Autunno rovente, prezzi ai massimi da 3 anni: bolletta che scotta, rincari su cibo

L’autunno presenta il conto, e stavolta arriva direttamente al supermercato e nelle bollette. A settembre l’inflazione italiana è salita al 4,2% su base annua dal 3,3% di agosto, con un aumento dello 0,7% in un solo mese. È il valore più alto da tre anni e l’accelerazione arriva mentre tornano a correre energia, carburanti e prezzi degli alimentari freschi.

Secondo i dati preliminari dell’Istat, a spingere la risalita sono soprattutto i beni energetici, che passano dal +17% di agosto al +22,3% di settembre, mentre gli alimentari non lavorati accelerano al +5,5% dal +3,8%. Crescono anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona, al 2,9% dal 2,6%, e i servizi di trasporto, all’1,6% dallo 0,8%. L’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sale all’1,7% dall’1,5%, mentre quella al netto della sola energia arriva al 2%.

A pesare sono soprattutto le voci che entrano ogni giorno nei bilanci delle famiglie. Il carrello della spesa sale all’1,7%, mentre i prodotti acquistati più frequentemente accelerano al 5,3% dal 4,3%. Nel complesso i beni segnano un aumento del 5,4% contro il 2,6% dei servizi. Tra le divisioni di spesa, abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili aumentano dell’11,1% su base annua, i trasporti dell’8,6%, mentre ristoranti e servizi di alloggio registrano un +3,2%.

Il rincaro dell’energia resta il principale motore della risalita. Per la componente regolamentata il tasso annuo sale al 25,9% dal 18,6% di agosto, mentre quella non regolamentata passa al 22,2% dal 17%. Nel dettaglio, il gas naturale nel mercato tutelato registra un aumento del 47,2%, l’elettricità tutelata del 9,7%; sul mercato libero il gas cresce del 16,7% e l’elettricità del 21,5%. Tra i carburanti, il diesel per autotrazione aumenta del 34,9% su base annua, il gasolio da riscaldamento del 38,5% e la benzina del 21,8%. Torna a salire anche la componente alimentare.

Nel complesso i prezzi dei beni alimentari aumentano dell’1,8%, ma i prodotti lavorati diminuiscono dello 0,3%, mentre quelli non lavorati segnano un +5,5%. Tra questi, verdura, ortaggi, tuberi, banane e legumi aumentano dell’8,4%, mentre frutta e frutta a guscio passano dal -1,7% di agosto al +0,6% di settembre.

Il movimento dei prezzi non riguarda solo l’Italia. In Francia, secondo la stima preliminare dell’Insee, l’inflazione accelera al 3% dal 2,4% di agosto, con l’energia al +21,2%. In Germania il tasso sale al 3,3%, mentre i prezzi energetici aumentano del 14,9% e l’inflazione di fondo si ferma al 2,4%. Su questi numeri si riapre anche il confronto politico.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, rivendica il percorso seguito dal governo, ricordando che nell’ottobre 2022 l’inflazione era al 12,6% e attribuendo agli interventi successivi, dal decreto trasparenza al “carrello tricolore”, il contributo alla discesa dei prezzi. Antonio Misiani, responsabile Economia e finanza del Pd, parla invece di un’“emergenza caro vita” sempre più grave, mentre Stefano Patuanelli, vicepresidente M5S, contesta il richiamo al carrello tricolore e sostiene che la discesa del 2023 fosse legata soprattutto alla dinamica dei prezzi energetici e all’effetto statistico del confronto con il 2022. Da Avs, Peppe De Cristofaro definisce il nuovo dato una “batosta” per lavoratori, pensionati e ceto medio.

Il conto dei rincari viene messo in evidenza anche dalle associazioni. Il Codacons stima una maggiore spesa annua di 1.389 euro per una famiglia tipo e di 1.918 euro per un nucleo con due figli; l’Unione nazionale consumatori calcola un aumento medio del costo della vita di 1.108 euro, di cui 445 per abitazione, elettricità e gas e 307 per i trasporti. Assoutenti richiama il +5,5% degli alimentari non lavorati e stima 185 euro di maggiore spesa annua per una famiglia con due figli. Confesercenti segnala il ritorno dell’inflazione al livello più alto da tre anni, mentre Confcommercio sottolinea che l’inflazione core resta “ben sotto il 2%” e attribuisce la ripresa alle tensioni energetiche e agli alimentari non lavorati. A settembre anche l’indice armonizzato Ipca accelera al 4,1% su base annua dal 3,2% di agosto e registra un aumento del 2% su base mensile, anche per effetto della fine dei saldi estivi. L’inflazione acquisita per il 2026 sale così al 3,1%, quella di fondo all’1,9%.

