Fiducia consumatori e imprese in risalita, manifattura ai massimi da giugno 2023

La fiducia delle imprese e dei consumatori italiani migliora ad agosto. Secondo l’Istat, il clima di fiducia delle imprese sale da 95,7 a 96,9, mentre quello dei consumatori passa da 94,2 a 94,5 punti. Per le famiglie è il secondo aumento consecutivo. Tra le imprese il recupero interessa tutti i principali comparti, con il rialzo più marcato nelle costruzioni, dove l’indice passa da 96,8 a 102,9. Tra i consumatori, il miglioramento più significativo riguarda il clima economico, salito da 90,9 a 92,3 punti. Crescono anche il clima corrente, da 97,4 a 97,8, e quello futuro, da 89,8 a 90,2, mentre il clima personale resta stabile a 95,4. Migliorano i giudizi sulla situazione economica dell’Italia, diminuiscono le attese sulla disoccupazione e aumenta il saldo relativo alle possibilità future di risparmio.

La fiducia nella manifattura sale da 89,7 a 89,9 punti, il livello più alto da giugno 2023. L’aumento è contenuto, ma le attese sulla produzione migliorano nettamente e compensano il peggioramento dei giudizi sugli ordini e sulle scorte di prodotti finiti. Il saldo delle attese sulla produzione passa da +4,5 a +9,6. Tra i beni strumentali l’aumento è ancora più marcato, da +7 a +17,2. Nelle costruzioni il rialzo è molto più netto, da 96,8 a 102,9. Migliorano sia i giudizi sugli ordini, con il saldo da -9 a -4, sia le attese sull’occupazione, da +2,8 a +10. Il recupero è sostenuto soprattutto dalle attività specializzate, mentre l’ingegneria civile registra un rallentamento. Nei servizi di mercato la fiducia passa da 98,2 a 99,5, con miglioramenti nei trasporti e magazzinaggio e soprattutto nel turismo. Nel commercio al dettaglio l’indice sale da 106,5 a 106,6 e migliorano le attese sulle vendite, da +31,7 a +33,2, sostenute dalla grande distribuzione, dove il saldo passa da +35,6 a +39,8. I dati sulla fiducia arrivano dopo una crescita del Pil italiano dello 0,2% nel secondo trimestre, secondo la stima preliminare. Il miglioramento degli indicatori offre un segnale di tenuta anche per l’avvio del terzo trimestre.

Il commercio al dettaglio aumenta di 0,7 punti, mentre le costruzioni restano sostanzialmente stabili. La fiducia dei consumatori cresce appena di 0,1 punti. Restano elevate le aspettative sui prezzi. Quelle delle imprese diminuiscono nell’industria (-0,9) e nel commercio al dettaglio (-0,7), ma restano sopra le medie di lungo periodo in tutti i settori. Le aspettative dei consumatori sui prezzi nei prossimi 12 mesi aumentano invece di 3 punti.

L’indicatore di incertezza economica scende di 0,5 punti a 17,2, segnando il quarto calo consecutivo.

Asse Roma-Parigi per rilanciare industria europea. Urso: “Difendiamo settori strategici”

Rafforzamento della cooperazione nel settore della moda, un vero e proprio “patto” applicabile anche ad altri settori, collaborazione dell’ambito dell’automotive, dello spazio, della microelettronica. E, ancora, un non-paper comune sulle materie prime critiche, passando per la richiesta a Bruxelles di interventi urgenti per l’industria degli elettrodomestici.

Italia e Francia – dopo il vertice di Antibes del 25 giugno – fanno ancora fronte comune. L’occasione è il Tavolo della moda convocato al Mimit dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha ricevuto a Palazzo Piacentini il ministro francese all’Industria, Sébastien Martin. Prima un bilaterale e poi il confronto con le rispettive Camere della Moda e delle Confindustrie, con esponenti della filiera e del mondo economico, con i rappresentanti della Conferenza delle Regioni, delle associazioni sindacali e di categoria più rappresentative a livello nazionale, che chiedono al governo di portare in Europa le loro esigenze, tra cui quella di rafforzare la produzione locale, difendendo aziende e consumatori da prodotti extra Ue “che spesso arrecano danni alla salute, oltre che all’ambiente” e agiscono attraverso la “concorrenza sleale”, ha spiegato Urso.

