Industria, a giugno si spegne ripresa: -1% produzione. Tengono solo energia e auto

La ripresa del manifatturiero italiano rallenta proprio alla vigilia della pausa estiva. A giugno la produzione industriale è diminuita dell’1% rispetto a maggio, secondo i dati diffusi dall’Istat. Una frenata che interrompe i segnali di miglioramento emersi nei mesi precedenti e che conferma la difficoltà del sistema nel consolidare la crescita.

Il dato arriva dopo un secondo trimestre chiuso comunque in territorio positivo, con un aumento dello 0,4% rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Un risultato che va letto però con cautela: il recupero resta limitato e non consente ancora all’industria italiana di tornare sui livelli precedenti alla lunga fase di debolezza iniziata nel 2023.

Gli indici mostrano infatti una sostanziale stagnazione: la produzione media è rimasta pressoché invariata tra il 2024 e il 2026, con valori ancora lontani da una vera accelerazione. Nel 2024 l’indice medio si era attestato a 94,4, nel 2025 a 94,1 e nel secondo trimestre 2026 a 94,2. Dunque la fase più critica sembra superata, ma il recupero resta parziale.

La flessione di giugno è stata ampia e ha coinvolto quasi tutti i principali raggruppamenti industriali. Su base mensile sono diminuiti i beni di consumo (-0,7%), i beni intermedi (-0,9%) e soprattutto i beni strumentali (-2,1%), la componente più legata agli investimenti delle imprese e alle prospettive della domanda futura. Solo l’energia ha registrato una crescita (+0,8%). Anche il confronto annuo conferma la debolezza del momento. Al netto degli effetti di calendario, la produzione è scesa dello 0,6% rispetto a giugno 2025. A pesare sono soprattutto i beni di consumo, in calo del 3,2%, mentre beni strumentali (+0,6%) ed energia (+1,7%) mostrano una maggiore capacità di tenuta.

Tra i settori emergono però alcune eccezioni positive. La fabbricazione di mezzi di trasporto registra una crescita del 3,2% su base annua a giugno e del 10% nei primi sei mesi del 2026, confermandosi uno dei comparti più dinamici dell’industria italiana. Bene anche computer, elettronica e apparecchiature di precisione, cresciuti del 4,5% nel confronto annuale. Continuano invece a soffrire diversi comparti tradizionali. Il tessile, abbigliamento, pelle e accessori registra il calo più marcato (-7,1% annuo), seguito dalle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchinari (-3,6%) e dalla fabbricazione di macchinari e attrezzature (-2,3%). Una dinamica che riflette la debolezza della domanda, la pressione competitiva internazionale e costi ancora elevati per molte imprese.

Proprio la componente degli investimenti rappresenta uno dei principali elementi di attenzione. Il calo dei beni strumentali suggerisce che molte imprese restano prudenti sulle prospettive della domanda, mentre il rallentamento della manifattura europea, con la Germania ancora alle prese con la trasformazione del settore automobilistico, rappresenta un ulteriore elemento di pressione per una filiera italiana fortemente integrata nei mercati esteri. La Cna sottolinea come il calo dei beni strumentali sia “un segnale preoccupante”, perché acquisti di macchinari e tecnologie riflettono la fiducia delle imprese sulle prospettive future. In evidenza anche le difficoltà del tessile, dove migliaia di piccole aziende “restano esposte alla concorrenza internazionale” e alla debolezza dei consumi. Nel primo semestre dell’anno la produzione industriale complessiva registra comunque una crescita tendenziale dello 0,5%, grazie soprattutto ai comparti più innovativi e alla filiera dei mezzi di trasporto. Ma il dato di giugno mostra che il percorso resta accidentato.

Per il Codacons “i dati di giugno registrano un netto peggioramento, con l’indice che cala sia su base mensile che su base annuale”.  Ad esclusione dell’energia, tutti i principali raggruppamenti segnano un ribasso congiunturale e tendenziale, “che si trasforma in un crollo verticale per i beni di consumo, in diminuzione per il settimo mese consecutivo – analizza il Codacons – In particolare per i beni durevoli si registra un tracollo del -10,7% su base annua e del -1,1% sul mese precedente, e in generale per i beni di consumo nei primi sei mesi dell’anno il calo complessivo è del -2,9% rispetto allo stesso periodo del 2025″. “Dati che risentono della crisi attuale legata alla guerra in Medio Oriente e che potrebbero sensibilmente peggiorare per effetto della situazione economica internazionale e delle nuove tensioni sullo stretto di Hormuz, che hanno portato nell’ultimo mese ad una repentina salita dei prezzi energetici e dei carburanti”, conclude il Codacons.

Cresce l’export extra Ue ma l’energia dimezza il surplus. Balzo a due cifre in Cina

L’export italiano verso i mercati extra Ue continua a crescere, ma il peso delle importazioni energetiche riduce il vantaggio commerciale accumulato negli ultimi mesi. Al giro di boa di metà anno, le esportazioni italiane sono aumentate del 3,6% rispetto al giugno 2025, mentre le importazioni hanno accelerato del 18,5%. Su base mensile, dai dati Istat emerge una riduzione congiunturale per le spedizioni (-4%) e un +1,3% degli acquisti.