Istat, a settembre cala fiducia consumatori e imprese dopo 3 mesi di crescita

A settembre 2026 sia il clima di fiducia dei consumatori1 sia l’indicatore composito del clima di fiducia delle imprese diminuiscono (da 94,5 a 91,2 e da 97,0 a 95,9, rispettivamente), dopo tre mesi di crescita. Lo riferisce l’Istat.

Con riferimento alle imprese, migliora la fiducia solo nella manifattura (l’indice sale da 90,2 a 91,9). Invece, nei servizi e nelle costruzioni l’indice è in ripiegamento: nei servizi di mercato l’indice cala da 99,4 a 96,9 e nel commercio al dettaglio scende da 106,5 a 104,5, nelle costruzioni l’indicatore diminuisce da 102,8 a 97,5.

Quanto alle componenti degli indici di fiducia, nella manifattura si stima un miglioramento dei giudizi sugli ordini mentre le valutazioni sulle scorte di prodotti finiti rimangono sostanzialmente stabili. Le attese sul livello della produzione diminuiscono. Nelle costruzioni entrambe le variabili registrano un peggioramento.

Passando al settore dei servizi di mercato, si evidenzia una dinamica negativa di tutte le componenti. Nel commercio si rileva un andamento positivo dei giudizi sulle vendite mentre le relative attese peggiorano, il saldo delle valutazioni sul livello delle scorte di magazzino diminuisce.

Per quanto riguarda i consumatori, spiega l’Istat, “si segnala che la dinamica congiunturale dei climi di fiducia e dei relativi saldi stimata a settembre 2026 risente in parte di alcuni cambiamenti riguardanti l’organizzazione della rete di rilevazione. Al netto degli effetti stimati riconducibili a tali cambiamenti, si rileva a settembre 2026 una moderata riduzione del clima di fiducia complessivo e di quelli personali, corrente e futuro, mentre il clima economico registra una diminuzione leggermente più marcata”.

Per Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, dopo il rialzo della fiducia del mese di agosto, dovuto alle ferie degli italiani “che portano come sempre una ventata di ottimismo, a settembre la fiducia crolla: gli italiani sono tornati purtroppo alla dura realtà e a dover fare i conti con la stangata d’autunno, tra rincari delle bollette della luce, caro scuola, carburanti venduti a prezzi astronomici. Una doccia fredda che li ha riportati con i piedi per terra”.

Inflazione, crisi Hormuz presenta nuovo conto: bollette e carburanti trascinano prezzi

L’inflazione italiana continua la sua corsa ad agosto, collocandosi al 3,3% annuo, in rialzo dal 2,9% di luglio e con un aumento dello 0,5% sul mese. La dinamica è, però, molto diversa tra le componenti: l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, scende all’1,5% dall’1,6%, con rincari concentrati soprattutto sull’energia e con effetti su bollette, carburanti e trasporti.

Secondo i dati definitivi diffusi dall’Istat, l’aumento dell’inflazione riflette infatti principalmente la crescita degli energetici, sia regolamentati sia non regolamentati. I primi passano dal 14,8% al 18,6% annuo, i secondi dall’11,4% al 17%. Nel complesso, i beni energetici aumentano del 17,1% su base annua e del 2,9% su base mensile. L’aumento mensile degli energetici regolamentati è del 3%, quello dei non regolamentati del 2,9%.

La divisione abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili è quella che dà il contributo più consistente all’inflazione complessiva. I prezzi salgono del 9,1% annuo e contribuiscono per 1,084 punti percentuali alla crescita del 3,3%. Sul mercato tutelato il gas registra un aumento del 31% annuo e del 6,2% mensile, mentre l’elettricità cresce del 9,7% in un anno. Sul mercato libero, l’elettricità aumenta del 18,6% (+1,4% mensile) e il gas dell’11,3% (-0,2%).

Anche i carburanti accelerano. La benzina aumenta del 16,3% rispetto ad agosto 2025 e del 6,3% rispetto a luglio. Il gasolio per autotrazione cresce del 26,7% annuo e del 5,2% mensile. Per il gasolio destinato al riscaldamento l’aumento arriva al 31,8% su base annua e al 10,7% sul mese. Nell’indice armonizzato, combustibili liquidi e carburanti per i mezzi di trasporto personali salgono complessivamente del 20,6% annuo, con un aumento del 5,6% rispetto a luglio.

La dinamica dei prezzi riflette anche gli effetti della crisi nello Stretto di Hormuz e della guerra in Ucraina, con le tensioni sui mercati energetici che si trasferiscono progressivamente dai prezzi delle materie prime a quelli pagati da famiglie e imprese.

