Meloni festeggia a Bari governo più longevo: “Stabilità prima riforma, non intendo mollare”

Il governo più longevo della storia della Repubblica italiana non è solo una somma di giorni. Al suo 1.413esimo giorno, dal palco di Bari Giorgia Meloni insiste soprattutto sul concetto di stabilità, “la prima grande riforma” del Paese. Non un vezzo ma “uno scudo” per “proteggere questa nazione”.

I benefici della stabilità, ricorda la presidente del Consiglio, sono in primis economici, perché favoriscono le imprese, valorizzano il ruolo dell’Italia sui mercati e nel mondo. Questi quattro anni non sono stati semplici, racconta, perché non è facile “scardinare incrostazioni di potere che sono vecchie di decenni”. Richiede “tempo, pazienza, richiede una montagna di coraggio”. Ci sono stati giorni in cui, confessa la prima ministra, “mi è sembrato di nuotare dentro la colla”. Ma avverte chi tenta di ostacolarla: “Mettetevi comodi! Se pensavate di prenderci sulla stanchezza, beh, non avete capito con chi avevate a che fare”.

Il palco è quello di un evento organizzato da Fratelli d’Italia, al quale partecipano anche gli altri leader della maggioranza, il presidente di Forza Italia Antonio Tajani e il segretario della Lega Matteo Salvini (suoi vicepremier) in videocollegamento e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi in presenza. Da qui, l’inquilina di Palazzo Chigi vanta “un consenso più alto di quello che avevamo il primo giorno”. Anche per questo, la celebrazione ha il sapore di un inizio di campagna elettorale che porterà l’Italia al voto il prossimo anno.

In un quadro internazionale sempre più instabile, l’energia prodotta in casa è al centro della strategia per proteggere il Paese. Nucleare in futuro (“dopo quarant’anni abbiamo riaperto la strada”) ma anche il petrolio per il presente nella ricetta. “Intendiamo aumentare la percentuale di petrolio estraibile nei nostri mari”, annuncia Meloni, perché “non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce lo abbiamo in Basilicata”. E perché, ribadisce, “per noi la transizione non significa impoverire le famiglie, non significa chiudere le fabbriche, non significa consegnare il futuro a potenze straniere, significa autonomia, significa innovazione, significa neutralità tecnologica”. Un piano che consenta di andare oltre i decreti d’urgenza. “Abbiamo protetto la sicurezza energetica con oltre 60 miliardi di euro stanziati per difendere le famiglie e le imprese dal caro energia, il bonus sociale portato a 315 euro, bollette più leggere per le imprese, e un contributo chiesto da noi ai grandi dell’energia”, scandisce.

Il Pnrr con cui “abbiamo fatto lezione in Europa” per aver “speso al meglio i soldi” e un taglio delle tasse a favore del potere d’acquisto sono tra i traguardi che ricorda nel lungo discorso. La premier respinge poi le accuse di negazionismo climatico: “Siamo banalmente persone intelligenti”, sostiene, vantando di aver protetto a Bruxelles gli allevatori e i contadini “dal furore ideologico dell’ambientalismo cieco, perché per noi chi coltiva, chi alleva, chi pesca non è nemico dell’ambiente, è il primo custode della natura”.

Insomma, agli italiani, alla maggioranza e alle opposizioni, dalla città pugliese l’inquilina di Palazzo Chigi promette: “Non intendo arrendermi e non intendo accontentarmi”. E si propone, anche per gli anni a venire, di “combattere, scommettere e rilanciare”. Perché quando tra qualche decennio qualcuno racconterà questi anni, “a me non interessa che si dica che siamo stati il governo che è durato di più. Io voglio che si dica che c’è stato un momento in cui questa nazione ha smesso di rassegnarsi”.

Eni vola a +43% di utili. Descalzi: Mai così forti, resilienti anche a crisi Golfo

Claudio Descalzi lo dice senza mezzi termini: “Non siamo mai stati così forti”. Nel primo semestre del 2026 Eni raggiunge numeri di altissimo valore, con un utile adjusted di 3,635 miliardi di euro, che significano una crescita del 43% in un solo anno.

