La Camera ha dato il via libera al disegno di legge delega sul nucleare. A stretto giro, lo stesso iter toccherà al Senato in maniera che – sono i piani del Governo – i decreti attuativi possano essere emanati entro la fine dell’anno. ovvero a pochi mesi dalla fine della legislatura e dalle elezioni politiche.
Fino a qui nulla di nuovo sotto il sole, perché si tratta di passaggi ampiamente previsti. Il Mase ha determinato il perimetro per il ritorno alla produzione di energia atomica in Italia, ovvero il quadro giuridico e l’insieme delle regole indispensabili per mettere ordine dove adesso non c’è nulla. I problemi, ampiamente prevedibili pure questi, sorgeranno quando dalla teoria di una legge bisognerà passare alla pratica, cioè a mettere a terra il nucleare ‘sostenibile’. Che, chiariamolo subito, non è più quello obsoleto e pericoloso di venti anni fa, con centrali enormi ed enormi rischi, ma quello moderno e poco ingombrante degli Small Modular Reactor, quasi ‘tascabili’ e già usati per alimentare le navi rompighiaccio. Eppure, nonostante questa evoluzione tecnologica e tutte le rassicurazioni degli esperti, la parola nucleare suscita ancora l’incubo di uomini prigionieri dentro una tuta ermetica nel disastro di Chernobyl e, per estensione del concetto, fa storcere il naso agli italiani. Ci sta.
Non a caso, due referendum hanno stoppato il nucleare in tempi che furono e una parte della politica italiana, quella più a sinistra del Parlamento, non smette di portarsi appresso dubbi, perplessità e tremori, al punto da bocciarne l’utilizzo. Basta leggere con quanti voti favorevoli (155) e quanti contrari (86) la legge è passata alla Camera. Con il capolavoro di 8 astenuti (?). Seguirà dibattito, insomma. E attrezziamoci a sentire campane diverse suonare a festa o a morto. E prepariamoci a vagonate di pareri di vagonate di esperti, ciascuno con la propria teoria. E predisponiamoci a ragionare con la propria testa.
Resta un fatto, abbastanza evidente. Il nucleare da solo non può risolvere tutti i problemi energetici dell’Italia, che non è ‘sorella’ del Paesi Arabi, ovvero non ha né petrolio né gas. Però gli Smr possono aiutare a comporre un mix in grado di rendere meno grave la sudditanza dalle fonti fossili. Come un piccolo alchimista, immaginiamo il ministro Gilberto Pichetto Fratin mescolare un po’ di nucleare, con un po’ di greggio, un po’ di gas con una bella spruzzata di rinnovabili. In sintesi: diversificazione delle fonti per evitare che crisi grandi o piccole mettano in ginocchio famiglie e imprese.
Dicevamo, seguirà dibattito. Dalle scorie (poche e riciclabili sembra) ai siti di allocazione, dai costi (non proprio economici) ai tempi (non proprio brevi, si parla di dieci anni almeno): ci sarà da discutere, certo, l’importante è che tutto non sia schiacciato sotto il peso dell’ideologia che – il green deal lo testimonia – spesso fa più guasti di una tempesta.