Locatelli (PoliMi): “Decarbonizzare senza il nucleare? Bollette sarebbero spaventose”

Il nucleare di nuova generazione – quello sul quale il Parlamento ha dato il via libera con l’approvazione della Legge Pichetto – sarà più economico rispetto alle rinnovabili o al gas? E, soprattutto, abbasserà davvero il costo delle bollette? La risposta breve è “sì”, quella più articolata ha davanti un “ma”.

Giorgio Locatelli è professore ordinario di Project Management al Politecnico di Milano e uno dei massimi esperti italiani di energia nucleare – di cui si occupa dal 2006 – in particolare degli Small Modular Reactor (Smr) e transizione a NetZero. Il concetto chiave, parlando costi di produzione e risparmi in bolletta, è per lui uno: più equivale a meno. Costruire più centrali, invece di poche, avrà un costo inferiore; accorpare più reattori in un unico sito sarà più economico che avere pochi Smr distribuiti su aree differenti. “E’ come fare una torta – spiega a GEA – per la prima volta. Mi serviranno le attrezzature adatte, dovrò cercare una ricetta, sporcherò la cucina, ci metterò un po’ di tempo. Ma alla decima torta sarò bravo e veloce e, quindi, mi costerà meno”. Nel settore industriale è la stessa cosa: ad esempio, gli impianti eolici oggi costano relativamente poco “perché negli anni ne abbiamo fatti tanti” e lo confermano i dati storici di Francia e della Corea del Sud, “dove fanno le centrali come le torte”.

Giorgio Locatelli

Se vogliamo elettricità a basso costo, dice Locatelli – che è stato anche inserito nella World’s Top 2% Scientist ranking, la classifica degli scienziati e delle scienziate con il livello più elevato di produttività scientifica – ci sono le vecchie centrali a carbone, che però sono molto inquinanti. E il gas? “Non è tossico – spiega – ma crea CO2 e dobbiamo importalo. Su 100 euro di costo, 70 servono ad acquistarlo”. Le rinnovabili? “Sono un’idea ottima”, ma solo considerandone una quota tra il 30% e il 50% nel mix energetico “perché non sono controllabili” per la loro stessa natura. Ecco allora che per compensare i periodi in cui il solare – ad esempio – non può essere così efficiente servono le batterie o centrali a gas che si accendono come riserva quando manca il sole, ma hanno grandi oneri di sistema.

“Come in una dieta bilanciata – spiega a GEA Locatelli – non possiamo mangiare solo insalata o bistecche” in un sistema energetico “servono più fonti”. La quota ideale di nucleare dovrebbe essere compresa tra il 20 e il 30%: l’80% sarebbe troppo – perché di notte, ad esempio, non c’è bisogno di tutta quella potenza che non verrebbe sfruttata – e l’1% troppo poco”, perché le altre fonti green non potrebbero coprire il resto del fabbisogno.

Quel “ma” della sua tesi entra in gioco qui: allora quanto possiamo risparmiare? “La situazione di oggi non è rappresentativa di come sarà tra 20 anni”, quindi è difficile fare un confronto tra una bolletta attuale e una del 2034. Quello che si può immaginare, però, è uno scenario senza nucleare e uno scenario con l’energia dell’atomo.

“Se vogliamo decarbonizzare l’energia”, entro il 2050 “il nucleare è essenziale per avere bollette ragionevoli”, dice Locatelli. “Un sistema decarbonizzato in un Paese senza nucleare avrebbe costi spaventosi, è imprescindibile“. L‘alternativa, cioè usare solo fonti rinnovabili non è immaginabile. “Ci servirebbero enorme quantità di batterie, eolico e solare. Batterie che dovrebbero gestire i bisogni, diversi, del giorno e della notte e anche la stagionalità” e i costi delle bollette sarebbero “enormi”. “Stiamo elettrificando sempre di più – sottolinea l’esperto – Pensiamo alle auto elettriche, vogliamo decarbonizzare le case…ma dove troviamo la stessa potenza del gas?” e anche la stessa sicurezza a livello di fornitura?

Certo, gli investimenti iniziali – che il Governo punta a condividere con soggetti privati, come i consorzi di imprese – sono nel range dei miliardi. Ad esempio “se parliamo di Smr da 300 Megawatt per reattore, si va dai 2 ai 4 miliardi”, spiega Locatelli, che sottolinea, però, un aspetto “di cui si parla poco”. Costruire un impianto solare significa acquistare la tecnologia – come pannelli e inverter – fuori dall’Italia: “se spendo un miliardo – è il suo esempio – la stragrande maggioranza finirà nella supply chain cinese”.

Mettere in piedi un impianto nucleare “ha bisogno di molte ore di lavoro nel sito, tempi di costruzione lunghi, ma una quota molto importante anche del 50% è localizzabile in Italia con le nostre aziende, dando lavoro alle nostre persone”. In sostanza “è giusto chiedersi quanto costa” tornare al nucleare, “ma anche dove finiranno i soldi necessari alle nuove centrali”.

