Timido aumento Pmi manifatturiero italiano, eurozona si rialza e Usa corrono
L’anno non parte bene per l’industria italiana. A gennaio il settore manifatturiero si contrae per il secondo mese consecutivo anche se suggerisce una ripresa a breve termine. Secondo l’indagine Hcob per S&P Global, l’indice principale è aumentato appena da 47,9 a 48,1 punti, segnando un secondo mese al di sotto della soglia di espansione di 50. Tra le cinque componenti maggiori del Pmi, solo l’occupazione ha indicato un’espansione. Gli esperti della Homburg Commercial Bank spiegano che a giocare un ruolo chiave è l’indicatore degli ordini, il cui volume totale è diminuito per il secondo mese consecutivo, anche se ad un tasso più lento di quelli osservati a fine 2025. Persistono le difficoltà sui mercati internazionali e infatti le vendite estere sono di nuovo diminuite, anche se non di tanto. “La domanda, sia domestica che estera, resta comunque fragile e le aziende riportano cancellazioni e condizioni di mercato complicate – spiega Nils Muller, junior economist della Hcob -. Gli ordini esteri, tranne le brevi riprese di maggio e novembre 2025, hanno continuato la tendenza di calo che ormai dura da quasi tre anni, anche se quest’ultimo è stato moderato”. Le ridotte esigenze delle imprese hanno dunque portato a un calo degli acquisti per ridurre le scorte. Ma anche con la diminuzione della domanda di fattori produttivi, i costi sono aumentati nettamente all’inizio dell’anno causando un nuovo aumento dei prezzi di vendita dei beni per la seconda volta in 3 mesi, suggerendo una pressione sui margini aziendali. Secondo Hcob, il tasso di inflazione è stato il maggiore dal novembre 2022. “I livelli occupazionali – aggiunge Muller – hanno fornito un raro barlume di speranza salendo per la prima volta in quattro mesi, poiché le aziende hanno assunto personale per lo più su base permanente, il che riflette migliori previsioni per i prossimi dodici mesi”. Lo stallo del manifatturiero italiano impedisce peraltro all’eurozona di rivedere quota 50 punti. Hcob-S&P segnalano infatti che la produzione a gennaio è aumentata per la decima volta negli ultimi 11 mesi: l’indice Pmi è rimasto comunque in territorio di contrazione (49,5 punti da 48,8) proprio perchè gli ordini sono diminuiti rispetto a dicembre, quando si era registrata la prima frenata del settore. Nel frattempo ci sono stati ancora tagli occupazionali e le aziende hanno ridotto i loro acquisti, anche se in questo caso la diminuzione è stata minima. La fiducia è comunque salita ai massimi registrati da febbraio 2022. I progressi comunque ci sono, “anche se a passo di lumaca”, come segnala Cyrus de la Rubia, capo economista della Hcob. In particolare, segnali incoraggianti sono arrivati da Grecia (indice Pmi a 54,2 punti, ai massimi da 5 mesi), Francia (51,2, al top da quasi 3 anni e mezzo) e Germania (49,1 dopo il crollo di dicembre). Diverso il discorso sulla Spagna, che negli ultimi due anni aveva segnato la crescita maggiore tra le 4 principali economie dell’eurozona: l’indice Pmi è sceso anche a gennaio dopo il calo di dicembre. Il segnale meno incoraggiante arriva sempre dai prezzi. L’analisi di Hcob conferma che il netto incremento del prezzo del gas naturale a gennaio e, a livello minore, quello del petrolio, hanno “sicuramente giocato un ruolo importante”. Secondo De La Rubia, l’impennata dei costi energetici potrebbe essere solo temporanea, dato che sembra connessa alle temperature invernali eccezionalmente fredde in Europa e Stati Uniti. Allo stesso tempo, una larga gamma di metalli industriali è diventata più cara a gennaio rispetto al mese precedente che, di per sé, non è necessariamente un segnale negativo poiché mostra una maggiore domanda a livello dell’industria globale. Ma, per le aziende che dipendono da metalli come rame, alluminio o nickel, questo incremento, assieme ai maggiori costi energetici, fa pressione sui margini. Nel frattempo corre il manifatturiero statunitense. I dati di S&P Global di gennaio hanno segnalato “un miglioramento solido e più marcato delle condizioni operative del settore”, con il più forte aumento della produzione dal maggio 2022. Tuttavia, spiegano gli esperti, la crescita è stata in parte trainata dall’accumulo di scorte, poiché i nuovi ordini, nonostante siano tornati in espansione a gennaio, sono aumentati solo in misura modesta. I dazi doganali sono rimasti un tema rilevante nell’ultima indagine, facendo aumentare in misura maggiore i costi dei fattori produttivi e limitando la crescita della domanda, soprattutto dai mercati internazionali. L’indice principale del rapporto ha registrato un valore di 52,4 punti a gennaio (dai 51,8 del mese precedente).