La Cop30 in Amazzonia si chiude al ribasso, ma i Paesi trovano l’accordo

La Cop30 di Belém si chiude ai supplementari, il giorno dopo e per di più con un accordo molto al ribasso. Non c’è un piano di uscita dalle energie fossili, risultato che delude molti (Europa in testa) ma che non sorprende, dato il momento storico.

Il multilateralismo ha vinto”, festeggia Lula, a Johannesburg per il G20. Il presidente brasiliano cerca di rivendicare un successo che la Conferenza effettivamente non ha avuto, considerando anche il rischio che si chiudesse senza nessun accordo.

Nella dichiarazione finale si celebra l’accordo di Parigi e la cooperazione climatica. Ma l’invito ad accelerare l’azione è soltanto “volontario” e fa sull’uscita dai fossili il riferimento è solo indiretto, con un richiamo alla Cop28 di Dubai.

Dobbiamo sostenerlo perché, almeno, ci porta nella giusta direzione”, si giustifica il commissario europeo per il clima Wopke Hoesktra, inizialmente molto contrario al testo, dopo una notte di negoziati e una riunione di coordinamento con i Ventisette. “Non nascondiamo che avremmo preferito di più, e più ambizione su tutto”.

Abbiamo raggiunto un punto di equilibrio tra i 195 paesi presenti”, spiega Gilberto Pichetto Fratin, parlando di una “mediazione tra le tante posizioni“. Per il ministro italiano dell’Ambiente, “è importante che si sia raggiunto questo obiettivo che che mantiene il percorso definito Cop28 di Dubai per quanto riguarda l’obiettivo climatico, mantiene l’obiettivo di Cop29 a Baku per quanto riguarda l’impegno all’adattamento nei vari territori al cambiamento climatico”.

La francese Monique Barbut sottolinea che gli europei hanno preferito accettare questo testo a causa del “processo che è stato fatto agli europei, secondo cui ci si opponeva a questo testo era perché non si voleva pagare per i paesi più poveri”.

Il capo della delegazione cinese, Li Gao, saluta un “successo in una situazione molto difficile”.

Nel 2023, i paesi si erano impegnati a ‘operare una transizione giusta, ordinata ed equa verso l’abbandono dei combustibili fossili nei sistemi energetici’, per la prima volta nella storia delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite. Da allora però, i paesi che producono o dipendono dalle energie fossili respingono tutti i tentativi di ripetere questo segnale in un contesto multilaterale. Paesi come la Russia, l’Arabia Saudita o l’India vengono indicati dalla Francia come capofila del fronte del rifiuto, ma non sono gli unici. Una parte del mondo in via di sviluppo non aveva come priorità la lotta contro i combustibili fossili. Per loro, i finanziamenti sono più urgenti e la Cop30 offre loro un vantaggio: si prevede un triplicamento degli aiuti per l’adattamento dei paesi in via di sviluppo entro il 2035, rispetto all’attuale obiettivo di 40 miliardi all’anno.

Molte economie, povere o emergenti, non hanno infatti i mezzi per passare alle energie rinnovabili  in breve tempo e chiedono ai paesi più ricchi nuovi impegni finanziari per aiutare le nazioni meno ricche.

Nel testo, c’è anche l’istituzione di un “dialogo” sul commercio mondiale, un risultato che si può considerare un successo della Cina, che guida la rivolta dei paesi emergenti contro le tasse sul carbonio alle frontiere.

Per gli analisti di Ecco, il think tank italiano del clima, non si tratta di una debacle. Il risultato, osservano, pur non risolvendo tutte le divergenze, “dimostra che la cooperazione multilaterale sul clima prosegue nonostante le tensioni geopolitiche”. Ampie e nuove coalizioni di Paesi, “segno di una riorganizzazione degli schemi globali”, hanno chiesto il massimo livello possibile di ambizione, inclusa una chiara tabella di marcia per l’uscita dalle fonti fossili, e un passaggio dalla stagione delle promesse a quella dell’implementazione. Sebbene la Mutirão Decision, il testo finale della COP30, non citi esplicitamente i combustibili fossili e non accolga l’appello del Presidente Lula e di oltre 80 Paesi per una roadmap su fossili e deforestazione, proseguono gli esperti, “mantiene viva la traiettoria tracciata a Dubai su questo tema”.

Cop30, è scontro sui fossili. Hoekstra: “Non escludo che non si trovi accordo”

Dopo l’interruzione per l’incendio, la Cop30 si incaglia del tutto. All’alba, la presidenza brasiliana pubblica una nuova bozza al ribasso che scontenta tutti, nella quale scompaiono tanto la parola ‘fossili’ quanto la creazione della roadmap richiesta da almeno 80 paesi europei, latinoamericani e insulari.