I trasporti contribuiscono ulteriormente all’inflazione, con 0,943 punti percentuali e prezzi in aumento del 6,1% annuo e del 2,3% in un mese. Più contenuta invece la dinamica degli alimentari: i prodotti alimentari e le bevande analcoliche crescono dell’1,2%, mentre il cosiddetto carrello della spesa rallenta allo 0,9% dall’1%. Nel complesso, i beni accelerano dal 3,2% al 4,1%, mentre i servizi rallentano dal 2,7% al 2,4%. L’inflazione acquisita per il 2026 è al 2,9%, mentre l’indice armonizzato dei prezzi al consumo cresce del 3,2% annuo e dello 0,1% sul mese.

Le associazioni dei consumatori mettono l’accento sull’effetto dei rincari sui bilanci familiari. Il Codacons stima che, a parità di consumi, l’inflazione del 3,3% possa tradursi in una maggiore spesa annua di 1.091 euro per una famiglia media e di 1.507 euro per un nucleo con due figli. L’Unione Nazionale Consumatori indica invece un aggravio di 882 euro per una famiglia media, 1.120 euro per una coppia con un figlio e 1.199 euro per una coppia con due figli, chiedendo interventi su accise, bollette e Iva sul gas. Fapi richiama inoltre l’impatto dei costi energetici su micro e piccole imprese.

L’accelerazione dei prezzi riguarda l’intera area euro e il dato italiano si trova in linea con la media. Secondo la stima preliminare di Eurostat, ad agosto l’inflazione sale al 3,3% dal 2,9% di luglio, con l’energia al 14,3% dal 10,3%. Tra le principali economie, la Germania si attesta al 2,9%, mentre la Spagna balza al 4,3%.

La Bce ha già reagito al nuovo rialzo dell’inflazione. Nell’ultimo meeting del 10 settembre il Consiglio direttivo ha deciso all’unanimità di aumentare di 25 punti base tutti e tre i tassi di riferimento: da oggi il tasso sui depositi è al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,90%. La Banca centrale europea ha indicato nelle nuove proiezioni un’inflazione media del 3% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,1% nel 2028, con la componente al netto di energia e alimentari rispettivamente al 2,5%, 2,6% e 2,3%. La presidente Christine Lagarde ha ribadito che le prossime decisioni saranno prese riunione per riunione, sulla base dei dati. Tra i rischi indicati dalla Bce resta proprio quello legato alle pressioni sui prezzi dell’energia.

L’occupazione cresce e supera quota 63% (+0,4%). La disoccupazione sale al 5,6%

L’Istat lo mette nero su bianco: nel secondo trimestre 2026 l’occupazione in Italia tocca quota 63,1%, lo 0,4% in più in tre mesi. In valori assoluti significa che al lavoro ci sono 24,3 milioni di persone, 155 mila in più rispetto ai primi tre mesi dell’anno.

L’Istituto nazionale di statistica annota che nello stesso periodo preso in analisi, anche il Prodotto interno lordo ha registrato un incremento congiunturale dello 0,2 percento e dell’1 in termini tendenziali. Da maggio a giugno, inoltre, la crescita degli occupati è avvenuta sia tra quelli a tempo indeterminato, che salgono di 120mila unità (+0,7%), sia tra i lavoratori a termine (+18mila, +0,7%) e gli indipendenti (+17mila, +0,3%). Allo stesso tempo aumentano di 31mila unità anche i disoccupati (+2,2%), arrivando al 5,6%, ma diminuiscono dello 0,5 gli inattivi. Concentrandosi sul mese di luglio, i dati provvisori indicano una stabilità sostanziale di occupazione e disoccupazione (-0,1%).

Tra i dati elaborati nelle statistiche dell’Istat c’è anche il trend in salita del lavoro intermittente, che su base congiunturale arriva a +1,3% nel trimestre e +6,7% su base annue. Inoltre, emerge una diminuzione del ricorso alle ore di cassa integrazione: 0,6 ogni mille lavorate rispetto al secondo trimestre 2025, scendendo a 6,2 ore. Il tasso dei posti vacanti è pari all’1,5%, in diminuzione sia rispetto al trimestre precedente (-0,2%) sia nel confronto tendenziale (-0,3%). Il costo del lavoro per unità equivalente a tempo pieno “mantiene un andamento positivo rispetto al trimestre precedente (+0,5%), sostenuto dalla crescita sia delle retribuzioni (+0,4%) sia dei contributi sociali (+0,8%)”, rileva l’istituto. “Su base annua, il costo del Lavoro continua a registrare una crescita significativa (+2,8%), soprattutto nella componente dei contributi sociali (+3,4%) in confronto a quella delle retribuzioni (+2,7%)”.

