Parigi 2024, la Senna è di nuovo inquinata: a rischio le gare di triathlon. Test sospesi

Non è bastato il milione e mezzo di euro speso per migliorare la qualità dell’acqua e renderla balneabile: la Senna non ha retto due giorni di piogge e il suo livello di inquinamento è tale che, dopo quella di domenica, anche la sessione di lunedì degli allenamenti del triathlon è stata sospesa. Ma il Comitato organizzatore dei Giochi olimpici di Parigi rassicura: “Le gare di martedì e mercoledì si terranno”.

Dopo una riunione tra lo stesso comitato, le autorità locali e Météo-France, la Federazione internazionale di triathlon ha così preso la “decisione di annullare la parte di nuoto del triathlon di familiarizzazione” prevista per lunedì mattina, come il giorno precedente, perché i “livelli di qualità dell’acqua (…) non offrono sufficienti garanzie”. La colpa? Della “pioggia caduta su Parigi” venerdì, durante la cerimonia di apertura, e sabato.

Non è chiaro quale sia il livello di batteri E.Coli ed enterococchi riscontrato nella Senna, ma dal momento che “la priorità è la salute degli atleti”, si è scelto di non farli scendere in acqua. Evidentemente la soglia di sicurezza è stata superata. La decisione di permettere o meno agli atleti di nuotare nel fiume viene presa la sera prima dell’evento sulla base di una serie di fattori, tra cui le analisi della qualità dell’acqua effettuate il giorno precedente, che richiedono 24 ore per emettere il loro verdetto. Se la qualità dell’acqua fosse insufficiente il giorno 1, gli organizzatori hanno previsto dei “giorni di emergenza” per rinviare gli eventi.

Il triathlon è la prima disciplina olimpica a svolgersi nella Senna, prima del nuoto in acque libere nella seconda settimana delle Olimpiadi di Parigi. L’evento di triathlon individuale maschile dovrebbe iniziare martedì alle 8, prima dell’individuale femminile mercoledì alla stessa ora. Non ci sarà quindi una ricognizione preventiva del percorso di nuoto nel fiume, a partire dal ponte Alexandre-III. E questo in un momento in cui la portata della Senna, ingrossata dalle piogge delle ultime settimane, è tre volte superiore al suo livello estivo abituale (oltre 400 m3/secondo lunedì mattina, rispetto ai 100-150 in tempi normali).

Gli organizzatori sono “fiduciosi che la qualità dell’acqua tornerà al di sotto dei limiti prima dell’inizio delle gare di triathlon del 30 luglio”, cioè martedì, “viste le previsioni meteo per le prossime 36 ore”. “Domani la situazione tornerà alla normalità”, ha assicurato la sindaca di Parigi Anne Hidalgo a France Bleu Paris, sottolineando che “la pioggia di venerdì è stata eccezionale”. Ma attenzione ai temporali in vista della gara di mercoledì. Martedì sera sono previste forti piogge che si sposteranno dal centro della Francia alla regione parigina, rischiando quindi di compromettere di nuovo la qualità del fiume.

Si tratta del momento della verità per gli organizzatori delle Olimpiadi di Parigi: lo Stato e le autorità locali hanno investito 1,4 miliardi di euro per rendere la Senna e il suo principale affluente, la Marna, balneabili per le Olimpiadi e poi per il grande pubblico. “È grazie a tutti questi investimenti che la situazione si sta ripristinando molto rapidamente”, ha ribadito la sindaca.

A causa delle forti piogge, la qualità dell’acqua della Senna è stata scarsa per gran parte del mese di giugno, ma da allora è migliorata: le analisi della qualità dell’acqua sono state recentemente conformi agli standard sanitari per sei giorni su sette, dal 17 al 23 luglio.

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Gli inquinanti dell’aria aumentano il rischio di paralisi cerebrale nei bambini

L’esposizione agli inquinanti atmosferici durante la gravidanza è associata al rischio di paralisi cerebrale tra i nati a termine. Lo rivela uno studio pubblicato su Jama Network e condotto in Canada, secondo il quale l’esposizione prenatale al PM2.5 ambientale è legata a un rischio aumentato di paralisi cerebrale nei bambini.

La ricerca è stata condotta su 1,59 milioni di coppie madre-bambino con gravidanze singole giunte a termine in tutti gli ospedali dell’Ontario tra il 2002 e il 2017 e i dati sono stati analizzati da gennaio a dicembre 2022. Le concentrazioni medie settimanali di particolato fine con diametro di 2,5 μm (PM2.5) o inferiore, di biossido di azoto (NO2) e di ozono (O3) durante la gravidanza, assegnate in base alla residenza materna dichiarata al momento del parto, sono state ricavate da stime satellitari e da quelle a livello del suolo. I casi di paralisi cerebrale sono stati accertati da una singola diagnosi di ricovero ospedaliero o da almeno 2 diagnosi ambulatoriali dalla nascita ai 18 anni: 3170 (0,2%) bambini hanno ricevuto una diagnosi di questo tipo.

La paralisi cerebrale è la causa più comune di disabilità fisica nell’infanzia e rappresenta un gruppo di disturbi del neurosviluppo non progressivi, clinicamente eterogenei, caratterizzati da disabilità motoria. Compare precocemente nella vita e porta a una disabilità motoria che dura per sempre. La sua prevalenza complessiva è rimasta stabile nel tempo tra 1 e 4 per 1000 nati vivi.

L’esposizione prenatale all’inquinamento atmosferico è associata a un rallentamento dello sviluppo neurologico nelle prime fasi della vita e a un aumento del rischio di problemi di sviluppo neurologico. Sebbene nessuno studio sugli animali o sull’uomo abbia mai riportato un legame diretto tra inquinamento atmosferico e paralisi cerebrale, per i ricercatori “è possibile” che l’esposizione a livelli elevati di inquinanti possano aumentare i rischi.

Dalla ricerca, infatti, è emerso che alti livelli di inquinamento atmosferico sono associati a un rischio di paralisi cerebrale 1,12 volte superiore alla media. “Sono necessari – spiegano gli autori – ulteriori studi per esplorare questa associazione e i suoi potenziali percorsi biologici, che potrebbero far progredire l’identificazione dei fattori di rischio ambientali della paralisi cerebrale nella prima infanzia”.

Corte di giustizia Ue: “Ilva sospenda le attività se ci sono rischi per la salute”

“Se presenta pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute umana, l’esercizio dell’acciaieria Ilva di Taranto dovrà essere sospeso. Spetta al Tribunale di Milano valutarlo”. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Ue in merito al ricorso presentato da cittadini contro il proseguimento delle attività dell’acciaieria.

La Corte ha ricordato che l’acciaieria Ilva ha iniziato le sue attività nel 1965 e, contando circa 11 mila dipendenti e avendo una superficie di circa 1.500 ettari, è una delle più grandi acciaierie d’Europa. Ha anche precisato che, nel 2019, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato che l’acciaieria provocava significativi effetti dannosi sull’ambiente e sulla salute degli abitanti della zona. “Varie misure per la riduzione del suo impatto sono state previste sin dal 2012, ma i termini stabiliti per la loro attuazione sono stati ripetutamente differiti”, ha evidenziato la Corte. In quel contesto, molti abitanti della zona hanno agito in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano contro il proseguimento dell’esercizio dell’acciaieria, sostenendo che le sue emissioni nuocciono alla loro salute e che l’installazione non è conforme ai requisiti della direttiva relativa alle emissioni industriali. A quel punto, il Tribunale di Milano si è chiesto se la normativa italiana e le norme derogatorie speciali applicabili all’acciaieria Ilva per garantirne la continuità fossero in contrasto con la direttiva ed ha, per questo, adito la Corte al riguardo.

La Corte ha sottolineato anzitutto “lo stretto collegamento tra la protezione dell’ambiente e quella della salute umana, che costituiscono obiettivi chiave del diritto dell’Unione, garantiti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Ha rilevato che la direttiva contribuisce al conseguimento di questi obiettivi e alla salvaguardia del diritto di vivere in un ambiente atto a garantire la salute e il benessere. Mentre, secondo il governo italiano, la direttiva non fa alcun riferimento alla valutazione del danno sanitario, la Corte rileva che la nozione di ‘inquinamento’ ai sensi di tale direttiva include i danni tanto all’ambiente quanto alla salute umana.

Pertanto, “la valutazione dell’impatto dell’attività di un’installazione come l’acciaieria Ilva su tali due aspetti deve costituire atto interno ai procedimenti di rilascio e riesame dell’autorizzazione all’esercizio”, ha puntualizzato la Corte.

Secondo il Tribunale di Milano, tale presupposto non è stato rispettato per quanto riguarda il danno sanitario. “Il gestore deve altresì valutare tali impatti durante tutto il periodo di esercizio della sua installazione”. Inoltre, secondo il Tribunale di Milano, le norme speciali applicabili all’acciaieria Ilva hanno consentito di rilasciarle un’autorizzazione ambientale e di riesaminarla senza considerare talune sostanze inquinanti o i loro effetti nocivi sulla popolazione circostante. Ebbene, la Corte rileva che “il gestore di un’installazione deve fornire, nella sua domanda di autorizzazione iniziale, informazioni relative al tipo, all’entità e al potenziale effetto negativo delle emissioni che possono essere prodotte dalla sua installazione. Solo le sostanze inquinanti che si ritiene abbiano un effetto trascurabile sulla salute umana e sull’ambiente possono non essere assoggettate al rispetto dei valori limite di emissione nell’autorizzazione all’esercizio”.

La Corte ha affermato che, contrariamente a quanto sostenuto dall’Ilva e dal governo italiano, il procedimento di riesame non può limitarsi a fissare valori limite per le sostanze inquinanti la cui emissione era prevedibile. Occorre tener conto anche delle emissioni effettivamente generate dall’installazione nel corso del suo esercizio e relative ad altre sostanze inquinanti. “In caso di violazione delle condizioni di autorizzazione all’esercizio dell’installazione, il gestore deve adottare immediatamente le misure necessarie per garantire il ripristino della conformità della sua installazione a tali condizioni nel più breve tempo possibile. In caso di pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute umana, il termine per applicare le misure di protezione previste dall’autorizzazione all’esercizio non può essere prorogato ripetutamente e l’esercizio dell’installazione deve essere sospeso”, ha concluso la Corte.

Allarme Unicef: “L’inquinamento atmosferico è il 2° fattore di rischio di morte per i bimbi”

Photo credit: Unicef 2024

Secondo la quinta edizione del Rapporto State of Global Air (SoGA), l’inquinamento atmosferico sta avendo un impatto crescente sulla salute umana, diventando il secondo principale fattore di rischio di morte a livello globale. Il Rapporto, pubblicato oggi dall’Health Effects Institute (HEI- un’organizzazione di ricerca indipendente no-profit con sede negli Stati Uniti), realizzato per la prima volta in collaborazione con l’UNICEF, ha rilevato che l’inquinamento atmosferico è stato responsabile di 8,1 milioni di decessi a livello globale nel 2021. In aggiunta a questi decessi, molti altri milioni di persone convivono con malattie croniche debilitanti, mettendo a dura prova i sistemi sanitari, le economie e le società.

Il Rapporto rileva che i bambini al di sotto dei cinque anni sono particolarmente vulnerabili, e gli effetti sulla salute includono nascita prematura, basso peso alla nascita, asma e malattie polmonari. Nel 2021, l’esposizione all’inquinamento atmosferico è stata collegata a più di 700.000 decessi di bambini al di sotto dei cinque anni, rendendolo il secondo fattore principale di rischio di morte a livello globale per questa fascia di età, dopo la malnutrizione. Ben 500.000 di questi decessi di bambini erano legati all’inquinamento atmosferico domestico dovuto alla cottura in casa con combustibili inquinanti, soprattutto in Africa e in Asia.

PREOCCUPAZIONE PER LA SALUTE GLOBALE. Il nuovo Rapporto SoGA offre un’analisi dettagliata dei dati recentemente pubblicati dallo studio Global Burden of Disease del 2021, che mostra il grave impatto sulla salute umana di inquinanti come il particolato fine esterno (PM2,5), l’inquinamento atmosferico domestico, l’ozono (O3) e il biossido di azoto (NO2) in tutto il mondo. Il rapporto include dati relativi a più di 200 Paesi e territori in tutto il mondo, indicando che quasi ogni persona sulla terra respira ogni giorno livelli malsani di inquinamento atmosferico, con implicazioni di vasta portata per la salute. Oltre il 90% dei decessi dovuti all’inquinamento atmosferico – 7,8 milioni di persone – è attribuito all’inquinamento atmosferico da PM2,5, compreso quello ambientale e domestico. Queste minuscole particelle, che misurano meno di 2,5 micrometri di diametro, sono così piccole che rimangono nei polmoni e possono entrare nel flusso sanguigno, influenzando molti sistemi degli organi e aumentando il rischio di malattie non trasmissibili negli adulti come le malattie cardiache, l’ictus, il diabete, il cancro ai polmoni e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Secondo il rapporto, il PM2,5 è risultato essere il più costante e accurato indicatore di risultati negativi per la salute in tutto il mondo. “Ci auguriamo che il nostro Rapporto State of Global Air fornisca sia le informazioni che l’ispirazione per un cambiamento“, ha dichiarato la presidente dell’HEI, Elena Craft. “L’inquinamento atmosferico ha enormi implicazioni per la salute. Sappiamo che migliorare la qualità dell’aria e la salute pubblica globale è pratico e realizzabile“.

INQUINAMENTO ATMOSFERICO E CAMBIAMENTO CLIMATICO. L’inquinamento atmosferico da PM2,5 deriva dalla combustione di combustibili fossili e biomassa in settori quali i trasporti, le abitazioni, le centrali elettriche a carbone, le attività industriali e gli incendi boschivi. Queste emissioni non solo hanno un impatto sulla salute delle persone, ma contribuiscono anche ai gas serra che stanno riscaldando il pianeta. Le popolazioni più vulnerabili sono colpite in modo sproporzionato sia dai rischi climatici che dall’aria inquinata. Nel 2021, l’esposizione a lungo termine all’ozono ha contribuito a 489.518 decessi stimati a livello globale, tra cui 14.000 decessi per BPCO legati all’ozono negli Stati Uniti, più alti rispetto ad altri Paesi ad alto reddito. Con il continuo riscaldamento del mondo dovuto agli effetti del cambiamento climatico, le aree con alti livelli di NO2 possono aspettarsi livelli più elevati di ozono, con effetti ancora più gravi sulla salute. Per la prima volta, il Rapporto di quest’anno include i livelli di esposizione e i relativi effetti sulla salute del biossido di azoto (NO2), compreso l’impatto dell’esposizione a NO2 sullo sviluppo dell’asma dei bambini. I gas di scarico del traffico sono una delle principali fonti di NO2, il che significa che le aree urbane densamente popolate, in particolare nei Paesi ad alto reddito, registrano spesso i livelli più elevati di esposizione all’NO2 e di impatto sulla salute. “Questo nuovo Rapporto ci ricorda con chiarezza l’impatto significativo che l’inquinamento atmosferico ha sulla salute umana, con un onere troppo elevato a carico dei bambini piccoli, delle popolazioni più anziane e dei Paesi a basso e medio reddito“, ha dichiarato Pallavi Pant, responsabile del settore Salute globale dell’HEI, che ha supervisionato la pubblicazione del rapporto SoGA. “Questo indica chiaramente l’opportunità per le città e i Paesi di considerare la qualità dell’aria e l’inquinamento atmosferico come fattori ad alto rischio quando si sviluppano politiche sanitarie e altri programmi di prevenzione e controllo delle malattie non trasmissibili”.

LA SALUTE DEI BAMBINI. Alcuni dei maggiori impatti sulla salute dell’inquinamento atmosferico si registrano nei bambini. I bambini sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento atmosferico e i suoi danni possono iniziare già nel grembo materno, con effetti sulla salute che possono durare tutta la vita. Ad esempio, i bambini inalano più aria per chilogrammo di peso corporeo e assorbono più inquinanti rispetto agli adulti mentre i loro polmoni, i loro corpi e i loro cervelli sono ancora in fase di sviluppo. L’esposizione all’inquinamento atmosferico nei bambini piccoli è legata alla polmonite, responsabile di 1 decesso su 5 di bambini a livello globale, e all’asma, la malattia respiratoria cronica più comune nei bambini più grandi. Le disuguaglianze legate all’impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei bambini sono impressionanti. Il tasso di mortalità legato all’inquinamento atmosferico nei bambini al di sotto dei cinque anni in Africa orientale, occidentale, centrale e meridionale è 100 volte più alto rispetto alle loro controparti nei Paesi ad alto reddito. “Nonostante i progressi nella salute materna e dei bambini, ogni giorno quasi 2.000 bambini sotto i cinque anni muoiono a causa degli impatti sulla salute legati all’inquinamento atmosferico“, ha dichiarato Kitty van der Heijden, vicedirettrice generale dell’UNICEF.La nostra inazione sta avendo effetti profondi sulla prossima generazione, con ripercussioni sulla salute e sul benessere per tutta la vita. L’urgenza globale è innegabile. È indispensabile che i governi e le imprese prendano in considerazione queste stime e i dati disponibili a livello locale e li utilizzino per elaborare azioni significative e incentrate sui bambini per ridurre l’inquinamento atmosferico e proteggere la salute dei bambini“.

I PROGRESSI. Il rapporto SoGA contiene anche buone notizie. Dal 2000, il tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni è diminuito del 53%, grazie soprattutto agli sforzi volti ad ampliare l’accesso all’energia pulita per cucinare, oltre che ai miglioramenti nell’accesso all’assistenza sanitaria e alla nutrizione e a una maggiore consapevolezza dei danni associati all’esposizione all’inquinamento atmosferico domestico. Molti Paesi, in particolare quelli che registrano i livelli più elevati di inquinamento atmosferico, stanno finalmente affrontando il problema di petto. Le azioni per la qualità dell’aria in regioni come l’Africa, l’America Latina e l’Asia, come l’installazione di reti di monitoraggio dell’inquinamento atmosferico, l’attuazione di politiche più severe sulla qualità dell’aria o la compensazione dell’inquinamento atmosferico dovuto al traffico con il passaggio a veicoli ibridi o elettrici, stanno avendo un impatto misurabile sull’inquinamento e sul miglioramento della salute pubblica. Sebbene si stiano registrando progressi, si può fare di più per impedire che l’inquinamento atmosferico continui a prevalere su altri rischi per la salute diventando una delle principali minacce per milioni di vite.

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L’inquinamento minaccia la salute più di guerre, alcol, droga e terrorismo messi insieme

L’inquinamento, in tutte le sue forme, rappresenta una minaccia per la salute maggiore di quella rappresentata da guerra, terrorismo, malaria, HIV, tubercolosi, droghe e alcol messi insieme. Lo rileva uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology.

I ricercatori dell’Università di Edimburgo, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai, del Global Observatory on Planetary Health del Boston College, del Centre Scientifique de Monaco, dell’University Medical Centre di Mainz e del Victor Chang Cardiac Research Institute si sono concentrati sul riscaldamento globale, sull’inquinamento atmosferico e sull’esposizione ai fumi degli incendi boschivi, evidenziando anche i fattori meno noti che determinano l’insorgere di malattie cardiache, tra cui l’inquinamento del suolo, acustico e luminoso e l’esposizione a sostanze chimiche tossiche. “Ogni anno circa 20 milioni di persone in tutto il mondo muoiono a causa di malattie cardiovascolari e gli inquinanti svolgono un ruolo sempre più importante”, spiega Jason Kovacic, direttore e amministratore delegato del Victor Chang Cardiac Research Institute con sede in Australia.

Gli agenti inquinanti sono noti come fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, ma colpiscono l’organismo in modi diversi. Il fumo e le altre tossine possono essere inalati direttamente nel tratto respiratorio inferiore e raggiungere il sangue, per poi essere trasportati ad altri organi e in tutto il corpo. Possono causare uno stress ossidativo che può danneggiare le cellule e gli organi, compreso il cuore. L’inquinamento acustico e quello luminoso possono influenzare i modelli di sonno, provocare infiammazioni e portare a un aumento della pressione sanguigna e del peso. Il caldo estremo può anche portare a disidratazione, riduzione del volume del sangue, aumento dello sforzo cardiovascolare e insufficienza renale acuta.

L’inquinamento atmosferico esterno e interno, insieme, è associato a oltre sette milioni di morti premature all’anno, di cui oltre il 50% è dovuto a cause cardiovascolari, principalmente cardiopatie ischemiche e ictus. Durante le ondate di calore, il rischio di mortalità cardiovascolare legata al caldo può aumentare di oltre il 10%. A livello globale, poi, si stima che il fumo degli incendi sia responsabile di 339.000-675.000 morti premature all’anno.

“I nostri corpi sono bombardati da inquinanti da ogni angolazione, che si ripercuotono sulla salute del nostro cuore. Le prove suggeriscono che il numero di persone che muoiono prematuramente a causa di queste diverse forme di inquinamento è molto più alto di quanto attualmente riconosciuto”, spiega Kovacic.

Il team di ricercatori ha quindi formulato una serie di raccomandazioni tra cui l’attuazione di modifiche alla progettazione delle città che favoriscano la salute del cuore, come l’aumento della copertura arborea, mezzi sicuri per gli spostamenti attivi e la riduzione dell’uso dei veicoli. Chiedono, poi, di porre fine ai sussidi all’industria dei combustibili fossili “per consentire maggiori investimenti nelle energie rinnovabili e nella produzione di energia più pulita”, ma anche “una formazione medica” specifica sui crescenti pericoli degli inquinanti.

L’aria degli uffici urbani è più inquinata di una strada trafficata

L’aria che esce dagli edifici adibiti a uffici nelle aree urbane potrebbe essere più inquinata di quanto si credesse. Lo rivela uno studio della Purdue University. Un team di ricerca guidato da Brandon Boor, professore associato presso la Lyles School of Civil Engineering, ha pubblicato una nuova ricerca sulla rivista Cell Reports Sustainability in cui si afferma che gli edifici moderni rilasciano continuamente composti organici volatili (VOC) nell’aria esterna e probabilmente contribuiscono in modo significativo al carico di queste sostanze dell’atmosfera urbana. Il team ha condotto misurazioni dirette dello scambio di inquinanti nell’aria esterna-interna in un edificio per uffici ad alte prestazioni, utilizzando una strumentazione all’avanguardia per la qualità dell’aria e una piattaforma avanzata di automazione degli edifici.

Tradizionalmente pensiamo di filtrare l’aria esterna che entra nei nostri edifici. Sulla base dei risultati del nostro studio, ora dobbiamo considerare la pulizia dell’aria che esce dai nostri uffici, dalle nostre case e dalle nostre scuole per ridurre le emissioni nell’ambiente esterno“, dice Boor. Lo scopo di questa ricerca, spiega lo scienziato, è quello di misurare accuratamente i composti organici volatili nell’aria che entra ed esce dagli edifici urbani.

I moderni edifici pubblici e commerciali sono in genere dotati di sistemi di riscaldamento, ventilazione e condizionamento per migliorare la qualità dell’aria interna e il comfort termico. Quando l’aria urbana viene fatta circolare meccanicamente all’interno, la sua composizione può cambiare in modo significativo. I materiali da costruzione, gli arredi, gli occupanti e le loro attività – come cucinare, pulire e usare prodotti di consumo e per la cura personale – possono rilasciare una varietà di contaminanti gassosi e particellari che possono essere scaricati direttamente nell’atmosfera urbana. La ricerca di Boor ha rilevato che le concentrazioni di composti organici volatili negli ambienti interni sono da 2 a 15 volte superiori a quelle esterne e che, per unità di superficie, le emissioni negli edifici sono paragonabili a quelle del traffico, delle industrie e delle emissioni biogeniche.

In particolare, il team ha scoperto che l’ufficio è una fonte significativa di emissioni di monoterpeni reattivi e silossani nell’ambiente esterno. I silossani sono ampiamente utilizzati in deodoranti, profumi, lozioni e prodotti per la cura dei capelli. Un recente studio ha rilevato che le routine quotidiane per la cura dei capelli rilasciano grandi quantità di silossani nell’aria esterna attraverso gli scarichi del bagno, dimostrando ulteriormente come gli edifici possano influire sull’inquinamento dell’aria esterna.

Un algoritmo per tracciare l’inquinamento dell’aria: lo strumento messo a punto da ENEA

Arriva l’algoritmo in grado di tracciare l’inquinamento dell’aria per settore ed area geografica. Si chiama ORSA ed è stato messo a punto dall’ENEA per identificare la provenienza per settore e area geografica delle emissioni inquinanti, tenendo traccia dell’origine anche durante le trasformazioni chimico-fisiche in atmosfera. Grazie al supporto del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e della società Arianet, l’algoritmo ORSA è già operativo nel sistema ENEA di monitoraggio della qualità dell’aria MINNI, che fornisce previsioni giornaliere delle principali concentrazioni di gas e particolati negli strati più bassi dell’atmosfera (a tre giorni per l’Italia e a quattro per l’Europa).

Questo strumento funziona come un vero e proprio sistema di tracciabilità che permette di ‘etichettare’ le emissioni per conoscere il ‘contributo’ specifico di ogni singola fonte alle concentrazioni di inquinanti in atmosfera”, spiega Gino Briganti del Laboratorio ENEA di Inquinamento atmosferico, primo autore dello studio pubblicato su Atmosphere insieme ai colleghi Ilaria D’Elia, Mihaela Mircea e Antonio Piersanti. “È pensato in particolare per le amministrazioni locali – prosegue Briganti – che hanno il compito di preservare la qualità dell’aria e la salute dei cittadini attraverso politiche che vadano a incidere direttamente sulle fonti più inquinanti che comprendono il traffico stradale, il riscaldamento domestico, gli allevamenti, i fertilizzanti e l’industria. Ad esempio, ARPA Piemonte lo ha utilizzato per un suo studio”.

Attualmente esistono i cosiddetti inventari delle emissioni, compilati per legge dalle agenzie ambientali, che catalogano e calcolano la quantità di massa di ogni sostanza inquinante che ha impatto su salute e ambiente (ossidi di azoto, ossidi di zolfo, polveri, composti organici volatili, ammoniaca, metalli pesanti) emessa dalle diverse sorgenti. “Tuttavia, tale informazione non è sufficiente per capire ‘chi fa cosa e quanto’ in aria, perché lo spostamento delle masse d’aria e i processi chimici e fisici in atmosfera modificano le caratteristiche degli inquinanti a cui sono esposti l’uomo e l’ambiente”, spiega Antonio Piersanti, responsabile del Laboratorio ENEA di Inquinamento Atmosferico. Ad esempio, le polveri, trasportate e disperse dal vento, vanno incontro a deposizione sulle superfici e a risospensione successiva, a seconda delle loro dimensioni, che dipendono dal tipo di sorgente; l’ozono, un inquinante tipicamente estivo, non viene emesso direttamente da sorgenti naturali o antropiche, ma si genera in aria da reazioni chimiche che coinvolgono ossidi di azoto e composti organici volatili, cioè sostanze emesse da diverse attività antropiche e dalla vegetazione.

Il nostro algoritmo ha dimostrato di essere uno strumento adeguato per orientare la pianificazione delle politiche di qualità dell’aria, perché rileva la composizione ‘attuale’ e non ‘potenziale’ dell’atmosfera (come in altri metodi), mettendo in luce le principali sorgenti sulle quali agire; successivamente, occorrerà uno studio modellistico completo, con maggiori costi di calcolo, che vada a stimare direttamente gli effetti delle specifiche riduzioni delle emissioni considerate dalle politiche di qualità dell’aria in esame”, sottolinea Piersanti.

Una prima applicazione sperimentale su scala nazionale del metodo ORSA ha già confermato che nei mesi invernali, in Italia, le maggiori concentrazioni di PM10 sono attribuibili al riscaldamento residenziale, specialmente nei centri abitati. Nella Pianura Padana, il traffico e l’agricoltura hanno un impatto rilevante sull’inquinamento dell’aria. Inoltre, ad esempio, in alcune località rurali della Lombardia, le concentrazioni estive di ozono sono prevalentemente originate in altre regioni oppure derivano da alti strati dell’atmosfera confermando che questo inquinante, particolarmente dannoso per la salute e l’ambiente, è originato da contributi non localizzati, ma proviene dal trasporto per centinaia di chilometri e dalla trasformazione chimica di altri inquinanti.

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Per rimuovere il piombo dall’acqua basta…una birra

Ogni anno i birrifici producono e scartano migliaia di tonnellate di lievito in eccesso. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e del Georgia Tech hanno ora trovato un modo per riutilizzare quel lievito per assorbire il piombo dall’acqua contaminata. Attraverso un processo chiamato biosorbimento, il lievito può assorbire rapidamente anche tracce di piombo e altri metalli pesanti dall’acqua. I ricercatori hanno dimostrato di poter confezionare il lievito all’interno di capsule di idrogel per creare un filtro che rimuove il piombo dall’acqua. Poiché le cellule di lievito sono incapsulate, possono essere facilmente rimosse dall’acqua una volta che è pronta da bere.

“Il fatto che i lieviti stessi siano biobased, benigni e biodegradabili è un vantaggio significativo rispetto alle tecnologie tradizionali”, spiega Patricia Stathatou, ex postdoc presso il MIT Center for Bits and Atoms, ora ricercatrice presso il Georgia Tech e prossima assistente alla School of Chemical and Biomolecular Engineering del Georgia Tech.

I ricercatori prevedono che questo processo possa essere utilizzato per filtrare l’acqua potabile che esce dai rubinetti delle case, o per trattare grandi quantità di acqua negli impianti industriali.

Le capsule sono fatte di un polimero chiamato polietilenglicole (PEG), ampiamente utilizzato nelle applicazioni mediche. Quando la miscela viene illuminata dai raggi Uv, i polimeri si legano tra loro formando appunto capsule con il lievito intrappolato all’interno.

Secondo i ricercatori, questo processo consumerebbe probabilmente meno energia rispetto ai processi fisico-chimici esistenti per la rimozione di tracce di composti inorganici dall’acqua, come la precipitazione e la filtrazione a membrana. Questo approccio, radicato nei principi dell’economia circolare, potrebbe ridurre al minimo i rifiuti e l’impatto ambientale, favorendo al contempo le opportunità economiche delle comunità locali. Questo approccio potrebbe avere un impatto particolarmente significativo nelle aree a basso reddito che storicamente hanno dovuto affrontare l’inquinamento ambientale e l’accesso limitato all’acqua pulita, e che potrebbero non essere in grado di permettersi altri modi per rimediare, dicono i ricercatori.

Gli esperti stanno ora esplorando le strategie per riciclare e sostituire il lievito una volta esaurito e sperano di capire se sia possibile utilizzare materie prime derivate dalla biomassa per produrre gli idrogel, invece di polimeri basati su combustibili fossili.

“In futuro, questa è una tecnologia che può essere evoluta per colpire altri contaminanti in traccia di interesse emergente, come i Pfas o persino le microplastiche”, dicono i ricercatori.

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Gas cancerogeni nell’abitacolo delle auto: allarme degli scienziati

Il calore favorisce la circolazione nell’abitacolo delle auto di un gas tossico derivante dai ritardanti di fiamma, che si trovano, ad esempio, nella schiuma dei sedili. E’ quanto emerge da uno studio statunitense pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology. La ricerca, condotta da ricercatori della Duke University, dell’Università di Berkeley e dell’Università di Toronto mostra che uno di questi prodotti, il trifosfato (TCIPP), è presente nell’aria del 99% dei veicoli testati.
“La nostra ricerca ha scoperto che i materiali interni rilasciano sostanze chimiche dannose nell’aria dell’abitacolo delle nostre auto”, spiega l’autrice principale Rebecca Hoehn, scienziata della Duke University. “Considerando che il conducente medio trascorre circa un’ora in macchina ogni giorno, si tratta di un problema significativo per la salute pubblica. È particolarmente preoccupante per i guidatori che effettuano spostamenti più lunghi così come per i passeggeri bambini, che respirano più aria rispetto agli adulti”.

I ricercatori hanno rilevato ritardanti di fiamma all’interno degli abitacoli di 101 auto (modello 2015 o successivo) provenienti da tutti gli Stati Uniti. Il 99% delle auto conteneva tris (1-cloro-isopropil) fosfato (TCIPP), un ritardante di fiamma oggetto di indagine da parte dell’U.S. National Toxicology Programma come potenziale cancerogeno. Nella maggior parte delle auto erano presenti ritardanti di fiamma aggiuntivi a base di esteri organofosforici, tra cui tris (1,3-dicloro-2-propil) fosfato (TDCIPP) e tris (2-cloroetil) fosfato (TCEP), due agenti cancerogeni della Proposition 65 della California. Questi e altri ritardanti di fiamma sono anche collegati a danni neurologici e riproduttivi.

In condizioni normali, la concentrazione di TCIPP è simile a quella che si trova all’interno di una casa. Ma quando la temperatura sale, sia all’interno che all’esterno dell’auto, le concentrazioni di questa sostanza aumentano bruscamente. E la presenza di TCIPP nelle schiume dei sedili rafforza questo effetto. Il problema è che il TCIPP è potenzialmente cancerogeno, secondo un rapporto pubblicato nel 2023 dal Dipartimento della Salute degli Stati Uniti. Testato su ratti e topi, ha causato tumori al fegato e all’utero.

L’astronomia che inquina: scienziato americano si batte per studi sostenibili

Anche la scienza dello spazio è ‘colpevole’ di inquinamento. Le emissioni di carbonio associate ai viaggi aerei per partecipare a conferenze professionali costituiscono una frazione considerevole di quelle prodotte dai ricercatori in ambito accademico. Andrea Gokus, borsista del McDonnell Center presso il Dipartimento di Fisica delle Arti e delle Scienze della Washington University di St. Louis, da tempo si batte per una riduzione di queste emissioni. In un articolo pubblicato su PNAS Nexus, Gokus e i suoi collaboratori hanno stimato le emissioni di CO2 equivalenti per i viaggi alle conferenze per tutte le 362 riunioni aperte nel campo dell’astronomia nel 2019. Il totale è stimato in 42.500 tonnellate, ovvero circa 1 tonnellata per partecipante a ogni riunione. “Fare rete e discutere di nuovi sviluppi scientifici durante le riunioni è importante per far progredire il settore, ma si possono fare degli aggiustamenti per ridurre il loro pesante costo di carbonio“, spiega Gokus.

Grazie alle riunioni a distanza, le emissioni di CO2 equivalenti dovute ai viaggi possono essere quasi completamente eliminate. Ma queste offerte virtuali spesso non sono considerate come efficienti opportunità di networking. Gli organizzatori di riunioni dovrebbero considerare la possibilità di localizzare le conferenze il più vicino possibile alla maggior parte dei partecipanti, dice Gokus, evitando scenari in cui la maggior parte di essi viaggia in aereo a livello intercontinentale.

Io e i miei coautori siamo tutti membri dell’organizzazione di base Astronomers for Planet Earth, o A4E“, spiega l’esperto, che si è interessato per la prima volta all’astronomia sostenibile durante la riunione annuale della Società Astronomica Europea del 2020, che si è svolta durante la pandemia.

Oltre alle riunioni virtuali, Gokus e i suoi coautori propongono formati ibridi e riunioni tenute in un piccolo numero di centri fisici, che possono poi essere collegati virtualmente.
Questo approccio ha il potenziale di ridurre soprattutto i viaggi a lungo raggio (cioè intercontinentali), che contribuiscono alla maggior parte delle emissioni. Se i viaggi intercontinentali sono inevitabili, gli autori dello studio suggeriscono di massimizzare il tempo trascorso nella destinazione del viaggio: visitando gli istituti dei collaboratori nel Paese, ad esempio, e scegliendo collegamenti in treno o autobus durante le visite. Queste scelte non solo rendono le riunioni di astronomia più ecologiche, ma possono anche rendere il settore più inclusivo. I viaggi sono spesso più impegnativi per chi proviene da istituti meno ricchi, per chi è lontano dagli hub nordamericani ed europei, per chi deve gestire complesse procedure burocratiche per i visti, per i ricercatori disabili e per chi ha responsabilità di cura.

Il bello di rendere gli incontri più sostenibili è che può facilmente andare di pari passo con il rendere l’astronomia più inclusiva“, spiega Gokus. “Utilizzando la tecnologia per connettersi virtualmente, possiamo promuovere un approccio collaborativo più inclusivo, che può aiutarci a far progredire ulteriormente la nostra comprensione dell’universo. È importante lavorare insieme come comunità per raggiungere questo obiettivo, perché non esiste un pianeta B“.