Le reazioni non tardano ad arrivare. L’Europa, con il commissario al Clima Wopke Hoekstra, giudica il documento “inaccettabile” e non esclude che la conferenza si possa chiudere senza un accordo, cosa che non avrebbe precedenti nella storia delle Cop. Nel documento, denuncia il commissario, “non c’è nessuna scienza. Nessun bilancio globale. Nessuna transizione. Solo debolezza. Sarò chiaro: in nessun caso accetteremo niente che sia anche solo lontanamente simile a ciò che è ora sul tavolo”. Dall’altra parte del globo, però, Ursula von der Leyen in conferenza stampa al G20 di Johannesburg pronuncia parole di rottura, come a far mancare il sostegno necessario al commissario per il Clima: “Non stiamo combattendo i combustibili fossili, stiamo combattendo le emissioni prodotte dai combustibili fossili”, afferma.

“Il testo non può rimanere così com’è”, fa eco a Hoekstra il ministro tedesco dell’Ambiente, Carsten Schneider. A opporsi, sottolinea Monique Barbut, ministra francese della Transizione ecologica, sono “India, Arabia Saudita e Russia, affiancate dai paesi emergenti”.

La Colombia, che guida una coalizione di circa 40 Paesi, promette di non lasciare i negoziati senza una dichiarazione in cui si prendano impegni per la roadmap. La conferenza “non può concludersi senza una tabella di marcia chiara, giusta ed equa per abbandonare i combustibili fossili”, sottolinea la ministra dell’Ambiente, Irene Vélez. “Non cerchiamo un documento vuoto”, afferma la ministra, che conferma lo svolgimento della prima conferenza internazionale sull’abbandono delle energie fossili il 28 e 29 aprile a Santa Marta, città costiera nel nord della Colombia, in collaborazione con i Paesi Bassi. Il testo preparato per diventare la dichiarazione finale “non è sufficiente”, concorda il ministro spagnolo per la Transizione ecologica, Sara Aagesen. “Dobbiamo lavorare e abbiamo tempo per migliorarlo”, ha detto.

“La situazione è molto difficile”, ammette Gilberto Pichetto Fratin, assicurando che la Presidenza brasiliana “sta lavorando senza sosta con lo spirito del ‘Mutirao’ come elemento di unione e sforzo collettivo che contraddistingue questa Conferenza”. Per il ministro dell’Ambiente italiano, “è importante che vi sia un segnale politico che emerga da questa Cop per mantenere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi alla nostra portata”. Pensa al paragrafo 28 della decisione del Global Stocktake concordata a Dubai, che, insiste “rimane un punto di riferimento per il nostro lavoro”. Roma lavora per un risultato che sostenga la transizione energetica, portando avanti tutti gli elementi del paragrafo 28 della decisione del Global Stocktake. Quindi, sì al progressivo abbandono delle fonti fossili ma prevedendo al tempo stesso l’uso di carburanti sostenibili. Quanto al capitolo finanza per l’adattamento, “siamo pronti a fare la nostra parte nel contesto delle decisioni che abbiamo adottato lo scorso anno”, assicura il ministro, ricordando che l’Italia è arrivata a Belém con un contributo rafforzato alla finanza per il clima grazie alla mobilitazione congiunta di risorse pubbliche e private.

Siamo qui tutti insieme dopo l’incendio di nei padiglioni che ci ricorda la nostra vulnerabilità condivisa e come sia necessario agire in un momento di crisi“, esorta il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, aprendo i lavori della plenaria informale di bilancio. “Abbiamo iniziato quest’anno con molte sfide geopolitiche ed eventi estremi che ci dicono che quello che facciamo qui è estremamente urgente, il mondo ci guarda”. Il presidente invita a non dimenticare che “il consenso è la nostra forza” e che anche se “la sfida è considerevole, perché a casa tutti i nostri governi subiscono molte pressioni”, bisogna preservare il multilateralismo “non pensando a chi vince e chi perde, altrimenti perderemo tutti”. I negoziati vanno avanti a oltranza, ma si va verso i tempi supplementari. Correa do Lago dovrà mettere d’accordo 194 paesi e l’Unione europea, membri dell’accordo di Parigi, per un’adozione dell’accordo per consenso, come previsto dalle regole della Cop.

Panico alla Cop30: scoppia un incendio, migliaia di evacuati ma non ci sono feriti

(Copyright immagini fotografiche e video: Andrea Grieco di Ecco)

Mentre i negoziati vanno avanti, a metà del penultimo giorno, intorno alle 14 ora locale (le 18 in Italia), un incendio interrompe bruscamente i lavori della Cop30 di Belém, in Brasile. Le fiamme divampano all’improvviso nella zona B, proprio di fronte al Padiglione Italia, scatenando il panico tra le delegazioni. “Eravamo lì, abbiamo sentito un grosso botto e poi le fiamme si sono sviluppate molto velocemente, partendo da uno dei padiglioni africani”, racconta a GEA Andrea Grieco di Asvis.

