Energia, scintille tra ambientalisti e Cingolani sulle rinnovabili

L’ambiente è come sempre il terreno di scontro tra associazioni e istituzioni. Anche questa fase storica dell’Italia non fa eccezione. Ad accendere la miccia, stavolta, sono le rinnovabili: l’Italia è impegnata nella strategia di diversificazione del proprio mix energetico, abbandonando per sempre il gas russo per sostituirlo con nuovi accordi sottoscritti con diversi Paesi fornitori dell’Africa, ma nel piano c’è anche l’accelerazione verso le energie alternative. Solo che su tempi e modalità si innesca il corto circuito tra il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e i rappresentanti delle associazioni che si occupano di tutela ambientale. Il campo da gioco lo offre ‘Repubblica‘, con il palco del Festival ‘Green & Blue‘, che ospita in rapida sequenza prima il responsabile del Mite, poi Legambiente, Greenpeace, Wwf, Asvis, Kyoto Club, Italia Nostra, LifeGate, e Fondazione sviluppo sostenibile.

L’atmosfera si scalda praticamente subito, quando Cingolani, stimolato dal direttore di ‘Repubblica‘, Maurizio Molinari, offre una risposta ai cosiddetti ‘rinnovabilisti‘. Per il ministro “non sono un ostacolo”, ma “ci sono alcuni gruppi che prendono delle posizioni tecnicamente indifendibili”. Ad esempio, Cingolani cita l’ipotesi più recente “secondo la quale in 3 anni si potrebbero installare 60 gigawatt di potenza rinnovabile, prevalentemente solare ed eolico, peraltro, perché su altre forme gli stessi ‘rinnovabilisti’ dicono che ci vuole tempo”. L’esperto si ‘limita ad osservare’ che è possibile accelerare, “addirittura si voleva un commissario con pieni poteri che saltasse tutte le regole organizzative”, ma “la realtà è che non basta mettere un impianto”, soprattutto perché esistono delle aree del Paese dove c’è vento e sole e “lì si concentrano tutte le proposte di impianti”. Il problema è che “se ci sono, mettiamo caso, 10 proposte di impianti, se ne può accettare uno, poi lo spazio sarebbe occupato”, dunque non le altre nove no. Ecco perché, ragiona Cingolani, “è inutile fare la somma di tutte le proposte che ci sono in giro, bisogna anche essere realisti nei calcoli che si fanno”.

Questa non è l’unica ragione portata nella discussione dal responsabile del Mite. Che ricorda: “Solare ed eolico producono energia dalle 1.500 alle 2mila ore l’anno, e l’anno ne ha 8.600 in totale”. Quindi se viene prodotta energia per 2mila ore “non è detto che qualcuno la chieda, allora andrebbe accumulata, dunque avremmo bisogno di batterie”. Ergo, daresufficiente accumulo per gestire 60 gigawatt, che sono 80 di terawattora, richiede miliardi di euro per l’infrastruttura“. Ecco perché – questa è la stoccata del ministro – “non si può raccontare che si fa in tre anni, non è vero”.

La risposta degli ambientalisti non si fa attendere. “Cingolani non ha detto nulla di nuovo – rintuzza Stefano Ciafani (Legambiente) -. Dobbiamo fare la transizione ecologica bene e velocemente, ma il governo procede con velocità in tema di gas e rigassificatori, un po’ più lentamente sul fronte delle semplificazioni per le rinnovabili”. A rincarare la dose ci pensa Giuseppe Onufrio di Greenpeace: “La proposta di accelerare in 3 anni anziché 10 sulle rinnovabili viene dagli industriali. Inaccettabile che ci tacci di essere una di lobby rinnovabilisti. Cingolani è il ministro della ‘finzione ecologica’. Trovo assurdo quello che ha detto, su questo tema servirebbe un dibattito politico”. Si accoda al coro anche Pierluigi Stefanini (Asvis), che si dice “urtato da certe affermazioni del ministro. Lui è in grado di gestire la complessità: certo che ci sono difficoltà tecnologiche, ma ci sono anche le soluzioni. Ad esempio per un impianto a biometano servono sei anni per le autorizzazioni, si potrebbe partire dallo sveltire le pratiche”.

Non abbassa i toni nemmeno l’ex ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi, responsabile della Fondazione sviluppo sostenibile: “Sulla sostenibilità e la Transizione ecologica scontiamo ritardi evidenti”. Ma soprattutto “in questo campo conta molto la visione”. Ronchi porta come esempio il ministro tedesco dello Sviluppo economico, Robert Habeck, secondo cui “nelle regioni avanzate del mondo la politica della transizione ecologica sarà quella che regolerà la competitività del futuro e noi vogliamo essere i più competitivi”. Quindi “le politiche climatiche avanzate guidano il futuro”, mentre “al ministro Cingolani e al governo italiano manca una visione del Green deal”.

Lo scontro non è di certo un ‘inedito’, ma nella situazione che vive in questi mesi l’Italia si avverte la necessità di trovare un punto di contatto con tutti gli attori della filiera ambientale. Per accorciare le distanze ci sarà tempo, forse. Nel frattempo la crepa c’è, ma le emergenze impongono di evitare il ‘ring’. Per il confronto ci sarà modo e luogo, una volta che l’Italia sarà avviata verso la sicurezza energetica.

