
In un momento di crisi profonda dell’agricoltura, segnata da un susseguirsi sempre più intenso di eventi climatici estremi, piegata da guerre commerciali, shock energetici e rincari dei fertilizzanti, l’unica ancora alla sopravvivenza la offre la sostenibilità. Non soltanto l’attenzione all’ambiente si conferma un fattore di sviluppo, ma diventa determinante per il successo dell’impresa.
Questo è ormai palese anche a chi gestisce i business dell’agroalimentare, perché la quota di aziende che raggiunge un livello elevato di sostenibilità è salita al 57,9% dal 49,3% del 2020. Nello stesso periodo si è dimezzata dal 21,6% all’11,9% la quota di aziende ferme a un livello soltanto iniziale di sostenibilità. Ma, cosa più importante, nell’ultimo anno registra una crescita del fatturato il 30,6% delle imprese con livello alto di sostenibilità, contro il 14,6% di quelle con livello base. La foto la scatta la sesta edizione di AGRIcoltura100, iniziativa di Reale Mutua in collaborazione con Confagricoltura, nel Rapporto 2026 realizzato da MBS Consulting (Gruppo Cerved). L’indagine è stata condotta su oltre 3.800 aziende del comparto, in costante crescita dal 2020.
“Dal rapporto emerge che le aziende che in questi anni continuano a investire in sostenibilità si stanno dimostrando quelle più performanti, più competitive, quelle pure più pronte a rispondere alle crisi del mercato”, spiega il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, che ribadisce come le aziende che hanno ben operato in questi anni “riescono ad essere in vantaggio rispetto a un mercato complesso come quello che stiamo vivendo”.
Dall’ascolto delle imprese emerge una “consapevolezza sempre più diffusa all’importanza della sostenibilità, sempre più fattore di competitività e resilienza”, sottolinea Luca Filippone, direttore generale di Reale Mutua. E in un momento come questo, se la crisi e le incertezze non si placano, “bisognerà prendere dei provvedimenti straordinari, soprattutto da parte dell’Unione Europea, così come è accaduto in passato per altre emergenze, come il Covid”, suggerisce il direttore generale di Confagricoltura, Roberto Caponi, che spiega come sia necessario intervenire su tutta una serie di normative che oggi vincolano il settore agricolo: “A partire dal de minimis, che oggi è fissato a 50.000 euro, evidentemente nel momento nel quale le aziende hanno bisogno di aiuti più consistenti non si può mantenere un limite così basso”, insiste.
Quanto alle conseguenze delle tensioni nel commercio internazionale e dei dazi, il 42% degli agricoltori si dice preoccupato per l’effetto dei conflitti commerciali. Le imprese intervistate hanno segnalato in particolare un aumento dei costi delle materie prime, difficoltà di mercato e riduzione delle quantità esportate. In risposta, più del 70% delle aziende che operano sui mercati esteri ha attivato nuove politiche: il 45% ha ricercato nuovi mercati di destinazione, il 20% ha rivisto i contratti e le condizioni commerciali con l’estero, altre ancora (sempre 20%) si sono riorientate verso il mercato interno. Le tensioni commerciali hanno provocato difficoltà e aumento dei costi anche negli acquisti, e il 20% delle imprese agricole ha cercato fornitori alternativi.
Il conflitto in Medio Oriente, poi, ha aperto un ciclo di crisi energetica e inflazione al quale l’agricoltura italiana è particolarmente esposta. Già lo scorso anno, il 42% delle imprese agricole aveva subito un aumento dei costi, e solamente una su quattro (26,4%) segnalava di avere capacità di intervento sui prezzi di vendita. La morsa dei costi, tra le conseguenze, va a comprimere la redditività delle imprese: il 47,5% delle aziende intervistate ottiene un utile inferiore al 5% del fatturato. Le imprese più strutturate raggiungono livelli più elevati di sostenibilità, ma è comunque significativa la quota di aziende di piccole dimensioni con un alto indice di sostenibilità. L’area che è cresciuta maggiormente è la sostenibilità ambientale, nella quale le aziende di livello elevato sono aumentate dal 49% nel 2020 al 63,8% nel 2025. Rilevante anche l’incremento nella qualità dello sviluppo (che include competitività, innovazione e qualità dell’occupazione), dal 49% al 58,9%. Raggiungono inoltre un livello elevato di sostenibilità il 47,9% delle imprese in area sociale e il 43,9% nella gestione dei rischi e delle relazioni. “Le tensioni nel commercio internazionale, la maggiore concorrenza nel mercato interno e le minacce di un nuovo ciclo di inflazione accrescono l’urgenza di una trasformazione dell’agricoltura italiana che allarghi la scala di attività delle imprese e rafforzi l’integrazione di filiera”, si legge nel rapporto, che individua 5 fattori di sostenibilità che potranno guidare questa trasformazione nel prossimo futuro.
Il primo è la qualità come fattore competitivo, intesa come combinazione di origine, tracciabilità, sicurezza, sostenibilità e valore simbolico del prodotto. Il secondo fattore è quello degli investimenti e dell’innovazione, elemento che più di tutti genera impatti positivi sull’ambiente, sulla qualità delle produzioni e sulla stessa economia aziendale, e la sua correlazione con la sostenibilità è fortissima: tra le imprese con livello di sostenibilità alto, l’82,2% presenta un livello di innovazione elevato. Terzo fatto è l’integrazione industriale, perché un’impresa eccessivamente frammentata è più debole. Quarto fattore è la mitigazione della vulnerabilità idrogeologica: perché se è vero che il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura, è altrettanto vero che l’agricoltura ha un ruolo di primo piano anche nella difesa del territorio, con misure di canalizzazione e razionalizzazione dell’uso delle acque, cura della lavorazione del terreno, barriere naturali alle erosioni, copertura dei terreni non coltivati. Infine, per il Rapporto, bisogna puntare su capitale umano e impatti sociali: offrire lavoro stabile, attrarre e valorizzare donne e giovani e gestire il ricambio generazionale sono fattori chiave e una leva a cui guardare in un contesto di evoluzione e sfide come quello attuale.