i dati sul fronte occupazionale“. Per il quinto anno consecutivo, nel 2025 il Mezzogiorno registra una crescita dell’occupazione superiore a quella del Centro-Nord. In questa dinamica emerge il contributo dell’occupazione femminile, che, ricorda, “cresce a un ritmo quasi doppio rispetto a quella maschile“. Ma positivi anche i segnali che arrivano dalla qualità del lavoro, con “l’aumento dei contratti a tempo indeterminato e la contestuale riduzione di quelli a termine”.

Il rafforzamento delle dinamiche economiche e sociali del Mezzogiorno non è soltanto un risultato positivo per il Sud, osserva il sottosegretario: “È una buona notizia per l’intera Italia, perché un Sud più forte significa un Paese più competitivo, più coeso e capace di crescere nel suo insieme”.

Il Partito Democratico legge i dati in modo diverso: “E’ evidente che a far aumentare il Pil meridionale siano il Pnrr, che il governo non ha votato e che sta per finire, e il superbonus, che la destra demonizza ogni giorno“, sottolinea il responsabile sud e aree interne, Marco Sarracino, che deplora la maggioranza per intestarsi “i meriti di scelte altrui“. Secondo il Dem, le decisioni del governo “contro il sud” sono scritte nero su bianco: “No al salario minimo, cancellazione del reddito di cittadinanza, taglio di 3,5 miliardi al fondo perequativo infrastrutturale, fine della decontribuzione per le imprese del Mezzogiorno. E sullo sfondo l’autonomia differenziata, bocciata dalla Corte e già pronta a tornare in Parlamento a luglio“. La premier Giorgia Meloni e Sbarra “possono continuare a raccontare una realtà che non esiste. Un sud in cui non vi sono più problemi e che quelli risolti sono stati affrontati da loro. Ma tutte le elezioni di questi anni hanno dimostrato che non hanno alcuna credibilità“, denuncia.

Il traguardo è “il frutto delle politiche messe in campo dal governo Meloni che ha investito concretamente nel Mezzogiorno con misure come la Zes, gli investimenti del Pnrr, gli incentivi per le nuove assunzioni, la cancellazione del Reddito di cittadinanza“, scandisce al contrario Massimo Milani, segretario della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera. L’attenzione dell’esecutivo al Sud, rivendica, è “come mai prima era accaduto”.