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Il Green Deal europeo non considera la globalizzazione

Il Green Deal guarda al futuro, ma è ancora troppo ancorato al passato e troppo sbilanciato ad un’offerta che non considera però consumi interni. In sostanza un’iniziativa che rischia di restare fine a sé stessa, se non si corre ai ripari e non si procede a un immediato cambio di rotta. Systemiq mette in luce le criticità dell’agenda sostenibile a dodici stelle, attraverso uno studio di insieme. Perché in un mondo globale e globalizzato c’è qualcosa di più della sensazione che l’Europa dimenticato il contesto interazionale. Non a caso l’analisi viene intitolata ‘Le implicazioni globali dell’attuazione del Green Deal europeo’, da un organismo non proprio qualunque. Systemiq nasce nel 2016 per guidare il raggiungimento dell’Accordo di Parigi e gli obiettivi di sviluppo sostenibile e dell’Onu. Nello staff anche Janez Potocnik, che della materia se ne intende. Conosce l’Italia e l’Italia si ricorda di lui, poiché fui lui, in veste di commissario per l’Ambiente nella seconda Commissione Barroso, a dover gestire, tra le altre cose, la delicata questione della gestione dei rifiuti.

Systemiq riconosce le ambizioni dei Ventisette. Il Green Deal europeo definisce un approccio integrato a una transizione verde e giusta entro il 2050 e una visione per un futuro climaticamente neutro. Peccato che gli attuali impegni e le relative politiche dell’Ue “si concentrano principalmente sul lato dell’offerta, affrontando a malapena le misure dal lato della domanda o il contesto globale e gli effetti internazionali della transizione dell’Europa verso la sostenibilità ecologica e sociale”. Istituzioni comunitarie e governi nazionali, al netto delle migliore intenzioni, “non affrontano il principale fattore di emissioni e degrado ambientale, ovvero il consumo eccessivo nei paesi ad alto reddito, compresa l’Europa”.

Il problema è quello solito, di un’Europa povera di risorse energetiche e materie prime, che deve reperire all’estero. Per questo motivo anche assumendo progressi in termini di efficienza, questi “non risolveranno la crisi delle risorse, o la crisi della biodiversità”. L’Ue ha bisogno di una nuova politica estera e di una nuova dimensione esterna se vuole vincere la scommessa della green economy. “Il successo della transizione europea è legato alla transizione globale”, e se l’Ue continua a procedere da sola, e ad avere partner quali Cina, India, economia emergenti e potenze economiche non allineate agli standard a dodici stelle, il Green Deal rischia di tramutarsi in un boomerang in termini di competitività. Non solo. L’approccio seguito non risponde alla necessità di una transizione davvero globale. L’approccio storico consistente nell’esternalizzare gran parte della produzione (e delle emissioni) europee a paesi con risorse e manodopera a basso costo “è incompatibile con l’ambizione di garantire la neutralità climatica, la resilienza e lo sviluppo sostenibile e di mantenere l’attività umana nel suo insieme entro i confini del pianeta”.

È tutto l’impianto della strategia che viene rimesso in discussione. L’Ue guarda a fornitori stranieri, approvvigionamenti, ma nel fare questo sbaglia. “Per il bene della transizione globale, nonché del Green Deal europeo, l’UE deve ridurre le sue importazioni di materiali, facilitata da una transizione verso un’economia circolare”. Solo così si avrà “un’economia europea che consuma meno dalle lunghe catene di approvvigionamento globali, più resiliente, oltre che più sostenibile”. Ma l’Europa non sembra averlo capito, anzi. “ Un esempio lampante dell’incapacità di considerare gli effetti internazionali sono gli sforzi dell’Europa per sostituire il petrolio e il gas russo”, criticano gli analisti. “Acquistando le risorse disponibili sui mercati internazionali, i governi europei stanno facendo salire i prezzi dell’energia per le persone e i P aesi che possono permetterseli meno”.

petrolio russo

Bando petrolio russo: Ue fatica a trovare intesa ma resta ottimista

Difficoltà e ostacoli” rallentano l’adozione del sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, ma più di una fonte diplomatica dell’Ue vicina al dossier è convinta che un accordo tra i Ventisette ci sarà. E ci sarà sull’intero pacchetto, quindi anche sull’embargo graduale sul petrolio russo proposto dalla Commissione Europea: sei mesi per liberarsi del greggio importato e fino alla fine del 2022 per i prodotti raffinati, come la benzina.

