L’Artico si scalda molto più velocemente. Cnr: “Fondamentale finanziare ricerca”

L’Artico è un eccezionale termometro della salute del Pianeta intero. Qui il riscaldamento globale corre più in fretta e gli scienziati stanno cercando di capire il perché.  L’aumento della temperatura è quasi tre volte quello della media mondiale, con alcune regioni che hanno un aumento fino a 2.7°C ogni dieci anni, cioè 5-7 volte il tasso di crescita globale della temperatura. Il ghiaccio marino si riduce, sia in estensione che in spessore, a una velocità che non ha precedenti. A questo si aggiunge la fusione del permafrost terrestre e subacqueo con l’accelerazione dell’immissione di gas climalteranti in atmosfera. La riduzione del ghiaccio marino favorisce poi un incremento del traffico navale nella regione, con un aumento dei rifiuti in mare e soprattutto delle emissioni di fuliggine, che “sporca” il ghiaccio riducendone la capacità di riflettere l’energia infrarossa.

Studi recenti confermano come anche gli incendi nella zona boreale – soprattutto nelle regioni siberiane come la Yakutia – stiano pericolosamente aumentando a causa della crisi climatica in atto. Si osservano anche importanti variazioni nella struttura e nella circolazione dell’oceano e dell’atmosfera, e impatti importanti sull’ecosistema. In questo quadro, “l’interpretazione dei dati raccolti ha un valore strategico altissimo”, sottolinea Maria Chiara Carrozza, presidente del Cnr, che presenta il Programma Nazionale di Ricerche in Artico, un progetto che ha anche l’obiettivo di sostenere la presenza diplomatica nell’area, attraverso la guida da parte del Comitato Scientifico Artico. L’Italia nella ricerca ha qualcosa da dire e “questa grande competenza acquisita può dare un ruolo sempre più importante al nostro Paese”, spiega, lanciando un appello perché si sostenga la ricerca con investimenti che “ci diano prospettive a lungo termine”.

Quello che succede in Artico, non resta in Artico, ma impatta anche le medie latitudini. L’estendersi in Europa, e fino al Mediterraneo, delle conseguenze dei fenomeni di riduzione dell’ozono che hanno caratterizzato l’Artico nel 2011 e il 2020, è stato messo in evidenza dai ricercatori italiani e danno il polso dell’interazione e interconnessione tra le regioni artiche e le nostre latitudini. Per questo, il Pra si è focalizzato sul fenomeno dell’“amplificazione artica”, sugli ecosistemi, sull’atmosfera e sulla colonna d’acqua dei mari artici, sulle ricostruzioni paleoclimatiche e sugli effetti della crisi climatica sulle popolazioni che vivono in Artico.

La norma istitutiva del Pra inserisce il Programma nel quadro delle collaborazioni internazionali dell’Italia relative all’Artico, con esplicito riferimento all’International Arctic Science Committee (IASC), al Sustaining Arctic Observing Network (SAON), al Ny Alesund Managers Committee (NyMASC), all’Arctic Science Ministerial (ASM) ed al Consiglio Artico. Recentemente, l’Italia ha acquisito una nuova nave da ricerca polare da parte dell’Ogs, la nave oceanografica Laura Bassi, che ha già effettuato una prima campagna, con tre progetti di ricerca co-finanziati su fondi Pra, e che auspicabilmente potrà tornare in Artico, in coordinamento con le attività previste in Antartide. A questa disponibilità si aggiunge, a partire dal 2023, quella della nave oceanografica del Cnr, Gaia Blu, in grado di svolgere ricerche in oceano e in aree polari artiche durante la stagione estiva.

Il progetto è stato finora finanziato con 1 milione di euro all’anno: il Cnr, attraverso il CSA, riesce a mettere a call circa l’80% di questo budget. Le call fatte finora sono state due per progetti di ricerca e una per potenziamento di infrastrutture di ricerca. E’ in uscita una terza call per progetti di ricerca, con un budget di circa 1,4 milioni di euro.