I capannoni dell’Onu vengono evacuati subito dopo dalle forze di sicurezza, mentre i corridoi si riempiono di fumo acre. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva lasciato la delegazione da poco, per visitare l’installazione Aquapraca, nella baia. Il perimetro dell’area viene circondato, i vigili del fuoco domano le fiamme senza imprevisti e senza riscontrare feriti.

L’incendio “è già sotto controllo, i vigili del fuoco dello Stato di Parà sono sul posto”, spiega poco dopo il ministro del Turismo brasiliano, Celso Sabino, alla tv nazionale. Un’ora dopo, il controllo dell’edificio passa nelle mani del Brasile e non viene più considerato come zona blu, per consentire le indagini.

I lavori della Cop dovrebbero concludersi venerdì. Nella notte di ieri, l’Ue ha inviato alla presidenza brasiliana una bozza di roadmap per un’uscita “giusta, ordinata ed equa” dalle fonti fossili, come chiedeva l’Italia. “C’è un riferimento al paragrafo 28 dell’Accordo di Dubai, che fa riferimento a tutto il complesso dei fossili. Il gas è l’ultimo, è quello che determina le minore emissioni”, spiega Pichetto ai cronisti presenti alla Cop. “Bisogna partire dall’uscita dal carbone, passare poi al petrolio puro e in ultimo si deve arrivare al gas”, precisa.

L’Europa appare quindi più compatta. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che ieri ha avuto un bilaterale con Pichetto, si dice convinto che sia possibile raggiungere un “compromesso” per rispondere alle esigenze di adattamento ai cambiamenti climatici dei paesi in via di sviluppo e al declino delle energie fossili. “Impegnatevi in buona fede per raggiungere un compromesso ambizioso”, esorta il capo dell’Onu, mentre i negoziatori vanno avanti, nonostante tutto.

 

 

 

La Cop30 corre: c’è la prima bozza di compromesso, domani Lula a Belém. Ue fa muro sul Cbam

A Belém si corre più forte che mai. A quattro giorni dalla fine dei lavori della Cop30, la presidenza brasiliana pubblica una prima bozza di compromesso, nonostante le distanze ancora molto evidenti tra i Paesi. E, per imprimere un’accelerazione, Luiz Inácio Lula da Silva arriverà già domani, con i negoziati in corso.

Il piatto dell’intesa non è ricco, per evitare il fallimento della conferenza basterà accordarsi su una roadmap climatica prima di venerdì. Basterà, in un momento di tensioni geopolitiche fortissime, dimostrare che il multilateralismo è vivo.

Papa Leone XIV, in un videomessaggio, chiede però anche “azioni concrete” per affrontare i cambiamenti climatici, deplorando la mancanza di “volontà politica da parte di alcuni” e descrive l’Accordo di Parigi come “lo strumento più potente per proteggere le persone e il pianeta”. Il Papa missionario parla della regione amazzonica come “un simbolo vivente del Creato che ha urgente bisogno di protezione”. “Il creato grida attraverso inondazioni, siccità, tempeste e caldo incessante”, denuncia il Pontefice, ricordando che “una persona su tre vive in una situazione di grande vulnerabilità ai cambiamenti climatici”. Per loro, osserva, “i cambiamenti climatici non sono una minaccia lontana, e ignorarli significa negare la nostra comune umanità”.

Nella seconda settimana di lavori, tutti i ministri dell’Ambiente dei 197 Paesi arrivano in Amazzonia. Oggi gli europei fanno un punto sui negoziati con Wopke Hoekstra. “Il bilancio è contrastante”, confida il commissario per il Clima dopo la riunione di coordinamento, avvertendo che non si tratta di “riaprire i compromessi raggiunti con difficoltà” lo scorso anno in termini di finanziamenti dei paesi ricchi a favore dei paesi in via di sviluppo. Tra i punti controversi, c’è l’inclusione nella bozza di opzioni che alludono a misure “commerciali unilaterali”. Implicitamente, il riferimento è al Cbam, la tassa sul carbonio alle frontiere che l’Ue introdurrà a gennaio e che è stata criticata come protezionistica dalla Cina e da altri paesi esportatori.

Per Gilberto Pichetto Fratin il punto non è negoziabile: “Il Cbam difende i prodotti che entrano nel nostro mercato, per l’Europa è fondamentale”, spiega parlando con i cronisti tra i padiglioni dell’Onu. L’Europa, assicura, “procede compatta”, con “sfumature che dividono”. L’Italia appoggia la proposta brasiliana di una roadmap, spiega, ma “dipende cosa c’è dentro – precisa il ministro -: se la roadmap prevede la chiusura del carbone per tutti al 2035, la sottoscrivo”.