Sul banco degli imputati c’è l’ultra fast fashion, contro la quale – dopo la tassa sui piccoli pacchi – a ottobre scatteranno nuove misure per “armonizzare, in un contesto europeo, eventuali legislazioni nazionali” e “tutelare meglio i nostri consumatori”. Lo scorso anno, infatti, quasi 5,9 miliardi di articoli contenuti in pacchi sotto i 150 euro, per oltre il 90% provenienti dalla Cina, hanno invaso il mercato europeo senza pagare alcun dazio. La moda, ha ricordato il titolare del Mimit, “è il simbolo di un modello produttivo, di un modello sociale, di un modello culturale che con la bellezza lancia un messaggio al mondo”.

L’intesa con Parigi, però, va oltre. “Questa deve essere la stagione del rinascimento industriale dell’Europa”, ha detto Urso, sottolineando che l’intesa con Parigi punta a “lavorare insieme per tutelare l’industria del nostro continente, attraverso riforme radicali e organiche che restituiscano centralità alla dimensione produttiva europea”. Quindi, avanti “per rafforzare i nostri comparti strategici: dalla moda agli elettrodomestici, dall’automotive alla siderurgia, dalla chimica alla microelettronica, dalle materie prime allo spazio”.

Il ministro francese ha sottolineato che Italia e Francia rappresentano il 30% del Pil dell’Unione europea, con quasi 100 miliardi di euro di scambi commerciali ogni anno. Ecco perché è necessario “fare del binomio franco-italiano uno dei motori della competitività e della sovranità industriale in Europa”.

Forte intesa tra Roma e Parigi anche sull’automotive. Con la Francia, ha ricordato Urso, “abbiamo una posizione comune che prevede più contenuto locale con la neutralità tecnologica. Confido molto nell’incontro bilaterale franco-tedesco che si svolgerà tra due giorni”. Per il ministro “dobbiamo mettere insieme le nazioni industriali europee per indirizzare al meglio la Commissione e le altre istituzioni nelle riforme necessarie per sostenere l’industria ed evitare che si arrivi alla desertificazione industriale”.

Nel corso del bilaterale i due ministri hanno definito poi un non-paper sulle materie prime critiche, con l’obiettivo, ha detto Urso, di “affrontare meglio la duplice sfida tech e green, digitale e ambientale. Abbiamo bisogno di trattenere in Europa le materie prime che ci servono e che oggi vengono esportate dal nostro continente”.

Asse industriale Roma-Ankara: 40 mld interscambio e 25 mld investimenti al 2030

L’industria italiana guarda a Est. Ad Ankara, Adolfo Urso chiude la prima task force di cooperazione del settore. L’obiettivo al 2030 è, assicura il ministro, “concreto e ambizioso”: raggiungere i 40 miliardi di euro di interscambio commerciale e i 25 miliardi di euro di investimenti diretti reciproci.

Il summit è co-presieduto con il ministro dell’Industria e della Tecnologia turco, Mehmet Fatih Kacir, e porta alla firma di una dichiarazione congiunta. Un’intesa che rappresenta “un salto di qualità nelle relazioni tra i due Paesi”, per Urso, che punta a rafforzare in modo strutturale le partnership industriali tra Italia e Turchia, facendo leva su un’integrazione produttiva sempre più avanzata e su investimenti reciproci nei settori strategici: dall’aerospazio alla difesa, fino all’elettrodomestico, al manifatturiero e alla duplice transizione del sistema produttivo. A questi si affiancano le nuove frontiere della cooperazione su spazio, intelligenza artificiale, materie prime critiche e tecnologie avanzate e sulla loro applicazione nei processi produttivi, al centro della roadmap operativa definita congiuntamente dai due ministeri.