Roberto Cingolani

Cingolani: “Indipendenza dal gas russo? Dal prossimo anno”

Ormai è imperativo togliersi dai piedi il carbone, con cui si fanno funzionare le vecchie turbine, e quantomeno sostituirlo col gas da subito. Cosa che l’Italia ha già fatto da molto tempo, però altri Paesi purtroppo non lo hanno fatto“. Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, non usa mezzi termini e nemmeno giri di parole per esprimere ciò che gli sta a cuore. “Per avere un’idea: 1 kilowattora prodotto bruciando carbone oggi produce all’incirca 1.000 grammi di Co2, lo stesso kilowattora prodotto da gas, in termini di Co2 ne produce circa 300-350 grammi. Se si va con le rinnovabili, a seconda se sia solare o eolico, si va dai 30 ai 10 grammi di Co2. Poi c’è il nucleare, che ne produce dai 5 agli 8 grammi. Questo è il livello di sporcizia, di Co2, prodotta dai vari sistemi per kilowattora. L’equazione è facile si dovrebbe andare verso le rinnovabili immediatamente e quando ci saranno delle fonti sicure, forse, si potrà ragionare. Questa è la strada per avere elettricità pulita“, la riflessione tutta d’un fiato.

Ospite a ‘Green and Blue’, l’appuntamento sull’ambiente organizzato da Repubblica, il ministro della transizione ecologica affronta molti temi, compreso quello dell’indipendenza dalle forniture energetiche dalla Russia: “Indipendenza? L’anno prossimo è un po’ presto“, la constatazione di Cingolani. “Abbiamo accordi con sei Stati africani dove ci sono giacimenti in cui la nostra Oil&Gas nazionale ha investito – spiega -. Sono circa 25 miliardi di metri cubi che vanno a rimpiazzare, sostanzialmente, i 29-30 miliardi russi. La curva di queste nuove forniture parte quest’anno con qualche miliardo di metri cubi, 18 miliardi l’anno prossimo e circa 25 miliardi quando andrà a regime dal 2024“. L’orizzonte temporale è abbastanza definito: “Dovremmo essere in grado per il secondo semestre del 2024, ovvero l’inverno 2024-2025, di poter dire che non prendiamo più il gas dalla Russia“.

Queste nuove forniture sono diversificate, quindi ci danno un po’ più di respiro“, aggiunge Cingolani. Il ministro spiega poi che “consistono per circa la metà in gas immesso direttamente nei nostri gasdotti (che vanno da sud verso nord) e un’altra metà di gas liquefatto, che viene portato via nave. Per usare questo Gnl porteremo al 100% gli attuali 3 rigassificatori italiani, che lavorano al 60%. Poi ne installeremo due nuovi, galleggianti, dunque reversibili“. Inoltre, “è importante, vorrei far notare, che rimpiazziamo 30 miliardi metri cubi con 25 miliardi – afferma ancora Cingolani – La differenza è risparmiata sin d’ora grazie all’aumento delle rinnovabili, che in questo momento stanno salendo molto rapidamente, e a una politica di risparmio assolutamente non draconiana. Questo ci consente di dire che se riusciremo a finire gli stoccaggi di quest’anno secondo programma, saremo indipendenti dalla fornitura russa nell’arco di 30 mesi, mantenendo una rotta di decarbonizzazione al 55%: cosa non scontata e che credo, in questo momento, solo l’Italia in Europa può dire di essere in grado di fare“.

*in aggiornamento

Cittadini (Falck)

Cittadini (Falck Renewables-Next Solutions): “Necessario sburocratizzare e promuovere storage”

Incentivare uno sviluppo energetico sostenibile e implementare sistemi di gestione della produzione e consumo di energia efficienti e trasparenti. È l’obiettivo principale di Falck Renewables-Next Solutions, nata dall’esperienza del Gruppo Falck Renewables. A fare il punto con GEA sullo stato dell’arte in Italia delle rinnovabili e delle tecnologie di storage e sulle prospettive future è Marco Cittadini, Global Head di Falck Renewables – Next Solutions. E le sue idee sul tema sono chiarissime: bene gli incentivi, ma è necessaria una sburocratizzazione dell’iter autorizzativo per accelerare veramente la transizione energetica.

Negli ultimi mesi, complice l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il tema della sicurezza energetica e dell’esigenza di passare a fonti rinnovabili è diventato di grande attualità. A che punto siamo in Italia?
“Tutti ci siamo resi conto della nostra dipendenza estrema dagli approvvigionamenti. La soluzione tecnologica c’è. Quello che limita, però, è l’elevata complicazione burocratica per avere l’approvazione negli uffici tecnici ed amministrativi. E’ una situazione a volte kafkiana. Il problema è quindi principalmente amministrativo ed autorizzativo, poiché l’industria di settore è più che pronta per fare più investimenti. Chiaramente lo sviluppo non può essere selvaggio, ma neanche ci può essere un veto di principio perché ci sono mille vincoli di diversa natura”.

Lato incentivi, però, l’Italia si è mossa… Non basta?
“Oggi ci vogliono 6-7 anni per approvare un progetto eolico, 3-4 anni per il solare, penso che questo sia un tema da gestire, non si può continuare così. Siamo lontani dagli obiettivi di penetrazione delle rinnovabili pre-guerra, oggi ci stiamo allontanando ancora di più. Il tema è poter fare le cose, non gli incentivi, visto che nella maggior parte dei casi le rinnovabili si sostengono ormai economicamente anche senza”.