Dal governo è il sottosegretario con delega al Sud, Luigi Sbarra, a rimarcare: “Il percorso di rafforzamento del mercato del lavoro nel Mezzogiorno mostra segnali di consolidamento. Il tasso di occupazione si porta a un nuovo livello di massimo storico dall’inizio delle rilevazioni arrivando al 51,1% con un incremento di 0,9 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre del 2025”. L’ex leader Cisl nota poi che “contemporaneamente assistiamo anche a una riduzione del tasso di disoccupazione che scende di 1,8 punti percentuali”. Sbarra sottolinea, poi: “È il frutto di un percorso che dura da quattro anni e che ha portato alla creazione di quasi 500mila nuovi posti di lavoro nel Mezzogiorno, grazie alla priorità che il Governo Meloni ha sempre dato all’occupazione e alla capacità di creare condizioni favorevoli per fare impresa”.

Esulta, ovviamente, la maggioranza. “I nuovi dati Istat confermano una realtà che nessuna narrazione dell’opposizione può cancellare: nel secondo trimestre 2026 il tasso di occupazione raggiunge il 63,1%, il livello più alto dall’inizio delle serie storiche, con 24 milioni e 363 mila occupati, 155 mila in più rispetto al trimestre precedente”, commenta il questore della Camera, Paolo Trancassini (FdI). “E’ il record storico di occupati, anche a tempo indeterminato. Mentre le opposizioni continuano a proporre solo tasse e assistenzialismo, noi di Forza Italia crediamo nella libertà d’impresa. Più mercato e meno vincoli: è così che la nostra economia crea vero lavoro”, invece le parole di Alessandro Cattaneo.

Fiducia consumatori e imprese in risalita, manifattura ai massimi da giugno 2023

La fiducia delle imprese e dei consumatori italiani migliora ad agosto. Secondo l’Istat, il clima di fiducia delle imprese sale da 95,7 a 96,9, mentre quello dei consumatori passa da 94,2 a 94,5 punti. Per le famiglie è il secondo aumento consecutivo. Tra le imprese il recupero interessa tutti i principali comparti, con il rialzo più marcato nelle costruzioni, dove l’indice passa da 96,8 a 102,9. Tra i consumatori, il miglioramento più significativo riguarda il clima economico, salito da 90,9 a 92,3 punti. Crescono anche il clima corrente, da 97,4 a 97,8, e quello futuro, da 89,8 a 90,2, mentre il clima personale resta stabile a 95,4. Migliorano i giudizi sulla situazione economica dell’Italia, diminuiscono le attese sulla disoccupazione e aumenta il saldo relativo alle possibilità future di risparmio.

La fiducia nella manifattura sale da 89,7 a 89,9 punti, il livello più alto da giugno 2023. L’aumento è contenuto, ma le attese sulla produzione migliorano nettamente e compensano il peggioramento dei giudizi sugli ordini e sulle scorte di prodotti finiti. Il saldo delle attese sulla produzione passa da +4,5 a +9,6. Tra i beni strumentali l’aumento è ancora più marcato, da +7 a +17,2. Nelle costruzioni il rialzo è molto più netto, da 96,8 a 102,9. Migliorano sia i giudizi sugli ordini, con il saldo da -9 a -4, sia le attese sull’occupazione, da +2,8 a +10. Il recupero è sostenuto soprattutto dalle attività specializzate, mentre l’ingegneria civile registra un rallentamento. Nei servizi di mercato la fiducia passa da 98,2 a 99,5, con miglioramenti nei trasporti e magazzinaggio e soprattutto nel turismo. Nel commercio al dettaglio l’indice sale da 106,5 a 106,6 e migliorano le attese sulle vendite, da +31,7 a +33,2, sostenute dalla grande distribuzione, dove il saldo passa da +35,6 a +39,8. I dati sulla fiducia arrivano dopo una crescita del Pil italiano dello 0,2% nel secondo trimestre, secondo la stima preliminare. Il miglioramento degli indicatori offre un segnale di tenuta anche per l’avvio del terzo trimestre.

Il commercio al dettaglio aumenta di 0,7 punti, mentre le costruzioni restano sostanzialmente stabili. La fiducia dei consumatori cresce appena di 0,1 punti. Restano elevate le aspettative sui prezzi. Quelle delle imprese diminuiscono nell’industria (-0,9) e nel commercio al dettaglio (-0,7), ma restano sopra le medie di lungo periodo in tutti i settori. Le aspettative dei consumatori sui prezzi nei prossimi 12 mesi aumentano invece di 3 punti.

L’indicatore di incertezza economica scende di 0,5 punti a 17,2, segnando il quarto calo consecutivo.