 

(Photocredit: Vittorio Tulli – Cnr)

Tags:
, ,

Gli escrementi di balena? Fanno bene al clima e fertilizzano gli oceani

Gli escrementi di balena? Valgono il loro peso in oro. Almeno per gli ecosistemi. E’ quanto emerge da uno studio dell’Istituto norvegese di ricerca marina, che ha esaminato la concentrazione di sostanze nutritive negli escrementi di balena prima che si dissolvano nell’acqua di mare. E la scoperta è tanto semplice quanto importante: gli escrementi fertilizzano gli oceani proprio come fanno le mucche e le pecore sulla terraferma.

I ricercatori hanno quindi analizzato le feci delle balenottere comuni arpionate dai balenieri, visto che la Norvegia è uno dei pochi paesi al mondo ad autorizzare la caccia commerciale di questi cetacei. Le 15.000 balene che ogni estate migrano verso l’arcipelago norvegese delle Svalbard, nell’Artico, rilasciano ogni giorno circa 600 tonnellate di escrementi sulla superficie dell’acqua, circa 40 kg per animale, che rilasciano, secondo lo studio, circa 10 tonnellate di fosforo e sette tonnellate di azoto, nutrienti essenziali per la crescita del fitoplancton, le microscopiche alghe che, tramite la fotosintesi, assorbono l’anidride carbonica per trasformarla in ossigeno.

Gli scienziati hanno concluso che gli escrementi di balena contribuiscono dallo 0,2 al 4% della produzione primaria giornaliera di fitoplancton nella regione delle Svalbard. “Il vero contributo delle balene è probabilmente più alto perché queste stime non includono l’urina, che è molto ricca di azoto”, spiega il capofila della ricerca Kjell Gundersen. Infatti, ogni balenottera comune – un animale di 40-50 tonnellate in età adulta che si nutre per filtrazione ingerendo grandi quantità di acqua – rilascia “diverse centinaia di litri di urina” al giorno.

“Se ci sono meno balene, c’è il rischio che ci sarà meno fertilizzazione della superficie degli oceani”, dice Gundersen. “E una maggiore produzione di fitoplancton significa più CO2 assorbita”. E quindi una frazione infinitesimale del riscaldamento globale in meno.

 

(Photocredit: AFP)

Dodici ricercatori isolati per 9 mesi in Antartide per studiare il clima

Dodici scienziati trascorreranno nove mesi in completo isolamento per studiare il clima e la biomedicina. Prende, infatti, il via nella base italo-francese Concordia, a 3.300 metri di altitudine nel continente antartico, la 19esima campagna invernale del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e gestito da ENEA per l’organizzazione e la logistica e dal Cnr per il coordinamento scientifico. Sono 12 gli esperti selezionati che trascorreranno nove mesi in completo isolamento: 5 italiani del PNRA, 6 francesi dell’Istituto polare Paul Emile Victor (IPEV) e un medico tedesco dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Durante tutto l’inverno polare, infatti, la stazione non sarà più raggiungibile a causa delle temperature esterne proibitive, che possono scendere fino a -80°C. In questi mesi saranno condotti studi su clima, glaciologia, fisica e chimica dell’atmosfera e biomedicina e diverse attività di manutenzione della stazione.

L’inizio del winterover coincide ogni anno con la chiusura della stazione costiera Mario Zucchelli a Baia Terra Nova, che serra i battenti per riaprire il prossimo ottobre con l’arrivo del contingente della nuova spedizione estiva. Nel corso dell’attuale campagna sono stati condotti oltre 50 progetti di ricerca su scienze dell’atmosfera, geologia, paleoclima, biologia, oceanografia e astronomia, nonostante le difficoltà causate dal ridotto spessore del ghiaccio. I dati raccolti in Antartide saranno poi elaborati e analizzati nei laboratori di diversi enti di ricerca e università italiane. Hanno partecipato alla spedizione 240 ricercatori e tecnici, tra cui 23 esperti militari di Esercito, Marina, Aeronautica, Arma dei Carabinieri e Vigili del fuoco.