Le grandi aziende energivore, poi, potranno applicare due diversi modelli. In quello finlandese – il cosiddetto Mankala – diverse imprese si uniscono per la multiproprietà dell’impianto. In cambio della quota di investimento ricevono energia elettrica al prezzo di costo e in quantità proporzionale alla loro quota, senza la distribuzione di dividendi tradizionali. Un secondo modello, il Power Purchase Agreement, prevede invece che le imprese stipulino contratti a lungo termine con l’operatore, definendo obblighi e costi, eventualmente con “un deposito iniziale per iniziare a costruire”. Una pratica, quest’ultima, molto comune in Usa in ambito data center.

Il nucleare, quindi, è “essenziale”. “Le centrali devono coesistere all’interno di un sistema come in una dieta bilanciata”, meglio ancora se Made in Italy.

Ok alla Legge Pichetto, Italia torna all’atomo dopo 40 anni: prime centrali nucleari nel 2033-2034

L’Italia riapre ufficialmente le porte all’energia atomica a quasi quarant’anni dai referendum del 1987. Con il via libera definitivo del Senato, il Parlamento approva il disegno di legge delega per la reintroduzione del ‘nucleare sostenibile’ e di nuova generazione all’interno del mix energetico nazionale. Una “giornata storica” per il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che firma il provvedimento, e una “scelta coraggiosa” per la premier Giorgia Meloni.

Il provvedimento conferisce all’esecutivo la delega per adottare, entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi per normare in modo organico la materia: dalla sperimentazione e localizzazione dei nuovi impianti alla loro costruzione ed esercizio, fino allo smantellamento delle vecchie installazioni, al potenziamento della ricerca e alla gestione della sicurezza. L’obiettivo è l’allineamento alle direttive europee di decarbonizzazione in vista della neutralità climatica al 2050, “rafforzando la sicurezza e l’indipendenza energetica del Paese“. L‘atomo di nuova generazione, spiega Meloni, servirà a soddisfare il crescente fabbisogno legato a data center e intelligenza artificiale: “Oggi importiamo elettricità prodotta dalle centrali dei paesi vicini; questa legge serve a cambiare le cose, offrendo energia stabile, a basse emissioni e meno esposta alle crisi internazionali che si riflettono sulle bollette”, scrive sui social.

La stima di Pichetto sui tempi delle prime centrali nucleari, in base agli elementi forniti dagli esperti, è per il 2033-2034. Il Ministro conferma che il nucleare integrerà le fonti pulite tradizionali per far fronte alla crescente domanda nazionale: “Entro il 2040 gli analisti serviranno tra i 100 e i 150 Terawattora in più: dobbiamo essere in condizione di produrli internamente e di rimanere competitivi sui prezzi”, ricorda. Nel perimetro dei decreti legislativi troverà spazio il tema del deposito unico: “Distinguendo – chiarisce Pichetto – tra lo stoccaggio del combustibile esausto (un volume ridotto di circa 200 metri quadri temporaneo, in attesa di valutazioni geologiche europee) e il deposito dei rifiuti a bassa e media intensità, in larga parte di provenienza ospedaliera o dal decommissioning”.

La Lega, rivendica la viceministra all’Ambiente Vannia Gava in quota Carroccio, “non ha mai ceduto di un millimetro su questa battaglia intrapresa fin dal 2018 con Matteo Salvini. Il nuovo nucleare significa indipendenza e competitività per l’Italia”.

Se la maggioranza festeggia un traguardo politico e strategico, le opposizioni insorgono. Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, boccia l’iniziativa definendola “una follia economica che non darà alcuna risposta al caro bollette attuale”. “Il governo Meloni punta su centrali costosissime – dichiara il deputato ecologista – e tira fuori dal cilindro gli Smr, una tecnologia che oggi non ha alcuna applicazione commerciale nel mondo. È un’operazione di distrazione di massa per coprire l’incapacità di abbassare i costi dell’energia e la frenata imposta alle rinnovabili”. Il deputato richiama i costi storici delle infrastrutture d’Oltralpe: “Per il solo reattore francese di Flamanville la Corte dei conti ha stimato 23,7 miliardi di euro. Chiediamo a Meloni e Pichetto di dire chiaramente agli italiani quanto costerà questo piano e chi lo finanzierà, visto che quando interviene lo Stato a pagare sono sempre i cittadini”. Chiede un “confronto serio, basato sui dati e non sulle contrapposizioni ideologiche” il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli che accusa il governo di fare promesse che non puà mantenere: “Le tecnologie sulle quali l’esecutivo punta, a partire dagli Small Modular Reactor e dal nucleare di nuova generazione, non sono oggi in grado di garantire contemporaneamente questi obiettivi”, scandisce. Il governo “presenta una promessa e non una politica energetica” per il senatore del Partito democratico Nicola Irto: “Vuole un’autorizzazione politica per poter dire agli italiani di avere riportato il nucleare nel Paese, mentre tutto il resto viene rinviato ai decreti legislativi. La propaganda è di oggi, le decisioni arriveranno domani”.