Molte imprese italiane sono radicate da anni in Turchia e altrettante imprese turche oggi investono in Italia nei settori più avanzati, “contribuendo a rafforzare un’integrazione produttiva sempre più solida tra i due Paesi”, sottolinea Urso, parlando di un potenziale “unico bacino tecnologico, scientifico e industriale tra Italia e Turchia, per rafforzare le nostre filiere e renderle più competitive”. Nel contesto internazionale attuale, segnato dalle tensioni nel Golfo e dalla crisi iraniana, “abbiamo voluto confermare questa riunione per dare un segnale ai nostri popoli, alle nostre imprese e agli altri Paesi dell’area: oggi più che mai è necessario cooperare per lo sviluppo, il benessere, la pace e la stabilità”, scandisce l’inquilino di Palazzo Piacentini, ribadendo come si tratti di “un segnale importante e tempestivo per un Paese che, come altri dell’area, risente del conflitto nel Golfo Persico e a cui dobbiamo dare fiducia”. La prima riunione del Comitato STI3 dà attuazione agli indirizzi condivisi da Giorgia Meloni e Recep Tayyip Erdogan nel vertice intergovernativo di Roma dell’aprile scorso, traducendo quell’intesa in una roadmap operativa per rafforzare la cooperazione industriale, tecnologica e gli investimenti reciproci.

La missione di Urso ad Ankara si è articolata in due giorni di incontri istituzionali e con la comunità imprenditoriale: ieri un primo bilaterale con il ministro Kacir, seguito dall’incontro in ambasciata con le imprese italiane e turche. A margine, il ministro ha incontrato rappresentanti di aziende interessate a investire in Italia. Durante la missione, Urso ha deposto una corona di fiori al Mausoleo di Atatürk e visitato il centro di ricerca spaziale Tubitak Uzay. Alla missione ha preso parte una delegazione istituzionale e tecnica italiana, con la presenza – oltre ai tecnici del Mimit e della Difesa – del presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente, e dei rappresentanti dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale per l’Industria (AI4I).

Le imprese aumentano fatturato e fiducia mentre crolla il sentiment dei consumatori

Aumenta la fiducia delle imprese italiane ma crolla quella dei consumatori a novembre. L’ultimo aggiornamento di Istat restituisce un quadro più che mai contrastato considerando anche la bassa crescita. Buone notizie arrivano dal mondo produttivo: il sentiment, in crescita per il quarto mese consecutivo, balza dai 94,4 punti di ottobre a 96,1, con il segmento manifatturiero che con 89,6 punti tocca persino il livello più alto da luglio 2023. L’indice di fiducia aumenta anche nei servizi di mercato (da 95,1 a 97,7) e nel commercio al dettaglio (da 105,2 a 107,3) mentre cala nelle costruzioni da 103,2 a 102,6.

L’istituto nazionale di statistica segnala che nell’industria tutte le componenti registrano una dinamica positiva, mentre nelle costruzioni gli imprenditori giudicano il livello degli ordini/piani di costruzione in peggioramento rispetto al mese scorso ma prevedono un aumento dell’occupazione. Nel terziario, migliorano le opinioni sull’attività e sul livello degli ordini ma calano le aspettative sugli ordini. In particolare, Istat spiega che nel commercio al dettaglio “migliorano decisamente” i giudizi sulle vendite mentre le “relative aspettative sono in calo e le scorte sono giudicate in accumulo”.