Il testo di compromesso si intitola ‘Mutirão mondiale’, parola indigena che indica una comunità che si riunisce per lavorare insieme su un compito comune. Come a voler dimostrare che la cooperazione internazionale sul clima non si ferma.

Le opzioni sono ancora tante in bozza, il testo dovrà essere perfezionato prima di poter raggiungere un accordo. Per tagliare sui tempi, la presidenza brasiliana ha annunciato che i negoziatori lavoreranno giorno e notte per portare l’accordo in plenaria entro la metà della settimana.

“L’accelerazione del Brasile per una decisione politica è positiva, soprattutto ora che i ministri sono atterrati a Belém”, commenta Luca Bergamaschi, direttore e co-fondatore di Ecco, il think tank italiano per il clima. La voce dell’Europa e dei suoi Stati membri, Italia inclusa, deve però “farsi attiva sulle questioni centrali del negoziato ovvero la pianificazione dell’uscita dai fossili e programmare l’aumento della finanza per l’adattamento”, sottolinea l’esperto. Non c’è nulla di impossibile, confida, e ribadisce: “sarebbe coerente con gli impegni presi finora dall’Italia, incluso il Governo Meloni. Ma c’è bisogno di far sentire il proprio peso e la propria voce se no si rischia lo stallo”.

La bozza di compromesso della presidenza fa riferimento all’accordo di Parigi del 2015 e, per quanto riguarda l’ambizione climatica, propone anche che il rapporto sugli impegni climatici dei paesi possa essere pubblicato ogni anno, anziché ogni cinque. Diverse opzioni fanno anche riferimento alla transizione dalle energie fossili, un punto che spacca i paesi produttori e quelli che vorrebbero una roadmap per uscirne. Il testo, su richiesta dei Paesi del Sud globale, suggerisce di triplicare i finanziamenti dei paesi ricchi a quelli più poveri per il loro adattamento ai cambiamenti climatici, entro il 2030 o il 2035.

Si apre la Cop30 a Belem. Combustibili fossili e risorse finanziarie i nodi cruciali

A differenza degli ultimi anni, nessun tema emblematico dominerà la Cop30 di Belém, che si apre oggi 10 novembre a Belém, in Brasile, ma alcune questioni decisamente controverse sono sul piatto, tra cui la debolezza delle ambizioni climatiche, la grave carenza di finanziamenti per i paesi poveri e la protezione delle foreste.

COMBUSTIBILI FOSSILI. Uno dei nodi più importanti da sciogliere resta quello dei combustibili fossili. Ciò che serve davvero è un abbandono “giusto” e “ordinato” delle energie fossili, ha detto il presidente brasiliano Lula, durante il vertice dei leader mondiali che precede la COP30. A due anni dall’adozione senza precedenti alla COP28 di Dubai di un impegno generale ad abbandonare gradualmente le energie fossili, il tema non figura come tale nell’agenda della conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si aprirà lunedì per due settimane in questa città dell’Amazzonia brasiliana. Ma alcuni paesi come il Brasile – pur essendo l’ottavo produttore mondiale di petrolio – vogliono riportare l’argomento al centro del dibattito, in assenza dei grandi paesi produttori di petrolio, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump. “La Terra non può più sopportare il modello di sviluppo basato sull’uso intensivo di combustibili fossili che ha prevalso negli ultimi 200 anni”, ha affermato Luiz Inacio Lula da Silva.

ROADMAP CLIMATICA. Gli impegni climatici dei paesi di tutto il mondo saranno all’ordine del giorno della Cop30 di quest’anno, con una constatazione: non sono sufficienti. Questi piani puntano a ridurre le emissioni di gas serra solo “di circa il 10% entro il 2035” rispetto al 2019, secondo un calcolo delle Nazioni Unite pubblicato la scorsa settimana, ma che rimane molto parziale a causa del ritardo di un centinaio di paesi nella pubblicazione delle loro roadmap. Molti paesi chiederanno a quelli che emettono più gas serra di aumentare i loro impegni. Dal 2015, anno dell’accordo di Parigi, i paesi devono aggiornare ogni cinque anni i loro piani, che descrivono in dettaglio come intendono ridurre le emissioni di gas serra, ad esempio sviluppando le energie rinnovabili. Queste tabelle di marcia “rappresentano la visione del nostro futuro comune”, sottolinea la presidenza brasiliana, che ha riconosciuto che la Cop dovrebbe rispondere politicamente, anche se la questione non è all’ordine del giorno dei negoziati.

FOCUS SULLA FINANZA. L’anno scorso, la Cop29 ha fissato con difficoltà un nuovo obiettivo di aiuti dei paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo pari a 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, il triplo dell’obiettivo precedente ma quattro volte meno di quanto previsto dai paesi poveri. Questi fondi devono servire loro per adattarsi alle inondazioni, alle ondate di calore e alla siccità. Ma anche per investire in energie a basse emissioni di carbonio invece di sviluppare le loro economie bruciando carbone e petrolio. I paesi si sono anche prefissati un obiettivo più vago: mobilitare, da fonti pubbliche diverse ma anche private, un importo totale di 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Le modalità di questo obiettivo, legato a una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, devono essere precisate in un documento (la “roadmap da Baku a Belém”) che sarà discusso alla Cop30.