Nucleare, Pichetto: “Entro Natale decreti legislativi. Referendum? Scontato nel 2028 o 2029”

“Entro Natale vorrei presentare tutti i decreti legislativi” sul ddl nucleare, anche se “è un impegno molto forte perché chiaramente riguarda tutta una procedura in termini di sviluppo di agenzie, delle modalità” di smaltimento “dei rifiuti, le distanze. Sono tanti gli elementi da tenere in considerazione, insomma, ma vogliamo farcela”. Dal palco delle Ogr di Torino – in occasione dell’evento ‘Da Fermi al futuro: dialoghi sull’energia nucleare sostenibile”, promosso dal Mase e da Unioncamere organizzato da La Stampa – il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, fa il punto sull’iter legislativo del provvedimento e sulle prospettive future. Dopo il via libera dell’aula della Camera all’inizio di giugno, il ddl sul nucleare ha iniziato il suo percorso in Senato, attraverso l’assegnazione all’ottava Commissione Permanente (Ambiente, transizione ecologica, energia) e il Governo punta all’approvazione definitiva del disegno di legge prima della pausa estiva dei lavori parlamentari. Poi, comincerà l’iter dei decreti legislativi e del confronto con la Conferenza delle regioni e gli enti locali.

In mezzo, chiarisce Pichetto, servono progetti per rafforzare la comunicazione sul nucleare di nuova generazione “anche con iniziative come quella di oggi” con l’intervento “di una serie di personalità che hanno una conoscenza ed esperienza rilevante di ordine scientifico e tecnico. La divulgazione ha tanti rivoli di percorso, ma l’importante è far che tutti abbiano coscienza di cosa si parla”. E proprio una presa di coscienza nuova, assicura il titolare del Mase, sembra essere emersa negli ultimi anni, “in particolare tra i giovani”, sulla necessità di decarbonizzare il più possibile, “perché le emissioni carboniche hanno un peso notevole anche sul clima” e serve “aggiungere una produzione di energia, da fonte pulita”. E anche se il governo – ribadisce Pichetto in un videomessaggio all’Anev – “è impegnato nel potenziamento degli strumenti di sostegno alle fonti energetiche rinnovabili e nella definizione di un quadro normativo chiaro e uniforme”, il nucleare basato sugli small modular reactor (Smr) è “fondamentale”, perché le fonti green sono per loro natura intermittenti.

Poi, come l’opinione pubblica reagirà alle novità, non è affatto certo. Un nuovo referendum sul nucleare, chiarisce il ministro, “lo do per scontato nel 2028 o nel 2029, è un diritto della nostra costituzione poter partecipare alle decisioni”. Le opposizioni o i comitati civici potranno quindi raccogliere le 500.000 firme necessarie per chiedere un nuovo referendum abrogativo contro le nuove leggi. Nel 1987, a poco più di un anno dal disastro di Chernobyl, la maggior parte degli italiani, si schierò contro l’energia dell’atomo, portando alla chiusura delle centrali attive e bloccando, di fatto, ogni ulteriore iniziativa. Il secondo referendum del giugno 2011 avvenne pochi mesi dopo l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima, causato da un violento tsunami. L’obiettivo era quello di bloccare il “programma di rilancio del nucleare” che il governo Berlusconi aveva approvato tra il 2008 e il 2009, il quale prevedeva la costruzione di nuove centrali di terza generazione. Anche in questo caso gli italiani si opposero al progetto. Ma il nucleare di oggi, assicura Pichetto, è diverso da quello di allora. “E’ cambiata la tecnologia”, perché non si tratta più di grandi centrali, ma di piccoli reattori modulari di quarta generazione che occupano poco spazio, hanno standard di sicurezza più elevati e sono ‘puliti’.

“Non bisogna dividersi in tifoserie che dicono sì al nucleare e no al nucleare. La tifoseria, in questo caso, credo che sia l’approccio sbagliato”, gli fa eco eco il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, nel corso dell’evento. “Invece – aggiunge – serve una discussione che si basi sui dati, sui tempi, sui costi, sulla sicurezza sia nazionale che internazionale. E io credo che noi, come amministratori pubblici, abbiamo il dovere di imporci in questa in questa prospettiva”. Il nucleare, ricorda dallo stesso palco il governatore piemontese, Alberto Cirio, “è una strada che non preclude la possibilità di coltivarne altre”. Negli anni, ricorda, il Paese “è stato fermo, non ha avuto il coraggio di decidere”, invece oggi “finalmente”, ha aggiunto, si può “parlare” di nucleare “senza pregiudizi ideologici, senza situazioni preconcette di un tema così importante come quello energetico”.

Tajani-Crosetto: “Scenario internazionale degradato. Torna attuale minaccia atomica”

In uno scenario internazionale “estremamente degradato” e “interconnesso”, la politica internazionale italiana guarda alla pace, ma anche agli interessi e alla crescita del Paese. I ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, tornano davanti alle commissioni di Camera e Senato per comunicare sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Riferiscono insieme in Parlamento, dato il quadro complesso dello scacchiere geopolitico. Iran, Libano, Ucraina, Africa: lo sguardo è sul mondo. Quello che emerge è che lo scenario è in continua evoluzione, caratterizzato da “instabilità diffuse” e con focolai di tensione “profondamente collegati tra di loro”, spiega Crosetto.