Discorso assai diverso per le famiglie. A novembre la fiducia è scesa di quasi 3 punti, portandosi a 95 punti, ai minimi da aprile, trascinata dal peggioramento delle valutazioni sulla situazione economica e dal clima personale. Tutte le componenti sono comunque in calo, soprattutto le attese sulla disoccupazione e le valutazioni relative al risparmio. Nonostante il bonus elettrodomestici e l’imminente tredicesima, peggiora peraltro anche l’opportunità all’acquisto di beni durevoli, segnale di un atteggiamento sempre più prudente che potrebbe deprimere ulteriormente i consumi nel quarto trimestre. Non a caso Confcommercio parla di “segnali poco rassicuranti”, per un “mood in pericolosa regressione”. Confesercenti vede “nubi addensarsi” sul Natale delle famiglie, mentre dal lato imprese commerciali il dato sulla fiducia è ritenuto “fisiologico” con l’arrivo anche del Black Friday.

Imprese che registrano persino una ripresa nel fatturato. Sempre secondo Istat, a settembre tornano a crescere su base mensile – in valore e in volume – sia l’indice destagionalizzato del fatturato dell’industria (rispettivamente +2,1% e +3%) sia quello dei servizi (+1,8% e +1,6%). Per l’industria, la dinamica congiunturale positiva è stata più marcata per la componente estera, mentre per i servizi gli incrementi maggiori hanno interessato il commercio all’ingrosso. Nel complesso del terzo trimestre si osserva una lieve crescita congiunturale in entrambi i comparti. Nel confronto annuo, il fatturato dell’industria registra un aumento del +3,4% in valore e del +3,5% in volume, mentre sui servizi si rileva un confortante +4,3% in valore e +3,7% in volume.

I dati Istat si abbinano a quelli diffusi dalla Commissione Ue. A novembre l’indicatore del clima economico (Esi) è rimasto sostanzialmente stabile sia nell’Ue che nell’area dell’euro (entrambi +0,2 punti a 96,8 e 97,0, rispettivamente). L’indicatore delle aspettative occupazionali è invece aumentato in entrambe le aree (Ue +1,1 punti a 98,8, zona euro +0,8 punti a 97,8). Entrambi gli indicatori continuano comunque a registrare valori inferiori alla loro media a lungo termine di 100. L’Esi pressoché invariato è il risultato di una maggiore fiducia nei servizi, nel commercio al dettaglio e nell’edilizia, che è stata quasi interamente compensata da una minore fiducia nell’industria (-0,7 punti). La fiducia dei consumatori è rimasta sostanzialmente stabile e tra le maggiori economie dell’Ue, l’Esi è migliorato in Spagna (+2,0), Italia (+1,1), Francia (+0,8) e Polonia (+0,5), mentre è rimasto sostanzialmente stabile in Germania e nei Paesi Bassi (entrambi -0,3).

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Oggi Connact Industry & Market 2025: nuova rotta su sostenibilità e competitività industriale

Sostenibilità e competitività industriale sono le parole chiave per lo sviluppo e il rafforzamento del mercato interno in Italia e nell’Ue, in un contesto globale caratterizzato da incertezze, conflitti e tensioni commerciali. Si discuterà di questo e delle linee guida tracciate dal Clean Industrial Deal e dalla Single Market Strategy della Commissione Europea durante il nuovo evento di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking.

L’evento, organizzato in collaborazione con il Parlamento europeo e sostenuto dai più alti patrocini istituzionali, si terrà a Roma mercoledì 19 novembre presso lo spazio Europa Experience. A Connact Industry & Market 2025 autorevoli rappresentanti delle istituzioni chiamate a dare concretezza normativa ai documenti strategici europei si confronteranno con le più rappresentative aziende e organizzazioni di categoria sulle problematiche da risolvere e le soluzioni da adottare la risposta UE alle sfide globali, con il rafforzamento del Mercato Unito e del commercio estero.