È soprattutto il periodo da aprile a maggio a dare la spinta ai conti del Cane a sei zampe, con un incremento di 103 punti percentuali, ovvero 2,3 miliardi. Certo, lo scenario dei prezzi ha aiutato ma è alla strategia che l’amministratore delegato attribuisce i meriti maggiori. “Ci ha consentito di conseguire risultati eccellenti nel secondo trimestre del 2026, sostenuti dal nostro portafoglio di attività diversificate che ci offre un’ampia serie di opzioni strategiche e una prospettiva di crescita profittevole nei diversi business del nostro mix energetico”. Per Descalzi “questi risultati derivano dall’efficacia della gestione industriale e finanziaria e crescono in modo nettamente maggiore rispetto allo scenario dei prezzi delle commodity di riferimento”.

I numeri parlano chiaro: nella seconda parte del semestre la produzione di idrocarburi è stata di 1,79 milioni di boe al giorno (+7%) grazie all’entrata a regime dei nuovi progetti in Africa Occidentale, nel Golfo d’America, in Norvegia e in Indonesia, con una previsione di crescita entro fine allo fino al 5%. Molto bene anche il Gas naturale, con 142 mln di metri cubi al giorno (+14%), e la produzione di petrolio, che raggiunge 832mila barili al giorno per effetto dalla crescita organica in Norvegia, Angola, Congo e Messico.

“La solidità di questo business e la nostra eccellenza nell’esplorazione e produzione hanno sostenuto una straordinaria crescita della produzione, pari all’11% su base omogenea”, commenta ancora il ceo. Descalzi pone l’accento anche su altri aspetti. Primo tra tutti che “questa crescita ha superato in modo significativo l’aumento dei prezzi del Brent nello stesso periodo, dimostrando la forza della nostra leva operativa e la nostra capacità di assorbire un contesto valutario altamente sfavorevole”. Ma soprattutto la “capacità di Eni di mitigare efficacemente le pressioni esterne” nonostante “l’emergere di una nuova crisi nel Golfo ha esposto ancora una volta il nostro settore a una volatilità straordinaria”.

L’azienda, però, ha dimostrato resilienza “sostenuta da un’ampia diversificazione geografica, da una forte efficienza operativa e dall’impiego di tecnologie proprietarie”. Tutto questo ha portato Eni in una posizione di forza “in un mondo che ha bisogno davvero di energia, che è affamato di energia, che ha un disperato bisogno di energia”. Anche gli investimenti continuano a crescere: da gennaio a giugno sono 4 miliardi circa (+6%), in particolare nel settore Exploration & Production. Non solo, perché accellera pure la transizione energetica, visto che nel secondo trimestre dell’anno la capacità installata di rinnovabili è di 6 GW, il 33% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Questi risultati portano il Cane a sei zampe a rivedere al rialzo la Guidance per il 2026, con una previsione di crescita della produzione oil&gas su base omogenea a circa il 5% e un Ebit proforma adjusted che sale oltre gli 1,4 miliardi (+40% rispetto alla previsione iniziale).

In questo quadro sono ottime le notizie per gli azionisti, in funzione della previsione in aumento del programma di buyback per l’anno, fino a 3,4 milirdi (+ 20%). Dunque, viene confermata la stima sui dividendi di 1,1 euro per azione, ovvero 5 punti percentuali in più rispetto al 2025. “Quando abbiamo presentato questo tipo di strategia più di 15-16 anni fa la gente era sorpresa, perché non stavamo seguendo la tendenza nell’esplorazione. Ma ora siamo nella posizione migliore non solo per trovare nuove risorse da esplorare, ma anche per svilupparle, controllare i nostri costi e fornire la giusta guida ai nostri appaltatori”.

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Tensioni nel Golfo spingono petrolio e gas. Prezzi benzina e gasolio salgono ancora

Mentre volano i missili iraniani sul Kuwait e gli houthi annunciano il blocco navale totale contro l’Arabia Saudita, petrolio e gas danno vita a una giornata contrastante, cominciata con prezzi da record e conclusa con quotazioni meno spiazzanti.

