L’aumento della spesa per la difesa deciso dalla NATO nel giugno 2025 apre una nuova fase per le economie europee. L’obiettivo è ambizioso: portare gli stanziamenti dal 2% al 3,5% del PIL per la difesa, con un ulteriore 1,5% destinato alla sicurezza civile, fino a raggiungere complessivamente il 5% entro il 2035.Portare la spesa italiana per la difesa dal livello attuale al 3,5% del PIL entro il 2035, come previsto dal nuovo impegno NATO, può generare un impatto cumulato sul prodotto italiano compreso tra +0,9% e +3,0% in dieci anni, a seconda di come vengano impiegate le risorse. E’ quanto emerge dal Rapporto di previsione presentato oggi da Confindustria su ‘Guerre, dazi, incertezza, a rischio la crescita’.
Per il nostro Paese, questo percorso non rappresenta solo un vincolo di finanza pubblica. Se si concentrano gli investimenti sulla produzione e si contengono le importazioni, l’aumento dei piani di spesa per la difesa può trasformarsi in un significativo motore di crescita per l’industria italiana e agire da acceleratore di innovazione per l’intera economia, ma gli effetti finali dipenderanno in larga misura da come verranno allocate le risorse. Per prospettare l’impatto di questo aumento di spesa sull’economia italiana, il Centro Studi Confindustria ha elaborato, con un modello econometrico annuale, sei scenari in base a tre variabili principali: la composizione della spesa (corrente vs. investimenti), l’effetto sulla produttività e la quota acquistata all’estero rispetto a quella prodotta in Italia. L’impatto viene misurato come differenza rispetto allo scenario previsivo di base, elaborato in assenza del Piano per la difesa.
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