Dopo la chiusura della base Zucchelli, le attività di ricerca proseguono, oltre che a Concordia, anche a bordo della nave Laura Bassi, impegnata nella seconda campagna oceanografica nel Mare di Ross con studi dedicati alla geofisica. La rompighiaccio italiana, di proprietà dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), si è resa protagonista nei giorni scorsi di un record mondiale toccando il punto più a sud dell’emisfero raggiungibile via nave. Le condizioni del mare, straordinariamente libero dai ghiacci, hanno consentito ai ricercatori di effettuare importanti analisi, profilature e attività di pesca scientifica. La Laura Bassi rientrerà al porto di Lyttelton in Nuova Zelanda i primi di marzo, mentre il rientro in Italia è atteso per la seconda metà di aprile.

 

(Photocredit ENEA)

Fridays for future FFf

Il 3 marzo sciopero globale per il clima. Fridays For Future: “Siamo energia rinnovabile”

Sarà il prossimo 3 marzo il nuovo sciopero globale per il clima. Lo annuncia il movimento Fridays For Future, che dal 2019 scende in piazza per dire che “le azioni per la giustizia climatica non sono più rimandabili”. “La nostra rabbia – dicono gli attivisti – è energia rinnovabile”.

Le politiche climatiche italiane, spiegano dal movimento, “sono gravemente insufficienti e si manifestano con totale incoerenza: tempistiche tardive, mancanza di un legame tra visione di lungo periodo e obiettivi di medio termine, scarsa implementazione e monitoraggio degli obiettivi raggiunti e disallineamento delle politiche nei diversi livelli dell’amministrazione pubblica”. Ecco allora che, nonostante il costo degli impianti rinnovabili diminuisca di anno in anno, l’Italia, “sceglie di soddisfare l’80% della propria energia primaria con le fonti fossili, creando ostacoli burocratici alle alternative sostenibili e partecipative, come le comunità energetiche”.

In un panorama di generale sfiducia verso le istituzioni rispetto alla capacità di affrontare la sfida climatica, Fridays For Future invita, quindi, “chiunque senta l’urgenza di agire a scendere in piazza, per una nuova giornata mondiale di mobilitazione”. “Prima che la situazione diventi irreversibile – afferma Michela Spina, portavoce del movimento – dobbiamo rinnovare la nostra rabbia ancora e ancora, e manifestare insieme venerdì 3 marzo. Scenderemo nelle piazze di tutto il mondo per trasformare quella rabbia in proposte concrete verso un mondo decarbonizzato”.

Tante le questioni ancora aperte. Nel 2022, ricorda Fridays For Future, in Italia si sono verificati 310 eventi estremi, per la maggior parte siccità, grandinate, trombe d’aria e alluvioni. Sono morte 29 persone a causa dei disastri ambientali. Quella del 2022 è stata l’estate più calda della storia Europea, che nel sud Italia ha fatto registrare temperature record. A novembre 2022 la media di CO2 nell’atmosfera si aggirava attorno a 420 ppm (parti per milione). Soli 10 punti sotto il limite indicato dagli esperti (climatewatchdata.org) per mantenere l’aumento della temperatura globale sotto gli 1.5°C.

E, ancora, “mentre nella maggior parte dei comuni italiani aumenta il costo dei trasporti pubblici con nuove tariffe record, le compagnie energetiche vantano miliardi in extra-profitti”. “Aumentano anche le bombe climatiche, progetti di esplorazione ed estrazione di combustibili fossili ad alte emissioni che da soli basterebbero a far surriscaldare il pianeta oltre il limite. Mai come oggi si sente forte la necessità di dare nuova voce alla scienza”.

Raffreddare i poli? Tecnicamente si può e costa poco

Immaginate di salire con un aereo a 13 chilometri d’altitudine. Sorvolare la Patagonia se siete nell’emisfero sud – oppure la Scandinavia o l’Alaska, a nord. E una volta raggiunta la stratosfera rilasciare, per circa due minuti, microscopiche particelle di aerosol. Se fatto per due volte all’anno con una piccola flotta di 125 aerei, darete forma a un sottile strato che lentamente raggiungerà il polo nord e il polo sud. E che sarà capace di riflettere una parte della radiazione solare per ridurre di 2 °C la temperatura dei poli sottostanti, proteggendoli.

