
La manifattura italiana resta in territorio positivo, ma il rallentamento dei nuovi ordini segnala una ripresa ancora fragile e sostenuta soprattutto dal lavoro accumulato nei mesi precedenti. A luglio l’indice Pmi manifatturiero elaborato da S&P Global è sceso a 51,3 punti dai 52,2 di giugno, rimanendo comunque sopra la soglia dei 50 punti che separa crescita e contrazione dell’attività. Il dato principale conferma un miglioramento delle condizioni operative, ma le componenti interne mostrano una debolezza di fondo. Dopo tre mesi di espansione, i nuovi ordini sono tornati a diminuire e anche le commesse dall’estero hanno registrato la prima flessione in cinque mesi. Venuto meno l’effetto dell’accumulo precauzionale delle scorte, le imprese hanno adottato un atteggiamento più prudente, riducendo acquisti e programmi produttivi. La produzione ha comunque continuato a crescere, estendendo a sei mesi consecutivi la fase di espansione, sostenuta soprattutto dall’evasione degli ordini già acquisiti. Il ritmo, tuttavia, è risultato il più contenuto da marzo, segnalando una domanda ancora insufficiente a garantire una ripresa più solida. A luglio si è registrata anche la prima riduzione dell’occupazione manifatturiera dall’inizio dell’anno, seppure contenuta e spesso legata a pensionamenti e dimissioni non sostituite.
Per il secondo mese consecutivo sono diminuiti gli acquisti di materie prime e beni intermedi. Sul fronte dei prezzi arrivano segnali più favorevoli: le pressioni sui costi hanno rallentato e l’inflazione degli input ha raggiunto il livello più basso degli ultimi quattro mesi. Restano però gli effetti dei rincari di materie prime, energia, petrolio e trasporti, con margini ancora sotto pressione perché i costi di acquisto crescono più dei prezzi finali. “Il dato principale del Pmi è positivo, ma gli indicatori secondari evidenziano una domanda contenuta e una maggiore incertezza tra imprese e clienti”, ha spiegato Eleanor Dennison, economista di S&P Global Market Intelligence, secondo cui la debolezza della domanda ha però contribuito anche ad attenuare le pressioni sui prezzi e sulle catene di approvvigionamento. Le aspettative delle imprese avevano comunque già mostrato un lieve miglioramento. Secondo l’indagine rapida di Confindustria sulla produzione industriale, a luglio è salita al 49% la quota di grandi imprese che prevede un aumento dell’attività, dal 43,9% di giugno, mentre è diminuita quella che si attende una produzione stabile. Domanda e ordini restano il principale fattore di sostegno, anche se il saldo positivo si è ridotto. I costi di produzione continuano invece a rappresentare il principale elemento di freno.
Nell’area euro il quadro appare più dinamico. Il Pmi manifatturiero S&P Global è salito a luglio a 51,9 punti dai 51,4 di giugno, segnando il miglioramento più significativo delle condizioni operative da aprile. Ancora più rilevante il dato sulla produzione, salita a 52,9 punti: il livello più alto da marzo 2022. Anche in questo caso la crescita va interpretata con cautela. L’aumento della produzione è stato sostenuto soprattutto dallo smaltimento degli ordini arretrati, mentre i nuovi ordini hanno registrato solo un incremento marginale. Le imprese hanno continuato a ridurre acquisti e scorte, mentre l’occupazione manifatturiera ha segnato una nuova flessione. Tra le principali economie dell’area emergono differenze significative. La Germania ha registrato la performance migliore, con il Pmi ai massimi da oltre quattro anni grazie al recupero della produzione. L’Italia resta in espansione, ma con il ritmo più debole degli ultimi quattro mesi. Francia e Spagna mostrano invece condizioni ancora sostanzialmente stagnanti. Secondo Chris Williamson, chief business economist di S&P Global Market Intelligence, la manifattura dell’eurozona sta vivendo una fase di accelerazione estiva, ma i nuovi ordini rimangono deboli e molte aziende continuano a fare affidamento sulle commesse già acquisite.