
L’Europa dell’automotive viaggia a velocità diverse e differenti sono, soprattutto, le previsioni per il futuro. Da un lato c’è Stellantis, che per il secondo trimestre – chiuso il 30 giugno – stima in 1,6 milioni di unità, con un aumento del 10% rispetto all’anno precedente, le consegne consolidate, grazie al traino del Nord America e dall’Europa allargata. Dall’altro c’è Volkswagen, il cui ceo Oliver Blume, ha svelato i piani per il futuro del gruppo, avvertendo che potrebbero essere necessari fino a 50.000 tagli di posti di lavoro per rendere competitiva la più grande casa automobilistica europea, in un clima di forte protesta tra dipendenti e sindacati.
Appena pochi giorni fa il cda del gruppo tedesco ha presentato un programma di 12 iniziative strategiche e gli obiettivi per il 2030, indicando la necessità di “rafforzare ulteriormente la propria resilienza, aumentare l’efficienza operativa e migliorare la capacità di adattamento ai cambiamenti del contesto competitivo”.
Ma in un’intervista interna visionata dall’agenzia Dpa, Blume ha fornito per la prima volta una cifra sull’entità dei potenziali licenziamenti, dopo che la scorsa settimana i media tedeschi avevano ipotizzato che oltre 100.000 posti di lavoro potessero essere interessati dai tagli. Per l’ad la cifra di 50.000 potenziali licenziamenti in tutto il mondo deriva da un piano per ridurre i costi amministrativi e infrastrutturali di Volkswagen al fine di mantenerla competitiva. Al momento è in corso una valutazione su tutti i marchi, le filiali e le regioni per determinare “quali modifiche siano necessarie e fattibili”, ha spiegato l’amministratore delegato. Il gruppo, poi, prevede di chiudere quattro stabilimenti in Germania a partire dal 203: quelli di Hannover, Zwickau ed Emden e quello Audi di Neckarsulm.
I problemi tedeschi, però, sono destinati a uscire dai confini nazionali. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – che domani riunirà il tavolo automotive – colpiranno anche l’industria italiana: “La nostra componentistica lavora molto per le case tedesche: esportiamo in Germania quasi 5 miliardi, 3,6 di sole parti meccaniche”, dice il titolare del Mimit. Ecco perché “ho chiesto al commissario europeo Séjourné di anticipare il ‘Made in Europe’, così che appalti e incentivi vadano a veicoli con il 70-80% di componenti europei”.
Dall’altro lato della strada Stellantis va avanti. La spinta impartita appena un anno fa dal ceo Antonio Filosa, inizia a dare i suoi frutti. Se calano i volumi in Medio Oriente e Africa, in larga misura a causa del conflitto nella regione, e in Sud America, per effetto della debolezza del mercato argentino, il Vecchio Continente e il Nord America tengono bene. Qui si registra l’incremento maggiore: secondo le previsioni nel secondo trimestre 2026 le consegne registrano +38% rispetto all’anno precedente. La maggior parte della crescita è stata trainata da prodotti nuovi o rinnovati e da nuove offerte di motorizzazioni, tra cui il Ram 1500 (light-duty) Hemi V8, il nuovo Ram 1500 Trx Srt, i rinnovati Jeep Grand Wagoneer e Grand Cherokee e la rinnovata Chrysler Pacifica. Nell’Europa allargata, le consegne del secondo trimestre sono aumentate di circa 39 mila unità, cioè del 5% su base annua, sostenute dai maggiori volumi del mercato. La crescita è arrivata sia da Stellantis che dai veicoli a marchio Leapmotor, con le consegne di Bev che hanno fornito il contributo più significativo.