Il più grande ostacolo al raggiungimento di un accordo sul pacchetto proposto ormai dieci giorni fa, è proprio la dipendenza dal petrolio russo di alcuni Paesi europei come l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia che tengono in ostaggio l’intero pacchetto in cambio di garanzie finanziarie. Budapest e Bratislava hanno già ottenuto, rispetto a tutti gli altri Stati membri, un’esenzione per continuare a importare petrolio russo fino alla fine del 2024, mentre per Praga la deroga è prevista fino alla metà del 2024.

Nei giorni scorsi più di una delegazione ha sollevato l’ipotesi di ‘spacchettare’ il pacchetto, ovvero lasciare fuori l’embargo sul petrolio (la questione più divisiva), sbloccare l’impasse e arrivare più in fretta a un accordo. Secondo più di un diplomatico, non ci sono le premesse per farlo perché si potrebbe restituire a Mosca l’immagine di una Unione Europea molto divisa e quindi molto debole. La decisione spetterebbe ai governi, ma il pacchetto ha una sua “coerenza interna e quindi credo che sarà adottato tutto insieme”, ha spiegato una fonte diplomatica. Ammette che “stiamo affrontando ancora difficoltà e ostacoli per raggiungere” un accordo a Ventisette, ma si è detto fiducioso che “riusciremo a trovare una soluzione che rispecchi unità e forza dell’Ue” contro la Russia per l’aggressione dell’Ucraina iniziata lo scorso 24 febbraio.

Secondo un’altra fonte, la discussione è ormai in stallo a livello tecnico di ambasciatori all’UE e non resta che avere una “spinta” a livello politico direttamente dalle Capitali. Un nuovo impulso politico che arriverà lunedì 16 maggio alla riunione dei ministri degli Affari esteri, che affronteranno il nodo sanzioni dopo che nel fine settimana proseguiranno i colloqui tecnici sulle misure restrittive. “Sono sicuro che avremo un accordo, ne abbiamo bisogno e lo avremo: dobbiamo liberarci della nostra dipendenza dal petrolio importato dalla Russia, pur tenendo conto delle situazioni (di dipendenza) di tutti gli Stati membri”, ha chiarito l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, al suo arrivo alla riunione dei ministri esteri del G7 in Germania. Se non ci sarà modo di trovare un compromesso a livello di rappresentanti permanenti presso l’Ue, cosa che ormai appare irrealistica, “dal Consiglio Esteri dovrà arrivare un impulso politico, me ne assicurerò”.

QUIRINALE, INCONTRO CON ROBERTA METSOLA E UNA RAPPRESENTANZA DI STUDENTI DELLE SCUOLE AMBASCIATRICI DEL PARLAMENTO EUROPEO

Rinnovabili indispensabili per il futuro della Ue, Mattarella: “Dobbiamo fare di più”

Accelerare sulle rinnovabili per evitare di tornare al carbone e dare attuazione al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, chiede al Paese di “fare di più“, concretizzando in modo “veloce e concreto” i contenuti del Pnrr. L’occasione è stato l’incontro al Quirinale con una rappresentanza degli studenti di scuole secondarie di secondo grado a cui ha partecipato anche la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. “Bisogna intensificare molto lo sviluppo delle fonti alternative di energia“, ha detto Mattarella, ricordando che, ad esempio, “il Portogallo ormai ha oltre il 60% di energia rinnovabile. Dobbiamo fare molto di più. E il programma che si è fatto, anche nel Pnrr, è in questa direzione. L’importante è adesso attuarlo in maniera veloce e concreta“.

Di energia ha parlato anche Roberta Metsola nel corso della sua giornata in Italia, prima a Palazzo Giustiniani con la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, poi a Montecitorio con il presidente della Camera, Roberto Fico, infine con Mattarella. “L’Unione dell’energia non può essere più rimandata”, ha sottolineato Metsola. L’energia sarà il tema centrale del dibattito sul futuro dell’Europa presieduto dalla “presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e dal presidente francese, Emmanuel Macron”. L’Unione Europea, in questo senso, ha “un’opportunità d’oro”, quella di prendere le decisioni “che non abbiamo assunto sinora”.

Ora più che mai emerge la necessità di condensare quanto fino ad adesso è stato discusso sull’Unione dell’energia, per evitare che Stati terzi possano “ricattarci e dimostrarsi non affidabili” e avere così la possibilità di “raggiungere l’autonomia”. Una scelta che è stata rimandata in passato ma che adesso è improrogabile. Sulla fattibilità di un’Unione dell’energia, la presidente, non ha dubbi: “Se abbiamo imparato una cosa durante la pandemia è che quando c’è la volontà politica di prendere decisioni difficili, l’Ue c’è”.

