Acciaio cinese invade America Latina, persi migliaia di posti di lavoro. Chiesto aumento dazi

L’industria siderurgica dell’America Latina sta affrontando il dumping cinese che sta inondando il suo mercato mettendo a rischio molti posti di lavoro. In risposta, le acciaierie, talvolta sull’orlo del fallimento, chiedono tasse sulle importazioni. L’anno scorso, dieci milioni di tonnellate di acciaio cinese hanno invaso l’America Latina, con un aumento del 44% rispetto all’anno precedente. Vent’anni fa, la Cina ne esportava qui solo 85.000 tonnellate.

Negli ultimi due decenni, la Cina ha aumentato la sua quota del mercato mondiale dell’acciaio dal 15% al 54%, secondo l’Associazione latinoamericana dell’acciaio (Alacero). Le preoccupazioni per la sovraccapacità dell’industria siderurgica cinese sono aumentate anche in seguito al forte rallentamento del settore edilizio, che ha liberato prodotti per l’esportazione. “La Cina è troppo presente in America Latina”, lamenta Alejandro Wagner, direttore esecutivo di Alacero. “Nessuno è contrario al commercio tra Paesi, ma a patto che si parli di commercio equo”, ha dichiarato all’AFP.

Durante una recente visita in Cina, il Segretario del Tesoro statunitense Janet Yellen ha espresso preoccupazione per la “sovrapproduzione” cinese e ha affermato che gli Stati Uniti “non accetteranno” che il mondo sia inondato di prodotti cinesi venduti in perdita. Nel 2018, gli Stati Uniti hanno imposto dazi doganali aggiuntivi del 25% sull’acciaio cinese. Le industrie cilene e brasiliane vorrebbero seguire l’esempio.

La principale acciaieria cilena, Huachipato, con 2.700 dipendenti diretti e 20.000 subappaltatori, ha presentato una richiesta formale alla Commissione cilena anti-distorsione. Situata a Talcahuano, 500 chilometri a sud di Santiago, ha annunciato la graduale sospensione delle sue attività, sopraffatte dall’acciaio cinese venduto in Cile al 40% in meno rispetto a quello locale. La commissione ha trovato “prove sufficienti a sostegno dell’esistenza di dumping” da parte della Cina e ha raccomandato un prelievo del 15%, che Huachipato ha considerato “insufficiente”.

“Non stiamo chiedendo sussidi o salvataggi. Huachipato ha la capacità di essere redditizia in un ambiente competitivo”, ha dichiarato il suo direttore, Jean Paul Sauré. La decisione di imporre misure di protezione non è facile. Il Cile ha firmato un accordo di libero scambio con la Cina nel 2006, che lo espone a possibili ritorsioni commerciali.

Anche in Brasile, il maggior produttore di acciaio della regione, la situazione è preoccupante. Secondo l’Istituto Aco, l’anno scorso le importazioni dalla Cina sono aumentate del 50% e la produzione è diminuita del 6,5%. Gerdau, uno dei maggiori datori di lavoro di acciaio del gigante sudamericano, ha già licenziato 700 lavoratori. L’ultimo di questi, a febbraio, ha lasciato l’impianto di Pindamonhangaba a San Paolo, a causa del “difficile scenario che il mercato brasiliano deve affrontare a causa delle condizioni predatorie delle importazioni di acciaio cinesi”, ha dichiarato l’azienda. I produttori di acciaio brasiliani chiedono anche tariffe del 25%, come quelle imposte dal Messico su 205 tipi di prodotti siderurgici, per allinearle a quelle degli Stati Uniti, il loro principale partner commerciale.

L’acciaio rappresenta l’1,4% del Pil messicano e genera 700.000 posti di lavoro. Secondo i dati ufficiali, il 77,5% delle esportazioni è destinato agli Stati Uniti.

In America Latina, l’acciaio genera 1,4 milioni di posti di lavoro, altamente specializzati e difficili da riqualificare. L’impatto a breve termine sulla regione dipenderà dall’adozione da parte della Cina di misure per ridurre il suo “surplus” di produzione e, a livello locale, da iniziative per ridurre le importazioni di acciaio, ha dichiarato all’AFP José Manuel Salazar-Xirinachs, segretario esecutivo della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC).

Antonio Gozzi: “Pronti a una produzione totalmente green dell’acciaio”

“L’Italia e la sua siderurgia hanno un primato mondiale, a cui temiamo e che cerchiamo, come si fa sempre quando si è campioni del mondo, di mantenere questo titolo”. Lo dice Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e Duferco, al convegno ‘L’evoluzione dell’agroalimentare italiano ed europeo tra sostenibilità e benessere’, organizzato da Gea ed Eunews. “Quando il mondo parla di dover decarbonizzare le produzioni di acciaio – continua -, quando si parla di processo green, in Italia è già realtà, viene già fatto e viene da lontano”. L’esigenza di comunicarlo, spiega,  “non è l’esigenza darsi una reputazione e una credibilità verde, ma comunicare al mondo, agli stakeholder, ai decisori, ai clienti, ai fornitori e persino ai nostri collaboratori che la siderurgia italiana – che è una elettrosiderurgia, cioè non usa il carbone – per natura è già elettrificata”. E “la produzione da forno elettrico rappresenta ormai più dell’80% del totale”.

L’obiettivo è, per Gozzi, quello di arrivare a una produzione totalmente green dell’acciaio. “I Lucchini, i Lonati, i Pasini… Hanno inventato loro l’elettro-siderurgia. Costruirono un settore decarbonizzato – spiega – tutto attaccato a centrali elettriche, una economia circolare perché non consumava risorse naturale in quanto utilizzava i rottami di ferro. Siamo i primi nel mondo e bisogna dirlo. Per produrre una tonnellata con forno elettrico si emettono 10-12 volte di Co2 in meno rispetto a una tonnellata prodotta a ciclo integrale. Vogliamo mantenere il titolo e arrivare al 2030, ben prima del 2055, ad essere il primo Paese con una produzione totalmente green dell’acciaio”. 

Ma non solo. “Sullo Scope1, cioè le emissioni dirette, la siderurgia italiana è già vicina all’obiettivo di arrivare al 2030, ben prima del 2055, ad essere il primo Paese con una produzione totalmente green dell’acciaio”, conferma il presidente di Federacciai e Duferco. “Usiamo però ancora un po’ di gas – aggiunge – ma al Nord siamo in mezzo alla campagna, dove con scarti e deiezioni animali è possibile arrivare a produrre biogas e biometano. Mi bastano 6 contratti con biodigestori da 1,5 Mwh e arrivare a centrare lo Scope1. Per lo Scope2 attualmente stiamo comprando elettricità dalla rete. I siderurgici però stanno già sostituendo energia dalla rete con elettricità prodotta da rinnovabili. Su 8mila ore di esercizio l’anno ora sono 2000 quelle coperte da rinnovabile. Non saremo solo carbon neutral – conclude Gozzi – ma carbon negative così potremo vendere i certificati verdi. Le rinnovabili però non bastano. Servirà la cattura di Co2 e il nucleare, micro reattori, per i quali saranno necessari una ventina di anni per raggiungere l’obiettivo”.