Dopo i saluti istituzionali di Carlo Corazza, Direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia e Claudio Casini, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione UE, interverranno alla tavola rotonda l’Eurodeputato Brando Benifei, membro della Commissione per il Commercio Internazionale (INTA), della Commissione per gli Affari Costituzionali (AFCO), della Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO), e della Commissione giuridica (JURI); l’Eurodeputato Stefano Cavedagna, Vicepresidente della Commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia (EUDS) e membro della IMCO e della Commissione per l’ambiente, il clima e la sicurezza alimentare (ENVI); l’Eurodeputata Isabella Tovaglieri, membro della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia ITRE), della INTA, della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (AGRI) e della Commissione speciale sulla crisi degli alloggi nell’Unione europea (HOUS); Luca Squeri, Deputato e Segretario della Commissione Attività produttive; Gianfrancesco Romeo, Dirigente generale Consumatori e Mercato del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT); Gabriele Scabbia, membro del Dipartimento Politiche per le Imprese del MIMIT; Salvatore D’Acunto, Capo unità della Direzione generale del Mercato interno, dell’industria, dell’imprenditoria e delle PMI GROW E.2 della Commissione UE; Marco Granelli, Presidente di Confartigianato Imprese; Carmelo Di Marco, Vice Presidente del Consiglio Nazionale del Notariato; e infine Paolo Fantoni, Vicepresidente Vicario di FederlegnoArredo e Presidente di Assopannelli.

Modera l’incontro Vittorio Oreggia, Direttore di GEA – Green Economy Agency. L’evento è realizzato da Connact in collaborazione con l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo. Tra i promotori dell’iniziativa ci sono Confartigianato Imprese, Consiglio Nazionale del Notariato e FederlegnoArredo.

La competitività dell’Ue passa anche dal settore farmaceutico. Foti: “Ridurre burocrazia”

Un’industria che investe 37 miliardi all’anno in ricerca e sviluppo, che dà lavoro a 800 mila persone altamente qualificate e che rappresenta un valore aggiunto di oltre 100 miliardi sui mercati internazionali. Ma un settore ancora altamente frammentato e in cui le carenze rischiano di divenire strutturali. È il complesso stato dell’arte dell’industria farmaceutica europea fotografato oggi all’evento Connact Pharma dal titolo ‘Il rilancio della competitività europea attraverso il settore farmaceutico’. Il rilancio passa inevitabilmente dalle riforme in cantiere a Bruxelles, il pacchetto farmaceutico e la legge sui medicinali critici.

In apertura alla tavola rotonda, il direttore dell’ufficio del Parlamento europeo in Italia, Carlo Corazza, ha fissato l’obiettivo: “Dobbiamo rafforzare un settore che è assolutamente essenziale per la nostra autonomia strategica”. Per farlo, la Commissione europea ha messo sul tavolo già nell’aprile del 2023 un pacchetto di riforma della legislazione farmaceutica, pronto ora per approdare ai negoziati interistituzionali tra Consiglio dell’Ue ed Eurocamera. A corredo della riforma, questa primavera, il commissario per la Salute, Olivér Varhelyi, ha presentato una legge per assicurare ai Paesi membri l’approvvigionamento di farmaci essenziali.

In un videomessaggio, Varhelyi ha sottolineato alla platea che di fronte ci sono “enormi opportunità di porre l’Ue all’avanguardia nel mondo”. I segnali positivi non mancano: il surplus commerciale di prodotti medicinali e farmaceutici – ha sottolineato l’ungherese – “è passato da 157 miliardi nel 2023 a 194 miliardi nel 2024”. Secondo il commissario, il primo passo è la creazione di uno spazio europeo dei dati sanitari, “un sistema federato senza precedenti per l’uso di big data nella ricerca medica”.

Dopodiché, c’è bisogno di norme “moderne, flessibili e snelle”. La legislazione farmaceutica vigente, d’altronde, risale a più di vent’anni fa. Ora, le priorità sono “ridurre la burocrazia, accorciare i tempi di valutazione per l’autorizzazione di nuovi medicinali nel mercato, semplificare la struttura dell’agenzia Ue per i medicinali”. Ma soprattutto, rispondere alle preoccupanti carenze periodiche di medicinali che si verificano in alcuni Stati membri. Come certificato proprio ieri dalla Corte dei conti europea, secondo cui su farmaci e medicinali esistono ancora “troppe barriere alla libera circolazione”.

