“Il nostro Paese sta restando indietro. La differenza di velocità di marcia dagli altri Paesi europei è data da una serie di elementi”. Così Simone Togni, presidente dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev), ha spiegato a GEA, in occasione di KEY – The Energy Transition Expo a Rimini, quali sono gli aspetti che rallentano la transizione ecologica in Italia. “La burocrazia asfissiante, che nel nostro Paese rende un’autorizzazione di un impianto eolico lunga 5 anni e mezzo contro i 2 anni massimo che dovrebbe da normativa europea, è uno degli elementi. L’altro – continua Togni – è il fatto che abbiamo un sistema costituzionalmente molto garantista – e questa è una cosa positiva – ma all’interno del quale ci sono poteri, come quello del Ministero dell’Ambiente che rilascia il suo parere e quello del Ministero della cultura per quello paesaggistico, che spesso confliggono. In quel caso il processo autorizzativo, invece di risolvere la controversia in maniera autonoma, deve rimettere alla Presidenza del Consiglio queste situazioni, che oggi ammontano a molte centinaia di progetti che quindi sono fermi in attesa di risoluzione. Inoltre, si aggiunga un problema relativo ai processi autorizzativi sia di valutazione impatto ambientale, che durano anche 3 anni mentre dovrebbero durare al massimo 6 mesi, e la questione relativa alle connessioni di rete per la quale un recente D.L. bollette sta provando a mettere una soluzione. Noi speriamo che le aspettative verranno rispettate”.
Togni, riportando la visione di Anev, sottolinea che “gli impianti eolici devono essere, secondo la nostra visione, realizzati in armonia con il territorio, dove non vi sono vincoli, seguendo tutte le giuste procedure ambientali. Dicevamo prima, sono le più avanzate del mondo, quelle italiane: noi dobbiamo avere pareri da 48 enti diversi ed è giusto che sia così. Detto questo, quando un progetto arriva ad aver superato tutti gli elementi di impatto, questo impianto evidentemente deve essere realizzato”.