Italia avrà Piano del Mare: 16 linee guida per rilanciare asset strategico

Il Piano di rilancio dell’economia del Mare è pronto. Da mesi ci lavora il ministro Nello Musumeci, che ora può portare il testo in Consiglio dei ministri, frutto di un costante contatto con tutti gli attori della filiera. Il provvedimento, secondo quanto si apprende, è molto articolato e si basa su 16 direttrici principali, che fungono da leva per uno degli asset più strategici per il nostro Paese.

Entrando nel dettaglio, il primo dei punti riguarda gli Spazi marittimi e fa una differenziazione dagli obiettivi strategici dei Piani di gestione dello spazio marittimo, che puntano principalmente a promuovere la crescita sostenibile delle economie marittime, indicano la distribuzione spazio-temporale degli usi. Il testo del governo, invece, chiarisce gli indirizzi utili e le azioni generali per raggiungere quegli obiettivi. La base di partenza è la strategia di governance elaborata dall’Ue per far fronte alla sempre più consistente esigenza di sfruttamento di risorse marine, oltre che di produzione energetica, di trasporto, preservando gli ecosistemi e l’ambiente.

In quest’ottica si sviluppa anche la seconda direttrice, secondo cui le linee marittime sono considerate di interesse strategico nazionale e costituiscono “infrastrutture” su cui si innestano interessi primari dello Stato. Dunque, il trasporto marittimo viene inserito in un sistema che dovrà tenere conto della transizione energetica e del suo impatto sul costo del trasporto delle merci e delle persone, in raccordo con i sistemi di trasporto europei ed internazionali.

Altro punto cruciale è quello relativo ai porti, avendo l’Italia una centralità geografica rispetto alle rotte marittime sia Est, quanto Ovest. Da qui nasce l’esigenza di sfruttare meglio le aree retro-portuali a servizio di attività manifatturiere, favorendo il reshoring. Per centrare gli obiettivi, però, servono “adeguati strumenti pianificatori”, oltre a procedimenti per l’aggiornamento, come il Documento di pianificazione strategica di sistema, ma anche con un Piano regolatore portuale. Inoltre, occorrono procedure decisionali e realizzative delle opere portuali o in ambito retro-portuale e procedure di valutazione ambientale e di attuazione dei dragaggi.

Corposo anche il capitolo riservato all’energia. Il governo vuole trasformare l’Italia nell’hub europeo di approvvigionamento, con il Piano Mattei annunciato dalla premier, Giorgia Meloni, che dovrebbe essere presentato nei dettagli il prossimo autunno. In questo scenario, dunque, l’energia proveniente dal Mare può assumere un’importanza strategica, con la produzione da fonti rinnovabili. Per riuscirci sarà decisivo predisporre interventi infrastrutturali, logistici e procedurali specifici. Restando in tema, anche la transizione energetica è alla base del Piano del Mare, con l’utilizzo di carburanti alternativi a quelli prodotti da fonti fossili. Il testo del ministro Musumeci ipotizza una progressiva opera di sostituzione delle navi esistenti con naviglio di nuova generazione.

Per quanto riguarda la pesca sostenibile, in linea con le linee guida europee, il Piano si pone come obiettivo il phasing-out di tutti gli attrezzi di cattura mobile che agiscono sui fondali, oltre alla predisposizione di una banca dati che aiuti a definire i possibili utilizzi della risorsa Mare. Per sviluppare l’acquacoltura, invece, vengono individuati alcuni criteri cardine, come l’accelerazione del processo di definizione delle zone allocate, la tutela delle zone umide costiere, investimenti sulla qualità dei prodotti freschi, la revisione delle concessioni demaniali, la sovrapposizione delle attività in Mare come la produzione di energia e gli impianti di acquacoltura; e anche in questo caso una banca dati pesca e acquacoltura.

In questo senso, un’altra linea guida mira a valorizzare la protezione e la salvaguardia degli ecosistemi marini, nell’ambito di un dinamico sistema economico che deve vedere l’attiva partecipazione delle imprese. Inoltre, il Piano del Mare sostiene l’istituzione di un Polo nazionale della Subacquea, che possa aggregare istituzioni, mondo accademico, industriale e ricerca. Inoltre, c’è una proposta per istituire, entro il 2024, un’Autorità nazionale per il controllo delle attività subacquee.

Altro capitolo è quello delle isole minori, per le quali la proposta è implementare i fondi esistenti, incrementare la produzione di energia rinnovabile locale, predisporre un programma di interventi per l’efficientamento energetico, programmi di mobilità marittima sostenibile e sviluppo dell’economia circolare locale. Allo stesso tempo va data importanza ai ‘Turisti del Mare’.
Nel Piano c’è grande attenzione agli impatti dei cambiamenti climatici, con soluzioni diversificate nei principali settori dove potrebbero risultare determinanti per la crescita sostenibile, come il sistema portuale-logistico, le città e gli insediamenti sul Mare, la biodiversità marina e l’erosione costiera. Senza dimenticare la Sicurezza, intesa sia come la ‘Safety’ (per navi e imbarcazioni) e ‘Security’ (azioni preventive e attività di contrasto ad atti illeciti via Mare). Serve un quadro aggiornato, da condividere a livello interforze, interagenzia e interministeriale, a beneficio di tutte le amministrazioni e nel rispetto delle loro diverse competenze. E il “naturale riferimento” è il Cipom (Comitato interministeriale per le politiche del Mare).
Il Piano, infine, dedica ampio spazio alla cantieristica, all’industria armatoriale e al lavoro marittimo. Per una “una rinnovata autonomia marittima strategica nazionale”.

