Nuove rotte e ricerca, Italia lancia piano Artico. Meloni: Ue e Nato colgano opportunità

Non più solo una frontiera geografica distante e remota ma un quadrante fondamentale e nevralgico del Pianeta in cui si giocano i futuri equilibri della sicurezza globale, dell’energia e del commercio marittimo.

Con queste premesse il governo ha presentato oggi a Villa Madama il documento strategico ‘La Politica Artica Italiana’, una roadmap tricolore per avvicinarsi ad una regione in rapidissima trasformazione. All’evento hanno partecipato tre ministri (Esteri, Difesa, Ricerca), come a sottolineare la trasversalità di una sfida che unisce diplomazia, forze armate e scienza. Pur non essendo un Paese artico, infatti, l’Italia rivendica il proprio ruolo di partner strategico, mossa dalla necessità di tutelare i propri interessi nazionali.

La strategia prevede infatti il monitoraggio dell’inquinamento globale e dell‘impatto dello scioglimento dei ghiacci sul livello dei mari, il consolidamento del ruolo italiano come “osservatore permanente” nel Consiglio Artico, supporto alle imprese italiane nei settori della sensoristica, della navigazione satellitare e delle infrastrutture resilienti.

Anche la premier Giorgia Meloni, in un messaggio letto ad inizio evento, ha voluto delineare la strategia italiana: “Siamo convinti che l’Artico debba essere sempre una priorità dell’Ue e della Nato e che l’alleanza atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni e rispondere alle ingerenza di altri attori”. Per queste ragione l’Italia intende “preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. La nuova strategia italiana per l’Artico mira proprio “a rafforzare il ruolo dell’Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione”.

Il vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, padrone di casa a Villa Madama, ha annunciato poi un’iniziativa concreta, ovvero una prossima missione imprenditoriale italiana nell’area: “Stiamo preparando insieme alla nostra ambasciata a Copenaghen una missione imprenditoriale dedicata al tema Artico. Siamo osservatori del Consiglio Artico ma siamo anche parte attiva, vuol dire lavorare in maniera costruttiva a livello industriale”.

Anche per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, l’Artico “è destinato a diventare una delle aree più strategiche del pianeta nei prossimi anni, soprattutto sul piano della sicurezza e della competizione geopolitica”. Per questo motivo servono regole “che non creino altre fratture, in un mondo che ne ha già troppe“. Il pericolo numero uno resta la Russia, “con gran parte delle sue risorse che saranno spostate nell’Artico” al termine del conflitto in Ucraina. Anche perché il “cambiamento climatico creerà in Artico linee di comunicazione nuove”, come la Northern Sea Route, “che incideranno sul 40-50% dei passaggi a Suez“. Crosetto rifiuta quindi contributi simbolici. “Quindici soldati in Groenlandia sono una gita”, spiega invocando una partecipazione strutturata comandata dalla Nato.

Investire sull’Artico non vuol dire cominciare da zero, aggiunge la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini.La nostra strategia – ricorda – mette insieme opportunità ed esperienze sedimentate nel tempo. Abbiamo iniziato a investire cinquant’anni fa con capitale umano e infrastrutture”. A testimonianza del ruolo italiano, inoltre, Il 3-4 marzo il mondo Artico verrà nel nostro Paese per l’Arctic Circle Forum Polar Dialogue. “Riuniremo rappresentanti governativi, imprenditori e ricercatori per parlare di questa regione”, assicura la ministra.

Sempre meno ghiaccio nell’Artico. E gli orsi polari rischiano di morire di fame

(Photo credit: Anthony Pagano)

Gli orsi polari potrebbero morire di fame durante i periodi di assenza di ghiaccio marino nell’Artico, quando sono costretti a trovare cibo sulla terraferma, nonostante la loro capacità di adattare la dieta e i comportamenti di caccia e foraggiamento. E’ quanto rivela un articolo pubblicato su Nature Communications. La scoperta, basata sui dati relativi a 20 orsi polari, fornisce nuovi spunti di riflessione su come questi predatori apicali possano lottare per far fronte a stagioni senza ghiaccio più lunghe a causa dei cambiamenti climatici.

L’Artico sta subendo una rapida riduzione del ghiaccio marino proprio a causa del surriscaldamento del pianeta. Tra la tarda primavera e l’inizio dell’estate, gli orsi polari usano il ghiaccio marino come piattaforma per cacciare principalmente le foche durante la nascita e lo svezzamento dei cuccioli. Quando il ghiaccio è assente, si pensa che gli orsi riducano al minimo la loro attività per conservare l’energia, digiunando o consumando vegetazione a basso contenuto energetico sulla terraferma, anche se è stato documentato che alcuni individui si nutrono di animali terrestri. Nella Baia di Hudson occidentale, a Manitoba, in Canada, il periodo di assenza di ghiaccio è aumentato di 3 settimane dal 1979 al 2015, mantenendo gli orsi sulla terraferma per circa 130 giorni nell’ultimo decennio.