Il sistema delle rinnovabili può essere considerato stabile e sicuro?
“Anche se fattibile dal punto di vista tecnico, con accumuli associati, non siamo ancora al punto in cui un impianto può fornire la propria energia in modo continuativo 24 ore su 24 in modo competitivo. Ma è anche una questione di regolamentazione e di valorizzazione economica della programmabilità pure per le rinnovabili. Se si spingesse di più in questa direzione… Mettere più incentivi sui sistemi di storage secondo me sarebbe il modo per rendere il sistema più stabile, sicuro e moderno”.

Lo storage, appunto. Una tecnologia che permette di accumulare l’energia da rinnovabili e utilizzarla nel momento del bisogno…
“Le rinnovabili ci piacciono perché sono più economiche e pulite delle fonti fossili, ma hanno lo svantaggio di non essere programmabili, ovvero non possono essere garanti a priori i momenti in cui producono. La soluzione è inserire sistemi di storage che accumulino l’energia e la rilascino quando serve. Ci sono due posti in cui i sistemi di storage possono avere un valore elevato: il primo è sulla grande taglia, quindi impianti connessi alla rete e associati agli impianti. Il secondo è presso i punti di consumo. Per capirci, come la batteria che si mette in soffitta e associata all’impianto fotovoltaico di casa. Ma questo concetto varrebbe anche di più se la batteria fosse installata presso un’industria o un grande edificio, una fabbrica ad esempio, configurazione ad oggi non considerata dal regolatore”.

A questo proposito, voi avete appena presentato un nuovo prodotto, Energy Storage Next Generation, il sistema di storage pre-ingegnerizzato per gestire fino a 5.8 MWh a blocco. In cosa consiste e quali sono i vantaggi?
“Spesso, quando si deve costruire un progetto o un impianto da zero, non è facile. Soprattutto adesso, con i problemi di approvvigionamento che ci sono e con la catena bloccata, diventa complesso avere una soluzione che possa essere flessibile e adeguata alle esigenze specifiche, senza ogni volta reinventarsi tutto. Quindi abbiamo messo a punto un sistema che ha una logica simile a quella dei Lego: può essere facilmente disegnato e gestito e c’è la possibilità di inserire batterie anche di diversi fornitori rendendo flessibile la parte di approvvigionamento e anche la dimensione dell’impianto. Non c’è solo un tema di dimensione ma anche di facilità di installazione, i moduli possono essere messi in molti modi rendendola più versatile. Peraltro, abbiamo messo a punto delle soluzioni software abbastanza avanzate grazie alla collaborazione tra due università italiane e Saet, società di Padova che fa parte del nostro gruppo e che, grazie alla sua esperienza nel settore, risulta una dei principali player nello storage a livello europeo. Tali soluzioni permettono di controllare le batterie in relazione all’universo con cui si stanno confrontando: il mercato energetico di quel momento e i servizi che la batteria può erogare”.

Quindi, in sintesi, quali sono le prospettive per il futuro?
“Noi abbiamo l’ottimismo nel Dna. Il futuro speriamo sia buono, ma penso che i fondamentali già ci siano”.

microsensore

In arrivo il sensore per il monitoraggio smart dei consumi

Una delle sfide per un’elettrificazione basata su reti elettriche intelligenti e fonti rinnovabili è la realizzazione di componenti e sistemi elettronici in grado di supportare in modo efficiente trasferimenti di energia e di informazione complessi e che possano essere usati, ad esempio, sui veicoli elettrici e nelle nostre case“. Così Aldo Romani, docente del Centro di ricerca sui sistemi elettronici per l’Ingegneria dell’Informazione e delle Telecomunicazioni ‘Ercole De Castro’ dell’Università di Bologna, responsabile scientifico locale del progetto europeo ‘Progressus‘. Proprio nel laboratorio di ricerca congiunto con STMicroelectronics è nato un nuovo sensore microelettronico di corrente in grado di ottenere tempi di risposta 20 volte più rapidi rispetto ai dispositivi oggi in commercio. Un dispositivo innovativo che potrebbe trovare applicazioni nei settori delle energie rinnovabili e delle auto elettriche, favorendo una maggiore efficienza energetica, e più in generale potrebbe promuovere il monitoraggio intelligente dei consumi di energia, incentivando il risparmio energetico, con una conseguente riduzione delle emissioni di gas serra. “Per affrontare la sfida della miniaturizzazione in questi ambiti è fondamentale sviluppare componenti elettronici per il trasferimento e il monitoraggio dell’energia operanti a frequenze di commutazione sempre maggiori, quindi più velocemente: in questo modo è possibile utilizzare componenti più piccoli e leggeri“, precisa Romani.

ELETTRICITÀ E MAGNETISMO

Lo sviluppo proposto dal laboratorio di ricerca UniBo-STMicroelectronics è quello sui sensori di corrente a effetto Hall, ovvero in grado di misurare correnti elettriche sfruttandone il magnetismo. Le nuove tecnologie richiedono che i sensori di corrente lavorino sempre più velocemente ed è proprio qua che entra in gioco l’innovazione introdotta dai ricercatori emiliani. “Invece di leggere la tensione che si sviluppa ai bordi del sensore a causa dell’effetto Hall, cerchiamo di annullare quella tensione, prelevando le cariche elettriche che si accumulano nel sensore ed andando a ‘contarle’: questo permette di eliminare gli effetti che rallentano il sistema e che sono legati alla presenza di accumuli di carica elettrica“, spiega Marco Crescentini, ricercatore dell’UniBo e responsabile dello sviluppo del nuovo sensore.