Industria, a giugno si spegne ripresa: -1% produzione. Tengono solo energia e auto

La ripresa del manifatturiero italiano rallenta proprio alla vigilia della pausa estiva. A giugno la produzione industriale è diminuita dell’1% rispetto a maggio, secondo i dati diffusi dall’Istat. Una frenata che interrompe i segnali di miglioramento emersi nei mesi precedenti e che conferma la difficoltà del sistema nel consolidare la crescita.

Il dato arriva dopo un secondo trimestre chiuso comunque in territorio positivo, con un aumento dello 0,4% rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Un risultato che va letto però con cautela: il recupero resta limitato e non consente ancora all’industria italiana di tornare sui livelli precedenti alla lunga fase di debolezza iniziata nel 2023.

Gli indici mostrano infatti una sostanziale stagnazione: la produzione media è rimasta pressoché invariata tra il 2024 e il 2026, con valori ancora lontani da una vera accelerazione. Nel 2024 l’indice medio si era attestato a 94,4, nel 2025 a 94,1 e nel secondo trimestre 2026 a 94,2. Dunque la fase più critica sembra superata, ma il recupero resta parziale.

La flessione di giugno è stata ampia e ha coinvolto quasi tutti i principali raggruppamenti industriali. Su base mensile sono diminuiti i beni di consumo (-0,7%), i beni intermedi (-0,9%) e soprattutto i beni strumentali (-2,1%), la componente più legata agli investimenti delle imprese e alle prospettive della domanda futura. Solo l’energia ha registrato una crescita (+0,8%). Anche il confronto annuo conferma la debolezza del momento. Al netto degli effetti di calendario, la produzione è scesa dello 0,6% rispetto a giugno 2025. A pesare sono soprattutto i beni di consumo, in calo del 3,2%, mentre beni strumentali (+0,6%) ed energia (+1,7%) mostrano una maggiore capacità di tenuta.

Tra i settori emergono però alcune eccezioni positive. La fabbricazione di mezzi di trasporto registra una crescita del 3,2% su base annua a giugno e del 10% nei primi sei mesi del 2026, confermandosi uno dei comparti più dinamici dell’industria italiana. Bene anche computer, elettronica e apparecchiature di precisione, cresciuti del 4,5% nel confronto annuale. Continuano invece a soffrire diversi comparti tradizionali. Il tessile, abbigliamento, pelle e accessori registra il calo più marcato (-7,1% annuo), seguito dalle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchinari (-3,6%) e dalla fabbricazione di macchinari e attrezzature (-2,3%). Una dinamica che riflette la debolezza della domanda, la pressione competitiva internazionale e costi ancora elevati per molte imprese.

Proprio la componente degli investimenti rappresenta uno dei principali elementi di attenzione. Il calo dei beni strumentali suggerisce che molte imprese restano prudenti sulle prospettive della domanda, mentre il rallentamento della manifattura europea, con la Germania ancora alle prese con la trasformazione del settore automobilistico, rappresenta un ulteriore elemento di pressione per una filiera italiana fortemente integrata nei mercati esteri. La Cna sottolinea come il calo dei beni strumentali sia “un segnale preoccupante”, perché acquisti di macchinari e tecnologie riflettono la fiducia delle imprese sulle prospettive future. In evidenza anche le difficoltà del tessile, dove migliaia di piccole aziende “restano esposte alla concorrenza internazionale” e alla debolezza dei consumi. Nel primo semestre dell’anno la produzione industriale complessiva registra comunque una crescita tendenziale dello 0,5%, grazie soprattutto ai comparti più innovativi e alla filiera dei mezzi di trasporto. Ma il dato di giugno mostra che il percorso resta accidentato.

Per il Codacons “i dati di giugno registrano un netto peggioramento, con l’indice che cala sia su base mensile che su base annuale”.  Ad esclusione dell’energia, tutti i principali raggruppamenti segnano un ribasso congiunturale e tendenziale, “che si trasforma in un crollo verticale per i beni di consumo, in diminuzione per il settimo mese consecutivo – analizza il Codacons – In particolare per i beni durevoli si registra un tracollo del -10,7% su base annua e del -1,1% sul mese precedente, e in generale per i beni di consumo nei primi sei mesi dell’anno il calo complessivo è del -2,9% rispetto allo stesso periodo del 2025″. “Dati che risentono della crisi attuale legata alla guerra in Medio Oriente e che potrebbero sensibilmente peggiorare per effetto della situazione economica internazionale e delle nuove tensioni sullo stretto di Hormuz, che hanno portato nell’ultimo mese ad una repentina salita dei prezzi energetici e dei carburanti”, conclude il Codacons.