Sono i risvolti della guerra del Golfo, come è facilmente immaginabile, a condizionare il mercato dei fossili e, di conseguenza, le Borse mondiali. Il petrolio, ad esempio ha cominciato la settimana superando la soglia dei 90 dollari al barile (non capitava da marzo) per poi placarsi nel corso della giornata è chiudere quasi inalterato a 88,16 dollari per il Brent (+0,07%) e addirittura in negativo (-0,16%) per il Wti americano. Tutto mentre l’amministrazione delle dogane cinesi rende noto che nel periodo gennaio-giugno di quest’anno le importazioni di greggio russo sono aumentate del 16,7%. E tutto questo mentre Wall Street si apre all’ottimismo del segretario di Stato, Marco Rubio, che ha parlato di via diplomatica comunque aperta con Teheran nonostante la ripresa della ostilità.

Quanto al gas, la sinusoide delle quotazioni è stata pressoché analoga. Inizio di mattinata con trattativa dei future superiore ai 60 euro al megawattora al Ttf di Amsterdam. Poi nel pomeriggio riassestamento a 58,62 euro, che significa comunque un +2,14% rispetto all’ultimo fixing, per poi chiudere in rialzo a 58,6 euro al mwh (+2,2%). E’ proprio il gas, con la necessità di riempire i siti di stoccaggio e di garantire le forniture per la produzione di energia elettrica per gli impianti di raffreddamento, a essere più oggetto di speculazione.

Se l’oro è rimasto inalterato a 4’12 dollari l’oncia (-0,15%), Piazza Affari ha ‘tenuto’ in considerazione della giornata abbastanza convulsa. La chiusura del Ftse Mib è sì negativa ma solo dello 0,09%, cioè assai vicina alla parità, come per Parigi (+0,17%) e Francoforte (+0,09%).

In Italia resta alto il dibattito sul prezzo del carburante. In base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio del Mimit, oggi il prezzo medio in modalità ‘self service’ lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,935 €/l per la benzina e 2,091 €/l per il gasolio. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,025 €/l per la benzina e 2,164 €/l per il gasolio. “Un dato record che non si aveva dal 16 aprile” segnala l’Unc che punta il dito contro la nuova app avviata dal Mimit. Da oggi pomeriggio è infatti attiva ‘Osservaprezzi carburanti’ nata per mettere a confronto quanto si paga nei vari distributori di tutto il territorio nazionale. A distinguerla da quelle già esistenti sono principalmente due punti. La prima è che si tratta della applicazione, valida per Android e iOS, messa a punto da un ministero, quello delle Imprese e del made in Italy, appunto, a cui i gestori devono comunicare ogni giorno i prezzi praticati. E la seconda è che permette non soltanto di avere il panorama dei diversi prezzi, ma di vedere anche il prezzi medio regionale.

I nostri uffici hanno iniziato a testare l’App e le prime considerazioni sono che così è inutile”, afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori chiedendo modifiche. “Una volta preimpostato il raggio di ricerca, che arriva al massimo a 10 km, mentre andrebbe esteso a 30 km, l’App dovrebbe, appena aperta, mostrare subito, in automatico, i 3 o 5 prezzi più convenienti nel raggio preimpostato, utilizzando la posizione Gps, rispetto al carburante preferito e non fare apparire i prezzi medi regionali, che invece non solo non servono a niente ma sono addirittura fuorvianti, o far vedere un elenco spropositato di distributori, elenco nel quale non compare nemmeno il prezzo praticato e bisogna cliccare sui dettagli per visualizzarlo”, spiega. Anche per il Codacons segnala criticità. “Il primo – e più grave problema – è che è del tutto sprovvista di un confronto diretto tra i prezzi praticati dai distributori sul territorio”, evidenzia il Codacons.

“Chi la scarica si ritrova davanti ad una mappa grafica degli impianti ubicati in zona, senza alcuna indicazione circa i listini praticati dagli stessi. Per conoscere i prezzi di benzina e gasolio, occorre prima passare dalla funzione “mappa” alla funzione “elenco”, e poi per ogni singolo impianto cliccare sulla voce “dettagli”. Solo così sarà possibile conoscere i listini di benzina, gasolio, gpl e metano praticati da quel distributore, e le differenze rispetto al prezzo medio regionale di ogni carburante. “Una procedura tortuosa che impedisce di ottenere un confronto immediato tra i prezzi in zona e di scegliere in modo veloce l’impianto più conveniente tra quelli forniti dall’app”, continua l’associazione.