LE APPLICAZIONI POSSIBILI

Il nuovo dispositivo può trovare applicazioni importanti nei settori delle energie rinnovabili e dell’automotive, per lo sviluppo di sistemi per la conversione di energia sempre più efficienti ed intelligenti. Ma non solo: può essere utilizzato anche come sistema di sicurezza, perché la sua grande velocità permette di rilevare la presenza di correnti eccessive ed evitare in modo tempestivo seri danni ai circuiti elettrici. Inoltre, combinando il sensore con tecniche di machine learning è possibile realizzare un sistema collegato ad un singolo punto di ingresso di una rete elettrica (ad esempio il quadro principale di un’abitazione) in grado di rilevare i consumi dei vari carichi elettrici e distinguerli tra loro: un modo per creare sistemi di monitoraggio energetico sempre più semplici e meno costosi.

rinnovabili

Crescono le comunità energetiche ma non decollano gli impianti

Crescono le Comunità Energetiche ma non decollano gli impianti da fonti rinnovabili, gli obiettivi climatici 2030 si allontanano e mancano opportunità di innovazione e di welfare strutturale per imprese e famiglie. È l’istantanea di un’Italia a due facce offerta dal Rapporto Comunità Rinnovabili di Legambiente, che dal 2006 racconta, anno per anno, non solo lo sviluppo dal basso delle diverse fonti rinnovabili in Italia, ma anche quanto di buono si muove nei territori.

Nel nostro Paese, secondo il dossier, sono presenti almeno 1,35 milioni di impianti da fonti rinnovabili, distribuiti in tutti i Comuni, per una potenza complessiva di 60,8 GW, di cui appena 1,35 GW installata nel 2021 tra idroelettrico, eolico e fotovoltaico. In termini di produzione, il contributo complessivo portato dalle fonti rinnovabili al sistema elettrico italiano è arrivato, nel 2021 a 115,7 TWh, facendo registrare un incremento di appena 1,58% rispetto al 2020. Un trend molto al di sotto di quelli che dovrebbero essere gli obiettivi annuali, causato dalla pandemia, ma anche e soprattutto dal sistema farraginoso di rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione dei progetti. Numeri in crescita, invece, per le nuove opportunità di autoproduzione e scambio di energia attraverso le Comunità Energetiche da fonti rinnovabili: 100 quelle complessivamente mappate da Legambiente in queste ultime 3 edizioni del Rapporto, tra realtà effettivamente operative (35), in progetto (41) o che muovono i primi passi verso la costituzione (24). Tutte raccolte nella Mappa presente sul sito comunirinnovabili.it e realizzata in collaborazione con Esri Italia e ActionGis. Tra queste 59 le nuove, censite tra giugno 2021 e maggio 2022, che vedono il coinvolgimento di centinaia di famiglie, decine di Comuni e imprese, di cui 39 sono Comunità Energetiche Rinnovabili e 20 Configurazioni di Autoconsumo Collettivo.

I numeri raccolti dalla nuova edizione del rapporto si confermano drammaticamente insufficienti per affrontare il caro bollette e l’emergenza climatica, per liberarci dalla dipendenza dall’estero e soprattutto rischiano di farci raggiungere l’obiettivo di 70 GW di nuovi impianti a fonti rinnovabili al 2030 tra 124 anni, se calcoliamo la media di installazione degli ultimi tre anni, pari a 0,56 GW“, denuncia Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente.

Il Governo italiano – propone – segua l’esempio del programma europeo RepowerEU, smetta di lavorare dando priorità alla diversificazione dei paesi da cui acquistare il gas fossile e climalterante; si concentri invece sulla semplificazione dell’iter autorizzativo e sulla certezza delle regole per consentire alle aziende del settore di investire 80 miliardi di euro e realizzare in 3 anni 60 GW di nuova potenza, come proposto da Elettricità Futura, in grado di sostituire il 70% del gas russo. È il momento di cambiare registro per risolvere l’incomprensibile ostracismo di uffici ministeriali, Regioni, Comuni, Sovrintendenze, comitati cittadini e di alcune sigle ambientaliste perché le famiglie, le imprese e il Pianeta non possono più attendere”.

Bene i numeri sulle Comunità energetiche. Sono 40 i Comuni 100% rinnovabili e 3.493 quelli 100% elettrici. Numeri importanti, che raccontano un potenziale di autoconsumo che potrebbe trasformare il nostro sistema energetico proprio a partire da queste realtà. Così come i numeri di diffusione delle singole tecnologie: 7.127 i Comuni con almeno un impianto solare termico, 7.855 i Comuni con impianti solari fotovoltaici in cui sono distribuiti 22,1 GW di potenza, 1.054 Comuni in cui è presente almeno un impianto eolico con 11,2 GW, 1.523 Comuni in cui è presente almeno un impianto idroelettrico, per complessivi 23 GW. E ancora 4.101 Comuni delle bioenergie e 942 Comuni della geotermia (tra alta e bassa entalpia). Rispetto ai Piccoli Comuni (sotto il 5mila abitanti), a cui il PNRR mette a disposizione 2,2 miliardi per la costituzione proprio delle CER, 38 i Piccoli Comuni 100% rinnovabili, 9 quelli che presentano i migliori risultati in termini di mix energetico; 2.271 i Piccoli comuni 100% elettrici, in grado di produrre più energia elettrica di quella consumata dalle famiglie residenti grazie ad una o più fonti pulite e 772 i piccoli comuni la cui produzione di energia da fonti rinnovabili varia tra il 50 e il 99%.

