
Mentre il Nepal sta ancora contando vittime e dispersi della violenta alluvione del 26 agosto, la scienza si sta concentrando sulle ragioni del disastro e su come prevenire in futuro tragedie simili.
La violenta ondata di acqua, fango e detriti che ha devastato il sistema fluviale del Bhote Koshi Trishuli (Rasuwa), al confine tra Nepal settentrionale e Tibet meridionale, è stata innescata da un’imponente valanga di ghiaccio e roccia che ha ostruito il corso del fiume Lhende Khola, originando un bacino temporaneo il cui svuotamento ha generato l’onda di piena a valle.
Gli scienziati del Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna (Icimod) e gli idrologi nepalesi da anni mettono in guardia sul fatto che un numero crescente di laghi himalayani, alimentati dal ritiro dei ghiacciai, sta diventando instabile. Il Nepal e il Tibet sopportano la quota maggiore di questo rischio nell’intera regione dell’Hindu Kush-Himalaya. Il riscaldamento dell’Himalaya sta destabilizzando il ghiaccio e l’acqua immagazzinati ad altitudini estreme, rilasciandoli poi violentemente nelle valli densamente popolate, costellate di case, strade e centrali elettriche.
Franco Salerno, dell’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISP), prova contestualizzare quanto accaduto, analizzando “l’interazione di due macro-processi”. Da un lato, il continuo sollevamento tettonico dell’Himalaya, che “rende più probabile crolli e cedimenti”. E, dall’altro, il riscaldamento globale che “degrada il permafrost e accelera la fusione glaciale”. E se è vero che gli scienziati dell’Icimod invitano alla cautela nello stabilire un nesso causale diretto per questo singolo episodio, “la sinergia tra fragilità geologica e forzante climatica trasforma inesorabilmente queste aree in ambienti ad altissimo rischio”, dice Salerno. Un rapporto collegato all’Icimod aveva individuato oltre 8.000 laghi glaciali in totale nella regione, di cui fino a 200 classificati come potenzialmente pericolosi. Queste cifre sono rimaste sostanzialmente invariate negli ultimi anni, motivo per cui 200 dovrebbe essere considerato il numero di riferimento più affidabile per l’intera regione.
Lo studio di questi disastri si inserisce nell’attività scientifica del Consiglio Nazionale delle Ricerche nel cosiddetto Terzo Polo. I ricercatori del Cnr indagano le variazioni climatiche in Himalaya e il loro impatto sulle alte quote. L’Osservatorio Piramide, unico centro meteorologico in quota nell’intero arco himalayano a disporre di una serie storica ininterrotta di dati sul clima da oltre trent’anni, si trova ad appena 130 km a est della valle colpita, una distanza estremamente ridotta.
Recentemente gli scienziati del Cnr hanno sottolineato l’importanza di questo impegno nello studio ‘What is climate change doing in the Himalaya?’ pubblicato su Earth System Science Data, che mette a disposizione dati utili anche per ricostruire le anomalie termiche e di precipitazione della tragedia del 26 agosto e alcuni delicati equilibri tra clima e ghiacciai.
Già in una precedente pubblicazione su Nature Climate Change si era osservato che, “in risposta al riscaldamento globale i ghiacciai himalayani generano una ‘bolla fredda’ locale, mitigando l’eccesso di calore e il conseguente innesco di fusioni che potrebbero dare origine a valanghe. Tuttavia, questa resilienza si sta esaurendo e gli eventi criosferici estremi rischiano di essere sempre più frequenti”, osserva Nicolas Guyennon del CNR-IRSA.
Con i dati l’Osservatorio Piramide e i modelli di re-analisi “abbiamo osservato che l’Himalaya Centrale, regione dell’evento, registra un aumento delle temperature massime estive in linea con le medie asiatiche ad alta quota nell’ultimo ventennio, ma i ghiacciai sono umidi, con un regime monsonico che apporta più precipitazioni rispetto al resto del continente e li rende più sensibili agli impatti dell’aumento di temperature”, spiega ancora Salerno Franco Salerno. In 20 anni i ghiacciai in questa regione hanno perso una massa glaciale più alta rispetto alla media regionale.
Il CNR è impegnato a studiare le condizioni climatiche della regione per verificare se questa estate abbia presentato anomalie significative di temperatura o precipitazione. Nell’ambito del progetto Ice-Memory, il CNR-ISP effettuerà nel 2027 una carota di neve in prossimità della Piramide per rilevare i cambiamenti in alta quota di precipitazioni e temperatura.