Cresce l’export extra Ue ma l’energia dimezza il surplus. Balzo a due cifre in Cina

L’export italiano verso i mercati extra Ue continua a crescere, ma il peso delle importazioni energetiche riduce il vantaggio commerciale accumulato negli ultimi mesi. Al giro di boa di metà anno, le esportazioni italiane sono aumentate del 3,6% rispetto al giugno 2025, mentre le importazioni hanno accelerato del 18,5%. Su base mensile, dai dati Istat emerge una riduzione congiunturale per le spedizioni (-4%) e un +1,3% degli acquisti.

Il saldo resta positivo, ma si restringe sensibilmente: l’avanzo commerciale è sceso a 2,55 miliardi di euro, dai 5,48 miliardi di giugno dello scorso anno. A pesare è soprattutto il peggioramento del conto energetico, con il deficit passato da 3,88 a 4,98 miliardi di euro. L’aumento delle importazioni è stato infatti trainato principalmente dall’energia, cresciuta del 31,9% su base annua, e dai beni intermedi (+23,7%). Anche le esportazioni hanno beneficiato della maggiore domanda di beni intermedi (+20,7%), mentre hanno mostrato maggiore difficoltà i beni strumentali, in calo dell’8,7%.

Le dinamiche sono ovviamente molto diverse tra i mercati. Gli Stati Uniti restano il principale sbocco extra Ue per il Made in Italy, con una quota del 10,8% dell’export. A giugno le vendite sono rimaste sostanzialmente ferme (+0,4% annuo), ma il saldo commerciale resta fortemente favorevole al Belpaese: 2,43 miliardi di euro nel mese e 17,7 miliardi nel primo semestre. Non emerge, almeno per ora, un arretramento della presenza italiana sul mercato americano, nonostante il clima di maggiore incertezza legato alle politiche commerciali.

Più vivace la crescita verso la Cina. Le esportazioni italiane sono aumentate del 19,1% a giugno e del 19% da gennaio. Il dato positivo sulle vendite, tuttavia, si accompagna a una crescita ancora più ampia degli acquisti (+20,5% su base annua), con un disavanzo commerciale che raggiunge 4,61 miliardi di euro nel mese e 23,6 miliardi nel semestre. Tra i partner extra Ue spicca anche la Svizzera, verso cui l’export cresce del 10,5% a giugno e del 39,3% nel primo semestre, con un avanzo commerciale mensile superiore ai 2 miliardi di euro. In difficoltà invece il Regno Unito, dove le vendite italiane calano del 10,5% annuo a giugno e del 6,1% nel periodo gennaio-giugno.

Sul fronte energetico, il quadro rimane delicato. Gli acquisti dai Paesi Opec sono aumentati del 47,8% rispetto a giugno 2025, mentre il saldo con questi partner torna negativo per 728 milioni di euro nel mese. Anche dall’Africa settentrionale arrivano segnali di maggiore pressione, con importazioni in crescita del 25,1%.

L’Istat sottolinea inoltre che il confronto mensile risente di alcune operazioni “di elevato valore” relative ai mezzi di navigazione marittima registrate nei mesi precedenti. Al netto di questi effetti, la flessione congiunturale dell’export sarebbe stata meno ampia, pari al 2,4%, mentre la crescita annua sarebbe salita al 5,4%. Considerando il primo semestre, il commercio con i Paesi extra Ue resta comunque in territorio positivo: le esportazioni crescono del 4,3%, le importazioni del 5,5% e l’avanzo commerciale si mantiene sostanzialmente stabile a 24,1 miliardi di euro.

Pil, il Sud cresce più del resto d’Italia (+0,6%). E produce anche più occupazione (+1,5%)

Il Sud ingrana una marcia in più. A confermarlo sono anche le stime preliminari dell’Istat, che certificano una crescita generalizzata del Pil nelle varie aree geografiche del Paese, ma con un lieve vantaggio del Meridione.

Entrando nel dettaglio dei dati diffusi dall’Istituto nazionale di statistica, lo scorso anno la dinamica del Prodotto interno lordo è stata “moderatamente positiva e sostanzialmente omogenea” nelle diverse ripartizioni territoriali del Paese. La crescita è alla stessa percentuale, lo 0,5, sia nel Nord-ovest che nel Nord-est, ma anche nell’area del Centro Italia. Il dato cresce, seppur di un punto, al Sud, che registrato un incremento dello 0,6 percento. Andando nello specifico dei settori, invece, gli incrementi più marcati si sono verificati nel campo delle costruzioni, che al Nord-ovest crescono del 4,1%, seguito a stretto giro dal centro con +4%. Al Nord-est, invece, è il commercio a far registrare le performance migliori, con un aumento del 2,7 percento.

Il Sud è davanti anche per quel che riguarda l’occupazione a livello nazionale. Nelle regioni meridionali, infatti, l’incremento è dell’1,5%, collocandosi sul gradino più alto del podio. Alle spalle c’è il centro Italia con +1,1 percento. Risulta, invece, più contenuto l’aumento degli occupati nelle regioni settentrionali: al Nord-ovest +0,9% e al Nord-est +0,8.