L’inquilino della Farnesina parla di una strategia volta alla stabilità, soprattutto quella nell’area del Mediterraneo e a una politica estera “finalizzata a far sì che l’Italia possa essere protagonista all’interno dell’Unione Europea e del G7”, ma anche “finalizzata a far crescere l’export, che rappresenta quasi il 40% del Pil”. Crosetto ricorda che la pace “non è più un dato acquisito”, ma va “costruita, protetta e consolidata” e che la Difesa lavora sui diversi teatri con “presenza, aiuto, capacità operativa, protezione, sicurezza, addestramento e stabilizzazione in prospettiva sviluppo”.

Situazione complessa in Ucraina. Il vicepremier riferisce degli “sconsiderati bombardamenti russi negli ultimi giorni”, che hanno provocato nuove stragi di civili, colpendo aree residenziali a Kiev e infrastrutture critiche con gravi rischi di escalation “anche al di fuori del territorio ucraino”. Pochi giorni fa un drone ha violato lo spazio aereo della Romania colpendo un edificio residenziale e ferendo due civili, tra cui un minore sul territorio di un Paese membro delle Nato e dell’Unione Europea: “E’ un atto inaccettabile che abbiamo condannato con la massima fermezza”, deplora Tajani, ribadendo che la posizione dell’Italia non è mai cambiata, il sostegno a Kiev “resta una priorità del Governo”, che sostiene gli sforzi negoziali in stretto coordinamento con i partner del G7 e dell’Ue. “La Russia – segnala il ministro – deve però dimostrare di volersi sedere in buona fede al tavolo dei negoziati. Purtroppo i segnali che continuano a venire da Mosca non vanno assolutamente nella direzione del dialogo”.

Con la delibera di missione verranno stanziati altri 40 milioni di euro destinati in particolare alle infrastrutture energetiche, bersaglio sistematico degli attacchi russi, e allo sminamento dei territori liberati. Poche settimane fa il Comitato Congiunto dell’Operazione dello Sviluppo ha voluto stanziare 50 milioni per un progetto a sostegno delle famiglie le cui abitazioni sono state distrutte dai bombardamenti russi.

E’ qui che “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato i libri di storia”, ammette il ministro della Difesa, ricordando che quando il conflitto sarà superato comunque l’Europa dovrà confrontarsi per molti anni con gli effetti economici, sociali e di sicurezza e quelli derivati dalla presenza di un numero elevatissimo di ex combattenti da reintegrare e dalla necessità di sostenere i processi di ricostruzione dell’Ucraina “ma anche della stessa Russia, se vogliamo che si stabilizzi anche il quadro dall’altra parte”.

I tempi non sembrano stretti. Sul piano strettamente militare, segnala Crosetto, il conflitto è “in stallo”. Secondo gli analisti, mantenendo gli attuali ritmi operativi, sarebbero necessari 10 anni affinché la Federazione Russia possa completare la conquista del Donbass e di diversi decenni per conseguire la conquista dell’intero territorio ucraino. “Questo al prezzo di almeno 2 milioni e mezzo di caduti russi, soltanto per il solo Donbass”, denuncia il ministro. Anche Tajani parla di “accordo lontanissimo” e chiama in causa l’Unione europea: “È fondamentale il ruolo che l’Europa può avere”, sottolinea, respingendo l’idea che la premier Giorgia Meloni sia stata esclusa dal vertice di Londra tra Regno Unito, Francia e Germania. “Non è l’Italia che decide i format”, ricorda.

Anche l’area del Medio Oriente è “monitorata minuto per minuto”, soprattutto dopo il fine settimana appena trascorso, quando c’è stata una escalation di attacchi tra Iran e Israele. Ieri Tajani ha riunito all’unità di crisi del Ministero gli ambasciatori nella Regione per un aggiornamento. Una riunione per aggiornare sul quadro di sicurezza nei diversi Paesi dell’area, in particolare sulla situazione degli italiani presenti e sull’attività di assistenza consolare. L’Iran è, per Crosetto, lontano da una scarsità di armamenti: “Teheran è tuttora in grado di condurre attacchi missilistici di ampia portata verso Israele e non solo, evidenziando come le proprie capacità militari e i propri arsenali non siano esauriti”, afferma.

Il Libano è un fronte “sempre più critico”. Le operazioni militari israeliane nel sud del Paese aumentano i rischi di escalation e allontanano la prospettiva della stabilità: “Lavoriamo senza sosta per aiutare la popolazione, siamo mettendo a terra le iniziative finanziate con l’ultimo pacchetto di aiuti di 15 milioni di euro che ha disposto a sostegno dei villaggi cristiani del sud del Libano”, spiega Tajani. Forti le parole del vicepremier su Israele. Il ministro sottolinea che le violenze dei coloni israeliani, soprattutto in Cisgiordania, sono “inaccettabili” e precisa: “Non ho parole per commentare ciò che ha detto il ministro israeliano Ben Gvir, nei confronti dell’Italia ieri dopo aver saputo che era indagato dalla procura della Repubblica. Sono parole che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro”.