Troppo bello per funzionare? E invece no. Una ricerca pubblicata da Environmental Research Communications ne ha calcolato implicazioni e fattibilità. Il costo? 11 miliardi di dollari all’anno. Cioè nulla, se può servire a ridurre lo scioglimento dei ghiacci ed evitare l’innalzamento dei mari in tutto il pianeta.

In realtà l’idea di iniettare aerosol nella stratosfera contro il global warming è dibattuta da decenni. Ma se oggi sembrano superati i limiti legati all’efficienza del processo, “restano comunque effetti negativi da tenere in considerazione” come spiega il climatologo Maurizio Maugeri, professore di Fisica dell’atmosfera alla Statale di Milano.

Il primo problema riguarda l’impatto dei voli stratosferici: “Stiamo finalmente recuperando concentrazioni di ozono in atmosfera dopo il calo degli ultimi decenni” spiega il professore, “siamo sicuri di non rischiare, con un’operazione di questo tipo, un nuovo decremento?”. Le particelle che dovrebbero fare da scudo alla radiazione solare infatti – si legge nella ricerca – sarebbero composte da anidride solforosa, gas che ossiderebbe in acido solforico per poi coagularsi in aerosol liquidi dopo un mese nella stratosfera. Composti che, inoltre, tornerebbero lentamente sulla terra sotto forma di deposizioni acide.

Lo studio pubblicato è in realtà molto onesto, e le criticità sono espresse con chiarezza”, spiega Maugeri, “e resta senz’altro molto importante continuare a studiare questo argomento di ricerca vista la situazione di crisi ambientale che stiamo vivendo”. Ma come ogni progetto di geoingegneria vanno valutati gli effetti indiretti, “di cui” continua Maugeri, “non conosciamo con precisione la pericolosità”.

E questo è il punto più importante. Modificare anche un piccolo equilibrio legato alla temperatura atmosferica può avere impatti molto evidenti: come per esempio lo spostamento del confine tra una zona tropicale e una zona equatoriale molto umida, oppure trasformare un’area del mondo oggi ricca di precipitazioni in un’area impossibile da coltivare e viceversa.

Il punto è: chi si prende la responsabilità di un cambiamento che provocherebbe reazioni a catena (anche di approvvigionamento alimentare) su aree e popolazioni diverse? “La governance del mondo purtroppo non è fatta per gestire potenziali conflitti di questo genere” spiega Maugeri, “e al di là delle difficoltà tecnologiche il vero rischio sarebbe innescare cambiamenti che possono avere impatti importanti e difficili da prevedere”. Detta male: l’atmosfera è una sola, chi decide se e come intervenire?

AFP

In Inghilterra la ‘fabbrica’ del clima: sole o pioggia per testare efficienza energetica

Il termometro segna -16°C e una bufera di neve cade su due case di nuova costruzione. Queste condizioni, estreme per il nord dell’Inghilterra, sono artificiali, ricreate in un laboratorio che testa l’efficienza energetica degli edifici. Dalla sala di controllo di questo enorme hangar nero dall’aspetto futuristico in un campus universitario fuori Manchester, gli scienziati possono variare la temperatura da -20 a +40°C, generare neve, pioggia, vento o radiazioni solare. Questa ricerca consentirà agli accademici, ma anche alle aziende private del settore, che potranno affittare il laboratorio, di progettare le case del futuro, con prestazioni energetiche aumentate.

L’obiettivo, “è riuscire a riprodurre le condizioni meteorologiche di circa il 95% delle aree popolate del pianeta”, spiega il professor Will Swan, direttore dei laboratori Energy House dell’Università di Salford. L’imponente laboratorio, inaugurato a metà gennaio e composto da due locali separati, potrà testare tipologie abitative provenienti da tutto il mondo per “capire come renderle carbon neutral ed efficienti dal punto di vista energetico“.