Il saldo resta positivo, ma si restringe sensibilmente: l’avanzo commerciale è sceso a 2,55 miliardi di euro, dai 5,48 miliardi di giugno dello scorso anno. A pesare è soprattutto il peggioramento del conto energetico, con il deficit passato da 3,88 a 4,98 miliardi di euro. L’aumento delle importazioni è stato infatti trainato principalmente dall’energia, cresciuta del 31,9% su base annua, e dai beni intermedi (+23,7%). Anche le esportazioni hanno beneficiato della maggiore domanda di beni intermedi (+20,7%), mentre hanno mostrato maggiore difficoltà i beni strumentali, in calo dell’8,7%.

Le dinamiche sono ovviamente molto diverse tra i mercati. Gli Stati Uniti restano il principale sbocco extra Ue per il Made in Italy, con una quota del 10,8% dell’export. A giugno le vendite sono rimaste sostanzialmente ferme (+0,4% annuo), ma il saldo commerciale resta fortemente favorevole al Belpaese: 2,43 miliardi di euro nel mese e 17,7 miliardi nel primo semestre. Non emerge, almeno per ora, un arretramento della presenza italiana sul mercato americano, nonostante il clima di maggiore incertezza legato alle politiche commerciali.

Più vivace la crescita verso la Cina. Le esportazioni italiane sono aumentate del 19,1% a giugno e del 19% da gennaio. Il dato positivo sulle vendite, tuttavia, si accompagna a una crescita ancora più ampia degli acquisti (+20,5% su base annua), con un disavanzo commerciale che raggiunge 4,61 miliardi di euro nel mese e 23,6 miliardi nel semestre. Tra i partner extra Ue spicca anche la Svizzera, verso cui l’export cresce del 10,5% a giugno e del 39,3% nel primo semestre, con un avanzo commerciale mensile superiore ai 2 miliardi di euro. In difficoltà invece il Regno Unito, dove le vendite italiane calano del 10,5% annuo a giugno e del 6,1% nel periodo gennaio-giugno.

Sul fronte energetico, il quadro rimane delicato. Gli acquisti dai Paesi Opec sono aumentati del 47,8% rispetto a giugno 2025, mentre il saldo con questi partner torna negativo per 728 milioni di euro nel mese. Anche dall’Africa settentrionale arrivano segnali di maggiore pressione, con importazioni in crescita del 25,1%.

L’Istat sottolinea inoltre che il confronto mensile risente di alcune operazioni “di elevato valore” relative ai mezzi di navigazione marittima registrate nei mesi precedenti. Al netto di questi effetti, la flessione congiunturale dell’export sarebbe stata meno ampia, pari al 2,4%, mentre la crescita annua sarebbe salita al 5,4%. Considerando il primo semestre, il commercio con i Paesi extra Ue resta comunque in territorio positivo: le esportazioni crescono del 4,3%, le importazioni del 5,5% e l’avanzo commerciale si mantiene sostanzialmente stabile a 24,1 miliardi di euro.

Pil, il Sud cresce più del resto d’Italia (+0,6%). E produce anche più occupazione (+1,5%)

Il Sud ingrana una marcia in più. A confermarlo sono anche le stime preliminari dell’Istat, che certificano una crescita generalizzata del Pil nelle varie aree geografiche del Paese, ma con un lieve vantaggio del Meridione.

Entrando nel dettaglio dei dati diffusi dall’Istituto nazionale di statistica, lo scorso anno la dinamica del Prodotto interno lordo è stata “moderatamente positiva e sostanzialmente omogenea” nelle diverse ripartizioni territoriali del Paese. La crescita è alla stessa percentuale, lo 0,5, sia nel Nord-ovest che nel Nord-est, ma anche nell’area del Centro Italia. Il dato cresce, seppur di un punto, al Sud, che registrato un incremento dello 0,6 percento. Andando nello specifico dei settori, invece, gli incrementi più marcati si sono verificati nel campo delle costruzioni, che al Nord-ovest crescono del 4,1%, seguito a stretto giro dal centro con +4%. Al Nord-est, invece, è il commercio a far registrare le performance migliori, con un aumento del 2,7 percento.

Il Sud è davanti anche per quel che riguarda l’occupazione a livello nazionale. Nelle regioni meridionali, infatti, l’incremento è dell’1,5%, collocandosi sul gradino più alto del podio. Alle spalle c’è il centro Italia con +1,1 percento. Risulta, invece, più contenuto l’aumento degli occupati nelle regioni settentrionali: al Nord-ovest +0,9% e al Nord-est +0,8.