Anthony Pagano e colleghi dell’U.S. Geological Survey hanno utilizzato dei localizzatori Gps per seguire 20 orsi polari durante il periodo di assenza di ghiaccio marino artico (da agosto a settembre) tra il 2019-2022 nella Baia di Hudson occidentale. Gli autori hanno monitorato il loro dispendio energetico giornaliero, le variazioni della massa corporea, la dieta, il comportamento e gli spostamenti. Hanno scoperto che gli orsi polari hanno scelto diverse strategie per ridurre la perdita di energia, tra cui il digiuno, la riduzione dei movimenti e il consumo di bacche e uccelli. Queste strategie erano indipendenti dall’età, dal sesso, dalla fase riproduttiva (sono state incluse le femmine gravide) o dai livelli di grasso iniziali. Gli autori suggeriscono che il foraggiamento sulla terraferma non ha portato grandi benefici nel prolungare il tempo previsto per la morte per fame, dato che 19 dei 20 orsi hanno perso massa.

Poiché il ghiaccio marino continua a ritirarsi, la comprensione di questi comportamenti adattivi per i ricercatori “è fondamentale per gli sforzi di conservazione volti a sostenere gli orsi polari in un ecosistema in rapido cambiamento, suggeriscono gli autori”.
 

 

 

Dai livelli di mercurio nell’Artico lo specchio del cambiamento climatico

Il mercurio, inquinante globale estremamente tossico per salute e ambiente, è al centro di un nuovo studio a guida italiana appena pubblicato sulla rivista scientifica Nature Geoscience. Scienziate e scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia e dell’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp), in collaborazione con altri partner internazionali, hanno esaminato la relazione tra le variazioni climatiche del passato con i livelli di mercurio in Artico per capire quali sono i fattori naturali che influenzano il ciclo biogeochimico di questo elemento.
Nel contesto del progetto EastGRIP (East GReenland Ice core Project) coordinato dal Centre for Ice and Climate di Copenaghen, il team di ricerca ha condotto l’analisi di una carota di ghiaccio proveniente dalla calotta groenlandese, osservando la dinamica del mercurio tra 9.000 e 16.000 anni fa, durante la transizione tra l’ultimo periodo glaciale e l’attuale periodo climatico, l’Olocene. I risultati hanno evidenziato che i livelli di mercurio durante questa transizione sono stati fortemente influenzati dalla riduzione della copertura di ghiaccio marino.

“Il nostro studio mostra che la deposizione di mercurio in Artico è triplicata all’inizio dell’Olocene rispetto all’Ultimo Periodo Glaciale”, spiega Delia Segato, dottoranda in Scienza e Gestione dei Cambiamenti Climatici dell’Università Ca’ Foscari Venezia.Grazie all’analisi e l’interpretazione di archivi paleoclimatici e lo sviluppo di un modello di chimica atmosferica del mercurio”, continua Segato, “lo studio ha concluso che la perdita di ghiaccio marino, specialmente quello perenne, nell’oceano Atlantico sub-polare a causa del riscaldamento climatico avvenuto 11.700 anni fa, è stata la maggior responsabile dell’aumento di deposizione di mercurio in Artico”.

Le emissioni di mercurio, attentamente monitorate a livello internazionale, non sono solamente di origine antropica. Il ciclo biogeochimico del mercurio è controllato anche da diverse fonti naturali, come le attività vulcaniche, nonché da una moltitudine di processi fisici, chimici e biologici che si verificano nel suolo, nell’oceano e nell’atmosfera. “Nelle regioni polari, il ghiaccio marino svolge un ruolo fondamentale nel controllo di questi processi”, spiega Andrea Spolaor, ricercatore presso del Cnr-Isp di Venezia e coautore dello studio. “Infatti, – aggiunge – è stato dimostrato che il ghiaccio marino perenne, spesso di diverse decine di metri di spessore, impedisce il trasferimento del mercurio dall’oceano all’atmosfera, che altrimenti avverrebbe a causa della volatilità di questo metallo”.