La tabella di marcia Ue per trasporti navali più green: svolta per il 2024

Meno CO2, meno metano, meno protossido di azoto, e più alimentazione sostenibile. La nuova mobilità pulita dell’Ue per il mare è prevista per il 2024. Queste sono le scadenze fissate dalla commissione europea nella sua tabella di marcia per nuove regole in fatto di trasporti sull’acqua. Tre gli ambiti di intervento. Il primo riguarda l’anidride carbonica. La Commissione si prepara ad adottare diversi atti delegati e di esecuzione entro la fine del 2023 al fine di consentire l’inclusione tempestiva del settore del trasporto marittimo nel sistema di scambio di quote di emissione dell’Ue (Ets) a partire dal 1° gennaio 2024.

Per quanto riguarda metano (CH4) e protossido di azoto (N2O), altri gas a effetto serra a cui l’Ue intende mettere freno e tetti di emissione, la Commissione europea adotterà atti delegati per tenerne conto e includerli nel sistema di contabilizzazione entro l’1 ottobre 2023. Queste almeno le intenzione, secondo quanto dichiarato da Frans Timmermans, il vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal, rispondendo a un’interrogazione parlamentare in materia.

All’abbattimento dei gas clima-alteranti prodotti dalle flotte passeggeri e merci, si aggiunge anche misure per trazione pulita delle imbarcazioni. Il 23 marzo di quest’anno è stato raggiunto l’accordo sulla cosiddetta ‘FuelEU Maritime’, la proposta di regolamento per introdurre motori di nuova generazione alimentati da combustibili ‘green’. L’obiettivo è far sì che l’intensità di gas a effetto serra dei combustibili utilizzati dal settore marittimo diminuisca gradualmente nel tempo, dal 2% nel 2025 fino all’80% entro il 2050. In tal senso “la Commissione si sta preparando all’attuazione del regolamento FuelEU Maritime”, assicura ancora il commissario responsabile per il Green Deal. L’obiettivo del collegio è “pubblicare gli atti delegati e di esecuzione pertinenti nel 2024”. Le elezioni europee, con il rinnovo del Parlamento e l’insediamento del nuovo collegio dei commissari, non dovrebbero dunque incidere sulla tabella di marcia per una mobilità marittima sostenibile.

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Decarbonizzare i trasporti marittimi costa 3 trilioni di dollari. Si punta a idrogeno

Tre trilioni di dollari. A tanto ammontano gli investimenti necessari per arrivare alla totale decarbonizzazione dei trasporti marittimi. I tempi per la transizione green del settore, anche se si stanno facendo “importanti sforzi”, possono essere “lunghi e sono necessari enormi investimenti”. E’ quanto emerge dal decimo rapporto annuale ‘Italian Maritime Economy’ a cura di Srm (Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo).

Il trasporto marittimo, infatti, produce il 2,19% di CO2. Un valore “che non sembra particolarmente elevato” se non fosse per tre elementi essenziali, che “hanno la capacità di condizionare il mercato e trasformarlo“: lo shipping a livello mondiale trasporta il 90% delle merci, è un settore capital intensive i cui investimenti di lungo periodo condizionano il futuro ed è fortemente concentrato, per cui le azioni dei big player hanno la possibilità di orientare i mercati. Nel medio termine, per gli analisti, si può prevedere una progressiva sostituzione del Gnl con il biometano, ammoniaca e, a lungo termine, con l’idrogeno “perché più sostenibili e dal minor impatto ambientale”.

E anche se “non è ancora definita la scelta del carburante alternativo del futuro”, il settore marittimo è sulla strada giusta. A luglio 2023 le navi in cantiere con carburante Gnl rappresentano il 39% del portafoglio ordini; quelle a metanolo il 5,4%, a Lpg il 2,1% e quelle ad altri carburanti alternativi (idrogeno, etano, biofuel, batterie), il 2,8%. Inoltre il 7,7% dell’orderbook riguarda navi ammonia ready (pronte cioè ad utilizzare l’ammoniaca non appena la tecnologia lo consentirà).

L’individuazione del carburante alternativo, spiega il rapporto, “è determinante anche per i porti che già stanno realizzando investimenti in infrastrutture che potranno consentire il bunkeraggio”. Diventa questo “un vantaggio strategico perché in tal modo i porti saranno in grado di attrarre nuovi traffici”.

Attualmente sono 169 i porti attivi per il bunkeraggio di Gnl e 95 le strutture in progetto. La spinta verso la transizione ecologica e l’utilizzo di fonti alternative, è l’analisi del rapporto, “contribuirà in futuro a ridurre la domanda di prodotti petroliferi a vantaggio di forme green”. Per il nostro Paese molte delle iniziative “devono tener conto dell’attività dei porti che possono diventare dei veri e propri hub energetici per lo stoccaggio e la produzione di Gnl, biocarburanti, idrogeno”.