I numeri raccolti dall’Istat, dunque, sono in linea con quelli presentati solo pochi giorni fa dallo Svimez, dai quali emerge che per il quarto anno consecutivo il Sud Italia cresce più della media nazionale, che comunque resta al di sotto della media Ue. I dati a consuntivo del 2025 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno registrano un Pil delle regioni meridionali aumentato dello 0,7%, rispetto allo 0,5% del Centro-Nord, anche se il tasso di crescita è inferiore al 2024, quando toccò l’1%. Per l’agenzia, la crescita maggiore del Sud per quattro anni di seguito non si registrava “dal boom economico del dopoguerra”.

Ora arriva la conferma anche dall’Istat di questo trend positivo. La strada resta comunque lunga, ma i segnali che il sentiero sia quello giusto sembrano esserci tutti. La prova principale sarà la fase post Pnrr, con il piano di investimenti che scadrà martedì prossimo, 30 giugno. Quello sarà il vero test per capire se la pagina è stata voltata definitivamente.

Nel frattempo i dati accendono il dibattito politico. Per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, “il report Istat conferma che il Mezzogiorno rappresenta uno dei principali motori della crescita economica nazionale“, dimostrando che “le politiche di rilancio e sviluppo stanno producendo risultati concreti. La crescita è diffusa nei principali settori produttivi: agricoltura, industria e servizi registrano incrementi del valore aggiunto al di sopra della media nazionale“. Sbarra è soddisfatto anche sul fronte occupazione: “Cresce a un tasso maggiore delle altre aree del Paese e si mantiene ai livelli più alti dall’inizio delle rilevazioni“.

La pensano allo stesso modo in Fratelli d’Italia, che tesse le lodi delle politiche messe in campo dall’esecutivo. Diametralmente opposta, invece, la valutazione dell’opposizione: “Insolazione totale per i colleghi di FdI, comprensibile con queste temperature – ironizza Elisa Pirro, capogruppo M5S in commissione Bilancio al Senato -. Provare a enfatizzare il +0,5% del Pil 2025 dell’Italia, e al suo interno il +0,6% del Mezzogiorno, peraltro tenuto a galla dai cantieri del Pnrr lasciato in dote dal Governo Conte, è proprio il classico colpo di sole“. La parlamentare M5S ricorda che “l’Italia nel 2025 ha chiuso al terzultimo posto nell’Ue per crescita, stessa posizione stimata per il 2026 dalla Commissione Ue, per poi finire all’ultimo posto nel 2027” e “nel 2026 invece siamo collocati direttamente all’ultimo posto del G20“.

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Guerra e crisi Hormuz spingono inflazione: a maggio +3,2% su anno

Cresce ancora l’inflazione nel nostro Paese. A maggio, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra una variazione del +0,4% su base mensile e del +3,2% su base annua (da +2,7% di aprile), confermando la stima preliminare dell’Istat. A pesare sull’accelerazione – e di molto – è la dinamica dei prezzi degli energetici non regolamentati e di quelli regolamentati, che passano rispettivamente da +9,6% a +12,5% e da +5,3% a +5,6%, segno che la crisi mediorientale e la situazione nello Stretto di Hormuz stanno lasciando una traccia più che tangibile che, per il Codacons, ammonta a circa mille euro all’anno per famiglia. A crescere, però, è anche il costo dei servizi relativi ai trasporti (da +0,6% a +1,7%) e di quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6% a +3,0%).

Escludendo i beni con una forte volatilità, quindi energetici e alimentari freschi, a maggio l’inflazione di fondo accentua il ritmo di crescita (da +1,6% a +1,7%), così come quella al netto dei soli beni energetici (da +1,9% a +2,1%). I prezzi dei beni e quelli dei servizi registrano un’accelerazione su base annua, rispettivamente da +3,1% a +3,4% e da +2,4% a +2,8%. Di conseguenza, il differenziale tra il comparto dei servizi e quello dei beni si attesta a -0,6 punti percentuali, rispetto ai -0,7 punti percentuali del mese precedente. Il tasso di variazione tendenziale dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona scende a +1,9% (da +2,3% registrato ad aprile), mentre quello dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto sale leggermente (da +4,2% a +4,4%).

La variazione congiunturale dell’indice generale riflette soprattutto l’aumento dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,4%), degli energetici non regolamentati (+0,4%), degli alimentari non lavorati e degli energetici regolamentati (+0,3% per entrambi); diminuiscono i prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-0,6%). Il tasso di inflazione acquisito a maggio è pari a +2,6% per l’indice generale e a +1,5% per la componente di fondo. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) evidenzia una variazione pari a +0,3% su base mensile e a +3,2% su base annua (da +2,8% del mese precedente); la stima preliminare era +3,3%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale pari a +0,3% e una tendenziale di +3,0%.

Considerando le singole voci, a crescere di più sono il gasolio per riscaldamento (+36,8%), gioielli (+29,5%), gasolio per mezzi da trasporto (+25,4%), legumi (+22,8%), carciofi (+19,9%) e pomodori (+18,4%). “Gli incrementi dei prezzi non rientreranno a breve, e anche con la riapertura dello stretto di Hormuz e il crollo del petrolio la situazione nell’immediato non migliorerà”, avverte il Codacons. I listini dei carburanti, infatti, impiegheranno settimane per tornare ai livelli pre-guerra.