La ‘tempesta perfetta’ affama il mondo: 200 milioni senza cibo

Sono poco meno di 200 milioni le persone che nel mondo soffrono la fame, distribuite in 53 diversi Paesi. Si tratta di quasi 40 milioni in più rispetto al 2020. L’allarme arriva dal rapporto del Global Network Against Food Crises (GNAFC), alleanza internazionale delle Nazioni Unite, Unione Europea, agenzie governative e non governative che lavorano insieme per affrontare le crisi alimentari. L’edizione 2022 del rapporto fornisce un’analisi dei fattori che contribuiscono alle crisi alimentari, inclusi conflitti, eventi meteorologici estremi e shock economici, compresi quelli legati al COVID-19.

UNA CATASTROFE ALIMENTARE

Oltre mezzo milione (570mila) vive in Etiopia, Madagascar meridionale, Sud Sudan e Yemen, i Paesi in cui è in corso una “catastrofe” alimentare. Il numero di persone in crisi è quasi raddoppiato tra il 2016 e il 2021. Questa escalation, spiega il rapporto, è il risultato di molteplici fattori che si alimentano reciprocamente e che vanno dai conflitti alle crisi ambientali e climatiche, dalle crisi economiche a quelle sanitarie. Povertà e disuguaglianza sociale risultano, in questo contesto, determinanti.

LA GUERRA IN UCRAINA

In questo contesto, il conflitto in Ucraina avrà “impatti devastanti sulle persone, sui Paesi e sulle economie più vulnerabili del mondo“. La guerra, infatti, spiega la Fao, “ha già messo in luce la fragilità dei sistemi alimentari globali, con gravi conseguenze per la sicurezza alimentare e nutrizionale” del mondo. Il rapporto evidenzia come la guerra stia “sovraccaricando una triplice crisi: quella del cibo, dell’energia e della finanza“. Le guerre, spiega il rapporto, sono “il principale motore dell’insicurezza alimentare“. I Paesi che già soffrono la fame sono particolarmente vulnerabili alle conseguenze della guerra nell’Europa orientale, in particolare a causa della loro elevata dipendenza dalle importazioni di prodotti alimentari e agricoli e della vulnerabilità dei prezzi. “L’invasione russa dell’Ucraina – ha commentato Jutta Urpilainen, Commissaria per i partenariati internazionali – mette a rischio la sicurezza alimentare globale. La comunità internazionale deve agire per scongiurare la più grande crisi alimentare della storia e lo sconvolgimento sociale, economico e politico che potrebbe seguire“. L’Ue, ha spiegato, “è impegnata ad affrontare tutte le cause dell’insicurezza alimentare: conflitti, cambiamenti climatici, povertà e disuguaglianze“. E “sebbene sia necessario fornire assistenza immediata per salvare vite umane e prevenire la carestia, dobbiamo continuare ad aiutare i Paesi” più vulnerabili “nella transizione verso sistemi agroalimentari sostenibili e catene di approvvigionamento resilienti, sfruttando tutto il potenziale del Green Deal e del Global Gateway”. Su questo punto è intervenuto dall’Italia anche il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli. “Non è accettabile – ha detto – che una crisi internazionale come questa, che mette in difficoltà le nostre economie, porti una parte del mondo in difficoltà e la condanni a una povertà assoluta. L’Europa non può non porsi questo problema. La Fao lo sta facendo bene, ma tutti dobbiamo aiutare i Paesi che oggi vivono queste difficoltà per principi di umanità. Insieme dobbiamo fare sforzi e stare vicini a chi non può mangiare“.

LA TEMPESTA PERFETTA

I conflitti, la crisi climatica, il COVID-19 e l’aumento dei prezzi del cibo e dei carburanti “hanno generato una tempesta perfetta” a cui si aggiunge “la guerra in Ucraina: una catastrofe sopra l’altra“, ha detto David Beasley, direttore esecutivo della Fao. “Abbiamo urgente bisogno di finanziamenti di emergenza” , dice per “tirare fuori dal baratro” i Paesi e le persone “più a rischio” e “invertire questa crisi globale prima che sia troppo tardi“. “Il tragico legame tra conflitti e insicurezza alimentare è ancora una volta evidente e allarmante”, aggiunge il direttore generale della FAO QU Dongyu. “Sebbene la comunità internazionale – spiega – abbia intensificato gli appelli” per prevenire e arginare la carestia, è necessaria una “mobilitazione urgente di risorse“.