Si stimano 5 anni per fare dell’Italia il ponte Mediterraneo del gas attraverso 7 rigassificatori in prossimità dei porti e 5 gasdotti da sud volti a far transitare circa 50 miliardi di metri cubi di Gnl e fino a 90 miliardi di gas (a pieno regime) per un totale di 140 miliardi. Ma c’è un altro strumento “essenziale” per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità, che è, secondo il rapporto, “la digitalizzazione del settore“.

Il World Economic Forum ha stimato l’impatto nei prossimi 10 anni dell’applicazione della tecnologia digitale nell’industria logistica che si può quantificare nella creazione di 2 milioni di occupati e nella riduzione delle emissioni di carbonio pari a 10 milioni di tonnellate. Il mercato globale della digitalizzazione marittima è stato valutato in 157,4 miliardi di dollari nel 2021 e si prevede che raggiungerà i 423,4 miliardi di dollari entro il 2031, con una crescita del 10,7% dal 2022 al 2031. È questo lo strumento, spiegano gli esperti, “per ottimizzare i risparmi e migliorare tempi e qualità”.

Passi “necessari” per consentire il salto in ottica green di un settore, quello della Blue Economy italiana, che nel 2021 ha superato i 52,4 miliardi di euro, crescendo di oltre 10 miliardi in 10 anni. Un valore di una volta e mezzo quello dell’agricoltura e quasi l’80% dell’edilizia, con una base imprenditoriale di oltre 228 mila aziende e una occupazione di 914mila addetti.

Allarme del Wwf: a rischio metà delle specie di squali nel Mediterraneo

(Photocredit: Wwf Italia)

Oltre la metà delle specie di squali presenti nel Mediterraneo sono a rischio: si tratta della percentuale più alta rispetto al resto degli oceani. A lanciare l’allarme è il Wwf in occasione della Giornata mondiale degli squali che si svolge il 14 luglio. L’organizzazione lancia, quindi, un appello a tutti i Paesi del bacino affinché “mettano in atto le misure vincolanti emanate dalla Commissione Generale della Fao per la pesca nel Mediterraneo e dalla Cites, recentemente adottate e che potrebbero migliorare la gestione della pesca e del commercio di squali e razze “e aiutare il recupero delle 42 specie appartenenti a questo gruppo e ancora minacciate.

Ma quale è il ruolo degli squali nel Mediterraneo? Con le temperature del mare in salita, spiega il Wwf, popolazioni sane di squali e razze svolgono anche un ruolo ‘insospettabile’ e importante nel mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici, aumentando con la loro presenza e attività il sequestro del carbonio e supportando la biodiversità marina.

Si stima, spiega Giulia Prato, responsabile Mare del Wwf Italia, “che la cattura degli squali impedisca di ‘stoccare’ negli oceani fino a 5 milioni di tonnellate di carbonio. Popolazioni sane di squali e razze possono quindi contribuire, come accade anche per le grandi balene, al fondamentale ciclo del carbonio ‘blu’ del nostro oceano e contribuire a mitigare l’impatto del cambiamento climatico”.

E se da un lato il Wwf plaude alle recenti misure volte a garantire una pesca più sostenibile di squali e razze nel Mediterraneo e a proibire presto la pesca ricreativa di 39 specie, dall’altro mette in guardia rispetto alla loro efficacia, che potrebbe essere pericolosamente compromessa dalla lenta attuazione a livello nazionale. Alcune specie a rischio critico di estinzione come la Vaccarella, l’Aquila di mare e la Rinottera, infatti, rimangono ancora prive di protezione in Mediterraneo e di misure di gestione. “Ritardare le azioni di gestione – spiega l’organizzazione – mette in costante rischio le specie minacciate di squali e razze e compromette la sostenibilità a lungo termine delle attività di pesca e dell’intero ecosistema marino”.

Il Wwf chiede, quindi, alle istituzioni italiane di sviluppare un Piano d’Azione Nazionale (Npoa) per la salvaguardia e gestione di squali e razze, attraverso l’istituzione di un tavolo interministeriale di coordinamento e in consultazione con gli esperti della comunità scientifica, i pescatori e le organizzazioni della società civile. Un piano di questo tipo, infatti, “permetterebbe di rispondere agli impegni presi in modo armonico, migliorando la raccolta dati a livello nazionale, prevedendo misure di mitigazione e gestione delle catture accidentali sulla base delle migliori conoscenze scientifiche e di protezione degli habitat essenziali e delle specie a rischio”.

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Decarbonizzare il trasporto marittimo costerà 3 trilioni di dollari. Ma la strada è tracciata

Tre trilioni di dollari. A tanto ammontano gli investimenti necessari ad arrivare alla totale decarbonizzazione dei trasporti marittimi. I tempi per la transizione green del settore, anche se si stanno facendo “importanti sforzi”, possono essere “lunghi e sono necessari enormi investimenti”. E’ quanto emerge dal decimo rapporto annuale ‘Italian Maritime Economy’ a cura di Srm (Centro Studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo). Il trasporto marittimo, infatti, produce il 2,19% di CO2. Un valore “che non sembra particolarmente elevato se non fosse per tre elementi essenziali, che hanno la capacità di condizionare il mercato e trasformarlo: lo shipping a livello mondiale trasporta il 90% delle merci, è un settore capital intensive i cui investimenti di lungo periodo condizionano il futuro ed è fortemente concentrato, per cui le azioni dei big player hanno la possibilità di orientare i mercati”.