I dati dell’Istat rappresentano per l’Unione nazionale consumatori, “un balzo astronomico”. In appena tre mesi, da febbraio a maggio, “i prezzi sono decollati del 2%, pari a 505 euro su base annua per famiglia media, 734 euro per coppia con 2 figli, 660 per coppia con un figlio”, spiega l’associazione.

Consumi in crescita ma effetto guerra non ancora arrivato: rischio fiammata prezzi

Aumento dei consumi in Italia, a dispetto dei venti contrari. Nonostante le incertezze sul fronte geopolitico e un’inflazione che comincia a pesare sul carrello della spesa, la domanda interna mostra segnali di tenuta. Secondo Istat, a marzo le vendite al dettaglio sono in aumento sia in valore (+0,8%) sia in volume (+0,7%) rispetto al mese precedente. In crescita sia il comparto degli alimentari (+0,9% in valore e +0,5% in volume) sia i beni non alimentari (rispettivamente +0,7% e +0,9%). Su base tendenziale, le vendite al dettaglio registrano una crescita del 3,7% in valore e del 2,1% in volume: +4,3% in valore e +1,5% in volume gli alimentari e rispettivamente +3,3% e +2,7% i non alimentari.

Dati che suggeriscono come l’impatto della guerra in Medio Oriente, principalmente con la spinta sui prezzi, non si sia ancora manifestato pienamente. Considerando il primo trimestre, i consumi vedono un incremento in valore (+0,6%) e in volume (+0,2%), mentre rispetto a marzo 2025 la spesa è in aumento per tutte le forme distributive: la grande distribuzione (+3,7%), le imprese operanti su piccole superfici (+3,1%), le vendite al di fuori dei negozi (+3,4%) e, in modo più significativo, il commercio online (+11,2%).

Manca ancora l’effetto Iran. I dati positivi sono solo un miraggio purtroppo destinato presto a svanire. A marzo, infatti, il rialzo dell’inflazione era ancora contenuto, da 1,5% di febbraio a 1,7%, e il caro energia e i rincari dei carburanti non si erano ancora trasferiti sui prezzi finali dei prodotti, se non in minima parte su voli aerei internazionali e alcuni tipi di frutta” dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc), prevedendo un peggioramento ad aprile nonostante le vendite di Pasqua. Anche il Codacons sostiene che a marzo le conseguenze del conflitto siano state “solo parzialmente” trasferite sui listini al dettaglio, con le vendite alimentari che crescono in valore di quasi il triplo rispetto ai volumi.

Cauta anche la lettura di Federdistribuzione, che considera anche il clima di fiducia di consumatori e imprese. Secondo la recente rilevazione Ipsos Doxa, quasi 9 italiani su 10 (89%) hanno già adottato comportamenti di contenimento della spesa. In ambito alimentare, le famiglie cercano offerte e promozioni (48%), ponendo più attenzione alla riduzione degli sprechi (35%). Inoltre, quasi un italiano su quattro (23%) ha ridotto la quantità di prodotti acquistati, mentre il 16% dichiara di aver diminuito l’attenzione alla qualità.

Restano dunque i timori per i prossimi mesi: Confesercenti avverte che “gli andamenti dei primi giorni di maggio rendono improbabile un rientro rapido delle pressioni inflazionistiche. Ne risentirà inevitabilmente la spesa delle famiglie e, se le tensioni attuali dovessero permanere, si prospetta un indebolimento dei consumi già nel corso del secondo trimestre”. Secondo gli esperti di Confcommercio, “è chiaro che sul versante dei consumi i moderati miglioramenti degli ultimi mesi non riescono a compensare le importanti perdite subite dalle vendite al dettaglio nel medio periodo, soprattutto per le imprese di minori dimensioni. Ed è altrettanto ovvio che permangono rischi rilevanti per una seconda parte dell’anno più complicata”.

A novembre tasso disoccupazione al 5,7%, mai così basso. Meloni: “Avanti su questa strada”

A novembre 2025, il tasso di disoccupazione scende al 5,7% (-0,1 punti), ai minimi dall’inizio delle serie storiche nel 2004 e quello giovanile cala al 18,8% (-0,8 punti). Il numero di occupati è in calo solo rispetto al mese scorso, ma nel confronto annuo, rileva l’Istat, supera quello di novembre 2024 dello 0,7% (+179mila unità), come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+258mila) e degli autonomi (+126mila) parzialmente compensata dal calo dei dipendenti a termine (-204mila).

Sono risultati che per Giorgia Meloni parlano del lavoro quotidiano di imprese, lavoratori e professionisti e dello “sforzo comune” per rendere il sistema produttivo italiano più solido e competitivo, anche in un contesto complesso. Il Governo, garantisce la premier, “continuerà a fare la propria parte per sostenere chi crea lavoro, investe e produce valore, rafforzando le politiche per l’occupazione e guardando con determinazione al futuro“. Ed esorta: “Avanti su questa strada”.