FORESTE DA PROTEGGERE. Il Brasile ha voluto organizzare la COP in Amazzonia per attirare l’attenzione sulla questione delle foreste, pozzi di carbonio e serbatoi di biodiversità minacciati, mentre la distruzione delle foreste vergini tropicali ha raggiunto lo scorso anno un livello record da almeno 20 anni. La presidenza vuole formalizzare un fondo di nuovo tipo, il TFFF o “Fondo per il finanziamento delle foreste tropicali”. Questo TFFF intende raccogliere 125 miliardi di dollari, che saranno investiti sui mercati finanziari; i profitti saranno destinati ai paesi con un’elevata copertura forestale e un basso tasso di deforestazione per i loro sforzi di conservazione. Ad esempio Colombia, Ghana, Repubblica Democratica del Congo o Indonesia.

Rallenta la deforestazione globale, ma la Fao avverte: “E’ ancora troppo rapida”

Il disboscamento e gli incendi che stanno riducendo la superficie delle foreste mondiali hanno subito un rallentamento, ma la deforestazione rimane ancora troppo rapida, soprattutto in Brasile. Lo rivela il rapporto della Fao ‘Valutazione delle risorse forestali mondiali 2025’. Pubblicata ogni cinque anni, l’edizione 2025 è stata presentata oggi durante la plenaria dell’Iniziativa globale di osservazione delle foreste (GFOI) a Bali, in Indonesia.

Tenendo conto delle piantagioni forestali, la “perdita netta” di foreste è di 4,12 milioni di ettari all’anno nel periodo 2015-2025, ovvero due o tre volte meno rispetto al periodo 1990-2000. Tuttavia, “gli ecosistemi forestali nel mondo continuano ad affrontare difficoltà, con un tasso di deforestazione attuale ancora troppo elevato, pari a 10,9 milioni di ettari all’anno”, spiega la Fao. Si tratta dell’equivalente di oltre 12 km² di foresta distrutti ogni ora. L’88% della deforestazione si verifica nelle aree tropicali, in particolare in Amazzonia, dove la maggiore pressione è esercitata dall’agricoltura. Il Brasile è responsabile di oltre il 70% di questa perdita netta, con 2,94 milioni di ettari all’anno, nonostante contenga il 12% delle foreste mondiali. “Il Brasile ha registrato una significativa riduzione del tasso di perdita netta di foreste”, osserva la Fao. Si è quasi dimezzato (-49%) rispetto all’ultimo decennio del XX secolo. Secondo l’osservatorio Global Forest Watch, nel 2024 la distruzione delle foreste tropicali vergini ha raggiunto un ritmo mai visto dal 2002, principalmente a causa degli incendi. Nel 2023, al contrario, l’Amazzonia ha beneficiato delle misure di protezione introdotte sotto la presidenza di Lula in Brasile.

Il paese ospiterà la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30 a Belém) a novembre, e le foreste saranno uno dei temi principali. Il Brasile sta cercando di lanciare un Fondo di finanziamento per le foreste tropicali (TFFF), un fondo che fornirebbe risorse per proteggere le foreste dall’invasione. Le foreste “costituiscono l’habitat di gran parte della biodiversità del pianeta, contribuiscono a regolare i cicli globali del carbonio e dell’acqua e possono ridurre i rischi e gli impatti di siccità, desertificazione, erosione del suolo, frane e inondazioni”, scrive il Direttore Generale della FAO Qu Dongyu. Le foreste coprono 4,14 miliardi di ettari, pari al 32% della superficie terrestre mondiale. Cinque grandi paesi insieme contengono più della metà delle foreste mondiali (Russia, Brasile, Canada, Stati Uniti e Cina).

Dazi, lettere Trump ad altri 6 Paesi: stangata del 50% sul rame e prodotti dal Brasile

Il Brasile e il rame sono i due nuovi obiettivi dell’offensiva doganale di Donald Trump, il primo in nome della difesa dell’ex presidente Jair Bolsonaro, sotto processo per tentato colpo di Stato, e il secondo per proteggere la “sicurezza nazionale”. “Annuncio un dazio aggiuntivo del 50% sul rame, che entrerà in vigore il 1° agosto 2025, dopo aver ricevuto una valutazione approfondita in materia di sicurezza nazionale”, spiega il presidente americano sul suo social network, senza dubbio in riferimento a un’indagine del Dipartimento del Commercio. “Il rame è il secondo materiale più utilizzato dal Ministero della Difesa!”, tuona, evocando le esigenze del Paese per la costruzione di semiconduttori, aerei, navi, munizioni, centri dati e sistemi di difesa antimissile, tra le altre cose.