Questo è il momento per attuare la rivoluzione energetica di cui tutti parlano“, scandisce la responsabile Energia dell’associazione, Katiuscia Eroe. Per l’attivista, le condizioni per un cambio di passo ci sono tutte: “Le rinnovabili sono ormai mature, il prezzo delle diverse tecnologie è in continua riduzione, cosa che non si può certamente dire delle fonti fossili, sotto scacco delle logiche geopolitiche. Le imprese ci sono. E gli esempi di CER che presentiamo stanno dimostrando sempre di più il potenziale di questi importanti strumenti in termini di contrasto della povertà energetica, di senso di comunità, spopolamento, mobilità elettrica, consapevolezza, pace, lotta contro l’emergenza climatica. Il Governo acceleri subito sullo sblocco dei progetti ancora fermi al palo e sulla pubblicazione degli strumenti necessari per dare risposte alle decine di CER ancora in attesa delle norme, favorendone la diffusione“.

Rinnovabili

PoliMi: “Il 2021 un anno sprecato per le rinnovabili”

1,3 Gigawatt. È la capacità di rinnovabili installata in Italia nel 2021. Tanto? Poco? Dipende. È molto più rispetto all’anno precedente, e allo stesso tempo è un tasso di installazione troppo debole per gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e al 2050. Ma 1,3 Gigawatt – e qui viene il dato più curioso – equivale anche alla potenza che abbiamo perso fino ad oggi a causa dell’invecchiamento di impianti fotovoltaici installati oltre dieci anni fa, e mai rinnovati. In altre parole: installiamo oggi per colmare una perdita che potrebbe essere evitabile.

La proiezione è calcolata all’interno del Renewable Energy Report del Politecnico di Milano, appena pubblicato. Un report che, non a caso, ha parlato del 2021 come ennesimo “anno sprecato” per il mercato delle rinnovabili. Ma che indica il tema del revamping e del repowering delle installazioni esistenti come una delle leve per investire sul futuro in maniera integrata.

Anche perché il patrimonio di impianti ormai datati è grande. Il 75% delle potenza fotovoltaica oggi a disposizione in Italia è stata installata tra il 2010 e il 2013, nell’ambito degli incentivi del Conto Energia. Una stagione importante quella, “che ha avuto il pregio di farci prendere coscienza sul ruolo e sul potenziale delle rinnovabili nel mix energetico” spiega Davide Chiaroni, cofondatore dell’Energy&Strategy del Politecnico di Milano, “anche se, col senno di poi, un sistema di incentivazione forse troppo generoso”, che aveva portato in pochissimi anni a una corsa all’installazione improvvisa.

Una delle eredità di quella stagione”, continua Chiaroni, “è stata una diffusione sul territorio di progetti non sempre ben ottimizzati, spesso realizzati da imprese che installavano per la prima volta. Impianti che oggi producono tra il 6,2% e 8,5% in meno”. Diventa allora fondamentale intervenire per non perdere gli sforzi fatti. Con ricostruzioni, rifacimenti, riattivazioni e potenziamenti. “Anche perché dal punto di vista tecnologico” continua Chiaroni, “un impianto fotovoltaico oggi, a parità di superficie coperta, riuscirebbe a produrre oltre il 20% in più”.

Certo, non è semplice attivare una campagna di riqualificazione efficace. Soprattutto per stimolare chi, dieci anni fa, ha investito su taglie di impianti né troppo grandi né troppo piccole, e che quindi può non avere un interesse economico importante nell’intervenire nuovamente. “Un punto di partenza possono essere proposte che invitano i proprietari a sentirsi responsabili verso la comunità” conclude Chiaroni. Il futuro energetico ci riguarda da vicino.

idrogeno verde

Idrogeno verde come principale vettore per la decarbonizzazione

Arrivare a coprire entro il 2050 fino a circa un quarto del fabbisogno totale di energia, riducendo nel contempo le emissioni di CO2 di 560 milioni di tonnellate. Sono queste le potenzialità, delineate nel report ‘Hydrogen Roadmap Europe: Un percorso sostenibile per la transizione energetica europea’, che fanno dell’idrogeno verde un’indiscutibile alleato sulla strada verso la decarbonizzazione. Un’arma cruciale soprattutto per alcuni comparti industriali come la chimica e la siderurgia, ma anche nel campo dell’aviazione e dei trasporti marittimi.

L’idrogeno verde è il primo vettore della transizione energetica in virtù delle sue caratteristiche: è infatti sostenibile al 100% perché derivante dall’elettrolisi dell’acqua in speciali celle elettrochimiche alimentate da elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Oggi le principali forme di produzione di idrogeno sono basate sull’utilizzo di materie prime e combustibili fossili, e vanno dunque a impattare sull’ambiente. Mentre il cosiddetto idrogeno blu prevede l’adozione di sistemi di cattura del carbonio alla fine di questo processo, ma con costi di cattura e stoccaggio della CO2 ancora proibitivi.