Petrolio a 115 dollari, gas a 70 euro: la guerra fa impazzire i prezzi e manda a picco le Borse

Un giovedì nerissimo per i mercati finanziari e per l’energia. La situazione sempre più delicata e infuocata in Medio Oriente, unita ai riscontri di ieri della Fed e la flessione di Wall Street stanno trascinando in un baratro le Borse europee. Ma, soprattutto, stanno facendo schizzare in alto i prezzi dell’energia, in particolare di gas e petrolio.

Al Ttf di Amsterdam, dopo un’apertura debole, i future sono arrivati a sfiorare i 70 euro al megawattora, con un rialzo del 25% rispetto alla quotazione di ieri. Il petrolio, invece, viaggia intorno ai 115 dollari al barile, con un’impennata superiore al 7%. Tutto questo mentre Donald Trump annuncia forti rappresaglie se l’Iran bombarderà gli impianti del Qatar, con la minaccia di un’autentica devastazione di Teheran. Tutto questo, comunque, non favorisce la discesa dei prezzi che si avvicinano passo dopo passo ai record del post scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Malissimo anche le Borse. I mercati sono fiaccati dalle notizie mediorientali: Milano al momento perde quasi il 2%, alla pari di Francoforte, leggermente meglio ma sempre negativa anche Parigi (1,50%). Sarà determinante capire quale tipo di atteggiamento avrà Wall Street dopo la pessima reazione di ieri alle parole della Federal Reserve.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

Dagli Usa via libera all’acquisto di petrolio russo già in transito. Ue: “A rischio sicurezza”

Via libera da parte degli Stati Uniti a un allentamento – seppur temporaneo – alle sanzioni sul petrolio russo. L’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro Usa ha concesso alla Mosca l’autorizzazione alla consegna e alla vendita di petrolio greggio e prodotti petroliferi caricati sulle navi già in transito a partire dal 12 marzo 2026 e fino al prossimo 11 aprile.

Il presidente degli Stati Uniti, scrive il segretario Scott Bessent su X, “sta adottando misure decisive per promuovere la stabilità nei mercati energetici globali e si sta impegnando per mantenere bassi i prezzi, affrontando al contempo la minaccia e l’instabilità rappresentate dal regime terroristico iraniano”. Quindi, per aumentare la portata globale dell’offerta esistente, “sta concedendo un’autorizzazione temporanea per consentire ai paesi di acquistare Petrolio russo attualmente bloccato in mare. Questa misura, circoscritta e di breve durata, si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione”.

Gongola il Cremlino, che secondo la Commissione europea, ha guadagnato 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive dalle vendite di petrolio dall’inizio del conflitto in Mediorienteil che rende probabilmente la Russia il più grande beneficiario di questo conflitto”, spiega un portavoce. Secondo Mosca, la decisione degli Usa “rappresenta un tentativo di stabilizzare i mercati energetici”. “I nostri interessi coincidono”, assicura il ​​portavoce presidenziale Dmitry Peskov, secondo il quale “senza volumi significativi di petrolio russo, la stabilizzazione del mercato è impossibile”.

Sul fronte europeo la situazione è tesa. Da Parigi, dove ha incontrato il capo dello Stato, Emmanuel Macron, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky si dice certo che la decisione di Donald Trump “rafforzerà la posizione della Russia”. Un singolo allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti “potrebbe fruttare alla Russia circa 10 miliardi di dollari in fondi di guerra. Questo certamente non contribuisce alla pace”, lamenta. Il capo dell’Eliseo ribadisce la decisione del G7 di non “rivedere” la propria politica di sanzioni contro Mosca.

