Dagli Usa via libera all’acquisto di petrolio russo già in transito. Ue: “A rischio sicurezza”

Via libera da parte degli Stati Uniti a un allentamento – seppur temporaneo – alle sanzioni sul petrolio russo. L’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro Usa ha concesso alla Mosca l’autorizzazione alla consegna e alla vendita di petrolio greggio e prodotti petroliferi caricati sulle navi già in transito a partire dal 12 marzo 2026 e fino al prossimo 11 aprile.

Il presidente degli Stati Uniti, scrive il segretario Scott Bessent su X, “sta adottando misure decisive per promuovere la stabilità nei mercati energetici globali e si sta impegnando per mantenere bassi i prezzi, affrontando al contempo la minaccia e l’instabilità rappresentate dal regime terroristico iraniano”. Quindi, per aumentare la portata globale dell’offerta esistente, “sta concedendo un’autorizzazione temporanea per consentire ai paesi di acquistare Petrolio russo attualmente bloccato in mare. Questa misura, circoscritta e di breve durata, si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione”.

Gongola il Cremlino, che secondo la Commissione europea, ha guadagnato 150 milioni di dollari al giorno in entrate aggiuntive dalle vendite di petrolio dall’inizio del conflitto in Mediorienteil che rende probabilmente la Russia il più grande beneficiario di questo conflitto”, spiega un portavoce. Secondo Mosca, la decisione degli Usa “rappresenta un tentativo di stabilizzare i mercati energetici”. “I nostri interessi coincidono”, assicura il ​​portavoce presidenziale Dmitry Peskov, secondo il quale “senza volumi significativi di petrolio russo, la stabilizzazione del mercato è impossibile”.

Sul fronte europeo la situazione è tesa. Da Parigi, dove ha incontrato il capo dello Stato, Emmanuel Macron, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky si dice certo che la decisione di Donald Trump “rafforzerà la posizione della Russia”. Un singolo allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti “potrebbe fruttare alla Russia circa 10 miliardi di dollari in fondi di guerra. Questo certamente non contribuisce alla pace”, lamenta. Il capo dell’Eliseo ribadisce la decisione del G7 di non “rivedere” la propria politica di sanzioni contro Mosca.

I vertici europei restano fermi sulle proprie posizioni. Per il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, “è motivo di grande preoccupazione, in quanto ha un impatto sulla sicurezza europea. L’aumento della pressione economica sulla Russia è decisivo affinché accetti un negoziato serio per una pace giusta e duratura. L’allentamento delle sanzioni, al contrario, aumenta le risorse russe da destinare alla guerra di aggressione contro l’Ucraina”. L’esecutivo comunitario rimarca quanto già ribadito dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e cioè che le sanzioni “devono restare in vigore anche nell’attuale situazione di volatilità dei mercati petroliferi”.

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Petrolio, l’Aie sblocca 400 mln barili da riserve strategiche. Timori su diesel e gas

Via libera dell’Aie al rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalla riserva strategica. Per la sesta volta dal 1974 e all’unanimità, i Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’Energia hanno deciso di aprire la scorta di emergenza. Senza precedenti il volume sbloccato, più del doppio rispetto al record di 182 milioni di barili immessi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’annuncio, dopo giorni di consultazioni con i leader mondiali, era ampiamente atteso per placare l’estrema volatilità dei prezzi dell’energia dovuta al conflitto nel Golfo. Lo stretto di Hormuz è “di fatto paralizzato” ha confermato il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol. Ciò sta costringendo gli operatori della regione a chiudere o ridurre una parte sostanziale della produzione e si sono verificati ulteriori attacchi e danni alle infrastrutture energetiche e ad esse collegate. Anche le operazioni delle raffinerie sono state interrotte, con implicazioni potenzialmente gravi soprattutto per le forniture di jet fuel e diesel.

Le scorte di emergenza saranno messe a disposizione del mercato “in un arco di tempo adeguato alle circostanze nazionali di ciascun paese membro”, ha precisato la nota dell’Aie, e saranno integrate da ulteriori misure di emergenza da parte di alcuni Paesi. I Paesi membri dell’Agenzia legata all’Ocse detengono scorte di emergenza per circa 1,25 miliardi di barili (30% delle riserve totali dell’area), a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute per legge. Ad aprire le proprie riserve sarebbe per primo il Giappone, con 80 milioni di barili, dal 16 marzo.