In nome del riequilibrio delle relazioni commerciali a vantaggio degli Stati Uniti, Donald Trump ha imposto ad aprile un dazio minimo del 10% sulle importazioni, anche se non possono essere prodotte in loco, ma con alcune esenzioni, in particolare per oro, rame, petrolio e medicinali. Martedì è tornato sulle eccezioni, prevedendo ad esempio un dazio del 200% sui prodotti farmaceutici e del 50% sul rame, una minaccia che ha fatto salire il prezzo del metallo di quasi il 10% a New York martedì, superando il suo massimo storico. Se i dazi sul rame entreranno in vigore, i prezzi dei beni fabbricati con questo metallo (frigoriferi, automobili, ecc.) potrebbero aumentare, come per gli altri prodotti soggetti a sovrattassa all’importazione.

Mercoledì il presidente americano ha anche annunciato un dazio del 50% sui prodotti brasiliani, finora risparmiati, poiché gli Stati Uniti registrano un surplus commerciale nei loro scambi con il gigante sudamericano. In una lettera indirizzata al suo omologo Lula, Trump afferma che questi dazi doganali saranno imposti in risposta al procedimento giudiziario avviato contro Jair Bolsonaro, sotto processo nel suo Paese per tentato colpo di Stato. “Il modo in cui il Brasile ha trattato l’ex presidente Bolsonaro è una vergogna internazionale”, scrive Trump nella sua lettera, ritenendo che il procedimento contro l’ex leader brasiliano di estrema destra sia “una caccia alle streghe che deve cessare immediatamente”. “Qualsiasi misura unilaterale di aumento dei dazi doganali avrà una risposta alla luce della legge brasiliana sulla reciprocità economica”, risponde il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva in un comunicato.

Da lunedì, una ventina di paesi hanno ricevuto una lettera che annuncia il sovrattassa che si applicherà a partire dal 1° agosto sui loro prodotti in entrata negli Stati Uniti.

Nel dettaglio, i prodotti algerini dovrebbero essere tassati al 30% (invariato rispetto all’annuncio iniziale di inizio aprile), così come quelli provenienti dalla Libia (-1 punto percentuale), dall’Iraq (-9pp) e dallo Sri Lanka (-14pp), quelli provenienti dalla Moldavia e dal Brunei saranno tassati al 25% (rispettivamente -6 pp e +1 pp). Per quanto riguarda i prodotti filippini, la sovrattassa sarà del 20% (+3 pp). Lunedì, quattordici capitali, principalmente asiatiche, hanno ricevuto una lettera con un sovrattassa che va dal 25% (Giappone, Corea del Sud, Tunisia in particolare) al 40% (Laos e Birmania) passando per il 36% (Cambogia e Thailandia). Martedì Donald Trump aveva fatto sapere che avrebbe inviato altre lettere questa settimana, in particolare all’Unione europea. Ieri, un portavoce della Commissione europea ha assicurato che l’Ue intende raggiungere un accordo con gli Stati Uniti “nei prossimi giorni”. L’obiettivo dell’Ue è quello di evitare qualsiasi sovrattassa (oltre la soglia minima del 10%), con esenzioni per settori chiave come l’aeronautica, i cosmetici e le bevande alcoliche. Inizialmente, i nuovi dazi avrebbero dovuto essere riscossi a partire dal 9 luglio, dopo un precedente rinvio, ma all’inizio della settimana Trump ha firmato un decreto per posticipare la data al primo agosto. Nelle sue lettere, Trump avverte che qualsiasi ritorsione sarà punita con un’ulteriore sovrattassa di pari entità. All’inizio di aprile, il presidente americano aveva annunciato dazi punitivi fino al 50% sui prodotti dei paesi con un surplus commerciale con gli Stati Uniti, prima di concedere, di fronte al panico dei mercati, una pausa di 90 giorni per negoziare accordi bilaterali. Per il momento ne sono stati annunciati solo due, con il Regno Unito e il Vietnam, mentre è stato raggiunto un compromesso con la Cina.

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Il Brasile di Lula contro gli incendi di foreste: bruciati 30,8 milioni di ettari nel 2024

La superficie di vegetazione distrutta dagli incendi in Brasile è aumentata del 79% nel 2024, raggiungendo i 30,8 milioni di ettari, una cifra superiore a quella dell’Italia, secondo un rapporto della piattaforma di monitoraggio MapBiomas pubblicato mercoledì. Si tratta dell’area più grande ad essere andata in fumo nel Paese latinoamericano in un anno dal 2019. L’Amazzonia, gigantesca regione naturale con un ecosistema cruciale per la regolazione del clima, è stata la più colpita con circa 17,9 milioni di ettari devastati, ovvero il 58% del totale, e più di tutte le aree bruciate nell’intero Paese entro il 2023, specifica lo studio.