I vertici europei restano fermi sulle proprie posizioni. Per il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, “è motivo di grande preoccupazione, in quanto ha un impatto sulla sicurezza europea. L’aumento della pressione economica sulla Russia è decisivo affinché accetti un negoziato serio per una pace giusta e duratura. L’allentamento delle sanzioni, al contrario, aumenta le risorse russe da destinare alla guerra di aggressione contro l’Ucraina”. L’esecutivo comunitario rimarca quanto già ribadito dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e cioè che le sanzioni “devono restare in vigore anche nell’attuale situazione di volatilità dei mercati petroliferi”.

importazioni petrolio

Petrolio, l’Aie sblocca 400 mln barili da riserve strategiche. Timori su diesel e gas

Via libera dell’Aie al rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalla riserva strategica. Per la sesta volta dal 1974 e all’unanimità, i Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’Energia hanno deciso di aprire la scorta di emergenza. Senza precedenti il volume sbloccato, più del doppio rispetto al record di 182 milioni di barili immessi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’annuncio, dopo giorni di consultazioni con i leader mondiali, era ampiamente atteso per placare l’estrema volatilità dei prezzi dell’energia dovuta al conflitto nel Golfo. Lo stretto di Hormuz è “di fatto paralizzato” ha confermato il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol. Ciò sta costringendo gli operatori della regione a chiudere o ridurre una parte sostanziale della produzione e si sono verificati ulteriori attacchi e danni alle infrastrutture energetiche e ad esse collegate. Anche le operazioni delle raffinerie sono state interrotte, con implicazioni potenzialmente gravi soprattutto per le forniture di jet fuel e diesel.

Le scorte di emergenza saranno messe a disposizione del mercato “in un arco di tempo adeguato alle circostanze nazionali di ciascun paese membro”, ha precisato la nota dell’Aie, e saranno integrate da ulteriori misure di emergenza da parte di alcuni Paesi. I Paesi membri dell’Agenzia legata all’Ocse detengono scorte di emergenza per circa 1,25 miliardi di barili (30% delle riserve totali dell’area), a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute per legge. Ad aprire le proprie riserve sarebbe per primo il Giappone, con 80 milioni di barili, dal 16 marzo.

“Le sfide che stiamo affrontando sul mercato petrolifero sono di portata senza precedenti, quindi sono molto lieto che i Paesi membri dell’Aie abbiano risposto con un’azione collettiva di emergenza di dimensioni senza precedenti – ha dichiarato Birol -. I mercati petroliferi sono globali, quindi anche la risposta alle principali perturbazioni deve essere globale. La sicurezza energetica è il mandato fondante dell’Aie e sono lieto che i membri stiano dimostrando una forte solidarietà nell’intraprendere insieme azioni decisive”.

Come per il petrolio, resta “critica” la situazione nei mercati del gas naturale. Il direttore dell’Aie conferma che “ci sono poche opzioni” per sostituire i carichi mancanti di Gnl provenienti da Qatar ed Emirati. La fornitura globale di energia si è ridotta di circa il 20%, e gli equilibri di mercato già prima del conflitto “erano ancora più ristretti rispetto al petrolio”. A rimetterci maggiormente saranno Asia e Europa, con una “dura competizione” per i carichi disponibili. Senza contare che alcune economie in via di sviluppo, più sensibili ai prezzi, si trovano senza gas naturale e sono costrette a razionare i consumi.

Birol conferma dunque che i Paesi membri dell’Aie metteranno a disposizione 400 milioni di barili di petrolio “per compensare la fornitura persa a causa della chiusura effettiva dello stretto”: “Si tratta di un’azione importante volta ad alleviare gli impatti immediati della perturbazione dei mercati”. Ma “per essere chiari”, avverte il direttore dell’Agenzia con sede a Parigi, “l’elemento più importante per un ritorno a flussi stabili di petrolio e gas è la ripresa del transito attraverso lo Stretto di Hormuz”. In questo contesto, l’Aie “continuerà a monitorare attivamente la situazione dei mercati e a formulare ulteriori raccomandazioni ai paesi membri se necessario”.