Le prime due case da testare sono tipicamente britanniche, costruite da aziende con una presenza nel Regno Unito. Rimarranno in piedi da sei mesi a qualche anno e, una volta completati i test, saranno demolite. “Testiamo tutto. Porte, finestre, isolamento, materiali, persino sistemi di riscaldamento e condizionamento“, elenca Will Swan. I volontari andranno anche a vivere lì, in modo che lo studio sia il più vicino possibile alle condizioni reali. Se nella camera climatica le temperature sono gelide, all’interno di una delle case, costruite in collaborazione dal promotore immobiliare britannico Barratt e dal gruppo francese di materiali Saint-Gobain, c’è un tempore omogeneo. I mattoni sono decorativi e nascondono un telaio in pannelli di legno e isolamento.
Qui vengono testati diversi sistemi di riscaldamento. L’ingresso ha uno specchio riscaldato. Nel soggiorno, i battiscopa ospitano un circuito di acqua calda e una modanatura sul soffitto emette infrarossi, proprio come un pannello fissato alla parete. Secondo i costruttori, le prestazioni di questa casa permetterebbero di dividere per quattro la bolletta energetica rispetto ad un’equivalente abitazione tradizionale.

La vera novità è che qui la ricerca non dipende più dai capricci del cielo: “Possiamo testare le condizioni meteorologiche di un anno in una settimana“, sostiene Tom Cox, direttore tecnico e sviluppo di Saint-Gobain nel Regno Unito. “La velocità” di ottenere risultati ma anche “la capacità di isolare una specifica variabile meteorologica sono assolutamente determinanti”, assicura.

Pompa di calore, batterie, pannelli fotovoltaici sul tetto: la casa è rivestita di apparecchiature e un centinaio di sensori misurano con precisione temperatura e consumi energetici. Nella sala di controllo, gli scienziati hanno anche telecamere termiche. E la casa si controlla da smartphone, prosegue Cox: l’azienda sta testando “un sistema di gestione per gli edifici residenziali” integrato in un’unica interfaccia e che “può essere automatizzato a piacimento dell’occupante”.

L’obiettivo è anche quello di capire come fare a meno delle caldaie a gas, la modalità di riscaldamento più diffusa nel Paese. La costruzione del laboratorio Energy House 2.0, la più grande struttura civile di questo tipo al mondo, secondo l’Università di Salford, ha richiesto poco più di due anni. È costato circa 16 milioni di sterline (18,2 milioni di euro). Il progetto è stato finanziato in particolare dal Fondo europeo di sviluppo regionale: nonostante la Brexit, questi programmi dell’Ue continueranno a funzionare nel Regno Unito fino alla loro chiusura.

Clima, Twitter ripristina account vietati e sui social aumentano le fake news

Le notizie false sui cambiamenti climatici sono proliferate online nel 2022, a partire da Twitter dove, con l’acquisizione da parte di Elon Musk, sono stati ripristinati molti account vietati. “Ciò che ci ha davvero sorpreso quest’anno è stata la rinascita del linguaggio che ricorda gli anni ’80: frasi come ‘climate hoax’ e ‘climate scam’, che negano il fenomeno del cambiamento climatico“, ha affermato Jennie King, che lavora presso l’Institute for Strategic Dialogue (ISD), un think tank londinese.

Secondo i ricercatori, tra le false affermazioni più diffuse, quella secondo cui la CO2 non ha un ruolo nel cambiamento climatico o quella che vorrebbe che il riscaldamento globale non sia causato dall’attività umana, come ha illustrato la Climate Action Against Disinformation (CAAD), una coalizione di associazioni.