Cosa frena allora il pieno sviluppo di un’economia basata sull’idrogeno verde? Anche in questo caso la controindicazione viene dagli elevati costi. Secondo un’elaborazione di Snam del 2019, soltanto nel 2030 l’idrogeno verde sarà conveniente come quello grigio, ricavato dal metano. Fino a pochi anni fa l’ostacolo principale era l’elevato costo di produzione delle energie rinnovabili. Ma ora che questo problema è stato in gran parte superato, all’orizzonte si affacciano altre sfide. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha individuato tre principali categorie di problemi da risolvere. Il primo è l’incertezza politica e tecnologica, che rischia di rendere lo sviluppo di progetti innovativi non sufficientemente attrattivo dal punto di vista finanziario. Altro nodo da sciogliere è la complessità della catena del valore e la necessità di sviluppo di un’infrastruttura adeguata al trasporto e alla distribuzione dell’idrogeno verde. Infine, vanno definiti regolamentazioni e standard condivisi ed accettati a livello internazionale.

idrogeno

Serve dunque uno sforzo coordinato a livello globale, con l’Europa che è pronta a fare la propria parte. La strategia sull’idrogeno varata da Bruxelles prevede investimenti tra 180 e 470 miliardi di euro fino al 2050, sia per aumentare la capacità di elettrolisi, sia per adeguare la produzione di energie rinnovabili al fabbisogno degli stessi elettrolizzatori. Il piano italiano per avviare l’economia dell’idrogeno a basse emissioni di carbonio mette invece sul piatto 10 miliardi di euro fino al 2030, con un impatto stimato anche sul mondo del lavoro legato alla creazione di 200mila posti di lavoro. Tra i progetti capofila c’è quello su Acciaierie Italia, l’ex Ilva: la nuova società che mette insieme capitali pubblici e privati punta forte sull’idrogeno e, attraverso investimenti per 4,7 miliardi di euro, mira ad arrivare a produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio nel 2025, abbattendo di circa il 40% la CO2 e del 30% le polveri sottili. Mentre il target decennale è la totale eliminazione del carbon coke, virando sull’idrogeno. Anche un player di primissimo piano del comparto energetico come Enel ha già avviato progetti sull’idrogeno verde, puntando su un modello ‘diffuso’ che prevede gli elettolizzatori installati vicino ai siti di consumo, in modo da ridurre la necessità di infrastrutture di trasporto di H2 e aumentare stabilità del sistema di alimentazione elettrica. Il gruppo prevede di aumentare la propria capacità di idrogeno verde a oltre 2 GW entro il 2030.

fotovoltaico

Nel 2021 il fotovoltaico vince il primato tra le rinnovabili (+30% installazioni)

Con il via libera della Commissione Ue al ‘RepowerEU‘, la corsa verso le rinnovabili si fa più veloce. Attraverso una strategia solare europea sarà necessario raddoppiare la capacità fotovoltaica entro il 2025 e installare 600 Gigawatt entro il 2030. I tetti solari saranno una parte fondamentale del piano, con l’obbligo legale per gli Stati membri di installare i pannelli sui nuovi edifici pubblici e commerciali e su quelli residenziali, cioè le case. Ma l’Italia è pronta davvero ad accogliere questa sfida? Sul fronte delle rinnovabili il Paese è ancora indietro. Come ha ricordato il Politecnico di Milano nel Rapporto sulle energie rinnovabili (RER), realizzato dall’Energy & Strategy della School of Management, l’Italia è decisamente indietro ed è lontana dal raggiungimento degli obiettivi al 2030. Mancano – spiega il rapporto – una programmazione integrata e coerente e gli investimenti.

Il fotovoltaico, però, tra le fonti rinnovabili, è quella che nel 2021 ha conquistato il primato delle nuove installazioni, con 935 MW di nuovi impianti (+30% rispetto al 2020). Attualmente nel nostro Paese il volume complessivo di potenza fotovoltaica installata è pari a circa 22,6 GW. Si tratta di 1.015.239 impianti: il 92% di questi è di potenza inferiore a 20 kW e si concentra nelle regioni del Nord Italia (che ospita il 56% degli impianti di piccola taglia, per un totale di 2,7 GW). Al contrario, la potenza installata in impianti di media taglia è distribuita tra Nord, Sud e Isole. Per quanto riguarda gli impianti di grande taglia, le regioni del Sud e le isole cubano l’11% dell’intera potenza installata, suddivisa tra 536 impianti. Lombardia e Veneto sono le Regioni che hanno fatto registrare una crescita maggiore di impianti (+10%) tra il 2020 e il 2021. La potenza pro-capite è di circa 0,38 kW/abitante.

Dal rapporto del PoliMi emerge come i dati del 2021 confermino la crescita degli impianti di piccola e media taglia a discapito degli impianti con potenza superiore a 1 MW. In particolare, lo scorso anno non è stata registrata nuova potenza da impianti di taglia superiore a 10 MW: il 10% della nuova capacità fa unicamente riferimento a impianti di taglia compresa tra 1 MW e 10 MW. Degli oltre 79mila impianti installati nel 2021, il 92% è di piccola taglia (potenza minore di 12 kW) e le regioni del Nord cubano il 58% del totale delle nuove installazioni di fotovoltaico del 2021 (935 MW). Sul fronte europeo, si evidenzia per tutti i Paesi un trend di crescita dal 2010 al 2021. In valore assoluto, è la Germania a possedere la maggiore capacità installata con oltre 58 GW nel 2021, seguita dall’Italia con quasi 23 GW.