“Le sfide che stiamo affrontando sul mercato petrolifero sono di portata senza precedenti, quindi sono molto lieto che i Paesi membri dell’Aie abbiano risposto con un’azione collettiva di emergenza di dimensioni senza precedenti – ha dichiarato Birol -. I mercati petroliferi sono globali, quindi anche la risposta alle principali perturbazioni deve essere globale. La sicurezza energetica è il mandato fondante dell’Aie e sono lieto che i membri stiano dimostrando una forte solidarietà nell’intraprendere insieme azioni decisive”.

Come per il petrolio, resta “critica” la situazione nei mercati del gas naturale. Il direttore dell’Aie conferma che “ci sono poche opzioni” per sostituire i carichi mancanti di Gnl provenienti da Qatar ed Emirati. La fornitura globale di energia si è ridotta di circa il 20%, e gli equilibri di mercato già prima del conflitto “erano ancora più ristretti rispetto al petrolio”. A rimetterci maggiormente saranno Asia e Europa, con una “dura competizione” per i carichi disponibili. Senza contare che alcune economie in via di sviluppo, più sensibili ai prezzi, si trovano senza gas naturale e sono costrette a razionare i consumi.

Birol conferma dunque che i Paesi membri dell’Aie metteranno a disposizione 400 milioni di barili di petrolio “per compensare la fornitura persa a causa della chiusura effettiva dello stretto”: “Si tratta di un’azione importante volta ad alleviare gli impatti immediati della perturbazione dei mercati”. Ma “per essere chiari”, avverte il direttore dell’Agenzia con sede a Parigi, “l’elemento più importante per un ritorno a flussi stabili di petrolio e gas è la ripresa del transito attraverso lo Stretto di Hormuz”. In questo contesto, l’Aie “continuerà a monitorare attivamente la situazione dei mercati e a formulare ulteriori raccomandazioni ai paesi membri se necessario”.

Atteso oggi era anche l’outlook aggiornato dell’Opec: inalterate le stime su domanda e offerta per il 2026-27, proprio a causa dell’incertezza. Secondo l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio “è ancora troppo presto” per valutare l’impatto reale delle tensioni geopolitiche sul mercato energetico e sull’economia mondiale. Dunque la previsione di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026 rimane a 1,4 milioni di barili al giorno (mb/g), a 106,53 milioni di barili, mentre per il 2027, è prevista una crescita di +1,3 mb/g, a 107,87 milioni di barili al giorno. Lato offerta, segnala l’Opec, si prevede che nel 2026 la produzione crescerà di circa 630.000 b/g (a 54,83 milioni di barili), trainata principalmente da Brasile, Canada, Stati Uniti e Argentina. Per il 2027 si prevedono invece +610.000 barili al giorno, raggiungendo i 55,44 milioni di barili/giorno.

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Non solo petrolio: crisi Golfo mette a rischio mercati Gpl, nafta e cherosene

Il peggioramento della crisi in Medio Oriente mette sotto pressione le rotte energetiche globali, minacciando 14 milioni di barili di petrolio al giorno, ovvero circa un terzo del greggio trasportato via mare, che passa dallo Stretto di Hormuz. Anche i prodotti raffinati rischiano gravi ripercussioni: si stima che fino al 16% del commercio mondiale di Gpl e nafta possa essere colpito da eventuali interruzioni.

Lo stima l’ultima analisi di Bloomberg Nef, secondo cui attualmente attraverso lo Stretto transitano circa 1,5 milioni di barili al giorno di Gpl e 1,2 milioni di barili di nafta, con una particolare esposizione della nafta destinata agli impianti di raffinazione dell’Asia orientale: più di un terzo del traffico globale passa per Hormuz.

I mercati del Gpl sono già sotto stress dopo i problemi all’impianto Juaymah di Saudi Aramco, creando un rischio immediato per l’India, fortemente dipendente dalle forniture mediorientali. Sostituire queste spedizioni con carichi provenienti dagli Stati Uniti richiederebbe tempi più lunghi e complesse operazioni logistiche. Anche i distillati medi sono sotto osservazione: i flussi di diesel attraverso lo stretto superano quelli del carburante per aerei, ma quest’ultimo resta più vulnerabile sul mercato globale.

