Smith (Deloitte): “Competitività da innnovazione, gestione costi e decarbonizzazione”

“Deloitte già da diversi anni offre servizi legati all’efficientamento energetico e alle energie rinnovabili. Quest’anno abbiamo voluto valorizzare queste competenze e l’esperienza maturata: tramite la ESCo ci avviciniamo di più ai bisogni concreti, reali, quotidiani dei nostri clienti”. Così Piercarlo Smith, director di Deloitte Climate & Sustainability, spiega l’evoluzione strategica della Energy Service Company che ha rappresentato a KEY – The Energy Transition Expo.

“Sono tante le imprese italiane che oggi vedono il costo dell’energia come uno svantaggio competitivo, soprattutto quando operano sui mercati europei e internazionali. Come Deloitte conosciamo molto bene quella che è la situazione delle imprese italiane e abbiamo individuato quella che, secondo noi, è la ‘formula della competitività’, che fondamentalmente si basa su: una gestione oculata dei costi per aumentare i margini operativi; la decarbonizzazione, perché il mercato richiede sempre più prodotti a bassa impronta carbonica, e l’innovazione. Queste sono le tre grandi sfide che oggi le imprese si trovano ad affrontare e vediamo come l’efficientamento energetico rappresenti di fatto l’unico grande ‘win-win’ perché permette da un lato di ridurre i consumi e quindi ridurre i costi per le imprese, e dall’altro meno consumi energetici si traduce anche in meno emissioni, e quindi facilita il processo di decarbonizzazione delle aziende”, ha spiegato Smith a GEA.

“Il contesto geopolitico ci sta dicendo chiaramente che l’Italia, come Paese, deve rendersi il più possibile indipendente e autonomo, e questo si può raggiungere solo attraverso un grande sforzo di lavoro sul mix energetico, quindi sul diversificare. Ci aspettiamo che nei prossimi anni torni sul tavolo la questione del nucleare perché aiuterebbe l’Italia a rendersi indipendente dalle oscillazioni e dalla volatilità del mercato”.

rifiuti smartphone

Gli smartphone inquinano quanto Paesi Bassi e Venezuela

Immaginiamo di riunire assieme tutti i 4,5 miliardi di smartphone presenti nel mondo e di misurarne in un anno l’impronta nociva sull’ambiente. Il risultato? Circa 146 milioni di tonnellate di CO2 (o CO2e, emissioni equivalenti), un quantitativo simile a quello generato da stati come i Paesi Bassi o il Venezuela. I numeri forniti da Deloitte nelle sue TMT Predictions 2022 fanno ben capire quanto operazioni all’apparenza innocue, come acquistare o utilizzare un telefonino (o un altro device elettronico), possano avere ripercussioni sull’ambiente.

Secondo il rapporto Digital Green Evolution di Deloitte, le emissioni sono collegate soprattutto alle prime fasi del ciclo di vita di uno smartphone. Ben l’83% del totale è collegato alla produzione, al trasporto e al primo anno di utilizzo. Solo l’11% delle emissioni riguarda l’utilizzo a partire dal secondo anno di vita, mentre risulta residuale l’impatto delle attività di ripristino di smartphone esistenti (4%) e i processi di fine-vita, riciclo incluso (1%). Questo scenario rende evidente che la strada maestra per ridurre l’impronta ambientale degli smartphone è quella di incidere sulla produzione, favorendo soprattutto l’utilizzo di materiali riciclati che limitino le attività di estrazione delle terre rare, particolarmente inquinanti. Fondamentale anche allungare il ciclo di vita dei prodotti, rendendo maggiormente vantaggiosa la riparazione rispetto alla sostituzione del dispositivi. E in tal senso potrà giocare un ruolo chiave l’eventuale estensione del diritto alla riparazione che attualmente non include gli smartphone e altri device quali tablet e pc portatili.

Diritto riparazione

Anche i consumatori però possono fare la loro parte, adottando comportamenti maggiormente consapevoli. Oggi la vita media degli smartphone è stimata tra i 2 e i 5 anni, ma la tendenza sembra essere quella di ritardare sempre più la sostituzione del device. Secondo Deloitte, nel 2016 due italiani su tre dichiaravano di aver acquistato nell’ultimo anno e mezzo uno smartphone, mentre nel 2021 questa quota si è abbassata a poco meno della metà. Trend simili sono stati rilevati anche in Paesi come Germania, Regno Unito, Austria e Belgio.

Questa tendenza è senza dubbio positiva per l’ambiente, anche se pare essere più legata a motivazioni di stampo economico che a un’effettiva coscienza green dei consumatori in fatto di smartphone. Sempre secondo la ricerca di Deloitte, solo il 14% di chi acquista uno smartphone considera la durata attesa del dispositivo come una caratteristica importante nella scelta del modello. Si bada molto più a caratteristiche tecniche come la durata della batteria (49%), la velocità del processore (32%), la qualità della fotocamera (27%) e la capacità della memoria (27%), piuttosto che al semplice richiamo del brand (24%). Inoltre, appena il 2% presta attenzione all’eventuale impiego di materiali riciclati. Stesse dinamiche anche per chi utilizza uno smartphone usato o ricondizionato, cioè appena il 7% dei partecipanti all’indagine Deloitte. Tra questi, solo il 9% afferma di aver compiuto questa scelta per la volontà di essere rispettosi dell’ambiente: la spinta principale invece arriva dalla maggior economicità rispetto a un cellulare nuovo e dalla possibilità di ‘ereditare’ il device da parenti o amici (41% per entrambe le motivazioni).