ROBERTO CINGOLANI

Così riusciremo a risparmiare energia e a pagare di meno

Aiutare le famiglie a risparmiare sui consumi energetici e ridurre fino al 34% le bollette di luce e gas è tra le ‘Linee guida per il risparmio energetico a casa’ presentate oggi alla Camera dei deputati, nel corso di una conferenza stampa organizzata da Società italiana di medicina ambientale (Sima) in collaborazione con Consumerismo.

“Mai come in questo momento il “risparmio energetico è contemporaneamente una concreta opportunità economica e un dovere nei confronti dell’ambiente“, si legge nel documento. “Alcuni studi evidenziano che le abitudini dell’utente nei confronti dell’uso corretto dell’energia hanno un ruolo importante nel ridurre gli sprechi energetici: l’educazione e la modifica dei comportamenti del cittadino è l’area che può generare la riduzione di consumi più significativa, pari al 34% dei consumi totali di energia“.

L’attuazione di un “programma di risparmio energetico” insieme alla diversificazione delle forniture di gas su sette paesi africani ci consentiranno di “raggiungere l’indipendenza dalle importazioni russe dalla seconda metà del 2024”, ha annunciato Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica in un videomessaggio inviato in occasione la conferenza stampa alla Camera.

Risparmiare è un elemento fondamentale per diventare autonomi. In questo senso sono diverse le misure che possono essere applicate: dal “controllo dell’utilizzo dell’energia nel riscaldamento – come l’abbassamento della temperatura residenziale di 1 grado – all’interrompibilità nel settore industriale per brevi periodi”, ha spiegato il ministro. Inoltre, si può lavorare “sull’accelerazione dell’uso di rinnovabili e di carburanti alternativi”.

Discutere di risparmio energetico è importante, perché ci aiuterà in futuro a ridurre le sorgenti fossili, ma anche a vivere in maniera più compatibile la transizione ecologica”, ha concluso Cingolani.

ELEONORA EVI

Evi (Verdi): “Su energia serve una risposta pronta e decisa dall’Ue”

Risposta “pronta e decisa dall’Ue” in termini di politiche energetiche e ambientali di fronte agli sviluppi in Ucraina e al rincaro dei prezzi dell’energia. È quella che evoca in un’intervista a GEA Eleonora Evi, eurodeputata dei Verdi europei (Greens/EFA), secondo cui le politiche dell’Ue dovranno puntare, più di prima, su efficienza energetica e rinnovabili.

La guerra di Russia in Ucraina è slittata in cima all’agenda delle istituzioni comunitarie. Qual è l’impatto sui lavori del Parlamento Europeo sul Green Deal e sui vari dossier del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’?
“La tragedia che si sta compiendo in Ucraina ha necessariamente un impatto sulle negoziazioni dei dossier del pacchetto ‘Fit for 55’. Per quanto, alla luce dell’evidenza scientifica, non necessitassimo di ulteriori ragioni per accelerare la transizione verso un’economia neutrale al clima e basata esclusivamente sull’uso di energia da fonti rinnovabili, la guerra di Putin ci dimostra ancora una volta l’insensatezza della dipendenza europea dalle importazioni di gas così come di ogni tipo di combustibile fossile. Decenni di politiche miopi e l’assenza di azioni concrete su rinnovabili ed efficienza energetica non ci permettono più il lusso di tentennamenti e procrastinazioni. La stessa Commissione europea ha chiesto al Parlamento e al Consiglio di accelerare l’adozione delle misure chiave del pacchetto ‘Fit for 55’, ivi inclusi obiettivi più ambiziosi per il 2030 in merito alla riduzione delle emissioni di gas serra e all’efficienza energetica”.

Prima dell’inizio della guerra, la Commissione Ue aveva previsto di arrivare a finalizzare la maggior parte dei dossier del ‘Fit for 55’ prima della prossima COP27 (Conferenza sul clima delle Nazioni Unite) di Sharm el-Sheikh che si terrà in autunno. C’è il rischio di un rallentamento sulla tabella di marcia?
“La priorità politica del gruppo dei Verdi/ALE, nonché mia battaglia personale, è quella di assicurare maggiore ambizione normativa nei dossier del ‘Fit for 55’ in linea con quanto ci chiedono l’urgenza della crisi climatica e l’accordo di Parigi. Alla luce degli attuali tragici sviluppi in Ucraina, congiuntamente all’innalzamento vertiginoso dei prezzi dell’energia, si rivela quanto mai necessaria una risposta pronta e decisa da parte dell’Ue in termini di politiche energetiche ed ambientali che puntino convintamente, celermente e immediatamente su efficienza energetica e rinnovabili”.

Per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili russi, l’Esecutivo europeo punta ad alzare i target sulle energie rinnovabili proposti neanche un anno fa nel ‘Fit for 55’. La proposta andrà incontro alle richieste del Parlamento che già chiedeva un aumento al 45%, per il gruppo dei Verdi è abbastanza?
“La proposta della Commissione di aumentare l’obiettivo 2030 per le energie rinnovabili ad almeno il 40% è sicuramente un miglioramento rispetto al precedente obiettivo del 32%, ma vi è ancora purtroppo un grande divario tra questo timido livello di ambizione e quello che è invece necessario a garantire una transizione verso un’economia priva di combustibili fossili ed altamente efficiente entro il 2040, l’unico futuro compatibile con l’accordo di Parigi. Per raggiungere questo obiettivo, infatti, abbiamo bisogno di un target più elevato a livello Ue, ossia almeno il 50% come minimo indispensabile, suddiviso tra Stati membri in target nazionali vincolanti”.