Il 2024 è stato un anno “atipico e allarmante“, riassume Ane Alencar, coordinatrice di MapBiomas Incendie, la piattaforma di monitoraggio dell’Osservatorio climatico brasiliano. Secondo i dati ufficiali, nel 2024 sono stati registrati più di 140.000 incendi, il numero più alto degli ultimi 17 anni e un aumento del 42% rispetto al 2023. Gli scienziati ritengono che la portata di questi incendi sia legata al riscaldamento globale, che rende la vegetazione più secca, facilitando la propagazione delle fiamme. Ma nella quasi totalità dei casi sono causati dall’uomo.

La dottoressa Alencar mette in guardia in particolare dagli incendi che hanno colpito le foreste, aree chiave per la cattura del carbonio responsabile del riscaldamento globale: nel 2024 sono stati devastati 8,5 milioni di ettari, rispetto ai 2,2 milioni del 2023. E per la prima volta in Amazzonia sono andate bruciate più foreste che pascoli. “Si tratta di un indicatore negativo, perché una volta che le foreste soccombono al fuoco, restano molto vulnerabili a nuovi incendi“, avverte Ane Alencar.

I risultati sono particolarmente negativi per il presidente Luiz Inacio Lula da Silva, poiché la città amazzonica di Belem ospiterà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima COP30 a novembre. È anche lo stato del Pará (nord), di cui Belem è capoluogo, ad aver sofferto maggiormente gli incendi del 2024, con 7,3 milioni di ettari devastati, circa un quarto del totale nazionale.
Il leader della sinistra Lula ha fatto della tutela dell’ambiente una delle priorità del suo mandato. Secondo le statistiche ufficiali, anche la deforestazione è diminuita di oltre il 30% su base annua a partire da agosto, il livello più basso degli ultimi nove anni. A settembre, tuttavia, ha ammesso che il Brasile non era “pronto al 100%” a combattere un’ondata di incendi boschivi, che il governo ha attribuito al “terrorismo climatico“.

Alcune persone ricorrono al metodo del taglia e brucia per liberare i campi da coltivare o allevare bestiame, oppure incendiano aree forestali per appropriarsi illegalmente di terreni. “Gli impatti di questa devastazione sottolineano l’urgenza di agire (…) per contenere una crisi ambientale esacerbata da condizioni meteorologiche estreme, ma innescata dall’azione umana, come è accaduto lo scorso anno“, ha insistito Alencar.

Alla COP30, il Brasile avrà il difficile compito di provare a guidare il progresso verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, mentre il nuovo presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti se ne ritireranno nuovamente. Secondo la COP, l’obiettivo principale dell’accordo di Parigi è “mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali“, con un obiettivo finale di “1,5°C“.

La Cop è stata un flop, forse conviene cambiare format per il Brasile

Non è stata un successo, la Cop 29. E, onestamente, era facile immaginarlo. Pressappoco come le altre che l’hanno preceduta. Partito con la medaglietta di ‘Cop finanziaria’, l’appuntamento ‘verde’ più importante dell’anno ha registrato un rosario di defezioni importantissime (da Biden a Xi Jinping, da Macron a Lula, per finire con von der Leyen e con il premier australiano Anthony Albanese), distanze siderali tra la teoria e la pratica, cioè tra cosa si ipotizzava di raggiungere e gli accordi che sono stati messi su carta, una sostanziale insoddisfazione di fondo generata da uno scetticismo di base assai diffuso. Baku, insomma, non si è rivelato un punto di svolta e nemmeno un punto di raccolta fondi. Perché, in concreto, la bozza finale sui denari da investire di qui al 2035 ha scontentato tutti: i Paesi in via di sviluppo e quelli sviluppati. Con una superficialità quasi imbarazzante si è parlato per giorni di 1000-1300 miliardi all’anno da destinare per la finanza climatica, tralasciando il dettaglio che non ci sono soldi. E, non a caso, il contraddittorio si è acceso fino a diventare scontro.

C’era una volta il temerario Frans Timmermars, c’era John Kerry e c’erano i pasdaran del green, ora lo scenario si è impoverito e al di là di allarmi plastificati lanciati a macchia di leopardo sul cattivissimo stato di salute del Pianeta, all’atto pratico si tratta sempre e solo di chiacchiere, idee e progetti che rimangono appesi nell’aria inquinata. Perché si scontrano con interessi di campanile e mancanza di fondi. Del resto, se l’incipit della Cop è stata la dichiarazione del presidente Ilham Alyev sui combustibili fossili “come dono di Dio”, a cascata pareva complicato ipotizzare passi avanti. Anche la premier Giorgia Meloni, immergendosi nel realismo più assoluto, ha ricordato nel suo intervento in presenza – almeno la presidente del Consiglio in Azerbaigian è andata – che di gas e petrolio dovremo ancora campare per anni, senza trascurare però la tutela della Terra. E quindi? Quindi ‘adelante ma con juicio’, soprattutto avanti con il nucleare. Ma pure su questo tema non c’è unanimità di vedute.