L’Europa, che importa oltre metà del suo cherosene per aviazione attraverso Hormuz, dovrebbe rivolgersi rapidamente a fornitori alternativi come India, Corea del Sud, Stati Uniti o la nuova raffineria Dangote in Nigeria in caso di blocco prolungato. La pressione si estende anche al diesel, aggravata dalle sanzioni europee contro i prodotti russi. Con l’Europa che aumenta l’uso di forniture non russe, alcuni paesi africani potrebbero ricorrere al diesel russo. La capacità produttiva russa è scesa a 5,15 milioni di barili al giorno nei primi 18 giorni di febbraio 2026 a causa dei continui attacchi dei droni ucraini, con un calo delle esportazioni di prodotti raffinati pari a 270.000 barili al giorno, soprattutto olio combustibile e diesel.

La Guerra del Golfo è la guerra dell’energia: in ballo c’è la tenuta della nostra economia

Dopo i dazi, la guerra. L’ennesima guerra. Questa volta in Medio Oriente, con il coinvolgimento non solo dell’Iran ma di tutti i Paesi del Golfo. Non ce n’era bisogno, verrebbe da dire, dopo i 4 anni di combattimenti tra Ucraina e Russia. Scontro, questo, che pare non trovare un punto di incontro tra le parti, nonostante sforzi, briefing e mediazioni.

Al centro dei conflitti c’è sempre l’energia perché le nazioni coinvolte sono produttrici di fossili: petrolio e gas, nonostante tutto ancora determinanti per la sussistenza del mondo in attesa che le rinnovabili prendano piede e il nucleare faccia la sua parte. Nucleare, però, che proprio in queste ore è a rischio di attacchi, perché le centrali fanno gola nelle guerre del Terzo Millennio. E il presidente dell’Aiea, Rafael Grossi, ha subito lanciato l’allarme: dopo Zaporizhzhia adesso il batticuore è per alcuni siti iraniani, colpiti dalla rappresaglia usa-Israele.

Il gas costa il 50% in più rispetto a tre giorni fa, cioè prima che Usa e Israele decidessero di attaccare l’Iran ed eliminare la Guida suprema Khamenei; il petrolio viaggia a circa l’8% in più in una pericolosa gara al rialzo.

Secondo gli analisti si tratterebbe – o si tratterà – di aumenti fisiologici con la chiusura dello stretto di Hormuz, là dove transitano oltre 20 milioni di barili al giorno e tutte le esportazioni di Gnl dal Qatar e dagli Emirati Arabi. Aumenti destinati – sempre ad ascoltare gli esperti – ad esaurirsi in fretta se la guerra sarà breve come sostiene Donald Trump. Il presidente Usa ha parlato di quattro settimane per ‘regolare’ la Regione. Nel caso avesse sbagliato i calcoli, Trump, il petrolio farà in fretta a toccare i 100 dollari al barile e chissà quali vette raggiungerà il gas, proprio ora che cominciano gli stoccaggi per il prossimo inverno. Stoccaggi europei, ricordiamo, che non sono mai stati così vuoti. Sempre secondo gli esperti, i ‘danni’ maggiori dovrebbero patirli in Cina, la direzione che prende la maggio parte delle navi attualmente in ‘parcheggio’ distanti da Hormuz. Però…

Mentre le Borse mondiali crollano, come era abbastanza preventivabile, alla paura per l’allargarsi del conflitto si aggiunge l’umanissimo timore che tutto questo vada poi a incidere sulle bollette che si dovranno pagare e sul pieno alla pompa di benzina. Altro che dl Bollette partorito dal governo, gli scenari sono poco rosei e molto inquietanti. Riguardano la tenuta della nostra economia e la sopravvivenza delle famiglie.

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Marsiglia: “Senza Stretto Hormuz scompare greggio, preoccupa gas”

La guerra in Iran ha fatto precipitare il mondo in un vortice di incertezza che si riflette anche sull’economia globale. Nodo centrale lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito marittimo, ormai paralizzato dal timore di ritorsioni belliche. Con il prezzo del petrolio in ostaggio della speculazione e le forniture di gas che registrano impennate preoccupanti già in apertura di mercato, l’ombra di uno shock energetico senza precedenti si allunga sull’Europa.

In questo scenario di estrema tensione, Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, analizza con GEA i rischi di un isolamento che potrebbe cambiare definitivamente le rotte dell’approvvigionamento. “Purtroppo, conoscendo bene l’Iran sin dal 2008, prevale il pessimismo“, afferma. Concentrarsi su previsioni numeriche è un errore di prospettiva, “parlare di un barile a 130 o 150 dollari è concettualmente sbagliato: nel momento in cui lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso definitivamente secondo il diritto internazionale, impedendo entrate e uscite, il problema non sarebbe più il prezzo, ma la totale assenza di greggio sul mercato“.