Il nucleare per uscire dalla crisi anche se spacca la politica italiana

La Camera ha dato il via libera al disegno di legge delega sul nucleare. A stretto giro, lo stesso iter toccherà al Senato in maniera che – sono i piani del Governo – i decreti attuativi possano essere emanati entro la fine dell’anno. ovvero a pochi mesi dalla fine della legislatura e dalle elezioni politiche.

Fino a qui nulla di nuovo sotto il sole, perché si tratta di passaggi ampiamente previsti. Il Mase ha determinato il perimetro per il ritorno alla produzione di energia atomica in Italia, ovvero il quadro giuridico e l’insieme delle regole indispensabili per mettere ordine dove adesso non c’è nulla. I problemi, ampiamente prevedibili pure questi, sorgeranno quando dalla teoria di una legge bisognerà passare alla pratica, cioè a mettere a terra il nucleare ‘sostenibile’. Che, chiariamolo subito, non è più quello obsoleto e pericoloso di venti anni fa, con centrali enormi ed enormi rischi, ma quello moderno e poco ingombrante degli Small Modular Reactor, quasi ‘tascabili’ e già usati per alimentare le navi rompighiaccio. Eppure, nonostante questa evoluzione tecnologica e tutte le rassicurazioni degli esperti, la parola nucleare suscita ancora l’incubo di uomini prigionieri dentro una tuta ermetica nel disastro di Chernobyl e, per estensione del concetto, fa storcere il naso agli italiani. Ci sta.

Non a caso, due referendum hanno stoppato il nucleare in tempi che furono e una parte della politica italiana, quella più a sinistra del Parlamento, non smette di portarsi appresso dubbi, perplessità e tremori, al punto da bocciarne l’utilizzo. Basta leggere con quanti voti favorevoli (155) e quanti contrari (86) la legge è passata alla Camera. Con il capolavoro di 8 astenuti (?). Seguirà dibattito, insomma. E attrezziamoci a sentire campane diverse suonare a festa o a morto. E prepariamoci a vagonate di pareri di vagonate di esperti, ciascuno con la propria teoria. E predisponiamoci a ragionare con la propria testa.

Resta un fatto, abbastanza evidente. Il nucleare da solo non può risolvere tutti i problemi energetici dell’Italia, che non è ‘sorella’ del Paesi Arabi, ovvero non ha né petrolio né gas. Però gli Smr possono aiutare a comporre un mix in grado di rendere meno grave la sudditanza dalle fonti fossili. Come un piccolo alchimista, immaginiamo il ministro Gilberto Pichetto Fratin mescolare un po’ di nucleare, con un po’ di greggio, un po’ di gas con una bella spruzzata di rinnovabili. In sintesi: diversificazione delle fonti per evitare che crisi grandi o piccole mettano in ginocchio famiglie e imprese.

Dicevamo, seguirà dibattito. Dalle scorie (poche e riciclabili sembra) ai siti di allocazione, dai costi (non proprio economici) ai tempi (non proprio brevi, si parla di dieci anni almeno): ci sarà da discutere, certo, l’importante è che tutto non sia schiacciato sotto il peso dell’ideologia che – il green deal lo testimonia – spesso fa più guasti di una tempesta.

Ddl Nucleare entro l’estate. Tabarelli: “Pagheremo ritardi, politica divisa sui costi”

L’Italia abbandona la posizione di attesa sul nucleare, per il governo il ritorno all’atomo è ormai un imperativo strategico di fine legislatura. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, traccia una tabella di marcia serrata che punta all’approvazione del disegno di legge delega entro la pausa estiva. Il lavoro nelle commissioni è nel vivo per definire i futuri decreti attuativi. Si tratta di un compito tecnico e parlamentare che, come sottolineato dal ministro, dovrebbe concludersi già la prossima settimana. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, analizza la situazione con realismo. Definisce il Ddl un “atto dovuto” in linea con il programma elettorale ma non nasconde le sue preoccupazioni: “L’idea che mi sono fatto è che i tempi siano lunghi”, spiega parlando con GEA.

L’esperto segnala come la storia del nucleare in Italia sia segnata da croniche fatiche e sottolinea un paradosso tutto italiano: il Paese importa già oggi enormi quantità di energia atomica dalla Francia. “È una tragedia che il nucleare sia importato – afferma – considerando che questa dipendenza pesa enormi cifre sulle bollette. In Italia l’elettricità tocca infatti i 120 euro, mentre a Parigi ne bastano 35. La necessità è diversificare il mix energetico. “Il nucleare è indispensabile per sostenere le rinnovabili quando mancano sole e vento. Se non vogliamo affidarci al carbone – conclude Tabarelli – dobbiamo capire che nel mondo c’è bisogno di più elettricità e questa va prodotta con ogni tecnologia a disposizione”.

L’accelerazione improvvisa del parlamento non è casuale ma risponde a una precisa richiesta della presidente Giorgia Meloni. La premier vuole il via libera alla legge delega entro l’estate per dare un segnale di concretezza sulla sovranità energetica. In parlamento la maggioranza è compatta ma le opposizioni sono sulle barricate.