I CARBURANTI DEL FUTURO. Nel medio termine, per gli analisti, si può prevedere una progressiva sostituzione del Gnl con il biometano, ammoniaca e, a lungo termine, l’idrogeno “perché più sostenibili e dal minor impatto ambientale”. E anche se “non è ancora definita la scelta del carburante alternativo del futuro”, il settore marittimo è sulla strada giusta.

A luglio 2023 le navi in ordine (in termini di GT) con carburante Gnl rappresentano il 39% del portafoglio ordini; quelle a metanolo il 5,4%; a Lpg il 2,1%; ad altri carburanti alternativi (idrogeno, etano, biofuel, batterie), il 2,8%. Inoltre il 7,7% dell’orderbook riguarda navi ammonia ready (pronte cioè ad utilizzare l’ammoniaca non appena la tecnologia lo consentirà). L’individuazione del carburante alternativo, spiega il rapporto, “è determinante anche per i porti che già stanno realizzando investimenti in infrastrutture che potranno consentire il bunkeraggio”. Diventa questo “un vantaggio strategico perché in tal modo i porti saranno in grado di attrarre nuovi traffici”. Attualmente sono 169 i porti attivi per il bunkeraggio di Ggn (e 95 le strutture in progetto).

IN CINQUE ANNI ITALIA HUB MEDITERRANEO DEL GAS. La spinta verso la transizione ecologica e l’utilizzo di fonti alternative, è l’analisi del rapporto, “contribuirà in futuro a ridurre la domanda di prodotti petroliferi a vantaggio di forme green”. Per il nostro paese molte delle iniziative “devono tener conto dell’attività dei porti che possono diventare dei veri e propri “hub energetici” per lo stoccaggio e/o produzione di Gnl, biocarburanti, idrogeno”.  Si stimano 5 anni per fare dell’Italia il ponte Mediterraneo del gas attraverso 7 rigassificatori in prossimità dei porti e 5 gasdotti da sud volti a far transitare circa 50 miliardi di metri cubi di GNL e fino a 90 miliardi di gas (a pieno regime) per un totale di 140 mld.

LA DIGITALIZZAZIONE DEL SETTORE. Ma c’è un altro strumento “essenziale” per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità, che è, secondo il rapporto, la digitalizzazione del settore“. Il World Economic Forum ha stimato l’impatto nei prossimi 10 anni dell’applicazione della tecnologia digitale nell’industria logistica che si può quantificare nella creazione di 2 milioni di occupati e nella riduzione delle emissioni di carbonio pari a 10 milioni di tonnellate. Il mercato globale della digitalizzazione marittima è stato valutato in 157,4 miliardi di dollari nel 2021 e si prevede che raggiungerà i 423,4 miliardi di dollari entro il 2031, con una crescita del 10,7% dal 2022 al 2031. È questo lo strumento, spiegano gli esperti, “per ottimizzare i risparmi e migliorare tempi e qualità”.

Le coste italiane soffrono: oltre 13mila illeciti nel 2022. Campania in testa

Inquinamento, abusivismo edilizio, mala depurazione, cattiva gestione dei rifiuti, assalto al patrimonio ittico e alla biodiversità: tutte facce della pressione illegale sull’ecosistema marino del nostro Paese. A raccontarlo lo storico dossier di Legambiente Mare Monstrum di cui il cigno verde ha pubblicato un’anteprima della nuova edizione, facendo il punto sulle illegalità connesse ai fenomeni d’inquinamento del mare relativi alla gestione dei rifiuti, agli scarichi in mare e alla mala depurazione, frutto di un’elaborazione accurata dei dati di forze dell’ordine e Capitanerie di porto.

Nel 2022 lungo le coste italiane sono state 13.229 le infrazioni contestate, pari a 1,8 violazioni per ogni chilometro di costa. Crescono nel 2022 gli illeciti amministrativi, pari a 8.499 (+24,2% rispetto al 2021) e le sanzioni amministrative, 8.935 quelle comminate (+ 47,7% rispetto al 2021). In diminuzione, invece, il numero di reati (4.730, -32,9% sul 2021) e il numero delle persone denunciate o arrestate (4.844, -43,6% rispetto al 2021) e quello dei sequestri (1.623, -51,7% rispetto il 2021), per un valore economico di oltre 385 milioni di euro.

La Campania si conferma prima in classifica: nel 2022 ha contato 1.245 reati e da sola rappresenta il 26,3% del totale nazionale. Le persone denunciate e arrestate sono state 989, i sequestri 496, gli illeciti amministrativi 1.273 (+45,7% rispetto al 2021) e le sanzioni 1.247 (+42,7% rispetto al 2021). Al secondo posto per numero di reati sale la Puglia (l’anno scorso quarta) che nel 2022 ha contato 559 reati, pari all’11,8% del totale nazionale. Segue il Lazio con 539 reati (11,4% del totale) ma che si piazza al secondo posto come numero di persone denunciate e arrestate (673) e sequestri (216 quelli eseguiti). La Calabria (seconda come illeciti amministrativi e sanzioni, rispettivamente 1.018 e 1.062) sale al quarto posto con 344 reati, seguita dalla Sicilia, che con 336 reati scende di due posizioni rispetto alla classifica del 2021. Sesta l’Emilia-Romagna con 271 reati. Da sottolineare l’incidenza dei reati connessi al mare inquinato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) che sale dal 51,8% del 2021 al 52,5% del 2022.