Il tasso di disoccupazione è anche al di sotto della media dell’Unione europea e dell’area euro: “E’ un grande risultato del paese, di imprenditori, lavoratori e professionisti e quindi è una buona notizia per l’Italia”, sottolinea la ministra del Lavoro, Marina Calderone.

L’Istat certifica “l’efficacia delle politiche economiche del centrodestra”, rivendica il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che prosegue: “Si deve continuare su questa strada e puntare sulla crescita e la competitività, per stabilizzare il rilancio dell’economia e aumentare gli stipendi e il potere d’acquisto”.

La lettura è diversa per la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, che osserva come calino gli occupati e aumentino i prezzi della spesa: “Mentre pensioni e salari restano sempre fermi. Dopo tre anni di propaganda, il governo Meloni deve fare i conti con la realtà: servono misure per favorire la crescita e sostenere famiglie e imprese“, afferma la deputata dem.

Se la disoccupazione cala, considera la Fapi, occorre però abbassare il costo del lavoro: “Le imprese possono guardare con rinnovata speranza al futuro ma è urgente intervenire su due fronti decisivi: la semplificazione amministrativa delle procedure autorizzative e la riduzione del costo del lavoro. Solo così sarà possibile consolidare la crescita dell’occupazione e sostenere in modo strutturale il sistema produttivo”, dichiara il presidente, Gino Sciotto. Confimprenditori lamenta una stagnazione dell’economia: “Il calo del tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile, è un segnale incoraggiante, ma non sufficiente per descrivere lo stato reale dell’economia italiana”, rileva Stefano Ruvolo. Perché , è la considerazione, il dato occupazionale, da solo, non è indicativo della salute del sistema economico. L’economia reale, in particolare quella delle piccole e medie imprese, è “in una fase di stallo”, insiste. Pensa alle aziende, che continuano a fare i conti con una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, che in Italia supera il 42% del Pil, e con un costo del lavoro che resta strutturalmente elevato. In questo contesto, avverte Ruvolo, parlare di ripresa rischia di essere “fuorviante“: “Se non si interviene sul costo del lavoro e sulla fiscalità che grava su chi produce, anche i dati positivi sull’occupazione rischiano di essere temporanei e fragili”. Il quadro è solido ma per Confcommercio resta il nodo dell’occupazione femminile “Nonostante i progressi degli ultimi anni, che hanno visto questa componente dell’occupazione aumentare tra il 2020 ed il 2025 di oltre 870mila unità, il tasso d’inattività femminile rimane ancora superiore al 42%“.

Le imprese aumentano fatturato e fiducia mentre crolla il sentiment dei consumatori

Aumenta la fiducia delle imprese italiane ma crolla quella dei consumatori a novembre. L’ultimo aggiornamento di Istat restituisce un quadro più che mai contrastato considerando anche la bassa crescita. Buone notizie arrivano dal mondo produttivo: il sentiment, in crescita per il quarto mese consecutivo, balza dai 94,4 punti di ottobre a 96,1, con il segmento manifatturiero che con 89,6 punti tocca persino il livello più alto da luglio 2023. L’indice di fiducia aumenta anche nei servizi di mercato (da 95,1 a 97,7) e nel commercio al dettaglio (da 105,2 a 107,3) mentre cala nelle costruzioni da 103,2 a 102,6.

L’istituto nazionale di statistica segnala che nell’industria tutte le componenti registrano una dinamica positiva, mentre nelle costruzioni gli imprenditori giudicano il livello degli ordini/piani di costruzione in peggioramento rispetto al mese scorso ma prevedono un aumento dell’occupazione. Nel terziario, migliorano le opinioni sull’attività e sul livello degli ordini ma calano le aspettative sugli ordini. In particolare, Istat spiega che nel commercio al dettaglio “migliorano decisamente” i giudizi sulle vendite mentre le “relative aspettative sono in calo e le scorte sono giudicate in accumulo”.

Discorso assai diverso per le famiglie. A novembre la fiducia è scesa di quasi 3 punti, portandosi a 95 punti, ai minimi da aprile, trascinata dal peggioramento delle valutazioni sulla situazione economica e dal clima personale. Tutte le componenti sono comunque in calo, soprattutto le attese sulla disoccupazione e le valutazioni relative al risparmio. Nonostante il bonus elettrodomestici e l’imminente tredicesima, peggiora peraltro anche l’opportunità all’acquisto di beni durevoli, segnale di un atteggiamento sempre più prudente che potrebbe deprimere ulteriormente i consumi nel quarto trimestre. Non a caso Confcommercio parla di “segnali poco rassicuranti”, per un “mood in pericolosa regressione”. Confesercenti vede “nubi addensarsi” sul Natale delle famiglie, mentre dal lato imprese commerciali il dato sulla fiducia è ritenuto “fisiologico” con l’arrivo anche del Black Friday.