Un’analisi dei post su Twitter, condotta da due scienziati informatici della City University di Londra, ha contato 1,1 milioni di tweet o retweet utilizzando termini scettici sul clima nel 2022. Si tratta del doppio rispetto al 2021, secondo i ricercatori Max Falkenberg e Andrea Baronchelli, che hanno notato che la disinformazione sui cambiamenti climatici ha raggiunto il picco a dicembre, un mese dopo il vertice COP27 e l’acquisizione di Twitter da parte di Musk. Il gruppo americano Center For Countering Digital Hate (CCDH) ha puntato il dito proprio contro Musk, che ha ripristinato molti account Twitter bannati e aperto la possibilità di pagare per un account certificato. “La decisione di Elon Musk di aprire la sua piattaforma all’odio e alla disinformazione ha causato un’esplosione di disinformazione sul clima sulla piattaforma“, ha affermato Callum Hood, capo della ricerca presso il CCHR. Il miliardario americano aveva però allertato nell’agosto 2022 sui pericoli del riscaldamento globale, che aveva descritto come un “grande rischio“.

L’uso dell’hashtag #ClimateScam (truffa climatica) è esploso su Twitter dal luglio 2022, secondo le analisi dei ricercatori. Per settimane è stato addirittura il termine di ricerca più suggerito sul sito agli internauti che digitavano la parola ‘clima’. Un quarto di tutti i tweet scettici sul clima proviene da soli 10 account, tra cui il leader del partito populista di destra canadese Maxime Bernier e Paul Joseph Watson, editore del sito di teoria della cospirazione InfoWars.

Anche altri social network sono coinvolti nella ricerca. Su TikTok, le visualizzazioni di video che utilizzano hashtag associati alla negazione del cambiamento climatico sono aumentate di 4,9 milioni, secondo Advance Democracy (ADI). La ricerca di video spesso restituiva pubblicità di prodotti scettici sul clima.

Al contrario, su Facebook, ADI ha rilevato che il numero di tali post è diminuito rispetto al 2021. Nel suo rapporto, il CAAD specifica che i contenuti scettici sul clima sono regolarmente associati ad altre informazioni false, su brogli elettorali, vaccinazioni, pandemia di Covid, migrazioni… “Stiamo senza dubbio assistendo a un’espansione delle teorie del complotto. Il clima è il nuovo argomento di divisione nel dibattito delle idee“, sottolinea Jennie King, dell’ISD.

BEI

La Bei rilancia il green italiano: 5,52 miliardi nel 2022, aumento del 32%

Verde, bianca e rossa. Ma soprattutto verde. L’Italia preme sull’acceleratore del ‘green’, grazie al contributo europeo che arriva dalla Bei, la Banca europea per gli investimenti, che nel 2022 aumenta del 32% i finanziamenti per investimenti in sostenibilità rispetto all’anno precedente. Un totale di 5,52 miliardi di euro garantiti a governo e sistema Paese solo per l’attuazione dell’agenda eco-compatibile dell’Unione europea. In altri termini, il 55% degli oltre 10 miliardi di euro complessivamente erogati per lo Stivale, è stato indirizzato per l’azione climatica.

Il rapporto annuale della Bei, contenente il resoconto dell’attività svolta nell’anno da poco passato, contiene tutta una serie di esempi di spesa virtuosa. Sul fronte dei trasporti la Bei ha fornito un prestito da 100 milioni di euro per consentire a Poste Italiane di sostituire la sua flotta tradizionale di veicoli a combustibili fossili con con veicoli a zero emissioni. Si stima che si potranno avere in circolazione fino a 4.150 veicoli elettrici per la consegna della posta nelle città e nelle periferie circostanti. Capitolo efficienza energetica: l’Italia si è aggiudicata un finanziamento da 150 milioni (forniti a Italgas) per migliorare le performance di 4.500 abitazioni, più un altro da 500 milioni (al ministero dell’Economia) per sostenere la ricostruzione di edifici danneggiati o demoliti dal terremoto che ha colpito il Centro Italia nel 2016, “con l’obiettivo di migliorare significativamente l’efficienza energetica e la sicurezza sismica dei nuovi immobili”.