L’innovazione “deve raggiungere chi ne ha bisogno, indipendentemente da dove viva nell’Ue”, ha affermato Varhelyi, convinto che la riforma in cantiere “creerà le condizioni per un migliore accesso dei pazienti senza compromettere gli interessi delle aziende”. In particolare, il Critical Medicines Act prevede un nuovo regime per gli aiuti di Stato, un maggior supporto a progetti strategici e l’istituzione di appalti collaborativi transfrontalieri e partenariati internazionali.

Gli Stati membri hanno adottato la propria posizione sul pacchetto farmaceutico prima della pausa estiva, ed hanno iniziato le discussioni sulla legge sui medicinali critici. Sul primo, “l’Italia in stretto coordinamento con la Francia ha ribadito l’importanza di un giusto equilibrio tra accesso ai farmaci e sostegno all’innovazione”, ha spiegato Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei. Sul secondo, Roma ha evidenziato “l’impianto molto burocratico e non adeguato alla natura strategica del tema”.

Il ministro ha avvertito sul rischio di “indebolimento della proprietà intellettuale” insito alla riforma della legislazione europea, sottolineando che per l’Italia “la priorità è valorizzare i distretti produttivi nazionali e garantire il ruolo decisionale degli Stati membri nelle valutazioni della vulnerabilità della filiera”. Per rafforzare la capacità produttiva europea e scongiurare dipendenze da Paesi terzi, Foti suggerisce di puntare su “incentivi semplici, criteri di aggiudicazione degli appalti che non siano basati esclusivamente sul prezzo” e soprattutto sull’eliminazione di “duplicazioni di obblighi per i produttori”, una “follia che produce burocrazia su burocrazia del tutto inutile”.

“Senza soluzioni concrete per ricerca, produzione e accesso, l’autonomia strategica dell’Europa in materia di salute rischia di diventare una chimera. Servono urgentemente soluzioni per allineare le aspettative sul settore e riconoscere pienamente il valore dell’innovazione e della produzione a 360°” ha commentato Paolo Saccò, global public affairs del Gruppo Chiesi per le politiche interne. “Il settore farmaceutico europeo – ha detto Piero Rijli, corporate director regulatory affairs&market access del Gruppo Menariniè da sempre fondamentale per la salute dei cittadini, ma oggi rischia di vacillare. Senza interventi mirati, l’Europa rischia di diventare meno competitiva e sempre più dipendente dall’estero, anche per quei farmaci essenziali che dovrebbero essere la base della nostra autonomia strategica”.

Industria, Gozzi: “Non c’è più tempo, l’Ue deve cambiare. Ma sono pessimista”

Il Rapporto Draghi sulla Competitività ha avuto una cassa di risonanza enorme sull’Europa un anno fa. Dodici mesi dopo, sembra essere rimasta solo la eco, o quasi. Lo stesso ex presidente della Bce, su invito della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha fatto il punto sullo stato delle cose dalla pubblicazione di quel documento, notando e annotando che molti dei punti sono rimasti ancora nella lista delle cose da fare. Con tanto di aumento a 1.200 miliardi di euro del conto delle risorse necessarie a realizzarle. “Il problema è che le cose devono accadere o è finita anche la funzione di stimolo di Draghi, che non può ogni sei mesi dire all’Europa ‘fate qualcosa’. Questo è il vero nodo”. A dirlo è il presidente di Federacciai e Special Advisor di Confindustria per l’Autonomia strategica europea, Piano Mattei e competitività, Antonio Gozzi, che a GEA commenta, a mente fredda, l’intervento dell’ex premier.

Presidente Gozzi, come giudica il quadro disegnato da Draghi?