Imprese che registrano persino una ripresa nel fatturato. Sempre secondo Istat, a settembre tornano a crescere su base mensile – in valore e in volume – sia l’indice destagionalizzato del fatturato dell’industria (rispettivamente +2,1% e +3%) sia quello dei servizi (+1,8% e +1,6%). Per l’industria, la dinamica congiunturale positiva è stata più marcata per la componente estera, mentre per i servizi gli incrementi maggiori hanno interessato il commercio all’ingrosso. Nel complesso del terzo trimestre si osserva una lieve crescita congiunturale in entrambi i comparti. Nel confronto annuo, il fatturato dell’industria registra un aumento del +3,4% in valore e del +3,5% in volume, mentre sui servizi si rileva un confortante +4,3% in valore e +3,7% in volume.

I dati Istat si abbinano a quelli diffusi dalla Commissione Ue. A novembre l’indicatore del clima economico (Esi) è rimasto sostanzialmente stabile sia nell’Ue che nell’area dell’euro (entrambi +0,2 punti a 96,8 e 97,0, rispettivamente). L’indicatore delle aspettative occupazionali è invece aumentato in entrambe le aree (Ue +1,1 punti a 98,8, zona euro +0,8 punti a 97,8). Entrambi gli indicatori continuano comunque a registrare valori inferiori alla loro media a lungo termine di 100. L’Esi pressoché invariato è il risultato di una maggiore fiducia nei servizi, nel commercio al dettaglio e nell’edilizia, che è stata quasi interamente compensata da una minore fiducia nell’industria (-0,7 punti). La fiducia dei consumatori è rimasta sostanzialmente stabile e tra le maggiori economie dell’Ue, l’Esi è migliorato in Spagna (+2,0), Italia (+1,1), Francia (+0,8) e Polonia (+0,5), mentre è rimasto sostanzialmente stabile in Germania e nei Paesi Bassi (entrambi -0,3).

Boom dei prezzi alimentari in Italia: dal 2021 fare la spesa costa il 25% in più

Prima la ripresa dalla pandemia, poi gli shock energetici causati dalla guerra in Ucraina scatenata dalla Russia. Sono queste quelle che Istat definisce le “principali determinanti” della crescita dei prezzi dei beni alimentari in Italia. Una vera e propria impennata: da ottobre 2021 a ottobre 2025 hanno registrato aumenti del 24,9%, quasi 8 punti sopra l’inflazione generale misurata dall’Ipca (+17,3%). E se l’Italia è messa male, le altre principali economie Ue fanno anche peggio. L’Istat ricorda che i prezzi del cibo sono infatti aumentati, nel periodo in esame, del 29% per l’area euro (+32,3 nella Ue), del 32,8% in Germania, del 29,5% in Spagna. Solo la Francia ha registrato incrementi leggermente inferiori (23,9%).

Nel focus allegato all’ultima ‘Nota di andamento dell’economia italiana’, l’istituto nazionale di statistica rileva che i prezzi degli alimentari iniziano a crescere nella seconda metà del 2021, subiscono un’impennata dall’inizio del 2022 fino alla metà del 2023, e continuano ad aumentare, seppure a tassi più moderati, anche nel periodo successivo. Si arriva a settembre 2025 con prezzi in aumento del 26,8% rispetto all’ottobre 2021 e incrementi molto ampi per i prodotti vegetali (+32,7%), latte, formaggi e uova (+28,1%) e pane e cereali (+25,5%). L’impatto è facile da immaginare, considerando che i beni alimentari rappresentano oltre un quinto del valore economico dei beni e servizi consumati dalle famiglie italiane e che la sola componente cibo rappresenta il 16,6% della spesa media. Istat sottolinea che si tratta di “beni in prevalenza necessari” e si caratterizzano “per la rigidità della loro domanda rispetto ad aumenti di prezzo”. L’impatto risulta dunque “rilevante” sul potere di acquisto delle famiglie, soprattutto quelle a più basso reddito, in considerazione della maggiore quota dei beni alimentari rispetto al totale dei consumi.

Come si è arrivati fin qui lo spiega sempre Istat, con una fotografia plastica: a partire dalla seconda metà del 2021 sono iniziate a manifestarsi pressioni al rialzo dei prezzi internazionali delle materie prime alimentari dovute alla fase di ripresa economica post pandemica. In tale contesto, in presenza di una domanda crescente e di frizioni nell’approvvigionamento dovute ai riassestamenti delle catene globali dopo la pandemia, si è verificata una contrazione dell’offerta mondiale determinata anche da eventi metereologici avversi nei principali paesi esportatori. A partire da febbraio 2022, l’invasione dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni internazionali contro la Russia (con il blocco delle importazioni di gas) hanno determinato forti pressioni inflattive sui beni energetici. Nello stesso periodo hanno infatti continuato a crescere i prezzi delle materie prime alimentari. Lo shock energetico ha inoltre colpito anche indirettamente il settore alimentare, attraverso gli incrementi dei prezzi di altri prodotti intermedi, in particolare i fertilizzanti (il cui prezzo – rileva Istat – è più che raddoppiato dall’inizio del 2021 alla fine del 2022).