L’Europarlamento ha chiesto un embargo totale sulle importazioni energetiche della Russia, ma gli Stati continuano a essere divisi sull’inclusione del petrolio e del gas. La proposta del premier Draghi di fissare un tetto al prezzo del gas russo (in alternativa a un embargo) potrebbe aiutare a trovare un compromesso in sede di vertice Ue?
“Draghi deve uscire dall’ambiguità e deve smetterla di difendere l’indifendibile, ovvero gli extraprofitti miliardari delle società energetiche che sono realizzati con i soldi delle famiglie, di cui 3,8 milioni stanno entrando nella povertà, e di molte imprese italiane che stanno fallendo per il caro energia. Draghi non ha il coraggio di decidere un contributo di solidarietà per prelevare il 100% degli extra profitti. È questa la proposta che Draghi dovrebbe avanzare in sede Ue. Chiediamo a Draghi di fissare un tetto nazionale per il prezzo del gas pari a 35 € MWh e di 45 € MWh per l’elettricità. Si sblocchino contestualmente i 200 GW di impianti da rinnovabili che rappresentano 4 volte il fabbisogno energetico del nostro paese e che ridurrebbero drasticamente il costo delle bollette”.

Lei è stata relatrice ombra per il gruppo dei Verdi della relazione sull’attuazione della direttiva sull’efficienza edifici, la cui proposta di revisione avanzata a dicembre ha fatto particolarmente discutere in Italia…
“Bisogna demistificare quella narrazione, da parte di una certa parte della stampa, che dipinge sempre e solo un’Europa cattiva, che in questo caso metterebbe le mani addirittura sulle case degli italiani. Ciò che invece raramente si sente dire è che la revisione della direttiva sulla prestazione energetica degli edifici è indispensabile se vogliamo concretizzare gli obiettivi del Green Deal europeo e assicurare il raggiungimento della neutralità climatica. Gli edifici sono infatti una delle maggiori cause di emissioni nell’UE e nel mondo, responsabili del 36% delle emissioni di CO2 e del 40% del consumo totale di energia. Questa revisione è un’occasione preziosa non solo per ridurre drasticamente l’impronta climatica del nostro patrimonio edilizio, ma anche per affrontare il problema della povertà energetica, che colpisce milioni di cittadini europei che non riescono a permettersi di riscaldare o rinfrescare adeguatamente le proprie abitazioni. La strumentalizzazione di questo tema da parte di certa stampa è del tutto fuorviante rispetto al fulcro del problema, che di fatto è rappresentato dalla presenza nel nostro Paese di edifici “colabrodo”, che inquinano e sprecano energia, contribuendo ad aggravare ulteriormente il problema del caro bollette. Senza dimenticare che una ristrutturazione in chiave di efficienza energetica degli edifici non ne aumenta soltanto la qualità, ma anche il valore immobiliare”.

Quali sono le sue idee per modificare la proposta della Commissione?
“Diversi elementi della proposta della Commissione rafforzano l’attuale quadro normativo. Tuttavia, la proposta presenta anche svariate lacune e aspetti da chiarire se si vuole garantire una normativa coerente e completa, soprattutto per quanto concerne le misure per incrementare i tassi di ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente, promuovendo altresì pratiche e materiali sostenibili e circolari durante tutto il ciclo di vita degli edifici. Solo così potremo sfruttare i molteplici vantaggi associati a case, uffici, scuole e ospedali più performanti, che riducano la povertà energetica, taglino le emissioni, migliorino la qualità dell’aria, la salubrità e il comfort delle abitazioni, assicurando anche bollette più basse per tutti. Ecco perché è importante che la transizione ecologica parta da qui, al netto delle speculazioni narrative di chi ancora una volta vuole cavalcare l’onda dell’Europa matrigna, invece di mettere in luce l’urgenza dei cambiamenti da fare e i vantaggi concreti di queste misure, specialmente per le fasce più deboli della popolazione”.

L’Esecutivo europeo si è impegnato di recente a diventare, come istituzione, climaticamente neutrale al 2030, facendo leva su edifici più efficienti ma anche sul fare a meno di alcuni edifici e spazi. Seguirà una riflessione dello stesso tipo anche in Parlamento?
“Le istituzioni pubbliche, a partire da quelle europee, devono necessariamente avere un ruolo esemplare nella transizione verso un’economia neutrale al clima. È pertanto da accogliere con grande favore l’impegno della Commissione a diventare un’istituzione del tutto sostenibile entro la fine del decennio, per quanto sia necessario assicurare una vera riduzione delle emissioni e non puntare in misura sostanziale su misure di rimozione del carbonio. Grazie alla volontà della Commissione di rafforzare la cooperazione interistituzionale, si potranno diffondere e discutere concretamente le migliori pratiche e sviluppare approcci e azioni comuni per garantire che tutte le istituzioni europee, non solo la Commissione o il Parlamento, minimizzino il proprio impatto ambientale”.