In una simile eventualità, il petrolio americano rimarrebbe l’unica alternativa, pur risultando insufficiente e soggetto a costi fuori controllo. A differenza della crisi russa, dove il flusso era una scelta politica, la chiusura di Hormuz rappresenterebbe un blocco fisico e totale. La situazione operativa è già critica; circa 200 petroliere sono ferme nei porti poiché nessun armatore intende correre rischi. Marsiglia sottolinea come “QatarEnergy ha già sospeso la produzione di GNL, a dimostrazione di quanto le ripercussioni siano ampie“.

Oltre al mercato fisico, la speculazione finanziaria spinge al rialzo WTI e Brent, ma è il gas a destare l’allarme maggiore. “Abbiamo una criticità sugli stoccaggi a livello italiano ed europeo”, “il fatto che il gas abbia guadagnato sette punti già in apertura di mercato avrà un impatto diretto e pesante sulla bolletta energetica delle famiglie”. Nonostante l’Italia goda di una posizione favorevole grazie alla diversificazione attuata con l’Africa, il coinvolgimento del Qatar compromette l’intero indotto del GNL. Marsiglia chiarisce che il problema non riguarda solo le forniture dirette ma la redistribuzione delle quote globali. “Meno risorsa c’è, più la ‘torta’ deve essere divisa, ed è questo il grande problema di ogni conflitto bellico”. L’Italia, dipendente per oltre il 95% dall’estero, resta vulnerabile; “ad ogni minimo sussulto geopolitico rischiamo il default o ci troviamo a tremare per la tenuta del sistema”.

L’asse con gli Stati Uniti e il Venezuela, mediato dagli accordi tra Trump e von der Leyen, rappresenta una via d’uscita, ma a caro prezzo. “Acquistare dagli Stati Uniti – aggiunge Marsiglia – comporta costi completamente diversi rispetto al vantaggio economico garantito dal Medio Oriente o dall’Africa, aree geograficamente molto più vicine a noi”. Attualmente, l’industria si trova in una fase di attesa simile alla guerra dei dazi. Il nodo cruciale dei prossimi giorni sarà la tenuta delle raffinerie e la disponibilità di greggio nei depositi per garantire la continuità del ciclo produttivo. Infine il presidente punta il dito contro i mercati finanziari, attribuendo il 50% dei rincari alla pura speculazione: “In questa fase il mercato si sposterà quasi esclusivamente sull’acquisto di carichi spot: petroliere già in transito nel Mediterraneo che venderanno a prezzi esorbitanti per massimizzare il profitto”. Molti operatori, pur di non fermare gli impianti, saranno quindi costretti ad acquistare a qualsiasi cifra.

Dal Venezuela alla Groenlandia: il piano Trump per l’energia aspettando l’Europa

Petrolio, zinco, piombo, rame, uranio, oro, graffite, nichel, ferro, carbone. E, perché no?, diamanti. Sono, probabilmente, le vere ragioni per le quali Donald Trump ha messo gli occhi (da tempo) sulla Groenlandia. Poi, sì, c’è anche la sicurezza nazionale, la “questione della Difesa”, con la minaccia incombente di Cina e Russia sulle rotte artiche che, attraverso lo scioglimento dei ghiacci, diventano voluttuose autostrade per tutelare i propri interessi nazionali. Ma poi.

E c’è sempre il petrolio, principalmente, dietro il blitz in Venezuela che ha trasformato Nicolas Maduro da dittatore a detenuto. Poi, per carità, anche la lotta al narcotraffico di cui Caracas è una delle capitali mondiali, ma senza dimenticare la Colombia, la Bolivia, eccetera eccetera che sembrano in questo momento Paesi esenti dalla produzione industriale della droga. Ma poi.

Tutto questo per mettere in evidenza come il nostro secolo sarà definito nel suo perimetro dall’energia e dalle cosiddette materie critiche. Energia che Trump, il giorno del suo insediamento, ha riconsegnato al dominio assoluto del fossile (come dimenticare il “drill, baby, drill”), in particolare di petrolio e gas, incenerendo le politiche green del solare e dell’eolico, riducendo l’energia pulita alla sussidiarietà. Petrolio e gas che il presidente Usa intende esportare e condizionare a livello di prezzi: non a caso sta già vendendo all’Europa vagonate di Gnl, non proprio in saldo, e sta accaparrandosi il greggio del Venezuela in modo di essere in grado di determinarne il costo. E i Paesi dell’Opec e dell’Opec+ che dicono? Per adesso, non dicono. Ed è strano. Molto strano.

