Ex Ilva, avviato spegnimento Afo. Gozzi frena: “Cordata si ritira? Decisione non presa”

La richiesta resta sempre quella di accelerare gli impegni messi nero su bianco nel documento sottoscritto lo scorso 27 ottobre

Sta succedendo davvero. L’ex Ilva inizia le operazioni di spegnimento dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato l’impianto del dispositivo della Corte d’appello di Milano, che impone lo stop dell’area a caldo senza i dovuti ammodernamenti al sistema.

La struttura commissariale di Acciaierie d’Italia lo ha comunicato oggi ai sindacati, spiegando di aver affidato l’incarico alla ditta Liz Italia di spegnere i bruciatori utilizzati per mantenere in preriscaldo i Cowpers di Afo e che le attività di spegnimento si concluderanno entro questa settimana. Inoltre, “per quanto concerne l’area laminazione è prevista la ripartenza del Tna fino al 14 dicembre per poi fermarsi nuovamente. Lo stesso ripartirà da gennaio e rimarrà in marcia per circa un mese”, si legge in una nota di Fim, Fiom, Uilm e Usb.

Le segreterie territoriali di Taranto delle quattro sigle dei metalmeccanici “ritengono fondamentale che tutte le istituzioni, a partire dal governo, si assumano le proprie responsabilità” difronte a una vertenza che va avanti da ormai 14 anni. I sindacati chiedono risposte per i lavoratori e le loro famiglie: “È necessario mettere in campo misure straordinarie a sostegno dei lavoratori di AdI in amministrazione straordinaria, Ilva in amministrazione straordinaria e dell’intero comparto dell’appalto e dell’indotto, accelerando al contempo il processo di decarbonizzazione, indispensabile per garantire una prospettiva occupazionale, ambientale e industriale al nostro territorio”.

La richiesta resta sempre quella di accelerare gli impegni messi nero su bianco nel documento sottoscritto lo scorso 27 ottobre, nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi con l’esecutivo. “È in gioco la dignità di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie, che da anni vivono sulla propria pelle il peso di una crisi senza precedenti per questi motivi chiediamo a gran voce di poter guardare a un futuro industriale, ambientale e sociale per il nostro territorio, evitando inutili contrapposizioni”, vergano in una nota congiunta Fim, Fiom, Uilm e Usb. Ribadendo la convinzione che “l’intervento pubblico rappresenti l’unica soluzione in grado di garantire una vera transizione ecologica e sociale”.

La chiusura degli altiforni, però, rendono inevitabilmente più difficile il percorso verso la cessione degli asset. Lo aveva messo in luce lo stesso governo dopo il pronunciamento della Suprema Corte. Da quel momento, infatti, si sono susseguite le voci di uno smarcamento della cordata italiana capeggiata da Federacciai e composta da altre 14 aziende tricolore impegnate nel comparto: Abs Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, Ori. Martin e Rubiera Special Steel. Il 18 agosto scorso era stata presentata la manifestazione di interesse, ma ora che il conto alla rovescia sta accelerando i suoi giri non è più sicuro che si tradurrà in un’offerta.

A tirare il freno, però, è il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, che a margine di un evento organizzato da Ansaldo Energia stoppa i rumors: “La decisione non è stata ancora presa. I giornali scrivono di indiscrezioni, quando sarà presa la comunicheremo”. La fiammella della speranza, dunque, resta accesa. Così come non sono ancora trapelate le intenzioni degli indiani di Jindal e degli americani di Flacks Group. L’interesse per l’ex Ilva, comunque, parrebbe essersi raffreddato.

Le notizie che arrivano da Taranto, intanto, alzano il livello di guardia anche negli altri stabilimenti. La sindaca di Genova, Silvia Salis, chiede “chiarezza su quello che succederà nei prossimi mesi”, perché “la salvaguardia della continuità produttiva per noi è un elemento fondamentale” e nonostante l’importanza che rivestano gli ammortizzatori sociali “non devono essere sostituiti a un piano industriale che possa garantire la continuità dello stabilimento”. Salis spiega che “l’Rsu di Genova ha mandato una richiesta urgente per avere notizia sul piano ordini, che è uno dei cinque punti del documento congiunto che abbiamo presentato al governo. Dalle informazioni in nostro possesso, i materiali attualmente presenti nello stabilimento di Cornigliano consentono di lavorare all’incirca fino a gennaio-febbraio, considerando anche la pausa natalizia, ma questo rende indifferibile un piano operativo di ordini e acquisti chiaro e strutturato”. Domande le cui risposte non sono semplici in questi giorni e non lo saranno, forse, nemmeno nelle prossime settimane.