Non finisce qui. Sempre il 2022 ha visto la firma della prima tranche da 500 milioni di euro dei 1,9 miliardi approvati dalla Bei per la costruzione del Tyrrhenian Link di Terna, progetto di collegamento sottomarino Sicilia-Sardegna-Italia peninsulare attraverso un doppio cavo lungo 970km e con 100MW di potenza, “contribuendo a migliorare la capacità di scambio elettrico, favorire lo sviluppo di rinnovabili e l’affidabilità della rete”. Non un caso. “Per contrastare la crisi energetica in atto, nel 2022 il Gruppo Bei ha aumentato significativamente i finanziamenti a favore della transizione ecologica in Italia”, spiega Gelsomina Vigliotti, vicepresidente della Banca europea per gli investimenti, presentando i risultati annuali. Questi investimenti “contribuiscono a produrre energia rinnovabile, garantire la sicurezza energetica, promuovere la mobilità sostenibile, e a decarbonizzare le nostre aziende”.

Il contributo per il green in Italia si inserisce in un’azione a più ampio raggio. Nel 2022 la Banca europea per gli investimenti (Bei) sostenuto la sicurezza energetica nell’Ue con finanziamenti complessivi per 17,06 miliardi di euro. Nello specifico, 6,71 miliardi di euro sono stati destinati a interventi di efficienza energetica, di cui 5,35 miliardi dedicati all’edilizia. L’istituto di credito di Lussemburgo ha inoltre finanziato progetti per sviluppo di energie rinnovabili per un totale di 5,53 miliardi di euro. Più in dettaglio, circa 1,46 miliardi di euro sono stati destinati nel settore dell’eolico (offshore e su terra), e poco più di 2,4 miliardi di euro per il solare fotovoltaico. Tutte decisioni che rispondono a uno stesso fine: l’azzeramento delle emissioni clima-alteranti. La Bei “non intende sostenere più progetti per i combustibili fossili e dedicherà il 50% dei propri investimenti in sostenibilità e lotta ai cambiamenti climatici entro il 2025”. Vero è che, numeri alla mano, i finanziamenti per la green economy e la sostenibilità “sono aumentati in modo significativo, raggiungendo i 36,5 miliardi di euro, pari al 58% del totale” erogato. “Complessivamente il gruppo sta rispettando le previsioni di raggiungere i 1000 miliardi di euro in finanziamenti verdi per la fine del decennio, avendo già sostenuto investimenti per 222 miliardi di euro negli ultimi due anni”.

Ma alle sfide già atto, quelle dei cambiamenti climatici, se ne pongono di nuove. Una su tutte: l’Inflation Reduction Act dell’amministrazione Biden. “Nel momento in cui gli Stati Uniti varano il più vasto programma di sussidi verdi della storia, è imperativo che l’Ue continui il suo percorso per la sicurezza del pianeta e la competitività della nostra economia”, il monito di Werner Hoyer, presidente del gruppo Bei. Assicura che “la nostra banca farà la propria parte per finanziare l’innovazione domestica che porta alla neutralità” climatica e di emissioni, ed esorta i capi di Stato e di governo a non restare a guardare. Al contrario, “i leader dell’Ue devono produrre una risposta forte all’Inflation Reduction Act”. Ad ogni modo, “noi faremo parte di quello che sarà deciso. Occorre mobilitare il settore privato, e noi in questo possiamo giocare un ruolo importante”.

Innes FitzGerald

Atleta inglese 16enne rinuncia ai Mondiali in Australia: “Troppa Co2 per il viaggio in aereo”

Cara British Athletics, avere l’opportunità di gareggiare per la Gran Bretagna in Australia è un privilegio. Tuttavia, è con grande rammarico che devo rifiutare questa opportunità”. Si apre così una breve lettera, pubblicata da Athletics Weekly, con cui Innes FitzGerald, giovane promessa inglese della corsa di resistenza, comunica alla federazione atletica del suo Paese di non voler prendere parte ai campionati mondiali di corsa campestre che si svolgeranno in Australia. Il motivo? La “profonda preoccupazione” che l’impatto di un volo così lungo avrebbe sull’ambiente.