“La salute dei nostri mari e laghi non può più attendere”, spiega Giorgio Zampetti, Direttore generale di Legambiente, secondo cui è necessario “fermare subito gli scarichi illegali e utilizzare al meglio i fondi del Pnrr per costruire nuovi depuratori e implementare quelli esistenti, in favore di riuso delle acque e recupero dei fanghi, e completare la rete fognaria devono essere le priorità per il Governo”.

Giornata degli Oceani, allarme Wwf: “Due terzi del mare aperto sono sotto assedio”

(Photocredit: Troy Mayne-WWF)

Il mare fuori, che ‘lontano dagli occhi’ occupa i territori oltre le 12 miglia dalla costa, è essenziale per la vita marina e di conseguenza per la nostra salute e benessere, ma due terzi (66,8%) del mare aperto italiano sono sotto assedio: traffico marittimo, pesca insostenibile, inquinamento tutto aggravato dagli impatti del cambiamento climatico che colpiscono fortemente tutto il Mediterraneo. In questo spazio vivono, si nutrono, si riproducono, o semplicemente lo attraversano nei loro spostamenti, le specie ‘pelagiche’, tra cui balenottere comuni, capodogli, globicefali, tursiopi, stenelle, foche monache ma anche tartarughe marine, squali, tonni, pesci spada e fuori dall’acqua uccelli come berte, sterne e uccelli delle tempeste. È urgente salvare questo spazio sconosciuto e ricchissimo di vita, ricco di paesaggi variegati con montagne sottomarine (circa 300 in tutto il Mediterraneo), fosse profonde che si inabissano fino a 5.000 metri di profondità e oltre 500 canyon sottomarini, dove la biomassa e l’abbondanza di specie possono essere da 2 a 15 volte superiori rispetto alle aree circostanti alle stesse profondità. L’allarme viene dall’ultimo report del Wwf Italia – ‘Sos Mare fuori. Minacce e soluzioni per la tutela del mare aperto’ – lanciato nella Giornata Mondiale degli Oceani e che inaugura anche la Campagna Wwf GenerAzione Mare , giunta alla sua settima edizione.

MARE SOTTO ASSEDIO. Il report del Wwf denuncia l’assedio crescente alle risorse del mare pelagico, dove alla biodiversità marina resta solo un 27% teoricamente libero dagli impatti diretti (ma non da quelli indiretti e cumulativi). Il 73% degli stock ittici vengono ancora pescati oltre i limiti sostenibili, più velocemente della capacità di riprodursi delle specie. Sebbene lo stock di tonno rosso del Mediterraneo e Atlantico orientale sia finalmente in via di recupero grazie a efficaci misure gestionali, permane la pratica completamente insostenibile delle gabbie di ingrasso dove, per far crescere 1 kg di tonno, servono 15 kg di piccoli pelagici, come acciughe e sardine, già sovrasfruttate. Il ‘mare fuori’ è un intreccio di autostrade percorse da navi sempre più numerose: nel Mediterraneo si concentra il 15% dell’attività marittima mondiale e il 20% del commercio marittimo globale con circa 200.000 navi all’anno. Un rischio crescente per le collisioni con i grandi cetacei.

UN MARE DI RIFIUTI. Il Mediterraneo è la sesta grande zona di accumulo dei rifiuti plastici al mondo e proprio in ambiente pelagico ci sono i peggiori accumuli: tra il corno della Corsica e l’isola di Capraia si accumulano rifiuti regolarmente per un gioco di correnti, una minaccia per il Santuario Pelagos dove si registrano i valori tra i più elevati di microplastiche al mondo. Colpa dei rifiuti ma anche degli attrezzi fantasma (reti e altri attrezzi da pesca abbandonati) che diventano anche trappole mortali per tartarughe, cetacei e squali. L’inquinamento è aggravato dal traffico petrolifero (17% di quello mondiale è nel Mediterraneo) e dalle attività di estrazione al largo: ogni anno tra le 50.000-100.000 tonnellate di prodotti petroliferi finiscono in mare ‘solo’ per gli sversamenti illegali.

IL DRAMMA CLIMATICO. Ad aggravare la condizione già compromessa ci sono gli effetti del cambiamento climatico che amplificano tutti gli altri effetti. Acidificazione, deossigenazione, innalzamento del livello del mare, aumento della frequenza e intensità dei fenomeni estremi rendono anche la biodiversità pelagica più vulnerabile. È stata registrata già una riduzione delle dimensioni del plancton e delle sue proprietà nutrizionali. Nel Golfo del Leone, secondo studi recenti, le sardine disperdono più energie per nutrirsi di plancton e questo a scapito della loro crescita: dalla metà degli anni 2000 la loro dimensione è passata da una media di 15 a 11 cm (da 30 a 10 grammi) con impatti negativi sugli equilibri biologici e l’economia dell’area. Infine, molti dei settori marittimi come l’installazione di parchi eolici off-shore, acquacoltura, trasporti e turismo di massa, sono tutti in espansione: il solo traffico marittimo è destinato ad aumentare del 4% all’anno fino al 2030. Tutte attività accomunate dall’occupazione di spazio che viene sottratto alla biodiversità marina con impatti cumulativi crescenti.