Liofilizzando il concetto, la Cop29 non rimarrà scolpita nella memoria collettiva. In fondo, è nata male fin da subito, cioè in concomitanza con l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, e si è incagliata nella recrudescenza dei conflitti e nelle ambasce finanziare degli Stati, America compresa. Appena eletto, il Tycoon ha annunciato che (ri)uscirà dagli accordi di Parigi e che riprenderà a trivellare in maniera forsennata per preservare gli interessi di patria. Non proprio un bello spot per i tavoli di discussione di Baku. Trump che, tra l’altro, all’ambiente ha designato un comprovato negazionista e sostenitore dei combustibili fossili, Christ Wright, giusto per fare capire a tutti quanto gli stia a cuore l’argomento.

Adesso l’orizzonte è quello della Cop 30 in Brasile. Lì il padrone di casa sarà Ignacio Lula da Silva che ha improntato la sua rielezione a presidente sulla salvaguardia dell’Amazzonia. Per evitare che anche le due settimane di Rio de Janeiro abbiano la consistenza di un pandoro, è indispensabile non ripetere Baku, Dubai, Sharm El Sheik. Alla ventinovesima edizione dell’appuntamento promosso dall’Onu, forse bisogna cambiare – come dire? – il format. Così è la fiera multietnica dell’inutilità, invece c’è bisogno di decarbonizzare, tutelare, coccolare il nostro Pianeta. Che non scoppia di salute. Magari è il caso di modificare approccio, di rovesciare la prospettiva visto che – ormai è conclamato – trovare un’intesa tra quasi 200 nazioni, ciascuna con ricadute diverse, è un esercizio impraticabile.

G20, Pichetto chiede una transizione giusta e punta alla Cop29: “A Baku la Carta di Venaria”

L’antipasto della Cop29 è servito. Alla ministeriale del G20 in Brasile, l’Italia porta i temi della ‘Carta di Venaria’, ovvero le dichiarazioni finali firmate al G7 della primavera scorsa alle porte di Torino. Punti su cui Gilberto Pichetto insisterà anche alla prossima conferenza internazionale sul clima, che si svolgerà a Baku, in Azerbaijan, a novembre: “La triplicazione dell’energia rinnovabile, l’impegno di accompagnamento per il nuovo nucleare e lo sviluppo dei biofuel”.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica a Iguaçu ribadisce la necessità di portare avanti una “transizione giusta, sostenibile, sicura e inclusiva basata su un approccio tecnologicamente neutro e che tenga conto della sicurezza degli approvvigionamenti”, in cui l’Italia crede fermamente. Per questo si congratula pubblicamente con la Presidenza brasiliana “che ci ricorda l’importanza della transizione energetica anche per la tutela del mondo in cui viviamo. Un mondo che è cambiato tantissimo per molti Paesi seduti intorno a questo tavolo e che anche nel settore dell’energia sta vivendo le gravi conseguenze causate dai conflitti che condanniamo con fermezza, alle porte del Mediterraneo e dell’Europa”.

Il rappresentante del Mase giudica positivamente anche “priorità e attività volte ad accelerare i finanziamenti dedicati alle transizioni energetiche per le economie in via di sviluppo”. Così come “i focus specifici su carburanti sostenibili e su clean cooking, che vanno nel senso delle iniziative che l’Italia ha proposto quale Presidenza G7”. Perché “su questi temi – avvisa Pichetto -, abbiamo la responsabilità di inviare da un forte segnale di azione, di inclusione e di solidarietà”.

In questo senso il ministro ribadisce che “i ‘Principi sulle transizioni giuste ed inclusive’ sono un importante punto di riferimento che l’Italia ha già deciso di perseguire”. Dunque, il nostro Paese “intende contribuire alla definizione della Coalizione globale per la Pianificazione energetica, promossa dalla Presidenza brasiliana, vista l’importanza di lavorare fianco a fianco per garantire l’accesso a sistemi energetici sicuri, accessibili, competitivi e sostenibili, in particolare per i Paesi più vulnerabili, verso un futuro a emissioni nette zero entro il 2050”.

Questo perché, sottolinea il ministro dell’Ambiente italiano, “ritengo di fondamentale importanza l’impegno di lavorare assieme per accelerare lo sviluppo di sistemi di stoccaggio dell’energia, così da contribuire all’obiettivo globale di triplicare la capacità rinnovabile e promuovere la sicurezza energetica”. Proprio i principi adottati nella ‘Carta di Venaria’.