Avevo solo nove anni – scrive FitzGerald – quando è stato firmato l’accordo sul clima alla Cop21 di Parigi. Ora, a distanza di otto anni, le emissioni globali sono aumentate costantemente, avviandoci verso una catastrofe climatica. Sir David King, ex consulente scientifico capo del governo, ha dichiarato: ‘Quello che faremo, credo, nei prossimi tre o quattro anni determinerà il futuro dell’umanità’. La scienza è chiara. Una svolta è possibile solo grazie a un cambiamento trasformativo derivante da un’azione collettiva e personale”. Ecco perché “non mi sentirei mai a mio agio a volare sapendo che le persone potrebbero perdere i loro mezzi di sostentamento, le loro case e i loro cari. Il minimo che possa fare è esprimere la mia solidarietà a coloro che soffrono in prima linea a causa del collasso climatico. Arrivare a una decisione non è stato facile, ma non è paragonabile al dolore che proverei nel prendere il volo”.

Una decisione forte da parte della 16enne, che però non è nuova a questo genere di iniziativa. Aveva fatto notizia, infatti, la sua decisione di arrivare dalla sua casa di Exeter, nel Devon, fino a Torino per una gara pochi giorni fa utilizzando solo treno, bus e bicicletta, proprio per la sue riluttanza a prendere aerei. Per il viaggio, insieme alla sua famiglia, ha preso un pullman notturno per Lille prima di prendere un treno per Torino via Parigi. E per percorrere il tragitto fra le stazioni, circa 20 minuti, hanno utilizzato tutti solo biciclette pieghevoli. La mia famiglia è attenta all’ambiente quanto me“, ha detto l’atleta a Athletics Weekly. “Viviamo in una casa ‘passiva’ in una piccola azienda che coltiva frutta e verdura. Quindi mio padre era felice che non volassimo. L’aviazione è l’attività più energivora che possiamo svolgere e fa esplodere l’impronta di carbonio di una persona. Non voglio tutto questo sulla mia coscienza”.

Photo credits: Instagram @innes_fitzgerald

caldo record

Clima, studio: Città sempre più calde, in media +1,38°

Secondo un’analisi pubblicata da Callendar, nel 2022 le città di diversi Paesi europei hanno registrato temperature simili alle medie di città che si trovano oltre 400 chilometri più a sud. Callendar ha analizzato le temperature delle città dell’Europa occidentale (Francia, Spagna, Portogallo e Italia) dello scorso anno e le ha confrontate con le temperature normali del periodo 1991-2020. Il risultato è che queste città hanno registrato temperature medie di 1,38°C più calde del normale, simili a quelle che si registrano normalmente in luoghi situati 425 chilometri più a Sud. I dati, che possono essere visualizzati su una mappa, mostrano che in Francia, Lille (Nord) ha registrato temperature equivalenti a quelle normalmente registrate a Pau (Sud-Ovest), Cherbourg (Nord-Ovest) a quelle di Gijón (Spagna), Perpignan (Sud) a quelle della regione di Atene e Strasburgo (Est) a quelle di San Marino.

Ciò che questi confronti mostrano è la portata dell’anomalia che abbiamo avuto nel 2022 e anche il lavoro titanico che sarà necessario per adattare le città al cambiamento climatico“, sottolinea Thibault Laconde, amministratore delegato di Callendar, una società con sede nella regione di Parigi specializzata nella valutazione dei rischi climatici.

Le città sono costruite in base al loro clima storico e quando le temperature sono così anomale, non si può trasformare Perpignan in qualcosa di simile ad Atene da un giorno all’altro“, osserva. “Tutta l’architettura, l’urbanistica, le infrastrutture, persino le abitudini degli abitanti devono essere cambiate“.

Secondo l’ultimo rapporto annuale del programma europeo sui cambiamenti climatici Copernicus (C3S), pubblicato a gennaio, gli ultimi otto anni sono stati i più caldi mai registrati nel mondo, superando di oltre un grado le temperature preindustriali. In Europa, il continente dove il riscaldamento osservato è più rapido, il 2022 è stato il “secondo anno più caldo”, ma i mesi estivi hanno stabilito un nuovo record per l’intero continente.