Portovesme, Urso in Sardegna: Riveda piani o pronti ad attrarre nuovi investitori

Lo zinco e il piombo di Portovesme continueranno a essere prodotti in Italia. Adolfo Urso raggiunge i lavoratori sardi in presidio davanti al sito industriale della società controllata da Glencore, con la ministra del Lavoro Elvira Calderone, la presidente della Regione Alessandra Todde, tutti i sindaci del Sulcis per un incontro con i sindacati. Nessuna incertezza: le attività non si fermeranno o il governo valuterà altri investitori.

La Portovesme Srl ha deciso di anticipare al 23 dicembre lo stop della linea zinco, inizialmente previsto per il 31 dicembre: milleduecento sono gli operai che rischiano il posto.

Le istituzioni sono unite al fianco dei lavoratori”, garantisce il ministro delle Imprese, che parla di tutelare un’area industriale che è “cruciale per il futuro della Sardegna e del Paese“. Portovesme, ricorda Urso, rappresenta un sito importante per l’economia nazionale e regionale, “dove la produzione di zinco non può essere messa in discussione” e tranquillizza le famiglie: “Se l’azienda dovesse confermare la volontà di fermare l’attività, siamo pronti ad attrarre nuovi investitori capaci di valorizzare questa realtà ed eventualmente avviare un rilancio industriale all’altezza delle potenzialità del territorio“. Perché, ribadisce, “il Sulcis non è solo una questione locale, ma una partita decisiva per il sistema industriale italiano. Noi non molliamo“.
Zinco e piombo saranno infatti fondamentali anche per realizzare il programma nucleare di terza e quarta generazione avanzata che il governo intende perseguire.

Credo che sia importantissimo ciò che oggi è avvenuto“, osserva Calderone. “Ci siamo stretti la mano, simbolicamente e concretamente. Credo anche che la proprietà, l’imprenditore non possa non tenere conto di questa straordinaria unità di intenti che vede coinvolti i sindaci del territorio, tutto il territorio, ma ovviamente anche il governo e le istituzioni regionali e locali“, insiste la ministra sarda.

In questa situazione, osserva Todde, “non c’è Governo e non c’è Regione”: le istituzioni sono “unite in difesa del territorio e per la salvaguardia di migliaia di posti di lavoro“, fa eco la governatrice che bolla la scelta non comunicata della Glencore di voler spegnere l’attività della linea di zinco anticipatamente come “totalmente inaccettabile”. “Abbiamo le carte che dicono delle cose molto precise e le faremo pesare in tutte le sedi opportune“, avverte.

Per la società, la decisione di mettere la linea di zinco in manutenzione il 23 dicembre è “in linea con gli impegni presi in precedenza di prolungare l’operatività della linea di zinco fino alla prevista visita del Mimit del 20 dicembre e di adoperarsi per farla funzionare più a lungo e, nella migliore delle ipotesi, fino alla fine del 2024“. Il 5 settembre Portovesme ha annunciato la transizione verso un’attività esclusivamente Waelz e ha iniziato a preparare progressivamente la messa in manutenzione della linea di zinco.
La decisione si è basata principalmente su due fattori critici: un ambiente operativo che la società definisce “molto difficile” per gli smelter europei, che sono stati drasticamente colpiti dagli alti prezzi dell’energia e l’aumento della concorrenza asiatica. “Ci concentriamo ora sulla linea di Waelz e sull’esplorazione delle opportunità di riconvertire parte del sito in un impianto di riciclo di materiali per batterie“, fa sapere la Portovesme srl. La priorità è, spiegano, “operare in modo sicuro e responsabile e sostenere i dipendenti colpiti dalle operazioni di cura e manutenzione”.

L’inquinamento da piombo ha raggiunto anche i ghiacciai incontaminati

Le attività umane hanno portato all’inquinamento di alcuni dei luoghi più remoti del mondo. Esaminando le carote di ghiaccio prelevate dalla calotta di Guliya, nel Tibet nord-occidentale, un gruppo di ricercatori ha scoperto un chiaro cambiamento nei livelli delle fonti di piombo presenti nell’ambiente molto tempo dopo la rivoluzione industriale. Mentre l’aumento della quantità di piombo nei campioni di ghiaccio risale all’inizio della Rivoluzione industriale, un cambiamento significativo nella sua origine è stato notato a partire dal 1974, quando le agenzie di regolamentazione negli Stati Uniti hanno avviato forti politiche sulle emissioni per frenare la pericolosa sovraesposizione al metallo. Sebbene ciò abbia causato una diminuzione dell’uso di alcuni tipi di benzina in alcuni Paesi, altre fonti di emissioni di piombo hanno raggiunto il picco più tardi, come spiega Roxana Sierra-Hernandez, autrice principale dello studio e ricercatrice senior presso il Byrd Polar and Climate Research Center dell’Ohio State University.