Un effetto a cascata: gli incrementi del prezzo dei prodotti alimentari non lavorati si sono trasmessi poi a quelli lavorati. Così i prezzi alla produzione dell’industria alimentare sono aumentati del 21,4%, tra il terzo trimestre del 2021 e il terzo del 2023, data un’analoga crescita delle materie prime agricole. Negli ultimi due anni, i prezzi hanno continuato ad aumentare “ma a tassi notevolmente più contenuti”, spiega Istat. A tale dinamica ha contribuito il recupero dei margini di profitto delle imprese del settore agricolo, mantenutisi su livelli particolarmente bassi nel periodo 2021-2022.

Secondo le associazioni dei consumatori sono dati che spiegano la depressione dei consumi. “I maxi rincari nel settore alimentare non solo impoveriscono le famiglie, ma portano a profonde modifiche nelle abitudini degli italiani, al punto che una famiglia su tre è stata costretta nell’ultimo anno a tagliare la spesa per cibi e bevande” spiega il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, secondo cui gli aumenti dei listini alimentari proseguono ancora oggi: a fronte di una inflazione nazionale all’1,2%, alcuni prodotti registrano “rincari fortissimi”. Ad ottobre la carne balza del +5,8% su anno con punte del +7,9% per la carne bovina, le uova segnano un +7,2%, formaggi e latticini +6,8%, burro +6,7%, riso +4,6%. Per altri prodotti gli aumenti sono addirittura a due cifre: il cioccolato sale del +10,2%, il caffè del +21,1%, il cacao del +21,8%. Insomma, le famiglie italiane spendono sempre di più per un carrello sempre più vuoto: da ottobre 2021 ad oggi le vendite alimentari nel nostro Paese sono crollate in volume del -8,8%. Il Codacons chiama in causa Mister Prezzi e l’Antitrust “affinché avviino una approfondita indagine sull’andamento dei listini alimentari in Italia” dato che i listini “non sono tornati alla normalità” quando le emergenze sono terminate e hanno dato vita “a una forma di speculazione sulla pelle dei consumatori“.

A settembre il carrello della spesa rallenta a +3,1%. Inflazione -0,2% su mese e +1,6% su anno

A settembre, i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona decelerano (da +3,4% a +3,1%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto accelerano (da +2,3% a +2,6%). Lo rende noto l’Istat. La decelerazione è dovuta all’ effetto del rallentamento dei prezzi degli alimentari non lavorati (da +5,6% a +4,8%; +0,6% su agosto). In dettaglio, si attenua il ritmo di crescita dei prezzi sia di frutta fresca o refrigerata (da +8,8% a +5,5%; -1,5% su agosto) sia dei vegetali freschi o refrigerati diversi dalle patate (da +5,1% a +2,8%; +3,2% su agosto). La dinamica tendenziale dei prezzi degli alimentari lavorati resta stabile (a +2,7%; -0,5% su agosto).

Complessivamente, a settembre, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, evidenzia una variazione del -0,2% su base mensile e del +1,6% su base annua (come nel mese precedente), confermando la stima preliminare.

La stabilità del tasso d’inflazione, spiega l’Istat, “sottende andamenti differenziati dei diversi aggregati di spesa”: sono in rallentamento i prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +3,5% a +2,4%), degli alimentari non lavorati (da +5,6% a +4,8%) e in accelerazione quelli degli energetici regolamentati (da +12,9% a +13,9%), a cui si aggiunge la ripresa dei prezzi degli energetici non regolamentati (da -6,3% a -5,2%).

A settembre l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, decelera (da +2,1% a +2,0%), come quella al netto dei soli beni energetici (da +2,3% a +2,1%). La dinamica tendenziale è stabile per i prezzi dei beni (+0,6%), mentre quella dei servizi si attenua lievemente (da +2,7% a +2,6%). Dunque, il differenziale inflazionistico tra il comparto dei servizi e quello dei beni scende a +2,0 punti percentuali, dai +2,1 p.p. del mese precedente.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta di 1,3% su agosto, per effetto della fine dei saldi estivi di cui il NIC non tiene conto, e dell’1,8% rispetto a settembre 2024 (da +1,6% del mese precedente), confermando la stima preliminare. Nel terzo trimestre 2025 i prezzi al consumo, misurati dall’IPCA, evidenziano aumenti più contenuti per le famiglie con bassi livelli di spesa (+1,7%) e lievemente più alti per quelle con livelli di spesa elevati (+1,8%).

Per Assoutenti, “una famiglia con due figli solo per bere e mangiare deve mettere oggi in conto una maggiore spesa da +343 euro annui rispetto al 2024”, mentre “se si considera la generalità dei consumatori, la stangata alimentare complessiva raggiunge in Italia i 6,2 miliardi di euro su base annua”. Il Codacons lancia l’allarme sulla “stangata d’autunno”.  In termini di spesa e considerati i consumi totali delle famiglie,  “equivale ad un maggiore esborso pari a +529 euro annui per la famiglia tipo, +731 euro per un nucleo con due figli”. In sostanza, dice l’Unione nazionale consumatori, “le famiglie sono sempre inguaiate e le loro tasche si svuotano ancor di più”. 