I numeri raccolti dall’Istat, dunque, sono in linea con quelli presentati solo pochi giorni fa dallo Svimez, dai quali emerge che per il quarto anno consecutivo il Sud Italia cresce più della media nazionale, che comunque resta al di sotto della media Ue. I dati a consuntivo del 2025 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno registrano un Pil delle regioni meridionali aumentato dello 0,7%, rispetto allo 0,5% del Centro-Nord, anche se il tasso di crescita è inferiore al 2024, quando toccò l’1%. Per l’agenzia, la crescita maggiore del Sud per quattro anni di seguito non si registrava “dal boom economico del dopoguerra”.

Ora arriva la conferma anche dall’Istat di questo trend positivo. La strada resta comunque lunga, ma i segnali che il sentiero sia quello giusto sembrano esserci tutti. La prova principale sarà la fase post Pnrr, con il piano di investimenti che scadrà martedì prossimo, 30 giugno. Quello sarà il vero test per capire se la pagina è stata voltata definitivamente.

Nel frattempo i dati accendono il dibattito politico. Per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, “il report Istat conferma che il Mezzogiorno rappresenta uno dei principali motori della crescita economica nazionale“, dimostrando che “le politiche di rilancio e sviluppo stanno producendo risultati concreti. La crescita è diffusa nei principali settori produttivi: agricoltura, industria e servizi registrano incrementi del valore aggiunto al di sopra della media nazionale“. Sbarra è soddisfatto anche sul fronte occupazione: “Cresce a un tasso maggiore delle altre aree del Paese e si mantiene ai livelli più alti dall’inizio delle rilevazioni“.

La pensano allo stesso modo in Fratelli d’Italia, che tesse le lodi delle politiche messe in campo dall’esecutivo. Diametralmente opposta, invece, la valutazione dell’opposizione: “Insolazione totale per i colleghi di FdI, comprensibile con queste temperature – ironizza Elisa Pirro, capogruppo M5S in commissione Bilancio al Senato -. Provare a enfatizzare il +0,5% del Pil 2025 dell’Italia, e al suo interno il +0,6% del Mezzogiorno, peraltro tenuto a galla dai cantieri del Pnrr lasciato in dote dal Governo Conte, è proprio il classico colpo di sole“. La parlamentare M5S ricorda che “l’Italia nel 2025 ha chiuso al terzultimo posto nell’Ue per crescita, stessa posizione stimata per il 2026 dalla Commissione Ue, per poi finire all’ultimo posto nel 2027” e “nel 2026 invece siamo collocati direttamente all’ultimo posto del G20“.

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Guerra e crisi Hormuz spingono inflazione: a maggio +3,2% su anno

Cresce ancora l’inflazione nel nostro Paese. A maggio, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra una variazione del +0,4% su base mensile e del +3,2% su base annua (da +2,7% di aprile), confermando la stima preliminare dell’Istat. A pesare sull’accelerazione – e di molto – è la dinamica dei prezzi degli energetici non regolamentati e di quelli regolamentati, che passano rispettivamente da +9,6% a +12,5% e da +5,3% a +5,6%, segno che la crisi mediorientale e la situazione nello Stretto di Hormuz stanno lasciando una traccia più che tangibile che, per il Codacons, ammonta a circa mille euro all’anno per famiglia. A crescere, però, è anche il costo dei servizi relativi ai trasporti (da +0,6% a +1,7%) e di quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6% a +3,0%).

Escludendo i beni con una forte volatilità, quindi energetici e alimentari freschi, a maggio l’inflazione di fondo accentua il ritmo di crescita (da +1,6% a +1,7%), così come quella al netto dei soli beni energetici (da +1,9% a +2,1%). I prezzi dei beni e quelli dei servizi registrano un’accelerazione su base annua, rispettivamente da +3,1% a +3,4% e da +2,4% a +2,8%. Di conseguenza, il differenziale tra il comparto dei servizi e quello dei beni si attesta a -0,6 punti percentuali, rispetto ai -0,7 punti percentuali del mese precedente. Il tasso di variazione tendenziale dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona scende a +1,9% (da +2,3% registrato ad aprile), mentre quello dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto sale leggermente (da +4,2% a +4,4%).