Atteso oggi era anche l’outlook aggiornato dell’Opec: inalterate le stime su domanda e offerta per il 2026-27, proprio a causa dell’incertezza. Secondo l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio “è ancora troppo presto” per valutare l’impatto reale delle tensioni geopolitiche sul mercato energetico e sull’economia mondiale. Dunque la previsione di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026 rimane a 1,4 milioni di barili al giorno (mb/g), a 106,53 milioni di barili, mentre per il 2027, è prevista una crescita di +1,3 mb/g, a 107,87 milioni di barili al giorno. Lato offerta, segnala l’Opec, si prevede che nel 2026 la produzione crescerà di circa 630.000 b/g (a 54,83 milioni di barili), trainata principalmente da Brasile, Canada, Stati Uniti e Argentina. Per il 2027 si prevedono invece +610.000 barili al giorno, raggiungendo i 55,44 milioni di barili/giorno.

importazioni petrolio

Non solo petrolio: crisi Golfo mette a rischio mercati Gpl, nafta e cherosene

Il peggioramento della crisi in Medio Oriente mette sotto pressione le rotte energetiche globali, minacciando 14 milioni di barili di petrolio al giorno, ovvero circa un terzo del greggio trasportato via mare, che passa dallo Stretto di Hormuz. Anche i prodotti raffinati rischiano gravi ripercussioni: si stima che fino al 16% del commercio mondiale di Gpl e nafta possa essere colpito da eventuali interruzioni.

Lo stima l’ultima analisi di Bloomberg Nef, secondo cui attualmente attraverso lo Stretto transitano circa 1,5 milioni di barili al giorno di Gpl e 1,2 milioni di barili di nafta, con una particolare esposizione della nafta destinata agli impianti di raffinazione dell’Asia orientale: più di un terzo del traffico globale passa per Hormuz.

I mercati del Gpl sono già sotto stress dopo i problemi all’impianto Juaymah di Saudi Aramco, creando un rischio immediato per l’India, fortemente dipendente dalle forniture mediorientali. Sostituire queste spedizioni con carichi provenienti dagli Stati Uniti richiederebbe tempi più lunghi e complesse operazioni logistiche. Anche i distillati medi sono sotto osservazione: i flussi di diesel attraverso lo stretto superano quelli del carburante per aerei, ma quest’ultimo resta più vulnerabile sul mercato globale.

L’Europa, che importa oltre metà del suo cherosene per aviazione attraverso Hormuz, dovrebbe rivolgersi rapidamente a fornitori alternativi come India, Corea del Sud, Stati Uniti o la nuova raffineria Dangote in Nigeria in caso di blocco prolungato. La pressione si estende anche al diesel, aggravata dalle sanzioni europee contro i prodotti russi. Con l’Europa che aumenta l’uso di forniture non russe, alcuni paesi africani potrebbero ricorrere al diesel russo. La capacità produttiva russa è scesa a 5,15 milioni di barili al giorno nei primi 18 giorni di febbraio 2026 a causa dei continui attacchi dei droni ucraini, con un calo delle esportazioni di prodotti raffinati pari a 270.000 barili al giorno, soprattutto olio combustibile e diesel.

La Guerra del Golfo è la guerra dell’energia: in ballo c’è la tenuta della nostra economia

Dopo i dazi, la guerra. L’ennesima guerra. Questa volta in Medio Oriente, con il coinvolgimento non solo dell’Iran ma di tutti i Paesi del Golfo. Non ce n’era bisogno, verrebbe da dire, dopo i 4 anni di combattimenti tra Ucraina e Russia. Scontro, questo, che pare non trovare un punto di incontro tra le parti, nonostante sforzi, briefing e mediazioni.

Al centro dei conflitti c’è sempre l’energia perché le nazioni coinvolte sono produttrici di fossili: petrolio e gas, nonostante tutto ancora determinanti per la sussistenza del mondo in attesa che le rinnovabili prendano piede e il nucleare faccia la sua parte. Nucleare, però, che proprio in queste ore è a rischio di attacchi, perché le centrali fanno gola nelle guerre del Terzo Millennio. E il presidente dell’Aiea, Rafael Grossi, ha subito lanciato l’allarme: dopo Zaporizhzhia adesso il batticuore è per alcuni siti iraniani, colpiti dalla rappresaglia usa-Israele.

Il gas costa il 50% in più rispetto a tre giorni fa, cioè prima che Usa e Israele decidessero di attaccare l’Iran ed eliminare la Guida suprema Khamenei; il petrolio viaggia a circa l’8% in più in una pericolosa gara al rialzo.