Tornando alla Groenlandia, in teoria dovrebbe esserci una risposta pronta e anche netta da parte dell’Europa. Anzi, più che in teoria, nella pratica. Perché se a Caracas la ‘scusa’ poteva essere la destabilizzazione di un presidente eletto in maniera non democratica, affamatore di un popolo e chissà che altro ancora, mettere le mani su un pezzo del Vecchio Continente che appartiene alla Danimarca solo per una “questione di Difesa”, diventa oggettivamente più complicato agli occhi dell’universo mondo. Eppure, i bookmakers – usando una metafora calcistica – non quotano l’annessione. Non riusciamo davvero a immaginare Trump, nella sua tenuta di Mar-a-Lago, che preso atto della reazione ‘veemente’ di Bruxelles (“Si rispetti l’integrità territoriale”, perbacco), abbia tremato e suggerito al Segretario di Stato Marco Rubio e a tutti i suoi generali di fare marcia indietro. Pensiamo, purtroppo, che abbia sfoderato il suo ghigno migliore e abbia alzato il volume dello stereo.

Il sospetto è che mentre tra Strasburgo e Bruxelles ci si ingegna per mettere in atto qualche altro regolamento cervellotico da applicare subito pena sanzioni pesantissime, la premier della Danimarca, Mette Frederiksen, dovrà arrangiarsi da sola. Tanti auguri.

Le guerre fatte sulle tasche dei cittadini e la retromarcia della Ue

Schiacciati tra la guerra in Ucraina e gli orrori di Gaza, onestamente non si sentiva necessità di un altro fronte conflittuale, ancor più pericoloso, aperto da Israele contro l’Iran. Le evidenze di questi giorni testimoniano una svolta nell’accezione politica a questa terza guerra: mentre sull’Ucraina a tratti le posizioni non sono allineate, mentre sulla Striscia la condanna del mondo è univoca per ciò che ha scatenato la mattanza e per la reazione inusitata che continua a esserci, sulle incursioni dell’esercito di Netanyahu a Teheran e dintorni c’è la quasi sintonia del pianeta, al massimo (ed è il caso della Russia) si registrano silenzi imbarazzati. La minaccia atomica di un regime poco incline alla salvaguardia dei diritti umani, quello degli ayatollah, sta mettendo tutti d’accordo nella speranza che il conflitto non si allarghi e da regionale diventi planetario.

Fatta questa premessa, c’è la poi la sostanza delle cose che va a impattare sul cittadino comune, in Europa e in Italia. Già fiaccati dal ‘tiraemolla’ di Donald Trump che minaccia di mettere dazi anche ai sogni – a proposito, manca meno di un mese alla tregua di luglio – i sistemi economici occidentali devono rifare i conti con altri rincari, in particolare quelli dell’energia, cioè gas e petrolio. E’ vero che l’Iran attualmente ha un’incidenza minima nel mercato globale ed è vero che non si è verificato uno sconquasso dei prezzi (a giugno 2022, quattro mesi dopo l’invasione russa, aveva toccato i 122 dollari al barile, oggi è a 75), però la timida ripresa delle scorse settimane è andata a farsi benedire. E al signor Brambilla o alla signora Pautasso, che smaniano per andare in vacanza e magari non posseggono tutta questa sensibilità geopolitica, l’unica cosa che li rende irascibili sono il rincaro delle bollette e il pieno di diesel o benzina. Perché, alla resa dei conti, è sempre l’energia a fare da discriminante.

Prima c’erano gli Houty, adesso c’è lo stretto di Hormuz, che è grande come il Mare Adriatico e collega il Golfo Persico e il Golfo di Oman, là dove transitano ogni giorno 20 milioni di barili via nave. Se l’Iran decidesse di bloccare quel passaggio, mezzo mondo resterebbe a secco con conseguente impazzimento dei prezzi, perché una goccia di greggio varrebbe quanto un’oncia d’oro. Non a caso, l’Unione europea ha innestato la marcia indietro per quanto riguarda il tetto al petrolio russo, che doveva passare da 60 dollari (stabiliti nel 2022) a 45, in maniera da intaccare i ricavi di Vladimir Putin e togliergli le sovvenzioni per continuare il conflitto con l’Ucraina. Ma di fronte all’incedere minaccioso della guerra tra Israele e Iran e all’inevitabile aumento del prezzi, Ursula von der Leyen ha detto che conviene pazientare. Al contrario dell’Alta Commissaria Kaja Kallas che non vorrebbe arretrare di un millimetro, testimonianza di una distonia strategica all’interno della Commissione. A metterle d’accordo è intervenuto Trump, con un no secco e ultimativo all’inasprimento delle misure contro Mosca. E allora?