PROTEGGERE IL CAPITALE BLU. Il messaggio è proteggere il Capitale Blu e garantire i servizi ecosistemici del Mediterraneo, che generano, tra risorse ed attività, un valore annuo di 450 miliardi di dollari: uno dei mari economicamente più importanti al mondo. Per proteggere il ‘mare fuori’ occorre garantire uno spazio sufficiente per la biodiversità e una gestione sostenibile delle sue risorse, anche con la collaborazione tra istituzioni, paesi e organizzazioni. Ad oggi solo il 4,2% dell’intero spazio marittimo italiano è protetto, si arriva a un 5% se si considerano anche le misure di gestione spaziale della pesca come le Zone di Tutela Biologica e le Zone di Restrizione della Pesca (FRA). Nel report il Wwf chiede che l’Italia si attivi concretamente e con urgenza per tutelare il 30% di tutto lo spazio marittimo, con aree marine protette, siti natura 2000 ma anche misure di gestione della pesca efficaci. 10 le aree prioritarie per la protezione, nuova o rafforzata, del mare aperto identificate dal Wwf : Canale di Sicilia e Sud Adriatico, due macro-aree già riconosciute come Aree Ecologicamente e Biologicamente Significative dalla Convenzione sulla Diversità Biologica, ma anche Golfo di Taranto, Arcipelago Pontino, Canyon di Castelsardo, Canyon di Caprera, Arcipelago campano, Arcipelago toscano, Arcipelago eoliano e Santuario Pelagos. Ma per garantire che anche nel restante 70% del mare, le attività umane siano condotte nel rispetto degli ecosistemi marini, evitando ulteriori danni a un ambiente già degradato e minacciato sarà cruciale anche la capacità del nostro paese di pianificare e gestire tutto il suo spazio marittimo, un’area di 537.733 km2 . Per farlo, l’Italia deve implementare senza ulteriori ritardi i piani di gestione dello spazio marittimo, le cui bozze secondo l’analisi del Wwf, ancora non soddisfano criteri chiave, come l’identificazione delle aree per il 30×30 e per le rinnovabili offshore, e la gestione degli impatti del cambiamento climatico.

LE SOLUZIONI. Nel report il Wwf elenca le soluzioni, tra cui la protezione del 30% del mare con una rete efficace di aree marine protette e altre misure di protezione spaziale (OECM) in ottemperanza alla nuova Strategia Europea sulla Biodiversità al 2030. Nuove aree protette nelle acque offshore, efficacemente gestite, come richiesto dalla Politica Comune sulla Pesca dell’Ue e dalla Commissione Generale per la Gestione della Pesca in Mediterraneo (CGPM .

Ma servono anche interventi efficaci sullo stock del tonno rosso e del pesce spada: abbandonare la pratica delle gabbie di ingrasso per il primo, e chiudere la pesca dello spada in autunno per ridurre le catture di giovanili sotto-taglia, incrementando i controlli sulla filiera per porre fine alla commercializzazione degli spadini, Essenziale per il “mare fuori” è anche la protezione dei ‘blue corridors’, corridoi ecologici cruciali per i cetacei, come il corridoio delle Baleari, già riconosciuto come Area Specialmente Protetta di Importanza Comunitaria (ASPIM) Importante lo sforzo di ampliamento in corso dal 2021 per l’istituzione della Particularly Sensitive Sea Area (PSSA) , nel Mediterraneo nord-occidentale che collegherà il Corridoio delle Baleari al Santuario Pelagos, e per la quale il Wwf chiede la riduzione obbligatoria della velocità delle navi a 10 nodi e l’applicazione di tecniche di rilevamento, per ridurre al minimo il rischio di collisioni tra navi e grandi cetacei.

La Pianificazione dello Spazio marittimo, che l’Europa ci chiede di impostare attraverso una apposita Direttiva Europea è lo strumento attraverso il quale pianificare in maniera integrata ed ecosistemica gli obiettivi di tutela dell’ambiente marino e delle sue risorse, garantendo contemporaneamente un’economia blu veramente sostenibile. Ma per una sua implementazione efficace il Wwf chiede una maggiore collaborazione e sinergia tra tutte le istituzioni, dal Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, al Ministero per l’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Ministero degli Affari Esteri, e, soprattutto, una maggiore cooperazione con la società civile.

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Il viaggio di Soldini sul trimarano green che monitora gli oceani

Un viaggio intorno al mondo, oltre 44mila miglia, alla scoperta delle fragilità del mare su una rotta scientifica ed ecologica prima ancora che sportiva. Protagonista dell’impresa è Giovanni Soldini, non solo velista dei record, ma anche rappresentante del programma Unesco del Decennio delle scienze del mare per lo sviluppo sostenibile, che si muoverà dagli antichi porti del Mediterraneo alle spiagge tempestose dell’Atlantico, dalle isole dei Caraibi fino all’immenso Pacifico, al Mare Cinese e alle baie dell’India veleggiando sulle antiche rotte commerciali. Un’impresa straordinaria che diventerà un docufilm, diretto da Sydney Sibilia, ma anche e soprattutto un progetto interamente carbon neutral certificato da Zen2030.

