“I conti non tornano, perché di fronte alla più grave crisi della lunga storia del petrolio, vedere prezzi che sono ancora solo a 110 dollari al barile è sorprendente. Solo 110? Sì, solo: perché nel 2022, pochi giorni dopo l’invasione della Russia in Ucraina il prezzo salì a 122 dollari, nel 2012 – sempre per problemi con l’Iran con sanzioni da Obama – si arrivò a 125 dollari e nel 2008, per la forte crescita della domanda cinese, si toccarono i 144 dollari a luglio, poco prima del tracollo Lehman. Tenuto conto dell’inflazione, significa che i prezzi nel 2008 toccarono 190 dollari e che oggi sono incredibilmente bassi rispetto all’ammanco fisico”. Lo scrive in un suo intervento su Il Sole 24 Ore Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. “Mancano da mesi volumi enormi di petrolio, circa 7-10 milioni di barili al giorno, il 7-10% della produzione mondiale, il doppio rispetto al commercio mondiale. Da sabato è venuto meno anche il flusso dall’oleodotto East West in Arabia Saudita, da 7 mbg, quello che più ha contribuito nei passati mesi a compensare l’ammanco di 20 mbg che uscivano da Hormuz prima del 28 febbraio scorso. È un momento di crisi ed è normale che vi sia disorientamento sui numeri, a partire dalle gigantesche scorte che ha accumulato la Cina”, si legge ancora.
Tabarelli poi aggiunge: “La scadenza del Brent per settembre 2027, fra un anno, è a 80 dollari al barile, 30 in meno di oggi. Come accade fin dall’inizio della crisi, la finanza, che guida i mercati, ha ancora aspettative ottimistiche, nella sua fisiologica e utile speculazione sul futuro, perché crede in quello che dice Trump, ovvero che la crisi finirà presto. Del resto, se non avesse ragione, allora lo scenario sarebbe davvero apocalittico, con prezzi ben superiori a 150 dollari, come ci si attendeva ad inizio marzo se lo Stretto di Hormuz fosse rimasto chiuso per oltre 1-2 mesi”.