Secondo gli analisti si tratterebbe – o si tratterà – di aumenti fisiologici con la chiusura dello stretto di Hormuz, là dove transitano oltre 20 milioni di barili al giorno e tutte le esportazioni di Gnl dal Qatar e dagli Emirati Arabi. Aumenti destinati – sempre ad ascoltare gli esperti – ad esaurirsi in fretta se la guerra sarà breve come sostiene Donald Trump. Il presidente Usa ha parlato di quattro settimane per ‘regolare’ la Regione. Nel caso avesse sbagliato i calcoli, Trump, il petrolio farà in fretta a toccare i 100 dollari al barile e chissà quali vette raggiungerà il gas, proprio ora che cominciano gli stoccaggi per il prossimo inverno. Stoccaggi europei, ricordiamo, che non sono mai stati così vuoti. Sempre secondo gli esperti, i ‘danni’ maggiori dovrebbero patirli in Cina, la direzione che prende la maggio parte delle navi attualmente in ‘parcheggio’ distanti da Hormuz. Però…

Mentre le Borse mondiali crollano, come era abbastanza preventivabile, alla paura per l’allargarsi del conflitto si aggiunge l’umanissimo timore che tutto questo vada poi a incidere sulle bollette che si dovranno pagare e sul pieno alla pompa di benzina. Altro che dl Bollette partorito dal governo, gli scenari sono poco rosei e molto inquietanti. Riguardano la tenuta della nostra economia e la sopravvivenza delle famiglie.

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Marsiglia: “Senza Stretto Hormuz scompare greggio, preoccupa gas”

La guerra in Iran ha fatto precipitare il mondo in un vortice di incertezza che si riflette anche sull’economia globale. Nodo centrale lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito marittimo, ormai paralizzato dal timore di ritorsioni belliche. Con il prezzo del petrolio in ostaggio della speculazione e le forniture di gas che registrano impennate preoccupanti già in apertura di mercato, l’ombra di uno shock energetico senza precedenti si allunga sull’Europa.

In questo scenario di estrema tensione, Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, analizza con GEA i rischi di un isolamento che potrebbe cambiare definitivamente le rotte dell’approvvigionamento. “Purtroppo, conoscendo bene l’Iran sin dal 2008, prevale il pessimismo“, afferma. Concentrarsi su previsioni numeriche è un errore di prospettiva, “parlare di un barile a 130 o 150 dollari è concettualmente sbagliato: nel momento in cui lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso definitivamente secondo il diritto internazionale, impedendo entrate e uscite, il problema non sarebbe più il prezzo, ma la totale assenza di greggio sul mercato“.

In una simile eventualità, il petrolio americano rimarrebbe l’unica alternativa, pur risultando insufficiente e soggetto a costi fuori controllo. A differenza della crisi russa, dove il flusso era una scelta politica, la chiusura di Hormuz rappresenterebbe un blocco fisico e totale. La situazione operativa è già critica; circa 200 petroliere sono ferme nei porti poiché nessun armatore intende correre rischi. Marsiglia sottolinea come “QatarEnergy ha già sospeso la produzione di GNL, a dimostrazione di quanto le ripercussioni siano ampie“.

Oltre al mercato fisico, la speculazione finanziaria spinge al rialzo WTI e Brent, ma è il gas a destare l’allarme maggiore. “Abbiamo una criticità sugli stoccaggi a livello italiano ed europeo”, “il fatto che il gas abbia guadagnato sette punti già in apertura di mercato avrà un impatto diretto e pesante sulla bolletta energetica delle famiglie”. Nonostante l’Italia goda di una posizione favorevole grazie alla diversificazione attuata con l’Africa, il coinvolgimento del Qatar compromette l’intero indotto del GNL. Marsiglia chiarisce che il problema non riguarda solo le forniture dirette ma la redistribuzione delle quote globali. “Meno risorsa c’è, più la ‘torta’ deve essere divisa, ed è questo il grande problema di ogni conflitto bellico”. L’Italia, dipendente per oltre il 95% dall’estero, resta vulnerabile; “ad ogni minimo sussulto geopolitico rischiamo il default o ci troviamo a tremare per la tenuta del sistema”.

