
E’ stallo tra mediatori per definire gli ultimi dettagli di un accordo tra Iran e Stati Uniti per estendere di 60 giorni il fragile cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz. I principali negoziatori iraniani si sono recati in Qatar, nel quadro delle discussioni in corso, impegnati a definire gli ultimi dettagli di un’intesa che, nelle ultime ore, sembra aver subito un rallentamento. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal a causare lo stop sarebbero le posizioni intransigenti delle due parti riguardo al programma nucleare del Paese e agli aiuti finanziari a Teheran. L’Iran insiste sul fatto che la questione nucleare non faccia parte del memorandum d’intesa in discussione “in questa fase” e che verrà affrontata in negoziati separati. Tuttavia, a lungo termine, “l’impegno di Teheran a rinunciare alle sue scorte di uranio altamente arricchito” sarà centrale nelle discussioni, secondo il New York Times. Le agenzie di stampa iraniane Fars e Tasnim riferiscono che la componente nucleare verrà affrontata entro 60 giorni dalla firma del memorandum. Secondo Al-Arabiya e Al-Hadath Teheran sarebbe pronta a rimuovere l’uranio altamente arricchito dal suo territorio, ponendo come condizione che venga trasferito in Cina.
Dal canto suo, il presidente americano Donald Trump ribadisce che ci sarà “un grande accordo o niente” e , in un lungo post su Truth, rilancia l’appello ai Paesi Arabi per l’allargamento degli Accordi di Abramo. “Sarebbe un onore accogliere Teheran dopo la firma di un’intesa con me”, scrive.
La visita a Doha di Mohammad Bagher Ghalibaf, influente presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, e del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, confermata anche dall’agenzia di stampa statale semi-ufficiale Tasnim, affiliata alle potenti Guardie Rivoluzionarie iraniane, si inserisce infatti nel dibattito sullo sblocco dei fondi congelati detenuti all’estero: non a caso, in Qatar è presente anche il governatore della Banca centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati. L’Iran detiene 6 miliardi di dollari in Qatar, Paese che, insieme al Pakistan, ha assunto un ruolo sempre più rilevante negli sforzi di mediazione nell’ultima settimana.
In mattinata, il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha attribuito agli Stati Uniti la responsabilità del ritardo nel raggiungimento di un accordo, affermando che Washington stava cambiando posizione, il che “naturalmente ostacola qualsiasi negoziato”. Ha poi aggiunto che le due parti “hanno raggiunto delle conclusioni su molte questioni”. Ma Trump, sulla sua piattaforma Truth, ha prontamente risposto: “I negoziati con la Repubblica Islamica dell’Iran stanno procedendo bene! O si arriverà a un accordo vantaggioso per tutti, oppure non ci sarà alcun accordo: si tornerà al fronte e si sparerà, ma più forti e più incisivi che mai. E nessuno lo vuole!”.
I diplomatici affermano che entrambe le parti desiderano un accordo, ma i commenti riflettono la fragilità dei colloqui tra le parti, che nutrono una profonda diffidenza reciproca e non vogliono apparire cedenti al nemico. Le speranze di un accordo sono aumentate nel fine settimana, dopo che sabato il presidente americano aveva affermato che “gli aspetti e i dettagli finali” di un accordo erano “attualmente in fase di discussione” e sarebbero stati “annunciati a breve”. In seguito, però, ha dichiarato di aver detto ai negoziatori statunitensi di “non affrettarsi a raggiungere un accordo” con l’Iran, affermando che “entrambe le parti devono prendersi il tempo necessario e fare le cose per bene”. Ieri lo stesso Trump ha ridimensionato le aspettative di un accordo imminente, dichiarando che “non è ancora stato completamente negoziato”.
Le speranze di una svolta diplomatica hanno causato un calo dei prezzi del petrolio, durante le contrattazioni asiatiche. Il Brent, il benchmark internazionale del petrolio, è sceso del -6,2% a 97,2 dollari. I prezzi del petrolio statunitense sono calati del -5,8% a 91 dollari. Le borse asiatiche hanno registrato un rialzo e anche i future azionari statunitensi ed europei hanno guadagnato terreno.
La riapertura dello Stretto di Hormuz è stata una delle priorità di Trump, impegnato ad alleviare la peggiore crisi energetica globale degli ultimi decenni, innescata dalla capacità dell’Iran di ridurre al minimo il flusso di navi attraverso lo stretto canale. In base ai termini dell’accordo, l’Iran consentirebbe gradualmente la riapertura dello stretto e rimuoverebbe le mine dal corso d’acqua, attraverso il quale transita normalmente un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas. Non imporrebbe alcun pedaggio alle navi per tutta la durata dei 60 giorni, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza dei negoziati. Anche gli Stati Uniti allenterebbero il blocco navale sui porti iraniani.
Si avvieranno anche colloqui sul programma nucleare iraniano, con l’impegno di discutere la possibilità che Teheran riduca l’arricchimento del suo uranio altamente arricchito o lo ceda. Trump ha ripetutamente affermato di volere che l’Iran ceda quella che definisce la sua “polvere nucleare”.
Gli Stati Uniti acconsentirebbero, gradualmente, alla revoca delle sanzioni e allo scongelamento dei beni di Teheran detenuti all’estero, a seconda dei progressi dei negoziati verso un accordo definitivo.
Lunedì, i funzionari iraniani responsabili dei social media hanno deciso che internet, interrotto per tutta la durata della guerra, potrà essere riattivato. Il presidente Masoud Pezeshkian dovrebbe dare l’approvazione finale quando il governo sarà certo di aver raggiunto un accordo.
“C’è una proposta piuttosto concreta sul tavolo in termini di capacità di riaprire lo stretto, di avviare un negoziato reale, significativo e a tempo limitato sulla questione nucleare, e speriamo di poterlo concludere”, ha affermato il segretario di Stato americano Marco Rubio.
Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che l’Iran desidera che l’accordo ponga fine alla guerra “su tutti i fronti”, indicando che Teheran vuole che qualsiasi intesa includa il conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano.