



Un team guidato da ricercatori dell’Università di Washington ha scoperto una delle cause principali del calo dell’attività notturna degli impollinatori, e la colpa è in gran parte dell’uomo. Gli scienziati hanno scoperto che i radicali nitrati (NO3) presenti nell’aria degradano le sostanze chimiche odorose rilasciate da un comune fiore selvatico, riducendo drasticamente le indicazioni su cui si basano gli impollinatori notturni per individuare il fiore. Nell’atmosfera, questa sostanza è rilasciata, ad esempio, dalla combustione di gas e carbone, quindi da automobili, centrali elettriche e altre fonti. I risultati, pubblicati sulla rivista Science, sono i primi a mostrare come l’inquinamento notturno crei una catena di reazioni chimiche che degradano le indicazioni olfattive, rendendo i fiori non rilevabili all’olfatto. I ricercatori hanno anche stabilito che l’inquinamento ha probabilmente un impatto mondiale sull’impollinazione.
Il team – guidato da Jeff Riffell, professore di biologia dell’UW, e Joel Thornton, professore di scienze atmosferiche dell’UW – ha studiato l’enotera pallida (Oenothera pallida). Hanno scelto questa specie perché i suoi fiori bianchi emettono un profumo che attrae un gruppo eterogeneo di impollinatori, tra cui le falene notturne, che sono uno dei più importanti. Hanno raccolto campioni di profumo dai fiori dell’enotera e hanno scoperto che la reazione con l’NO3 ha quasi eliminato alcune sostanze chimiche del profumo. Gli esperimenti in ambiente naturale hanno confermato questi risultati: il team ha dimostrato che le ‘visite’ delle falene – che hanno un olfatto migliaia di volte più sviluppato di quello umano – ai fiori si riducevano del 70%.
“Il nostro approccio potrebbe servire ad altri per studiare l’impatto delle sostanze inquinanti sulle interazioni tra piante e impollinatori, e per arrivare davvero ai meccanismi sottostanti“, spiega Thornton.

Le cannucce di plastica che finiscono negli ecosistemi marini rendono antiestetiche le spiagge e creano problemi a tartarughe e uccelli marini. Per questo motivo, le persone preferiscono sempre di più le alternative commercializzate come biodegradabili o compostabili. Ma i microrganismi marini riescono degradare le cannucce? Uno studio pubblicato su ACS Sustainable Chemistry & Engineering rivela che alcune cannucce commerciali in bioplastica o carta potrebbero disintegrarsi entro otto o 20 mesi negli oceani.
Per combattere l’inquinamento da plastica, alcune regioni degli Stati Uniti hanno limitato la presenza di polimeri tradizionali, come il polipropilene (PP), nelle cannucce. Queste politiche hanno fatto crescere il mercato degli articoli monouso in carta o bioplastica. Tuttavia, i materiali sostitutivi devono mantenere la loro funzionalità, in modo che non si sfaldino al primo sorso, ma si degradino se finiscono nel terreno, nell’acqua dolce o in quella salata. Sebbene la prossima generazione di bioplastiche potrà essere in grado di soddisfare entrambi i requisiti, si sa poco su quanto tempo i prodotti realizzati con questi materiali durino nell’oceano prima di degradarsi completamente rispetto ad altri materiali. Bryan James, Collin Ward e colleghi dell’American Chemical Society hanno quindi condotto esperimenti utilizzando acqua di mare per studiare la durata ambientale di diverse cannucce e trovare un modo per accelerare la degradazione delle bioplastiche di nuova generazione.
Il team ha scoperto che dopo 16 settimane le cannucce di carta hanno perso il 25-50% del loro peso iniziale. Secondo i ricercatori, questi prodotti dovrebbero disintegrarsi completamente negli oceani costieri entro 10 mesi per la carta, 15 mesi per il PHA (poliidrossialcanoati) e 20 mesi per il CDA.
Utilizzando le stesse condizioni sperimentali, i ricercatori hanno poi esaminato come la modifica della struttura del materiale CDA, da solido a schiuma, abbia influito sulla durata della bioplastica nell’ambiente. Hanno osservato che la schiuma CDA si rompeva almeno due volte più velocemente della versione solida e hanno stimato che una cannuccia fatta con il prototipo di schiuma si sarebbe disintegrata nell’acqua di mare in otto mesi – la durata più breve di qualsiasi altro materiale testato.

L’uso di biocarburanti potrebbe ridurre del 90% le emissioni inquinanti delle automobili, in particolare del cosiddetto ‘fumo nero’. A rivelarlo è uno studio dell’Università di Malaga in collaborazione con il Future Power Systems Group dell’Università di Birmingham (Regno Unito) che ha indagato su come ridurre le emissioni dei veicoli senza influire sulle prestazioni del motore. I risultati di questo studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Fuel.
Diversi i tipi di biocarburanti utilizzati, ad esempio bio-alcoli come il butanolo, il pentanolo e il ciclopentanolo, e bio-chetoni, ad esempio il ciclopentanone, che possono essere prodotti da rifiuti derivati da biomasse residue, come oli esausti, alghe, scarti agricoli e forestali o liquami, e sono a basso contenuto di carbonio.
“La nostra ricerca dimostra che i biocarburanti studiati, ottenuti in laboratorio, oltre a produrre pochissima fuliggine, si comportano nel motore in modo simile al carburante di qualsiasi stazione di servizio, il che significa che non ci sarebbe bisogno di apportare modifiche per farlo funzionare normalmente”, spiega Francisco Javier Martos, autore principale dello studio.
Secondo il ricercatore, questo lavoro traccia una nuova strada che potrebbe ridurre le emissioni di fuliggine dei motori termici e, quindi, attenuare i problemi ambientali e di salute pubblica associati.
“Le particelle di fuliggine emesse dai motori vengono espulse nell’ambiente e rimangono sospese nell’aria, incidendo sul clima, poiché aumentano l’effetto serra, e sulla salute pubblica, poiché non si depositano al suolo e quindi è molto probabile che vengano inalate dagli esseri viventi”, spiega Martos.
Questa ricerca “apre le porte all’uso di carburanti non derivati dal petrolio che potrebbero ridurre le emissioni di inquinanti nei veicoli”. Il raggiungimento della commercializzazione è un obiettivo a lungo termine di questo team scientifico internazionale, che ha già stipulato accordi con alcuni marchi commerciali.

Il nuovo sindaco di Atene, Haris Doukas, punta a piantare 25.000 alberi nella capitale greca nei prossimi 5 anni, nel tentativo di rinfrescare una metropoli dell’Europa meridionale densamente popolata e ricoperta di cemento che soffoca in estate. Dal suo vasto ufficio che si affaccia su un’area di edifici e asfalto senza una sola macchia verde, il sindaco, insediatosi il 1° gennaio, fa una constatazione cupa e condivisa da molti ateniesi: “In estate il centro è diventato invivibile“. La causa sono “le alte temperature, le microparticelle (…) e la riduzione del 23% del verde nelle aree montuose circostanti“, decimate dai ripetuti incendi degli ultimi sei anni, ha spiegato in un’intervista all’AFP. Durante l’estate del 2023, quando la Grecia è stata colpita da una delle più lunghe ondate di calore degli ultimi decenni, il termometro di Atene era rovente, con temperature che hanno superato i 40°C in numerose occasioni.
Il caldo in una città con pochi spazi verdi costrinse le autorità a chiudere l’Acropoli durante la parte più calda della giornata. Secondo l’Osservatorio nazionale di Atene, luglio 2023 è stato il mese più caldo mai registrato in Grecia dall’inizio delle registrazioni meteorologiche nel 1863, causando incendi devastanti, soprattutto nella regione intorno ad Atene, che hanno distrutto vaste aree forestali. Haris Doukas, ex professore di politica energetica al Politecnico di Atene, si è battuto per la tutela dell’ambiente e per una transizione verde in una capitale dove l’edilizia continua a imperversare senza sosta e il traffico pesante è un fastidio che esaspera molti residenti.
Atene ha una popolazione di 650.000 abitanti, ma con la sua vasta conurbazione, “circa 3 milioni di persone si muovono ogni giorno in città“, spiega. Sostenuto dal partito socialista Pasok, Haris Doukas, 43 anni, ha sorpreso vincendo le elezioni comunali di ottobre contro il sindaco uscente Kostas Bakoyannis, nipote del primo ministro conservatore Kyriakos Mitsotakis. “Sono qui per presentare i risultati scientifici e lottare per trovare soluzioni“, ha dichiarato Doukas.
Piantando 5.000 alberi all’anno nei cinque anni del suo mandato, il nuovo sindaco vuole creare “percorsi freschi” in modo che gli ateniesi possano godere di strade ombreggiate che collegano parchi e colline verdi come Lycabetta, che domina il centro della città. “In estate, creeranno una sensazione di freschezza e ridurranno la temperatura percepibile“, promette il sindaco, pur riconoscendo che “lo spazio è limitato, è una città di cemento, ma abbiamo molte possibilità“. L’ondata di calore estivo è un killer silenzioso per Haris Doukas, che sostiene che sia la causa di diverse migliaia di morti ogni anno.
Atene, che come il resto del Paese ha sofferto una lunga e amara crisi finanziaria i cui effetti si fanno ancora sentire, è ben lontana dalle ambizioni di altre capitali europee. Il Comune di Parigi si è impegnato a piantare 170.000 alberi in cinque anni. Entro l’estate del 2023, a metà del suo mandato, l’ufficio del sindaco ha dichiarato di aver già piantato 63.500 alberi per un’area di 105 km2 , rispetto ai 39 km2 della stessa Atene. Lo scorso febbraio, la Grecia è stata condannata dalla Corte di giustizia europea per la scarsa qualità dell’aria ad Atene e per non aver adottato le misure necessarie. Nella capitale greca, i limiti di biossido di azoto sono stati sistematicamente superati tra il 2010 e il 2020, ha sentenziato la Corte. Haris Doukas vuole anche incoraggiare il car-pooling, che finora è stato molto limitato. Un’altra ambizione è quella di installare pannelli solari sugli edifici comunali, in particolare “per coprire il fabbisogno elettrico delle scuole“.

È allarme smog a Roma. Dopo la notte di Capodanno, i livelli di polveri sottili sforano la soglia in diverse zone della Capitale e il dipartimento Risanamento dagli Inquinamenti adotta un ‘provvedimento di prevenzione dell’inquinamento atmosferico’ con cui raccomanda ai soggetti a rischio di “evitare di esporsi prolungatamente alle alte concentrazioni di emissioni“.
Il primo gennaio, i limiti di PM10 erano stati superati in tre stazioni: Preneste, Corso Francia e Tiburtina. Ma l’assessora all’Ambiente, Sabrina Alfonsi, smorza le polemiche: “Le previsioni nei prossimi giorni sono nella norma, non c’è bisogno di un’ordinanza del sindaco. Chiudiamo l’anno senza che nessuna centralina di Roma abbia superato gli sforamenti consentiti. Lo scorso anno, per esempio, li avevamo avuti a Roma Est, al Tiburtino”, spiega contattata da GEA.
I livelli altissimi di inquinamento sono dovuti ai festeggiamenti della notte di San Silvestro, assicura l’assessora, nonostante fosse in vigore una ordinanza del sindaco Roberto Gualtieri per vietarli.
“C’è stato un picco enorme di PM10 nella giornata dell’1 gennaio. E’ abbastanza chiaro che sia dipeso dai fuochi d’artificio, tanto che a Prenestina passiamo da 76 ug/m3 il primo a 31 ug/m3 il 2 di gennaio. Stessa cosa accade a Corso Francia, passiamo da 69 ug/m3 a 32 ug/m3. Il picco è molto alto e l’abbassamento immediato, immotivato se non sapessimo che ci sono stati in mezzo i botti e i fuochi di Capodanno“, ribadisce.
Quando c’è un innalzamento delle polveri sottili, ci sono due livelli di allerta, il primo è l’informativa alla cittadinanza, con la raccomandazione ai fragili di restare a casa. “Nel caso in cui avessimo avuto un picco prolungato, ci sarebbe stato un secondo livello, l’ordinanza del sindaco per il blocco delle auto, che però in questo caso non serve”, scandisce Alfonsi.
Il superamento dello sforamento consentito non c’è stato, ma non c’è nulla da festeggiare per i medici per l’ambiente. “Tutti entrano in panico quanto più ci si avvicina ai valori di soglia, ma noi viviamo costantemente con una qualità dell’aria che non è buona, perché i livelli di particolato sottile e di biossido di azoto sono comunque sempre troppo elevati“, avverte Laura Reali, pediatra di famiglia e presidente di Isde Roma. L’Oms, ricorda, “da anni discute e richiede all’Ue limiti più bassi, i danni ci sono anche per i valori che stiamo rispettando“.
La “pessima abitudine” dei botti di Capodanno non aiuta. Ma il problema di fondo, per la dottoressa, è che è “il particolato sottile e il biossido di azoto si formano per tante cause, in parte per il traffico veicolare, buona parte per il riscaldamento delle case. E Se su questi valori elevati di base si aggiunge il Capodanno, si raggiungono livelli rischiosi“. Sui limiti, invita a “intendersi“: “Il particolato e il biossido d’azoto non ci dovrebbero essere per nulla nell’aria“.
L’1 gennaio a Roma si sono toccati i 76 ug/m3, senza superamento dello sforamento consentito dall’Unione Europea, ma per l’Oms i limiti dovrebbero essere molto inferiori, non dovrebbero superare i 20 ug/m3 e, aggiunge Reali, “sarebbe più sicuro stare sotto i 10“.
Particolato e biossido di azoto in eccesso, sopra i 40 ug/m3, possono dare effetti nell’immediato che vanno da bruciore, secrezioni, starnuti, tosse, fino all’aumento di episodi di respiro corto nei bambini e di asma e accentuazione degli attacchi di bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva) negli adulti. In questi episodi acuti, i due inquinanti giocano in maniera sinergica: uno accentua gli effetti dell’altro. “Per lunghe esposizioni, superiori alle 9 ore, si possono avere anche effetti cardiovascolari in chi ne soffre“, ricorda Reali, che giudica quindi “molto giustificata” la raccomandazione di non fare uscire i soggetti a rischio: donne in gravidanza, bambini soprattutto sotto i 2 anni, tutte le persone affette da patologie respiratorie o cardiovascolari e gli anziani.
Gli episodi come quello di Capodanno, esorta la presidente dell’Isde Roma, “vanno interpretati come un segnale per ricordarci che non respiriamo aria pulita e dovremmo fare qualcosa in più, non solo con il monitoraggio, ma in termini di riduzione delle sostanze tossiche“. Il suggerimento è, a livello personale, di adottare comportamenti virtuosi (evitare botti, utilizzare meno macchina, abbassare il riscaldamento delle case). A livello amministrativo, locale, nazionale e sovranazionale, di regolare meglio le emissioni. “Forse non sforeremo, ma non stiamo vivendo bene“, chiosa. I piani ci sono, si tratta di seguirli.

I negoziati internazionali per ridurre la proliferazione dei rifiuti di plastica si sono conclusi domenica in Kenya, in un contesto di disaccordo sulla portata del trattato e di frustrazione delle Ong ambientaliste per la mancanza di progressi concreti. I negoziatori provenienti da 175 Paesi hanno trascorso una settimana presso la sede del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) a Nairobi, cercando di trovare un terreno comune su una bozza di trattato volta a risolvere il crescente problema dell’inquinamento da plastica.
La posta in gioco in questi negoziati era alta, perché la plastica, un sottoprodotto dei prodotti petrolchimici, è ovunque: rifiuti di tutte le dimensioni si trovano già sul fondo degli oceani e sulle cime delle montagne. Microplastiche sono state rilevate anche nel sangue e nel latte materno. Sebbene le varie parti siano d’accordo sulla necessità di un trattato, ci sono divergenze di opinione sulla sostanza, con le Ong che chiedono una riduzione del 75% della produzione entro il 2040 e i Paesi produttori di petrolio e le lobby dell’industria della plastica che sostengono maggiormente il riciclo.
Al termine delle discussioni, l’Unep ha espresso soddisfazione per i progressi “sostanziali” compiuti grazie alla presenza di quasi 2.000 delegati. Durante questa settimana di negoziati, le delegazioni hanno messo sul tavolo “più idee, colmando le lacune (…) ora abbiamo un documento, una bozza di testo, che comprende molte più idee“, ha dichiarato all’AFP Stewart Harris, portavoce del Consiglio internazionale delle associazioni chimiche, un importante gruppo di pressione che difende gli interessi dell’industria della plastica. “Penso che sia stata una settimana utile“, ha dichiarato.
Diverse Ong ambientaliste hanno invece accusato alcuni Paesi, in particolare Iran, Arabia Saudita e Russia, di “ostruzionismo“. “Non sorprende che alcuni Paesi stiano bloccando i progressi, ricorrendo a manovre ostruzionistiche e procedurali”, ha dichiarato all’AFP Carroll Muffett, direttore del Center for International Environmental Law (CIEL). L’alleanza della società civile GAIA, da parte sua, ha accusato l’Unep di aver supervisionato “una riunione indisciplinata e tortuosa” che ha permesso a una minoranza di tenere “in ostaggio” i dibattiti. “Compromettere le esigenze di coloro che sono più colpiti per soddisfare i desideri di coloro che traggono profitto dal problema non è una strategia fattibile“, ha deplorato Graham Forbes di Greenpeace. Per le Ong, il tempo sta per scadere ed è necessario un trattato vincolante perché l’inquinamento da plastica è destinato a peggiorare: la produzione annuale è più che raddoppiata in vent’anni, raggiungendo i 460 milioni di tonnellate. Se non si interviene, potrebbe triplicare entro il 2060. Eppure solo il 9% della plastica viene riciclata. La plastica ha anche un ruolo nel riscaldamento globale: nel 2019 è stata responsabile del 3,4% delle emissioni globali, una cifra che potrebbe più che raddoppiare entro il 2060, secondo l’Ocse.
Prima dei colloqui, circa 60 Paesi – guidati da Ruanda, Norvegia e Unione Europea – hanno espresso la loro preoccupazione per questa tendenza e hanno chiesto “disposizioni vincolanti nel trattato per limitare e ridurre il consumo e la produzione” di plastica. Ma durante le sessioni pubbliche, diversi Paesi si sono mostrati riluttanti a sostenere una riduzione della produzione di plastica e sono emerse divisioni anche sulla questione se il trattato debba essere vincolante o volontario. “Non siamo qui per porre fine alla plastica, ma per porre fine all’inquinamento da plastica“, ha dichiarato domenica dopo la sua elezione Luis Vayas Valdivieso dell’Ecuador, nuovo presidente del Comitato internazionale di negoziazione (INC), deplorando lo “spaventoso impatto” della plastica sull’ambiente.
La riunione di Nairobi è la terza di cinque sessioni di un processo accelerato volto a concludere i negoziati il prossimo anno. Dopo la capitale keniota, i negoziati proseguiranno nell’aprile 2024 in Canada, per poi concludersi in Corea del Sud alla fine del 2024. I negoziati di Nairobi precedono di poche settimane l’inizio della conferenza sul clima Cop 28 negli Emirati Arabi Uniti, che mira a ridurre le emissioni di gas serra e ad aiutare i Paesi in via di sviluppo a far fronte alle conseguenze del cambiamento climatico, dopo un anno segnato da eventi meteorologici devastanti.

Verso la fine dell’inquinamento da plastica? I rappresentanti di 175 Paesi si riuniscono da oggi in Kenya per negoziare per la prima volta misure concrete da includere in un trattato globale vincolante per porre fine ai rifiuti di plastica. I Paesi hanno concordato lo scorso anno di finalizzare un primo trattato globale per combattere il flagello della plastica entro la fine del 2024. La posta in gioco è alta, perché le plastiche petrolchimiche sono ovunque: rifiuti di tutte le dimensioni si trovano già sul fondo degli oceani e sulle cime delle montagne. Le microplastiche sono state rilevate nel sangue e nel latte materno. I negoziatori si sono già incontrati due volte, ma la riunione che si terrà dal 13 al 19 novembre a Nairobi, sede del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), è la prima occasione per discutere una bozza di trattato pubblicata a settembre che delinea i molti modi in cui il problema della plastica può essere risolto.
Esiste un ampio consenso sulla necessità di un trattato. Ma tra le politiche difese dai diversi Paesi, dagli ambientalisti e dall’industria della plastica, le posizioni divergono. “Questa è la grande battaglia a cui assisteremo“, spiega Eirik Lindebjerg dell’Ong Wwf, che sarà tra le migliaia di partecipanti ai negoziati. Diversi Paesi e Ong ambientaliste chiedono di vietare i prodotti di plastica monouso e di introdurre regole più severe, oltre ad altre misure “ambiziose“. Da parte loro, i produttori e i principali Paesi produttori si battono per il riciclaggio e una migliore gestione dei rifiuti.
La “bozza zero” mette sul tavolo tutte le opzioni. A seconda della direzione che prenderanno i negoziati, il trattato potrebbe essere un patto per la natura o “un accordo di comodo con l’industria della plastica“, ha avvertito in ottobre l’inviato speciale delle Nazioni Unite per gli oceani, Peter Thomson. L’inquinamento da plastica è destinato a peggiorare: la produzione annuale è più che raddoppiata in 20 anni, raggiungendo i 460 milioni di tonnellate. Se non si interviene, potrebbe triplicare entro il 2060. Eppure solo il 9% viene riciclato. La plastica svolge anche un ruolo nel riscaldamento globale, rappresentando il 3,4% delle emissioni globali nel 2019, una cifra che potrebbe più che raddoppiare entro il 2060, secondo l’Ocse.
Prima delle discussioni a Nairobi, circa sessanta Paesi hanno espresso la loro preoccupazione per questa tendenza e hanno chiesto “disposizioni vincolanti nel trattato per limitare e ridurre il consumo e la produzione” di plastica. Graham Forbes, responsabile di Greenpeace, sostiene che il trattato avrà successo o fallirà “a seconda di come limiterà la produzione di plastica a monte”: “Non si può impedire che la vasca da bagno trabocchi finché non si chiude il rubinetto“, sostiene.
D’altra parte, molti Paesi – in particolare Stati Uniti, Cina, Arabia Saudita e membri dell’Opec – sono riluttanti a prendere in considerazione un taglio della produzione. L’EPS Industry Alliance, un’associazione nordamericana che difende le aziende produttrici di polistirene espanso (spesso utilizzato negli Stati Uniti per i bicchieri da asporto), sostiene che non vi sia stata una sufficiente “revisione scientifica indipendente” del trattato, mettendo in guardia dalle “conseguenze indesiderate” di alcune proposte. “C’è un’enorme quantità di retorica intorno alla plastica che è infarcita dall’ideologia dell’emozione“, sostiene il direttore esecutivo dell’associazione, Betsy Bowers, che parteciperà ai negoziati in qualità di osservatore.
L’incontro di Nairobi è la terza di cinque sessioni di un processo accelerato volto a concludere i negoziati il prossimo anno. Dopo la capitale keniota, i negoziati proseguiranno nell’aprile 2024 in Canada, prima di concludersi in Corea del Sud alla fine del 2024. A ottobre, le Figi hanno esortato le nazioni ad agire per concludere il trattato, affermando che le piccole nazioni insulari hanno bisogno di un’azione più rapida. Durante gli ultimi negoziati a Parigi, a giugno, gli ambientalisti hanno accusato i principali Paesi produttori di plastica di trascinare i colloqui. Questa volta, le sessioni sono state prolungate di due giorni. Ma sarà sufficiente? “Se non riusciranno a fare progressi qui (a Nairobi, ndr), il 2024 sarà molto intenso se si vuole raggiungere un trattato significativo entro la fine dell’anno“, afferma Eirik Lindebjerg.

La capitale indiana ha allestito una “sala da guerra verde” per combattere l’inquinamento atmosferico, che sta riducendo di dodici anni l’aspettativa di vita dei suoi abitanti. “L’inquinamento è un’emergenza“, ha dichiarato Gopal Rai, ministro dell’Ambiente di Delhi – un territorio che comprende la capitale e la sua regione, una megalopoli in rapida espansione di 30 milioni di abitanti. Nuova Delhi è regolarmente classificata tra le peggiori capitali del mondo in termini di qualità dell’aria. Una vera e propria “epidemia dell’aria“, secondo il signor Rai.
In inverno a Delhi, il livello di PM 2,5 – microparticelle cancerogene che penetrano nei polmoni e nel sangue – è spesso più di 30 volte superiore al livello massimo stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). L’inquinamento riduce l’aspettativa di vita di un abitante di Delhi di una media di 11,9 anni e di cinque anni per gli indiani in generale, secondo un rapporto pubblicato in agosto dall’Energy Policy Institute dell’Università di Chicago. Per affrontare questo problema pluridecennale, a ottobre è stato aperto un centro di coordinamento ad alta tecnologia. Qui, 17 esperti monitorano le tendenze dell’inquinamento in tempo reale su schermi giganti, utilizzando le immagini satellitari della Nasa e gli aggiornamenti degli indici di qualità dell’aria misurati dai sensori. Conosciuto come ‘Green War Room‘, il centro è una piattaforma di coordinamento collegata a 28 agenzie governative. “Non appena la qualità dell’aria si deteriora, allertiamo le nostre squadre a terra che agiscono immediatamente“, ha spiegato Anurag Pawar, ingegnere ambientale presso la War Room.
Una fabbrica inquinante può ricevere un avvertimento, un incendio in una discarica può essere spento, i veicoli che emettono fumo nero o fuochi d’artificio illegali fermati, o i camion inviati per spruzzare la polvere con acqua e farla depositare. D’altra parte, la green war room non può fare nulla per una delle principali fonti di inquinamento: l’incenerimento agricolo, responsabile della tossica foschia giallastra che, insieme alle emissioni industriali e automobilistiche, soffoca Delhi ogni inverno. Nel 2020, uno studio della rivista medica britannica The Lancet ha attribuito 1,67 milioni di morti premature all’anno precedente all’inquinamento atmosferico in India, di cui quasi 17.500 nella capitale.
L’inquinamento atmosferico è “uno dei maggiori rischi ambientali per la salute“, avverte l’Oms. Provoca ictus, malattie cardiache e respiratorie e cancro ai polmoni. Le autorità di Delhi hanno lanciato un’irrorazione biochimica per accelerare la decomposizione delle stoppie. Ma come molti sforzi ambientali, le buone intenzioni si scontrano con ostacoli politici. Secondo Rai, più di due terzi dell’inquinamento atmosferico della città è generato al di fuori dei confini di Delhi, dove le autorità locali non hanno il potere di agire. “Abbiamo introdotto gli autobus elettrici, ma negli Stati vicini gli autobus funzionano ancora a diesel“, ha dichiarato Rai all’AFP, “tutto questo ha un impatto su Delhi. L’inquinamento e il vento non possono essere limitati dai confini di Stato“.
La capitale e lo Stato del Punjab sono governati dall’Aam Aadmi Party (AAP), ma altri Stati vicini sono governati dai rivali del Bharatiya Janata Party (BJP) del primo ministro Narendra Modi. L’inquinamento è un pomo della discordia. “Ovviamente la politica ha un impatto“, ammette Rai, “ma ci sono ostacoli quando si tratta di stabilire delle regole“. Gli agricoltori, un potente gruppo elettorale, sostengono che l’incenerimento è una pratica antica, semplice e poco costosa, e che l’inquinamento urbano non li riguarda. L’Oms sottolinea che “molti fattori di inquinamento atmosferico sono anche fonti di emissioni di gas serra” e che le politiche di riduzione dell’inquinamento atmosferico “offrono una strategia vantaggiosa sia per il clima che per la salute“.
L’India rimane fortemente dipendente dal carbone per la produzione di energia. Il Paese ha visto le sue emissioni pro capite aumentare del 29% negli ultimi sette anni ed è riluttante ad attuare politiche per eliminare gradualmente i combustibili fossili inquinanti. “La Green War Room, se usata correttamente, sarà efficace nel reprimere l’inquinamento per qualche tempo“, dice Sunil Dahiya, analista del Clean Air and Energy Research Centre. “Ma non è la soluzione per ridurre le emissioni“, sottolinea, “quando si tratta di respirare aria pulita, i livelli di inquinamento devono essere ridotti e sono necessari altri cambiamenti drastici e sistematici“.

Il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (Unep) ha annunciato oggi i Campioni della Terra 2023, premiando un sindaco di città, una fondazione senza scopo di lucro, un’impresa sociale, un’iniziativa governativa e un consiglio di ricerca per le loro soluzioni innovative e l’azione trasformativa per affrontare l’inquinamento da plastica. Sin dalla sua istituzione nel 2005, il premio annuale Champions of the Earth è stato assegnato a pionieri in prima linea negli sforzi per proteggere le persone e il pianeta. Si tratta della più alta onorificenza ambientale delle Nazioni Unite. Compresi i cinque Campioni di quest’anno, il premio ha riconosciuto 116 vincitori: 27 leader mondiali, 70 individui e 19 organizzazioni. L’Unep ha ricevuto un numero record di 2.500 candidature in questo ciclo, segnando il terzo anno consecutivo in cui le candidature hanno raggiunto il massimo storico.
“L’inquinamento da plastica è un aspetto molto preoccupante della tripla crisi planetaria. Per il bene della nostra salute e del pianeta, dobbiamo porre fine all’inquinamento da plastica. Ciò richiederà niente di meno che una trasformazione completa, per ridurre la quantità di plastica prodotta ed eliminare la plastica monouso; e per passare a sistemi di riutilizzo e ad alternative che evitino gli impatti ambientali e sociali negativi di cui siamo testimoni con l’inquinamento da plastica“, ha dichiarato Inger Andersen, Direttore Esecutivo dell’Unep. “Mentre procedono i negoziati per lo sviluppo di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante sull’inquinamento da plastica, i Campioni della Terra di quest’anno dimostrano che sono disponibili soluzioni innovative che possono ispirarci a ripensare il nostro rapporto con la plastica“.
I Campioni della Terra 2023 dell’UNEP sono i seguenti.
Il sindaco Josefina Belmonte di Quezon City, Filippine, premiata nella categoria Leadership politica, sta guidando l’azione ambientale e sociale attraverso una serie di politiche per combattere la crisi climatica, porre fine all’inquinamento da plastica e rendere più verde l’enclave urbana. Le sue iniziative comprendono il divieto di utilizzare la plastica monouso, un programma di commercio per l’inquinamento da plastica, stazioni di rifornimento per i prodotti di prima necessità e la difesa di una politica globale forte in materia di plastica.
La Ellen MacArthur Foundation (Regno Unito), premiata nella categoria Ispirazione e Azione, ha svolto un ruolo di primo piano nell’integrazione di un approccio al ciclo di vita, anche per la plastica. La Fondazione ha pubblicato rapporti e creato reti di decisori del settore pubblico e privato, oltre che del mondo accademico, per sviluppare iniziative e soluzioni del ciclo di vita alla crisi climatica, alla perdita di biodiversità, all’inquinamento da plastica e altro ancora. Guida l’Impegno Globale con l’Unep.
Blue Circle (Cina), premiata nella categoria Visione imprenditoriale, utilizza la tecnologia blockchain e l’Internet delle cose per tracciare e monitorare l’intero ciclo di vita dell’inquinamento da plastica, dalla raccolta alla rigenerazione, alla rifabbricazione e alla rivendita. Ha raccolto oltre 10.700 tonnellate di detriti marini, diventando il più grande programma di rifiuti plastici marini della Cina.
José Manuel Moller (Cile), anch’egli premiato nella categoria Visione imprenditoriale, è il fondatore di Algramo, un’impresa sociale dedicata alla fornitura di servizi di ricarica che riducono l’inquinamento da plastica e abbassano i costi dei beni di prima necessità. Moller lavora anche per prevenire, ridurre e gestire in modo sostenibile i rifiuti attraverso il suo ruolo di Vice Presidente del Comitato consultivo delle Nazioni Unite di personalità eminenti sui rifiuti zero, un’iniziativa istituita nel marzo 2023.
Il Council for Scientific and Industrial Research (Sudafrica), premiato nella categoria Scienza e Innovazione, utilizza una tecnologia all’avanguardia e una ricerca multidisciplinare per sviluppare innovazioni per affrontare l’inquinamento da plastica e altri problemi. È un pioniere nell’identificare alternative sostenibili alle plastiche convenzionali, nello stabilire opportunità per la produzione locale e lo sviluppo economico e nel testare la biodegradabilità della plastica.
La plastica ha trasformato la vita quotidiana e ha prodotto molti benefici per la società. Ma l’umanità produce circa 430 milioni di tonnellate di plastica ogni anno, due terzi delle quali diventano rapidamente rifiuti. La dipendenza dalla plastica a vita breve ha creato quello che gli esperti definiscono un incubo ambientale. Ogni anno, fino a 23 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica si riversano negli ecosistemi acquatici, inquinando laghi, fiumi e mari. Entro il 2040, le emissioni di carbonio associate alla produzione, all’uso e allo smaltimento della plastica convenzionale basata sui combustibili fossili potrebbero rappresentare quasi un quinto delle emissioni globali di gas serra, secondo gli obiettivi più ambiziosi dell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Le sostanze chimiche presenti nella plastica possono anche causare problemi di salute negli esseri umani. Per sconfiggere l’inquinamento da plastica, gli esperti dicono che l’umanità deve ridurre ed eliminare le plastiche inutili e problematiche, trovare alternative ecologiche al materiale, sviluppare modelli innovativi per il riutilizzo della plastica e adottare il cosiddetto approccio al ciclo di vita dell’inquinamento da plastica.