Il relatore Luca Squeri (FI) parla di una maggioranza coerente e decisa. “Il provvedimento punta a creare il quadro normativo necessario per il nucleare sostenibile”, spiega mentre ipotizza il primo reattore operativo per l’inizio degli anni 30′. Il piano prevede un ruolo guida per Nuclitalia, la società partecipata da Enel, Ansaldo e Leonardo, mentre l’Enea manterrà il supporto scientifico. Le critiche delle minoranze sono però puntuali. Il Movimento 5 Stelle, con il vicepresidente della Camera Sergio Costa, accusa il governo di voler far pagare ai cittadini un’energia che costa tre volte le rinnovabili: “Il governo non propone una soluzione, ma chiede alle famiglie di finanziare l’opzione più cara”. Ancora più pesante l’affondo di Alleanza Verdi e Sinistra. Francesca Ghirra sostiene che il testo nasconda un’apertura al nucleare militare visto il rifiuto di emendamenti che chiedevano di limitare la ricerca ai soli scopi civili. “Dicono che la nostra opposizione è pregiudiziale, ma questo testo è una delega in bianco inaccettabile”, conclude Ghirra.

Nucleare, via libera al ddl Pichetto. Il ministro: “Guardiamo al futuro con realismo”

Il Consiglio dei Ministri ha approvato, in via definitiva, il Ddl Pichetto in materia di energia nucleare sostenibile. “Con questo provvedimento – spiega il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin – l’Italia si dota di uno strumento fondamentale per guardare al futuro con realismo e ambizione. Vogliamo essere protagonisti delle nuove tecnologie, dagli SMR e AMR fino alla fusione, nel quadro della neutralità tecnologica e della transizione energetica europea. Il nucleare sostenibile è una scelta di innovazione, sicurezza e responsabilità verso i cittadini, imprese e verso l’ambiente”.

Il provvedimento è stato già esaminato preliminarmente lo scorso 28 febbraio ed è stato acquisito il parere favorevole della Conferenza unificata. Le Regioni e le Province autonome hanno espresso parere favorevole a maggioranza, condizionato all’intesa sui decreti legislativi attuativi, mentre l’ANCI ha chiesto e ottenuto che i Comuni siano coinvolti nelle consultazioni qualora si proceda all’individuazione ex ante di aree aventi le caratteristiche per ospitare gli impianti, con la valutazione di adeguate misure di compensazione per i territori interessati.

Il testo ha l’obiettivo di intervenire in modo organico sulla produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione, inserendola nel “mix energetico italiano” per raggiungere l’indipendenza energetica e gli obiettivi di decarbonizzazione. Il provvedimento supera le precedenti esperienze nucleari e si concentra sull’uso delle migliori tecnologie disponibili, incluse quelle modulari e avanzate.

Più in particolare, il disegno di legge conferisce al Governo una delega per disciplinare in modo organico l’introduzione del nucleare sostenibile, nel quadro delle politiche europee di decarbonizzazione al 2050 e degli obiettivi di sicurezza energetica. La delega prevede, tra l’altro, l’elaborazione di un Programma nazionale per il nucleare sostenibile, l’istituzione di una Autorità per la sicurezza nucleare indipendente, il potenziamento della ricerca scientifica e industriale, la formazione di nuove competenze e lo svolgimento di campagne di informazione e sensibilizzazione. I decreti legislativi attuativi dovranno essere adottati entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge.

Emissario Usa atteso a Mosca. Trump: “Sottomarini nucleari sono già nella regione”

L’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, è atteso in Russia a metà settimana, a pochi giorni dalla scadenza dell’ultimatum lanciato dal presidente americano al suo omologo russo Vladimir Putin affinché ponga fine alla guerra in Ucraina. La visita avrà luogo “credo la prossima settimana, mercoledì o giovedì”, ha confermato il presidente americano ai giornalisti. Per il Cremlino, la visita sarà “importante e utile”. “Siamo sempre lieti di vedere Witkoff a Mosca e sempre felici di essere in contatto con lui. Riteniamo che questi contatti siano importanti, costruttivi e utili”, ha dichiarato il portavoce della presidenza russa, Dmitri Peskov, durante un briefing, aggiungendo che un incontro con Putin “non è escluso”.

Trump ha ribadito che due sottomarini nucleari, il cui dispiegamento era stato ordinato a seguito di una disputa online con l’ex presidente russo Dmitri Medvedev, si trovano ora “nella regione”, senza fornire però ulteriori dettagli, nemmeno se siano sottomarini a propulsione nucleare o dotati di testate nucleari.  Il Cremlino ha replicando chiedendo di usare “grande cautela” nelle minacce nucleari. “Non vogliamo lasciarci trascinare in una polemica del genere”, ha detto Peskov.

Questa dimostrazione di forza arriva dopo che Donald Trump ha dato alla Russia dieci giorni, ovvero fino a venerdì prossimo, per porre fine alla guerra in Ucraina, pena nuove sanzioni non specificate. Il presidente russo ha già incontrato Steve Witkoff a più riprese a Mosca, ma gli sforzi di Trump per ristabilire il dialogo con il Cremlino non hanno dato frutti.

