“Né gli Stati Uniti né l’Iran hanno interesse ad avviare un’altra guerra su vasta scala. Al momento Israele sembra l’unico attore che favorirebbe la ripresa di un confronto militare più ampio. Washington e Teheran restano entrambe caute nel permettere che la situazione degeneri in un conflitto di grandi dimensioni. Quello a cui assistiamo ora è una serie di mosse calcolate da entrambe le parti per rafforzare le rispettive posizioni negoziali, non per preparare una guerra totale”. Lo dice al Corriere della Sera il professor Abdulaziz Sager, fondatore e presidente del Gulf Research Center dell’Arabia Saudita. “Entrambe i Paesi cercano di dimostrare la propria forza e di segnalare che negoziano da una posizione di potere. I messaggi militari e politici che osserviamo servono a influenzare i tavoli, non a sostituirli”. Poi sullo Stretto di Hormuz: “Gli Stati Uniti sembrano aver dato per scontato che l’Iran avrebbe continuato a consentire il libero traffico marittimo, senza restrizioni significative. Un’ipotesi che si è rivelata eccessivamente ottimistica. I Paesi del Golfo avevano avvertito Washington che la questione di Hormuz richiedeva accordi più chiari, ma queste preoccupazioni non sono state recepite nel memorandum d’intesa. Di conseguenza, lo Stretto è diventato ora il punto centrale di contesa nei negoziati”. Se fosse gestito dagli iraniani “rappresenterebbe una grave sfida al diritto internazionale e alla libertà di navigazione. Metterebbe una parte significativa delle esportazioni energetiche del Golfo sotto l’influenza iraniana, alterando in modo radicale l’equilibrio strategico regionale, con seri problemi di sicurezza anche per la comunità internazionale, data l’importanza di Hormuz per i mercati energetici e il commercio globale”.