La variazione congiunturale dell’indice generale riflette soprattutto l’aumento dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,4%), degli energetici non regolamentati (+0,4%), degli alimentari non lavorati e degli energetici regolamentati (+0,3% per entrambi); diminuiscono i prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-0,6%). Il tasso di inflazione acquisito a maggio è pari a +2,6% per l’indice generale e a +1,5% per la componente di fondo. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) evidenzia una variazione pari a +0,3% su base mensile e a +3,2% su base annua (da +2,8% del mese precedente); la stima preliminare era +3,3%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra una variazione congiunturale pari a +0,3% e una tendenziale di +3,0%.

Considerando le singole voci, a crescere di più sono il gasolio per riscaldamento (+36,8%), gioielli (+29,5%), gasolio per mezzi da trasporto (+25,4%), legumi (+22,8%), carciofi (+19,9%) e pomodori (+18,4%). “Gli incrementi dei prezzi non rientreranno a breve, e anche con la riapertura dello stretto di Hormuz e il crollo del petrolio la situazione nell’immediato non migliorerà”, avverte il Codacons. I listini dei carburanti, infatti, impiegheranno settimane per tornare ai livelli pre-guerra.

I dati dell’Istat rappresentano per l’Unione nazionale consumatori, “un balzo astronomico”. In appena tre mesi, da febbraio a maggio, “i prezzi sono decollati del 2%, pari a 505 euro su base annua per famiglia media, 734 euro per coppia con 2 figli, 660 per coppia con un figlio”, spiega l’associazione.

Consumi in crescita ma effetto guerra non ancora arrivato: rischio fiammata prezzi

Aumento dei consumi in Italia, a dispetto dei venti contrari. Nonostante le incertezze sul fronte geopolitico e un’inflazione che comincia a pesare sul carrello della spesa, la domanda interna mostra segnali di tenuta. Secondo Istat, a marzo le vendite al dettaglio sono in aumento sia in valore (+0,8%) sia in volume (+0,7%) rispetto al mese precedente. In crescita sia il comparto degli alimentari (+0,9% in valore e +0,5% in volume) sia i beni non alimentari (rispettivamente +0,7% e +0,9%). Su base tendenziale, le vendite al dettaglio registrano una crescita del 3,7% in valore e del 2,1% in volume: +4,3% in valore e +1,5% in volume gli alimentari e rispettivamente +3,3% e +2,7% i non alimentari.

Dati che suggeriscono come l’impatto della guerra in Medio Oriente, principalmente con la spinta sui prezzi, non si sia ancora manifestato pienamente. Considerando il primo trimestre, i consumi vedono un incremento in valore (+0,6%) e in volume (+0,2%), mentre rispetto a marzo 2025 la spesa è in aumento per tutte le forme distributive: la grande distribuzione (+3,7%), le imprese operanti su piccole superfici (+3,1%), le vendite al di fuori dei negozi (+3,4%) e, in modo più significativo, il commercio online (+11,2%).

“Manca ancora l’effetto Iran. I dati positivi sono solo un miraggio purtroppo destinato presto a svanire. A marzo, infatti, il rialzo dell’inflazione era ancora contenuto, da 1,5% di febbraio a 1,7%, e il caro energia e i rincari dei carburanti non si erano ancora trasferiti sui prezzi finali dei prodotti, se non in minima parte su voli aerei internazionali e alcuni tipi di frutta” dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc), prevedendo un peggioramento ad aprile nonostante le vendite di Pasqua. Anche il Codacons sostiene che a marzo le conseguenze del conflitto siano state “solo parzialmente” trasferite sui listini al dettaglio, con le vendite alimentari che crescono in valore di quasi il triplo rispetto ai volumi.

Cauta anche la lettura di Federdistribuzione, che considera anche il clima di fiducia di consumatori e imprese. Secondo la recente rilevazione Ipsos Doxa, quasi 9 italiani su 10 (89%) hanno già adottato comportamenti di contenimento della spesa. In ambito alimentare, le famiglie cercano offerte e promozioni (48%), ponendo più attenzione alla riduzione degli sprechi (35%). Inoltre, quasi un italiano su quattro (23%) ha ridotto la quantità di prodotti acquistati, mentre il 16% dichiara di aver diminuito l’attenzione alla qualità.

Restano dunque i timori per i prossimi mesi: Confesercenti avverte che “gli andamenti dei primi giorni di maggio rendono improbabile un rientro rapido delle pressioni inflazionistiche. Ne risentirà inevitabilmente la spesa delle famiglie e, se le tensioni attuali dovessero permanere, si prospetta un indebolimento dei consumi già nel corso del secondo trimestre”. Secondo gli esperti di Confcommercio, “è chiaro che sul versante dei consumi i moderati miglioramenti degli ultimi mesi non riescono a compensare le importanti perdite subite dalle vendite al dettaglio nel medio periodo, soprattutto per le imprese di minori dimensioni. Ed è altrettanto ovvio che permangono rischi rilevanti per una seconda parte dell’anno più complicata”.