Lavoro, a luglio +0,9% di occupati rispetto a un anno fa. Meloni: “Numeri incoraggianti”

Cresce l’occupazione in Italia, cala la disoccupazione che scende al 6%. A dirlo è l’Istat, che nella rilevazione di luglio 2025 registra un aumento degli occupati su base annuale dello 0,9% (+218mila unità) e su base mensile dello 0,1% (+13mila unità).

L’aumento su base annuale riguarda uomini, donne, i 25-34enni e chi ha almeno 50 anni, a fronte di una diminuzione nelle altre classi d’età. Il tasso di occupazione, in un anno, sale di 0,4 punti percentuali. Rispetto a luglio 2024, cala sia il numero di persone in cerca di lavoro (-6,9%, pari a -114mila unità) sia quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -81mila). Su base mensile l’aumento coinvolge invece uomini, dipendenti (permanenti e a termine), 15-24enni e 35-49enni. Gli occupati invece diminuiscono tra le donne, gli autonomi e nelle altre classi d’età. Il tasso di occupazione sale al 62,8% (+0,1 punti). La crescita degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,2%, pari a +30mila unità) interessa le donne, i 25-34enni e chi ha almeno 50 anni; tra gli uomini, i 15-24enni e i 35-49enni il numero di inattivi è invece in diminuzione. Il tasso di inattività sale al 33,2% (+0,1 punti). Anche confrontando il trimestre maggio-luglio 2025 con quello precedente (febbraio-aprile 2025) si osserva un incremento nel numero di occupati (+0,2%, pari a +51mila unità). Rispetto al trimestre precedente, crescono anche le persone in cerca di lavoro (+1,8%, pari a +28mila unità) e diminuiscono gli inattivi di 15-64 anni (-0,5%, pari a -67mila unità).

Numeri incoraggianti – scrive sui social la premier Giorgia Meloni – che confermano l’efficacia delle misure messe in campo dal governo e ci spingono a proseguire con determinazione su questa strada: più opportunità, più lavoro, più crescita per l’Italia“. La rilevazione Istat “conferma il trend positivo del mondo del lavoro in Italia”, aggiunge il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone, che sottolinea il minimo storico raggiunto dal numero assoluto dei disoccupati e il calo degli inattivi, “due dati importanti perché, tendenzialmente, mostrano la prosecuzione di questo trend anche in futuro. La stragrande maggioranza di questi nuovi posti di lavoro sono a tempo indeterminato”.

Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon apprezza invece il dato sulla disoccupazione, che scende al 6%, “il livello più basso da giugno 2007. Numeri che rappresentano una prospettiva concreta di fiducia per famiglie e giovani che guardano al futuro”. Segnali “incoraggianti che certificano la crescita dell’occupazione reale, sostenuta anche dalle misure messe in campo con la Zona Economica Speciale”, commenta il presidente nazionale della Fapi (Federazione autonoma piccole imprese), Gino Sciotto, che chiede però ora di ampliare la Flat Tax fino a 150 mila euro e di liberare le piccole imprese “dal peso delle cartelle esattoriali, attraverso una rottamazione tombale”. “Consolidato un trend di crescita che permane da oltre 4 anni”, spiega invece l’Ufficio Studi di Confcommercio, che parla di dinamiche del lavoro “sostanzialmente stabili”. Tra le forze politiche invece ci si divide. Da una parte c’è la maggioranza, che lega i risultati Istat al lavoro svolto dal governo. “Mentre gli altri creavano debito e sussidi noi continuiamo ad incrementare l’occupazione dando stabilità all’economia italiana”, dice il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli. “Abbiamo archiviato la stagione di bonus e assistenzialismi, puntando su crescita, formazione, merito. Ora proseguiamo su questa strada”, aggiunge la deputata della Lega e vicepresidente della commissione Lavoro, Tiziana Nisini. Giorgio Mule’, deputato di Forza Italia, rimarca le differenze con l’opposizione: “Noi non vogliamo la patrimoniale, come vorrebbe Avs, noi non vogliamo l’esproprio delle case sfitte, come vorrebbe la sinistra estrema, noi non vogliamo il Reddito di cittadinanza, come vorrebbe il M5S: noi non vogliamo tutto questo. Siamo altro: oggi l’Istat dimostra che la strada da noi intrapresa è quella giusta e porta a risultati”. Per Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, il lavoro “si crea non con gli slogan o con ricette del passato ma con pragmatismo e serietà, costruendo un’alleanza virtuosa tra istituzioni, lavoratori e mondo produttivo”.

L’opposizione non ci sta. “Giorgia Meloni si accorge dell’esistenza dell’Istat a giorni alterni – dice la senatrice Raffaella Paita, capogruppo al Senato di Italia Viva – due giorni fa neanche una parola sul carrello della spesa, salito del 3,5%, e sul pil stagnante”. “E’ finta occupazione” secondo il senatore e vicepresidente del M5S Mario Turco, coordinatore del Comitato economia lavoro impresa: “il presunto record di occupati è ‘drogato’ anche dalla stretta del Governo sulle uscite anticipate dal lavoro”.