“I nostri campioni di isotopi di piombo risalgono a circa 36.000 anni fa, un periodo in cui sappiamo che nessuna civiltà dell’epoca utilizzava questo materiale, il che significa che gran parte di ciò che abbiamo trovato è naturale”, dice l’esperta. “Ora, grazie a questo lavoro – aggiunge – possiamo individuare il piombo di origine antropica e il momento in cui ha lasciato un segno nella regione”. Lo studio è stato pubblicato di recente sulla rivista Communications Earth & Environment.

Milioni di persone dipendono dai ghiacciai dell’altopiano tibetano per l’acqua necessaria alla vita, ma poiché il riscaldamento globale provoca il ritiro dei ghiacci, queste comunità sono messe in pericolo dalla riduzione dei livelli d’acqua. Inoltre, man mano che i ghiacciai continuano a sciogliersi, anche le sostanze inquinanti conservate al loro interno fuoriescono. “Se un ghiacciaio si scioglie, quella fonte di inquinamento può riversarsi nei fiumi vicini”, spiega Sierra-Hernandez.

Anche se piccole quantità di piombo provengono da sotto la crosta terrestre, il problema principale è quello immesso nell’ambiente attraverso l’attività umana. L’esposizione prolungata al metallo pesante può essere tossica per l’uomo, sia se ingerita sia se inalata attraverso aria contaminata. È noto che il piombo può causare un’ampia varietà di problemi di salute, tra cui cancro, malattie cardiovascolari e problemi di fertilità.

Nel complesso, lo studio sottolinea un enorme cambiamento nelle fonti di piombo durante gli ultimi secoli e offre uno sguardo su come l’inquinamento locale si distribuisce a livello globale, anche nelle lontane regioni glaciali. È un problema che probabilmente non sarà risolto da un solo Paese, si legge nello studio. “I politici devono essere abbastanza consapevoli da capire che il piombo è ancora un problema e fare politiche che evitino di emetterne di più, sia da fonti di carbone che di benzina”, dice Sierra-Hernandez.

acqua

Per rimuovere il piombo dall’acqua basta…una birra

Ogni anno i birrifici producono e scartano migliaia di tonnellate di lievito in eccesso. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e del Georgia Tech hanno ora trovato un modo per riutilizzare quel lievito per assorbire il piombo dall’acqua contaminata. Attraverso un processo chiamato biosorbimento, il lievito può assorbire rapidamente anche tracce di piombo e altri metalli pesanti dall’acqua. I ricercatori hanno dimostrato di poter confezionare il lievito all’interno di capsule di idrogel per creare un filtro che rimuove il piombo dall’acqua. Poiché le cellule di lievito sono incapsulate, possono essere facilmente rimosse dall’acqua una volta che è pronta da bere.

“Il fatto che i lieviti stessi siano biobased, benigni e biodegradabili è un vantaggio significativo rispetto alle tecnologie tradizionali”, spiega Patricia Stathatou, ex postdoc presso il MIT Center for Bits and Atoms, ora ricercatrice presso il Georgia Tech e prossima assistente alla School of Chemical and Biomolecular Engineering del Georgia Tech.

I ricercatori prevedono che questo processo possa essere utilizzato per filtrare l’acqua potabile che esce dai rubinetti delle case, o per trattare grandi quantità di acqua negli impianti industriali.

Le capsule sono fatte di un polimero chiamato polietilenglicole (PEG), ampiamente utilizzato nelle applicazioni mediche. Quando la miscela viene illuminata dai raggi Uv, i polimeri si legano tra loro formando appunto capsule con il lievito intrappolato all’interno.

Secondo i ricercatori, questo processo consumerebbe probabilmente meno energia rispetto ai processi fisico-chimici esistenti per la rimozione di tracce di composti inorganici dall’acqua, come la precipitazione e la filtrazione a membrana. Questo approccio, radicato nei principi dell’economia circolare, potrebbe ridurre al minimo i rifiuti e l’impatto ambientale, favorendo al contempo le opportunità economiche delle comunità locali. Questo approccio potrebbe avere un impatto particolarmente significativo nelle aree a basso reddito che storicamente hanno dovuto affrontare l’inquinamento ambientale e l’accesso limitato all’acqua pulita, e che potrebbero non essere in grado di permettersi altri modi per rimediare, dicono i ricercatori.

Gli esperti stanno ora esplorando le strategie per riciclare e sostituire il lievito una volta esaurito e sperano di capire se sia possibile utilizzare materie prime derivate dalla biomassa per produrre gli idrogel, invece di polimeri basati su combustibili fossili.

“In futuro, questa è una tecnologia che può essere evoluta per colpire altri contaminanti in traccia di interesse emergente, come i Pfas o persino le microplastiche”, dicono i ricercatori.