Il miliardario repubblicano, che aveva iniziato il suo secondo mandato vantandosi di poter fermare la guerra in Ucraina in pochi giorni, esprime ora sempre più apertamente la sua frustrazione nei confronti di Putin. Ai giornalisti che gli hanno chiesto quale sarà il messaggio di Witkoff a Mosca e se c’è qualcosa che la Russia può fare per evitare le sanzioni, Trump ha risposto: “Sì, concludere un accordo affinché la gente smetta di essere uccisa”. Trump ha minacciato di imporre “dazi secondari” ai paesi che continuano a commerciare con la Russia, come la Cina e l’India.

Putin, che ha sempre respinto gli appelli al cessate il fuoco, venerdì ha affermato di volere la pace, ma che le sue condizioni per porre fine all’invasione iniziata nel febbraio 2022 rimangono invariate. “Abbiamo bisogno di una pace duratura e stabile, fondata su basi solide, che soddisfi sia la Russia che l’Ucraina e garantisca la sicurezza di entrambi i paesi”, ha dichiarato il presidente russo ai giornalisti, aggiungendo che “le condizioni rimangono ovviamente le stesse” da parte russa. Mosca chiede che l’Ucraina ceda formalmente quattro regioni ucraine parzialmente controllate dall’esercito russo (Donetsk, Lugansk, Zaporizhia, Kherson) e la penisola Ucraina della Crimea annessa nel 2014. Oltre a queste annessioni, il Cremlino vuole che Kiev rinunci alle forniture di armi occidentali e a qualsiasi adesione alla Nato.

Condizioni inaccettabili per l’Ucraina, che vuole il ritiro delle truppe russe e garanzie di sicurezza occidentali, tra cui la prosecuzione delle forniture di armi e il dispiegamento di un contingente europeo. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è dichiarato più volte disposto a incontrare di persona Vladimir Putin per cercare di sbloccare i negoziati, una proposta per ora respinta dal Cremlino. Domenica l’Ucraina ha lanciato un attacco con droni che ha provocato un incendio in un deposito petrolifero a Sochi, città ospitante dei Giochi olimpici invernali del 2014 sul Mar Nero. Kiev ha annunciato l’intenzione di intensificare i suoi attacchi aerei contro la Russia in risposta all’aumento degli attacchi russi mortali sul suo territorio nelle ultime settimane. Zelensky ha anche dichiarato domenica che le due parti stanno preparando uno scambio di prigionieri che consentirebbe a 1.200 soldati ucraini di tornare a casa, a seguito dei colloqui con la Russia a Istanbul nel mese di luglio.

L’Iran annuncia la fine della guerra dei 12 giorni. Israele: “Ora ci concentriamo su Gaza”

La guerra è finita, andate in pace. Da un lato Donald Trump, per il quale “è stato un grande onore distruggere tutti i siti nucleari” iraniani “e poi fermare la guerra!”. Dall’altro, il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, che ha annunciato “la fine della guerra dei 12 giorni imposta a Teheran” da Israele e si è detto pronto a tornare “al tavolo dei negoziati”. Nel mezzo, una giornata difficile, fatta di tregue violate e poi confermate, di telefonate da un capo all’altro del mondo e di tensioni che si sono accese e spente a intermittenza.

Nel dodicesimo giorno di guerra tra Israele e Iran comincia a vedersi la luce in fondo al tunnel, anche se “la campagna contro” il programma nucleare iraniano “non è finita. Stiamo iniziando un nuovo capitolo basato sui progressi compiuti nella campagna attuale”, come ha dichiarato il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir. Pezeshkian ha assicurato che il suo Paese non sta perseguendo armi nucleari, ma continuerà a difendere i propri “diritti legittimi”.

E l’annuncio della fine del conflitto apre uno spiraglio alla pace, ma non su tutti i fronti. Zamir, infatti, ha fatto sapere che ora l’esercito “torna a concentrarsi su Gaza, per riportare a casa gli ostaggi e smantellare il regime di Hamas”. Tel Aviv ha anche annunciato la revoca delle restrizioni imposte alla popolazione durante la guerra con l’Iran, mentre le autorità aeroportuali hanno comunicato il “ritorno alla normalità” del traffico aereo. Le scuole e i negozi potranno riaprire e viene annullato il divieto di assembramenti pubblici.