In termini di analisi facciamo un grosso passo avanti, nel senso che una persona così autorevole, con questa reputazione e questa credibilità, dice ciò che noi sosteniamo da anni: questo ci rincuora perché non eravamo proprio fuori strada, ma se qualcuno ci avesse ascoltato, probabilmente avremmo perso meno tempo. Colpisce il fatto che inizialmente Draghi disse che ci volevano 500 miliardi all’anno per recuperare il gap, poi al Parlamento disse che ci sarebbero voluti 800 miliardi, mentre ieri ha parlato di 1.200 miliardi di euro l’anno. Questo significa che il fattore tempo non è neutrale, cioè la distanza continua ad aumentare e l’ex Bce all’Europa dice che non c’è più tempo”.

In molti punti è sembrato di sentire le voci degli imprenditori italiani, e anche la sua.

Draghi è molto critico sul Green Deal, dice che i presupposti sulla base dei quali è stato pensato e disegnato non ci sono più, che il mondo è cambiato. Inoltre, dice una cosa molto forte sul 2035, che bisogna garantire transizione energetica e decarbonizzazione fatti secondo la neutralità tecnologica, quindi che i motori endotermici, i plug-in, gli ibridi e i motori endotermici con biocarburanti e combustibili sintetici sono da lui sdoganati. Il fatto che sostenga queste cose è molto importante, ma non ha lui in mano le leve delle decisioni. Purtroppo, se vedo questo anno di governo von der Leyen II, sono usciti documenti in cui si faceva formale ossequio al rapporto Draghi, al tema della competitività e anche della neutralità tecnologica, poi però non c’è stato niente. Solo un po’ di semplificazione, con l’eliminazione degli obblighi di rendicontazione dei bilanci di sostenibilità per le piccole imprese, poi basta”.

Cosa prevede per il futuro?

Sono pessimista, perché in questo anno, al di là dei proclami, vedo un immobilismo totale. Di misure vere non ne sono state prese, si continua con questo tran tran e nella migliore delle ipotesi si va avanti a comprare tempo. Adesso vedremo cosa succederà sull’auto”.

L’Automotive resta uno dei temi più caldi in Europa, con il dibattito sullo stop ai motori endotermici al 2035 che riprende quota.

Draghi ha detto chiaramente che è sbagliato e ha avuto il coraggio di dire che hanno disintegrato un’eccellenza industriale europea. Mi ha colpito molto anche ciò che ha detto il presidente dell’Associazione europea dell’indotto automobilistico: nel 2025 il settore, in Europa, ha perso 80mila posti di lavoro e stimano che ne perderanno altri 20-30mila nel 2026. Questo vuol dire che in due anni, solo sull’indotto automobilistico, si saranno persi 100mila posti di lavoro. Poi si stupiscono che gli operai della Volkswagen votano Afd”.

Questo è un argomento interessante.

Se i temi dell’industria e degli effetti economici e sociali non interessano più a nessuno, e in particolare non interessano ai partiti socialisti perché sono tutti innamorati di Greta Thunberg, non ci si può lamentare che estremismi di sinistra e di destra stiano prevalendo in Europa. I non tutelati esprimono un dissenso di soddisfazione nei confronti di questa politica. In più, abbiamo questa aggressione cinese con prodotti ormai di altissima qualità tecnologica, a prezzi scottati del 30%, nei confronti dei quali l’Europa non riesce a difendersi. Spesso li fanno con le sovvenzioni dello Stato, quindi si rendono protagonisti di una competizione sleale nei confronti dell’industria europea”.

La situazione sta sfuggendo di mano?

Senza sistema industriale non esiste più il Welfare. Arrivo a dire che senza sistema industriale non esiste manco più la democrazia, perché gli estremismi di destra e di sinistra diventano talmente radicali che c’è anche al rischio di sommovimenti politici. Anzi, li stiamo rivedendo in Francia. In Germania non hanno coraggio di andare alle elezioni (anche se la Grosse Koalition è un elemento di blocco, perché i socialisti alcune cose non le vogliono fare) perché c’è il rischio che l’Afd sia il primo partito e in Olanda vinceranno i sovranisti di destra. Ciò che mi colpisce è che non c’è mai un accenno autocritico di chi ha gestito l’Europa negli ultimi 10-15 anni. Non voglio colpevolizzare nessuno, però l’autocritica serve per cercare di capire dove si è sbagliato e provare a non sbagliare più in futuro”.