IL TRIMARANO SOSTENIBILE. Merito anche del Maserati Multi70, il trimarano che porterà Soldini per i mari di tutto il mondo in modalità completamente sostenibile. Lungo 21,20 metri e largo circa 16, ha un peso di 6 tonnellate ed è dotato di un impianto solare con una potenza nominale di picco da 4,5 kilowattora, capace di produrre ampiamente il fabbisogno giornaliero di energia anche in condizioni di cielo coperto e senza sole. Quando l’impianto produce più di quanto consuma, l’energia viene immagazzinata in una batteria agli ioni di litio molto avanzata e molto densa, quindi leggerissima, realizzata da Liber, spin off dell’Università di Bologna guidato dal professore Claudio Rossi. In condizioni di scarso insoleggiamento e anche durante le manovre nei porti o nei canali, il sistema si alimenta con una batteria capace di immagazzinare 12 kilowattora, sufficienti a coprire i consumi della barca in navigazione per 3 giorni in assenza di pannelli solari. Nessun carburante fossile è presente a bordo.

LA SCIENZA IN VIAGGIO. Maserati Multi70, inoltre, è il primo trimarano da competizione dotato della strumentazione Ocean Pack, che lo rende un vero e proprio laboratorio oceanografico galleggiante, capace di misurare la temperatura, la salinità, la connettività e la concentrazione di anidride carbonica nelle acque in superficie, tutti dati che, una volta raccolti, vengono validati e messi al servizio della comunità scientifica. Si tratta, sostanzialmente, di una macchina di fabbricazione tedesca che pompa acqua di mare in un circuito e la filtra attraverso una membrana che ne estrae CO2. Una volta raccolti, i dati vengono stoccati in una card e inviati al computer centrale di bordo; l’acqua invece viene reimmessa in mare. “Raccoglieremo dati utili a monitorare lo stato di salute dell’Oceano, incontreremo team di scienziati e specialisti, scopriremo quali soluzioni sono allo studio, quali difese stiamo escogitando, quali processi di rigenerazione possiamo attivare e come possiamo impiegare la tecnologia per espandere e accelerare l’azione di contrasto all’impatto del cambiamento climatico. L’Oceano può fornirci tante risposte e ispirare molte azioni decisive”, spiega Giovanni Soldini.

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Italia regina delle Bandiere Blu: premiati 226 Comuni, Liguria e Puglia in testa

Entrano Catanzaro, Gallipoli, le isole Tremiti, Orbetello e Vieste, tra le altre. Esce Cattolica. Sono state assegnate le Bandiere Blu 2023: premiati 226 Comuni italiani, 16 in più rispetto allo scorso anno. Sono 17 i nuovi ingressi, 1 il Comune non confermato. Le 226 località italiane comprendono 458 spiagge, l’11% delle spiagge premiate a livello mondiale. Oltre ai Comuni, hanno ricevuto la Bandiera Blu anche 84 approdi turistici. Le Bandiere Blu sono assegnate dalla ong internazionale per l’educazione alla sostenibilità Fee (Foundation for Environmental Education), con sede in Danimarca e presente in 81 paesi. Il riconoscimento è assegnato a località marine e lacustri sulla base della pulizia delle acque, la gestione dei rifiuti, le aree verdi e le piste ciclabili, i servizi sulle spiagge e nel comune, le strutture alberghiere e altro. Le new entry di quest’anno sono Catanzaro (Calabria); Rocca Imperiale (Calabria); San Mauro Cilento (Campania); Gatteo (Emilia Romagna); Laigueglia (Liguria); Sori (Liguria); Sirmione (Lombardia); Toscano Maderno (Lombardia); Porto San Giorgio (Marche); Termoli (Molise); San Maurizio D’Opaglio (Piemonte); Verbania (Piemonte); Gallipoli (Puglia); Isole Tremiti (Puglia); Leporano (Puglia); Vieste (Puglia); Orbetello (Toscana). Non è stata confermata quest’anno la Bandiera Blu a Cattolica (Emilia Romagna).

“Anche quest’anno registriamo un notevole incremento dei Comuni che hanno ottenuto il riconoscimento della Bandiera Blu, ben 226 con 17 nuovi ingressiha dichiarato Claudio Mazza, presidente della Fondazione Fee Italia -. Una progressione che cresce di anno in anno: basti pensare che nel 1987 – primo anno – i Comuni Bandiera Blu in Italia sono 37, nel 1997 arrivano a 48, nel 2007 a 97, nel 2017 diventano 164, fino ad arrivare a oggi, con sempre più località che si avvicinano al percorso facendo una chiara scelta di campo per la sostenibilità. I Comuni Bandiere Blu rappresentano circa un quarto di tutte le spiagge italiane. Parliamo di eccellenze del turismo nazionale che possono contare su una strategia articolata e su una visione che non tralascia alcun elemento presente sul territorio. Bandiera Blu è ormai riconosciuto come uno strumento di straordinario impatto non solo territoriale ma anche sociale, in cui ciascuno è chiamato a fare la propria parte e a mettersi a servizio della comunità nell’ottica di uno sviluppo sostenibile e inclusivo del territorio”, conclude Mazza.

