
La frenata dei prezzi alimentari rischia di essere soltanto una tregua. Il rincaro dell’energia, il clima estremo e le tensioni geopolitiche stanno accumulando nuove pressioni sulla filiera agroalimentare, destinate a trasferirsi gradualmente sui consumatori. La Bce prevede che l’inflazione alimentare nell’area euro salirà fino al 3,4% nel terzo trimestre del 2027, per poi rallentare. Una nuova accelerazione rischia così di pesare sul potere d’acquisto delle famiglie, già provate dai rincari degli ultimi anni. A indicarlo è un’analisi pubblicata sul blog della Bce, ricordando che dall’inizio del 2026 l’inflazione alimentare è scesa dal 2,6% di gennaio all’1,1% di agosto, per risalire all’1,3% a settembre. Nello stesso mese, l’inflazione complessiva dell’eurozona è salita al 3,8%, dall’1,7% di gennaio, soprattutto per effetto dell’energia, i cui prezzi al consumo sono aumentati del 18,9%.
Il rallentamento degli alimentari riflette i buoni raccolti europei del 2025 e il calo delle quotazioni internazionali di prodotti come caffè, tè, cacao e zucchero. Questi fattori favorevoli stanno però perdendo forza. L’energia incide sui costi di produzione, trasporti, fertilizzanti e imballaggi, con effetti sui prezzi finali che possono manifestarsi dopo diversi mesi. Anche i rincari dei mangimi possono trasferirsi a carne e latticini. Caldo estremo e siccità hanno colpito le colture europee nel 2026. Secondo le stime degli esperti della Bce, gli effetti meteorologici potrebbero aggiungere tra 0,3 e 0,8 punti percentuali all’inflazione alimentare nei prossimi dodici mesi. A settembre l’inflazione degli alimentari non lavorati è già salita al 4%, soprattutto per il rincaro degli ortaggi più sensibili alle condizioni climatiche.
A complicare ulteriormente un quadro già incerto, sono anche le tensioni internazionali. Intervenendo a Strasburgo nel dibattito sull’escalation nel Mar Nero, l’Alta rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas, ha dichiarato: “I prezzi globali dei cereali hanno ora raggiunto il livello più alto dal febbraio 2022“. Le scorte mondiali sono superiori a quelle del 2022, quando la Russia bloccò 20 milioni di tonnellate di cereali ucraini, ma “il sistema alimentare globale sta ora affrontando una tempesta perfetta: un super El Niño, la siccità in entrambi gli emisferi e il conflitto in Medio Oriente che mette a dura prova le esportazioni di fertilizzanti“.
Kallas ha inoltre denunciato l’intensificazione degli attacchi russi contro le rotte di esportazione ucraine. “Dalla metà di luglio – ha aggiunto – la Russia ha intensificato gli attacchi contro le rotte di esportazione dell’Ucraina. Si stima che l’Ucraina stia perdendo 60 milioni di euro al giorno in ricavi da esportazione“. L’Ucraina fornisce il 15% del mais, il 10% del grano, il 15-20% dell’orzo e il 50% dell’olio di girasole scambiati a livello globale. Circa il 90% di queste merci transita attraverso il corridoio del Mar Nero. “Le azioni della Russia rendono più difficile garantire cibo sulle tavole delle persone in tutto il mondo. Ciò richiede una risposta europea forte e unitaria“, ha aggiunto Kallas.
La Bce sottolinea che il nuovo shock energetico è comunque meno intenso di quello seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e che la domanda più debole potrebbe limitare la capacità delle imprese di trasferire tutti i maggiori costi sui consumatori. Resta tuttavia incerta l’intensità della risalita. Intanto, il conto dei rincari precedenti non è stato riassorbito: nell’area euro gli alimentari costano ancora circa il 30% in più rispetto alla fine del 2021, con aumenti dal 24% in Finlandia a circa il 48% in Estonia. Sebbene i salari reali, misurati sull’inflazione complessiva, siano tornati ai livelli precedenti alla crisi, il potere d’acquisto riferito alla spesa alimentare resta inferiore. Anche un nuovo aumento relativamente contenuto può quindi pesare sui bilanci delle famiglie.