Allora lo spauracchio è quello degli Anni Settanta e delle targhe alterne legate alla crisi petrolifera. Assetati di benzina, vennero introdotte misure di austerity – mutuate da un’idea americana – per limitare la circolazione dei veicoli privati la domenica: una era vietata alle targhe pari, quella dopo alle targhe dispari. Tornare indietro di cinquant’anni senza capire il perché…

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Petrolio ai minimi da quasi 4 anni. Tabarelli: “Una buona notizia in questa crisi”

Il prezzo dell’oro nero sta diventando sempre più rosso. Meno 15% in una settimana, quasi -30% nei confronti dello stesso periodo di un anno fa. I future sul greggio WTI hanno invertito i guadagni precedenti e sono scesi a 61 dollari al barile così come quelli del Brent riscendendo a 64,5 dollari e attestandosi al minimo da aprile 2021, dopo che le speculazioni su una pausa di 90 giorni della nuova politica tariffaria statunitense si sono rivelate false. Il precedente rimbalzo, che ha visto i prezzi del Wti texano salire brevemente sopra i 63 dollari, è stato guidato dalle speranze di un ritardo nell’implementazione completa delle tariffe prevista per mercoledì. Una volta chiarito come falso, i mercati hanno rapidamente ritracciato.

Gli investitori rimangono tesi in mezzo all’elevata volatilità, con timori che l’escalation della guerra commerciale possa frenare la crescita globale e indebolire la domanda di energia. Ad aumentare l’incertezza, Trump ha minacciato di imporre una nuova tariffa del 50% sulle importazioni cinesi se Pechino non riuscirà a revocare i suoi dazi di ritorsione, aumentando il rischio di un rallentamento globale. Nel frattempo, i recenti tagli dei prezzi di Saudi Aramco e l’inaspettato aumento della produzione dell’Opec+ continuano a pesare sulle prospettive.

“I prezzi del petrolio hanno avuto la loro settimana peggiore da ottobre 2023, con gli asset rischiosi colpiti dai dazi reciproci del presidente Usa e dalle ritorsioni che abbiamo iniziato a vedere nei loro confronti”, hanno affermato Warren Patterson, responsabile della strategia sulle materie prime di ING, e Ewa Manthey, stratega delle materie prime. La Cina ha reagito ai maxi dazi Usa imponendo dazi del 34% su tutte le importazioni dagli Stati Uniti a partire dal 10 aprile, inasprendo ulteriormente le tensioni commerciali mentre l’economia globale crolla. “Nonostante molti paesi esercitino moderazione sui dazi reciproci, nella speranza di negoziare con gli Stati Uniti, Pechino non sta prendendo la cosa sottogamba. I dazi ‘occhio per occhio’ del 34% sugli Stati Uniti […] sono un netto cambiamento nella posizione di Pechino, che rende chiaro che la Cina non cederà”, ha affermato Vishnu Varathan, amministratore delegato di Mizuho.

I prezzi del greggio statunitense sono anche scesi sotto il livello psicologico di 60 dollari al barile, poiché Saudi Aramco ha ridotto di 2,3 dollari al barile i differenziali di prezzo di vendita ufficiali per l’Asia di maggio per i suoi tipi di greggio, raggiungendo il minimo degli ultimi quattro mesi a causa delle crescenti probabilità di recessione, hanno affermato gli analisti. “Le prospettive rimangono piacevolmente negative con la possibilità di un ulteriore calo verso il livello di 50 dollari/barile. I recuperi dei prezzi potrebbero essere interessanti opportunità di vendita di titoli di punta”, ha affermato un analista senior di Swissquote Bank, come riportato da S&P Global Commodity Insights.