Nel dettaglio, la Liguria segna 2 nuovi ingressi e raggiunge 34 località, la Puglia sale a 22 riconoscimenti con 4 nuovi Comuni. Seguono con 19 Bandiere: la Campania e la Toscana, entrambe con un nuovo ingresso; la Calabria con due nuove Bandiere Blu. Le Marche salgono a 18, con un nuovo ingresso. La Sardegna conferma le sue 15 località, l’Abruzzo resta a 14, la Sicilia a 11, il Lazio a 10. Rimangono invariate anche le 10 Bandiere del Trentino Alto Adige. L’Emilia Romagna vede premiate 9 località con un’uscita e un nuovo ingresso; sono riconfermate le 9 Bandiere del Veneto. La Basilicata conferma le sue 5 località; si registrano 2 nuovi ingressi in Piemonte che ottiene 5 Bandiere; il Friuli Venezia Giulia conferma le 2 dell’anno precedente. La Lombardia sale a 3 Comuni Bandiera Blu, con due nuovi ingressi, il Molise conquista 2 Bandiere con un nuovo Comune. Le Bandiere sui laghi quest’anno sono 21, con 4 nuovi ingressi.

Nel corso della manifestazione sono state premiate quelle località le cui acque di balneazione sono risultate eccellenti negli ultimi 4 anni, come stabilito dai risultati delle analisi che, nel corso degli ultimi quattro anni, le ARPA (Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente) hanno effettuato nell’ambito del Programma Nazionale di monitoraggio, condotto dal Ministero della Salute. I Comuni hanno potuto presentare direttamente tali risultati, in quanto c’è piena corrispondenza tra quanto richiesto dalla FEE e quanto effettuato dalle ARPA, in termini di numero di campionamenti e di indicatori microbiologici misurati. I 32 criteri del Programma vengono aggiornati periodicamente in modo tale da spingere le amministrazioni locali partecipanti ad impegnarsi per risolvere, e migliorare nel tempo, le problematiche relative alla gestione del territorio al fine di una attenta salvaguardia dell’ambiente.

Grande rilievo viene dato alla gestione del territorio messa in atto dalle Amministrazioni comunali. Tra gli indicatori considerati ci sono: l’esistenza e il grado di funzionalità degli impianti di depurazione; la percentuale di allacci fognari; la gestione dei rifiuti; l’accessibilità; la sicurezza dei bagnanti; la cura dell’arredo urbano e delle spiagge; la mobilità sostenibile; l’educazione ambientale; la valorizzazione delle aree naturalistiche; le iniziative promosse dalle Amministrazioni per una migliore vivibilità nel periodo estivo. Non bisogna inoltre dimenticare l’azione di sensibilizzazione intrapresa affinché i Comuni portino avanti un processo di certificazione delle loro attività istituzionali e delle strutture turistiche che insistono sul loro territorio.

Più ricerca in acque profonde: siglato l’accordo Cnr-Isa sui fondali

Un accordo per far progredire la ricerca scientifica marina e rafforzare l’interfaccia scienza-politica sui temi riguardanti i fondali, bene comune dell’umanità e cruciali per il funzionamento degli ecosistemi.

La partnership la siglano, a Venezia, il segretario generale dell’Isa-International Seabed Authority (Autorità Internazionale dei Fondali Marini), Michael W. Lodge, e la presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Maria Chiara Carrozza, in occasione delle celebrazioni del Centenario del Cnr e dell’inaugurazione della mostra sull’’Antropocene. La Terra a ferro e fuoco‘, che ha uno spazio dedicato ai fondali marini e al paesaggio acustico subacqueo.

I fondali sono uno spazio per infrastrutture e una miniera di risorse biologiche e abiotiche non rinnovabili e in un equilibrio fragile con l’ambiente. Una parte importante di questa nuova partnership riguarda l’implementazione di iniziative mirate di costruzione di nuove competenze su questioni legate al mare profondo, come l’esplorazione, la pianificazione della gestione ambientale e il trasferimento tecnologico, anche attraverso opportunità di formazione ad hoc a bordo della nuova nave oceanografica Gaia Blu del Cnr. Particolare enfasi sarà posta sullo sviluppo di nuovi strumenti educativi per conoscere e decidere circa l’ambiente marino e sull’emancipazione e la leadership delle donne nella ricerca in acque profonde. Attività che contribuiscono alle priorità stabilite nel piano strategico e nel piano d’azione ad alto livello dell’ISA per il periodo 2019-2023 e al piano d’azione a sostegno del decennio delle scienze oceaniche per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. “C’è bisogno di cooperazione internazionale, soprattutto dove le domande sono semplicemente troppo grandi per essere risolte da una singola agenzia o istituzione“, osserva Lodge. Ora l’obiettivo, scandisce, “deve essere creare sinergie e allocare risorse economiche dove sono più necessarie, come si evince dal piano d’azione dell’ISA per la ricerca scientifica marina a sostegno del Decennio delle scienze oceaniche delle Nazioni Unite“.

Il segretario dell’Isa mette in luce la responsabilità di rafforzare le capacità di ricerca degli Stati in via di sviluppo e tecnologicamente meno avanzati per garantire la loro effettiva partecipazione ai programmi di esplorazione e ricerca in acque profonde, “uno dei principali driver per l’economia blu sostenibile e la protezione dell’ambiente marino”, osserva Carrozza.