“Al contrario, il ghiaccio marino stagionale, essendo più sottile, permeabile e salino, consente il trasferimento del mercurio e favorisce complesse reazioni atmosferiche che coinvolgono il bromo e aumentano la frequenza di eventi di depauperamento atmosferico del mercurio, causando una più rapida deposizione nell’ambiente artico”, conclude Spolaor. “A causa del riscaldamento climatico attuale – dice – l’estensione del ghiaccio marino perenne nell’Artico è diminuita di oltre il 50% rispetto all’inizio delle misurazioni satellitari negli anni ’70. Studi futuri ci aiuteranno a stimare come questo fenomeno influirà sui livelli di mercurio e quali sono i rischi associati per le popolazioni e gli ecosistemi artici”.

L’Artico si scalda molto più velocemente. Cnr: “Fondamentale finanziare ricerca”

L’Artico è un eccezionale termometro della salute del Pianeta intero. Qui il riscaldamento globale corre più in fretta e gli scienziati stanno cercando di capire il perché.  L’aumento della temperatura è quasi tre volte quello della media mondiale, con alcune regioni che hanno un aumento fino a 2.7°C ogni dieci anni, cioè 5-7 volte il tasso di crescita globale della temperatura. Il ghiaccio marino si riduce, sia in estensione che in spessore, a una velocità che non ha precedenti. A questo si aggiunge la fusione del permafrost terrestre e subacqueo con l’accelerazione dell’immissione di gas climalteranti in atmosfera. La riduzione del ghiaccio marino favorisce poi un incremento del traffico navale nella regione, con un aumento dei rifiuti in mare e soprattutto delle emissioni di fuliggine, che “sporca” il ghiaccio riducendone la capacità di riflettere l’energia infrarossa.

Studi recenti confermano come anche gli incendi nella zona boreale – soprattutto nelle regioni siberiane come la Yakutia – stiano pericolosamente aumentando a causa della crisi climatica in atto. Si osservano anche importanti variazioni nella struttura e nella circolazione dell’oceano e dell’atmosfera, e impatti importanti sull’ecosistema. In questo quadro, “l’interpretazione dei dati raccolti ha un valore strategico altissimo”, sottolinea Maria Chiara Carrozza, presidente del Cnr, che presenta il Programma Nazionale di Ricerche in Artico, un progetto che ha anche l’obiettivo di sostenere la presenza diplomatica nell’area, attraverso la guida da parte del Comitato Scientifico Artico. L’Italia nella ricerca ha qualcosa da dire e “questa grande competenza acquisita può dare un ruolo sempre più importante al nostro Paese”, spiega, lanciando un appello perché si sostenga la ricerca con investimenti che “ci diano prospettive a lungo termine”.

Quello che succede in Artico, non resta in Artico, ma impatta anche le medie latitudini. L’estendersi in Europa, e fino al Mediterraneo, delle conseguenze dei fenomeni di riduzione dell’ozono che hanno caratterizzato l’Artico nel 2011 e il 2020, è stato messo in evidenza dai ricercatori italiani e danno il polso dell’interazione e interconnessione tra le regioni artiche e le nostre latitudini. Per questo, il Pra si è focalizzato sul fenomeno dell’“amplificazione artica”, sugli ecosistemi, sull’atmosfera e sulla colonna d’acqua dei mari artici, sulle ricostruzioni paleoclimatiche e sugli effetti della crisi climatica sulle popolazioni che vivono in Artico.

La norma istitutiva del Pra inserisce il Programma nel quadro delle collaborazioni internazionali dell’Italia relative all’Artico, con esplicito riferimento all’International Arctic Science Committee (IASC), al Sustaining Arctic Observing Network (SAON), al Ny Alesund Managers Committee (NyMASC), all’Arctic Science Ministerial (ASM) ed al Consiglio Artico. Recentemente, l’Italia ha acquisito una nuova nave da ricerca polare da parte dell’Ogs, la nave oceanografica Laura Bassi, che ha già effettuato una prima campagna, con tre progetti di ricerca co-finanziati su fondi Pra, e che auspicabilmente potrà tornare in Artico, in coordinamento con le attività previste in Antartide. A questa disponibilità si aggiunge, a partire dal 2023, quella della nave oceanografica del Cnr, Gaia Blu, in grado di svolgere ricerche in oceano e in aree polari artiche durante la stagione estiva.

Il progetto è stato finora finanziato con 1 milione di euro all’anno: il Cnr, attraverso il CSA, riesce a mettere a call circa l’80% di questo budget. Le call fatte finora sono state due per progetti di ricerca e una per potenziamento di infrastrutture di ricerca. E’ in uscita una terza call per progetti di ricerca, con un budget di circa 1,4 milioni di euro.

 

(Photocredit: Vittorio Tulli – Cnr)

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