Il tonfo degli ultimi giorni del petrolio ha tirato giù anche le quotazioni del gas, col Ttf europeo oggi sotto di quasi l’1,5% a 35,8 euro per megawattora. Un crollo, quello appunto di petrolio e gas, che rappresenta “una notizia positiva per la bolletta energetica italiana. Si tratta del primo meccanismo di aggiustamento efficiente in quello che ho definito il ‘delirio dell’energia’ dopo tre anni di guerra. Il mercato comincia a mettere a posto l’economia, dopo questa follia dei dazi”, ha commentato a GEA Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Secondo alcune analisi tuttavia i produttori americani farebbero fatica da competere con un petrolio Wti sceso a 60 dollari al barile dopo l’annuncio di dazi americani e di controdazi da parte della Cina. Certo, ha aggiunto Tabarelli, “qualcuno dice che con questi prezzi bassi i petrolieri americano non ce la fanno, però vedo che c’è anche un eccesso di pessimismo… sicuramente è difficile competere, ma nel 2015-2016 il prezzo del greggio Wti è sceso anche a 30-40 dollari. Si diceva che doveva sparire l’industria del fracking, poi però è diventata sempre più efficiente e più brava… ora potrebbe diventare ancora più forte”.

Il Codacons comunque mette in evidenza che “il prezzo del petrolio crolla sui mercati internazionali, ma in Italia i listini alla pompa di benzina e gasolio rimangono elevati e non seguono l’andamento delle quotazioni petrolifere” e annuncia azioni legali a tutela degli automobilisti. Rispetto ai picchi registrati nel 2025, il greggio risulta oggi deprezzato del 23%, col Wti che passa dai 78 dollari al barile di metà gennaio agli attuali 60 dollari, mentre il Brent è sceso da 82 dollari di gennaio agli attuali 63 dollari – spiega il Codacons – Nello stesso periodo, tuttavia, il prezzo della benzina alla pompa è passato da una media al self di 1,823 euro al litro agli attuali 1,764 euro, con una riduzione di appena -3,2%.

L’Algeria e la la Libia sono i primi fornitori italiani di gas e petrolio

La Libia è tornata a essere il principale fornitore di petrolio dell’Italia a 14 anni dallo scoppio della prima guerra civile: copre il 21,5% delle importazioni nazionali di greggio. Un ritorno che segna una netta inversione rispetto al crollo registrato nel 2011 e che racconta molto della nuova geografia energetica del nostro Paese, ridefinita dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

È infatti a partire dal 2022 che l’Unione Europea ha accelerato la corsa per ridurre la dipendenza da Mosca e diversificare le fonti di approvvigionamento. Per un Paese come l’Italia, privo di risorse naturali significative e fortemente legato alle importazioni, trovare nuovi equilibri è diventato cruciale. Così, accanto alla Libia per il petrolio, è l’intero Nord Africa a guadagnare un ruolo strategico anche nell’ottica del Piano Mattei, che ha come obiettivo proprio il consolidamento dei rapporti con i Paesi di quest’area. Nella mappa realizzata da GEA elaborando i dati del Global energy monitor si possono vedere proprio i giacimenti di gas e petrolio dell’area e, più in generale, di tutta l’Europa.

Come emerge dai dati pubblicati dal Ministero dell’ambiente della sicurezza energetica, l’Algeria è il nostro primo fornitore di gas tramite gasdotto: ha fornito 21 miliardi di metri cubi di gas al nostro Paese attraverso il punto di ingresso di Mazara del Vallo con una crescita del 12% rispetto al 2023 (il 35% delle importazioni italiane). Un incremento che si contrappone al crollo verticale delle forniture russe transitate da Tarvisio: dai picchi di 3 miliardi di metri cubi al mese del 2021 si è passati a soli 165 milioni a novembre 2024. La Libia, invece, ha un ruolo molto più marginale sul gas: attraverso il punto di ingresso di Gela ha fornito 1,4 miliardi di metri cubi (2,3% sul totale).

Ma il riassetto energetico italiano non si limita al Mediterraneo. A guadagnare terreno è anche il gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dagli Stati Uniti. Solo nel primo semestre del 2024, Washington ha esportato in Europa 35 miliardi di metri cubi di GNL, consolidando la propria posizione di fornitore chiave. E non mancano pressioni politiche: a dicembre, il presidente Donald Trump è tornato alla carica con un post su Truth Social, invitando l’Unione Europea a colmare «il suo enorme deficit» attraverso acquisti massicci di petrolio e gas americani.