L’asse con gli Stati Uniti e il Venezuela, mediato dagli accordi tra Trump e von der Leyen, rappresenta una via d’uscita, ma a caro prezzo. “Acquistare dagli Stati Uniti – aggiunge Marsiglia – comporta costi completamente diversi rispetto al vantaggio economico garantito dal Medio Oriente o dall’Africa, aree geograficamente molto più vicine a noi”. Attualmente, l’industria si trova in una fase di attesa simile alla guerra dei dazi. Il nodo cruciale dei prossimi giorni sarà la tenuta delle raffinerie e la disponibilità di greggio nei depositi per garantire la continuità del ciclo produttivo. Infine il presidente punta il dito contro i mercati finanziari, attribuendo il 50% dei rincari alla pura speculazione: “In questa fase il mercato si sposterà quasi esclusivamente sull’acquisto di carichi spot: petroliere già in transito nel Mediterraneo che venderanno a prezzi esorbitanti per massimizzare il profitto”. Molti operatori, pur di non fermare gli impianti, saranno quindi costretti ad acquistare a qualsiasi cifra.

Dal Venezuela alla Groenlandia: il piano Trump per l’energia aspettando l’Europa

Petrolio, zinco, piombo, rame, uranio, oro, graffite, nichel, ferro, carbone. E, perché no?, diamanti. Sono, probabilmente, le vere ragioni per le quali Donald Trump ha messo gli occhi (da tempo) sulla Groenlandia. Poi, sì, c’è anche la sicurezza nazionale, la “questione della Difesa”, con la minaccia incombente di Cina e Russia sulle rotte artiche che, attraverso lo scioglimento dei ghiacci, diventano voluttuose autostrade per tutelare i propri interessi nazionali. Ma poi.

E c’è sempre il petrolio, principalmente, dietro il blitz in Venezuela che ha trasformato Nicolas Maduro da dittatore a detenuto. Poi, per carità, anche la lotta al narcotraffico di cui Caracas è una delle capitali mondiali, ma senza dimenticare la Colombia, la Bolivia, eccetera eccetera che sembrano in questo momento Paesi esenti dalla produzione industriale della droga. Ma poi.

Tutto questo per mettere in evidenza come il nostro secolo sarà definito nel suo perimetro dall’energia e dalle cosiddette materie critiche. Energia che Trump, il giorno del suo insediamento, ha riconsegnato al dominio assoluto del fossile (come dimenticare il “drill, baby, drill”), in particolare di petrolio e gas, incenerendo le politiche green del solare e dell’eolico, riducendo l’energia pulita alla sussidiarietà. Petrolio e gas che il presidente Usa intende esportare e condizionare a livello di prezzi: non a caso sta già vendendo all’Europa vagonate di Gnl, non proprio in saldo, e sta accaparrandosi il greggio del Venezuela in modo di essere in grado di determinarne il costo. E i Paesi dell’Opec e dell’Opec+ che dicono? Per adesso, non dicono. Ed è strano. Molto strano.

Tornando alla Groenlandia, in teoria dovrebbe esserci una risposta pronta e anche netta da parte dell’Europa. Anzi, più che in teoria, nella pratica. Perché se a Caracas la ‘scusa’ poteva essere la destabilizzazione di un presidente eletto in maniera non democratica, affamatore di un popolo e chissà che altro ancora, mettere le mani su un pezzo del Vecchio Continente che appartiene alla Danimarca solo per una “questione di Difesa”, diventa oggettivamente più complicato agli occhi dell’universo mondo. Eppure, i bookmakers – usando una metafora calcistica – non quotano l’annessione. Non riusciamo davvero a immaginare Trump, nella sua tenuta di Mar-a-Lago, che preso atto della reazione ‘veemente’ di Bruxelles (“Si rispetti l’integrità territoriale”, perbacco), abbia tremato e suggerito al Segretario di Stato Marco Rubio e a tutti i suoi generali di fare marcia indietro. Pensiamo, purtroppo, che abbia sfoderato il suo ghigno migliore e abbia alzato il volume dello stereo.

Il sospetto è che mentre tra Strasburgo e Bruxelles ci si ingegna per mettere in atto qualche altro regolamento cervellotico da applicare subito pena sanzioni pesantissime, la premier della Danimarca, Mette Frederiksen, dovrà arrangiarsi da sola. Tanti auguri.