Il presidente Usa, che è volato all’Aia per il vertice Nato, getta acqua sul fuoco, pur continuando ad alimentare le fiamme. Nella notte italiana il repubblicano aveva annunciato la tregua, ma sono continuati gli attacchi iraniani e quelli israeliani, con accuse reciproche di violazione dello stop ai combattimenti. Israele in mattinata ha confermato di aver accettato l’offerta di Trump e che “tutti gli obiettivi” della guerra, scatenata con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare il programma nucleare iraniano, erano stati raggiunti. Teheran ha invece gridato “vittoria”, vantandosi di aver costretto il nemico a “cessare unilateralmente” la guerra. Nel mezzo, Trump ha accusato i due Paesi di aver violato la tregua e il Qatar – finito nel mezzo dello scontro con il lancio di missili sulle basi Usa nel suo territorio – ha fatto sapere di aver “persuaso l’Iran” ad accettare il cessate il fuoco e ha esortato Washington e Teheran a riprendere i colloqui sul nucleare.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha giudicato impossibile, in questa fase, valutare i danni inflitti ai siti iraniani, ai quali ha chiesto di poter accedere. Gli esperti ritengono che l’Iran potrebbe aver evacuato il materiale nucleare dai siti colpiti e Teheran ha affermato di possedere ancora scorte di uranio arricchito. L’Aiea ha tuttavia dichiarato di non aver rilevato finora alcuna indicazione di un “programma sistematico” per la fabbricazione di una bomba atomica.

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Studio Bankitalia mette in dubbio effetti positivi da ritorno nucleare in Italia

Nucleare sì, nucleare no? Un nuovo paper dal titolo ‘L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia‘, curato da Luciano Lavecchia e Alessandra Pasquini, pubblicato sul sito della Banca d’Italia esamina in dettaglio i potenziali vantaggi e le criticità di una possibile reintroduzione dell’energia atomica nel mix energetico nazionale, aggiornando le analisi condotte nel 2012. Il lavoro prende in considerazione anche le linee guida emerse di recente dal Governo, che ha inserito il nucleare tra le opzioni strategiche per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione fissati per i prossimi decenni. Dall’analisi emerge che il nucleare potrebbe contribuire a stabilizzare il prezzo dell’elettricità, soprattutto grazie alla possibilità di stipulare contratti a lungo termine.

Tuttavia, il suo impatto sul contenimento dei prezzi finali pagati dagli utenti appare limitato. Questo è dovuto principalmente alla struttura del mercato elettrico italiano, che comprende componenti tariffarie e oneri fissi poco influenzati dalla fonte di generazione. Sul piano della sicurezza energetica, i possibili effetti sono ambivalenti. Se da un lato la produzione interna di energia nucleare ridurrebbe la dipendenza dalle importazioni di gas e di elettricità — quest’ultima proveniente in gran parte dalla Francia e prodotta con tecnologia nucleare — dall’altro il Paese sarebbe costretto a importare il combustibile e le tecnologie necessarie.

Le riserve mondiali di uranio sono considerate adeguate anche in scenari di espansione della capacità produttiva, ma le fasi più sensibili della filiera — come l’arricchimento e la produzione delle barre di combustibile — restano concentrate in pochi Paesi, tra cui la Russia, che presenta un elevato rischio geopolitico. Questo implica la necessità, già riconosciuta a livello internazionale, di rafforzare una filiera occidentale del combustibile nucleare. Un’altra criticità riguarda la dipendenza tecnologica. Negli ultimi venticinque anni, il primato nella costruzione di impianti nucleari si è progressivamente spostato dall’Occidente verso Russia e Cina. Per ridurre tale dipendenza, l’Italia dovrebbe investire nel proprio capitale umano e rafforzare il collegamento tra industria, università e sistema formativo, avviando collaborazioni con le poche aziende occidentali ancora attive nel settore. Dal punto di vista ambientale, il nucleare offre vantaggi rilevanti rispetto ad altre fonti low carbon. Non solo garantisce basse emissioni di gas serra lungo tutto il ciclo di vita, ma permette anche una produzione continua (carico di base) e un impatto relativamente contenuto in termini di occupazione del suolo. Tuttavia, resta aperta la questione dello smaltimento delle scorie radioattive.

A oggi, l’Italia non ha ancora avviato il processo per la costruzione di un deposito nazionale, necessario sia per le scorie accumulate in passato sia per quelle future, incluse quelle derivanti da usi medici e industriali. In questo contesto, la strategia delineata dal Governo guarda con interesse alle nuove tecnologie modulari basate sulla fissione, note come Smr (Small Modular Reactors), e alle prospettive a più lungo termine della fusione nucleare. Le prime, in particolare, potrebbero rappresentare un punto di svolta grazie alla maggiore flessibilità, ai tempi di costruzione più rapidi e alla possibilità di produzione in serie. Tuttavia, tali benefici restano per ora potenziali: i prototipi attivi o in costruzione sono pochi e localizzati in paesi come Russia e Cina, e il passaggio a una produzione industriale su scala non è ancora avviato. Inoltre, sarà necessario adattare queste tecnologie agli standard di sicurezza italiani, il che potrebbe comportare ulteriori ritardi. Lo scenario delineato nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (il Pniec) prevede un’installazione di 8 gigawatt di capacità nucleare tra il 2030 e il 2050, con un possibile raddoppio a 16 gigawatt, per coprire circa l’11% del fabbisogno elettrico nazionale. Si tratta di un obiettivo ambizioso, che richiederà non solo scelte industriali e tecnologiche mirate, ma anche un significativo coinvolgimento pubblico. In un settore che comporta investimenti elevati e tempi lunghi, lo Stato potrebbe essere chiamato a giocare un ruolo attivo, sia come finanziatore diretto sia tramite partecipazioni in società operanti nel comparto.