In questo scenario instabile e in continua evoluzione, l’Italia cerca di mettere al sicuro il proprio sistema energetico puntando sulle infrastrutture: rigassificatori come quelli di Piombino e Cavarzere assumono un ruolo sempre più centrale, insieme al potenziamento delle dorsali che collegano il Sud del Paese ai principali snodi del Nord. Tuttavia, la corsa alle alternative non elimina le vulnerabilità. Guerre, tensioni e una crescente competizione globale per le risorse rendono ogni equilibrio provvisorio.

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Ecco perché la ‘flotta fantasma’ russa è un pericolo per il Mar Baltico

Navi cisterna obsolete e in cattive condizioni, appartenenti alla “flotta fantasma” della Russia, potrebbero da un momento all’altro causare una marea nera nelle acque poco profonde del Baltico. “Il rischio di una fuoriuscita di petrolio esiste da molti anni” in questo mare, ma “la flotta fantasma russa lo ha aumentato considerevolmente”, spiega all’AFP Mikko Hirvi, capo di un’unità della guardia di frontiera finlandese – la Sicurezza marittima – responsabile di rispondere alle minacce all’ambiente marino. Da più di due anni tengono d’occhio la flotta fantasma russa che opera nel Golfo di Finlandia, la baia più orientale del Baltico, confinante con l’Estonia a sud e la Russia a est. Anche Lettonia, Lituania, Polonia, Germania, Svezia e Danimarca circondano questo mare poco profondo, collegato all’Oceano Atlantico solo da uno stretto tra Svezia e Danimarca.

Le autorità finlandesi la definiscono come un insieme di petroliere vecchie e tecnicamente difettose mai viste nel Baltico prima che la Russia invadesse l’Ucraina nel 2022. Operano senza assicurazione occidentale e con equipaggi inesperti delle condizioni invernali. Il numero di navi della flotta ombra è esploso dal 2022, dopo che le sanzioni dell’Ue e dell’Occidente hanno preso di mira le esportazioni russe di petrolio nel tentativo di prosciugare le casse della Russia.

“Stimiamo che ogni settimana 70-80 petroliere cariche lascino i porti russi per trasportare petrolio attraverso il Golfo di Finlandia. Di queste, circa 30-40 navi appartengono alla flotta fantasma”, afferma Mikko Hirvi. Secondo un rapporto della Kiev School of Economics, sono state identificate circa 430 navi in tutto il mondo. “Gran parte naviga nello Stretto di Danimarca, poiché la Russia dipende fortemente dai suoi porti baltici per le esportazioni, in particolare di petrolio greggio”, sottolinea Yevgeniy Golovchenko, professore di scienze politiche all’Università di Copenhagen.

Alcune di queste navi sono state coinvolte nel danneggiamento di diversi cavi sottomarini, con esperti e politici che accusano la Russia di orchestrare una “guerra ibrida”. Queste petroliere nascondono sempre più spesso i dati relativi alla loro posizione disturbando il Gps e disabilitando l’Ais, osserva Hirvi. L’Ais è un sistema di localizzazione globale che le navi utilizzano per fornire informazioni sull’identificazione e il posizionamento al fine di evitare collisioni. “Disattivano il sistema per nascondere le loro visite in Russia e aggirare le sanzioni”, dice il funzionario finlandese. “Il rischio di incidenti è elevato”.

Queste navi operano spesso sotto la bandiera di Paesi come Gabon, Liberia e Isole Cook e visitano i porti petroliferi russi di Primorsk, Ust-Luga, Vyssotsk e San Pietroburgo. Alcune trasportano più di 100.000 tonnellate di petrolio, il che significa che una collisione o un incaglio potrebbero causare la fuoriuscita di migliaia di tonnellate di greggio, con conseguenze fatali per i fragili ecosistemi locali. In caso di incidente al largo delle coste danesi, “lo scenario più probabile è che i contribuenti danesi dovranno pagare per ripulire” il mare, osserva Golovchenko, poiché queste navi non hanno un’assicurazione adeguata per le fuoriuscite di petrolio.

Di fronte ai rischi creati da questa flotta fantasma, all’inizio di febbraio l’autorità marittima danese ha annunciato che avrebbe intensificato i controlli sulle petroliere. In quanto acque internazionali, gli stretti danesi sono soggetti al diritto di libero passaggio, e qualsiasi misura che impedisca a queste navi di entrare o uscire dal Mar Baltico richiede un equilibrio tra gli obblighi del diritto internazionale e la volontà politica, osserva Golovchenko.