Draghi, però, parla anche di energia ancora a prezzi troppo alti come freno per la competitività.

Non è successo niente sull’acciaio, nonostante sia uscito il documento sull’acciaio, e non è successo niente sull’energia, nel senso che continua a essere cara. Anche lì c’è un tema molto chiaro, Draghi non si è spinto fino là, ma io l’avrei fatto. Siccome in tutta Europa il prezzo dell’elettricità è determinata col sistema del marginal price, quindi vuol dire che il costo del megawatt è determinato dal costo della centrale turbogas più inefficiente, per l’order merit, questo metodo di calcolo del prezzo dell’elettricità porta in sé 25 euro di effetto ETS. Draghi ieri ha parlato di disaccoppiamento, ma questa è una norma assolutamente europea. Basterebbe eliminare transitoriamente l’ETS dai turbogas e immediatamente l’energia elettrica in Europa costerebbe 25 euro al Megawattora in meno. Ma non hanno il coraggio di farlo, perché il tema dell’ETS è un tabù. La proposta di Confindustria, che vede anche Elettricità Futura d’accordo, è dare i 20 Twh degli impianti a fondo corsa per gli incentivi al GSE, al presso di 65 euro al MWh, cioè quello dell’Energy Release, per ampliarne la potenza di fuoco, facendo un’operazione equilibrata dal punto di vista anche del climate change e della decarbonizzazione”.

Nell’elenco degli ostacoli c’è da mettere anche l’accordo sui dazi Usa, non trova?

Abbiamo anche la beffa: nell’accordo fatto con Trump sui dazi c’è scritto che le imprese americane, in Europa, non sono tenute a rispettare quella norma sul CS3D”.

In questo scenario, l’Italia che ruolo può svolgere?

Siamo il secondo Paese industriale d’Europa, godiamo di una stabilità di governo che tutti ci invidiano e ci ammirano nel casino generale che c’è in Europa. Però, la stabilità non è un fine ma un mezzo e deve servire a fare qualcosa. Al tavolo europeo l’Italia deve rivendicare la forza del suo sistema industriale, la necessità di cambiare strada sulle politiche industriali e lo deve fare senza titubanze. In questo momento godiamo di una finestra che non abbiamo mai avuto. Bisogna sfruttare questa credibilità e questa reputazione per cercare di cambiare i destini europei. Poi si farà la battaglia e si perderà, magari. Però vale la pena giocare questa partita”.

Chiudiamo con una buona notizia, perché i dati di Federacciaio dicono che la produzione di acciaio in Italia è aumentata del 7,3% ad agosto e del 3% nei primi 8 mesi del 2025.

Guardiamo al 2026 con relativo ottimismo, pensiamo che non sarà un anno brutto. Abbiamo goduto del Pnrr, perché i grandi investimenti infrastrutturali hanno generato domanda d’acciaio, soprattutto nei prodotti lunghi, come travito e cemento armato, però non c’è solo quello. In questo momento c’è un po’ di rimbalzo di domanda, i clienti tornano ad acquistare, ma questo lo fanno quando pensano che domani il prezzo salirà. Gli acquisti e l’aumento di produzione derivano da un aumento della domanda e i clienti stanno andando a scale di anticipazione degli acquisti, perché prevedono che i prezzi domani saranno più elevati. Naturalmente, ci sono fattori geopolitici internazionali che sono imponderabili, ovvero le due guerre. Pensi cosa succederebbe se si fermassero i due conflitti, con le esigenze di ricostruzione che ci sono in Ucraina, in Medio Oriente e altrove. Cosa significherebbe in termini di domanda d’acciaio”.

Germania, fiducia delle imprese sale a sorpresa ma peggiorano giudizi su situazione attuale

Migliora a sorpresa la fiducia delle imprese tedesche, raggiungendo il livello più alto dal 2022. L’indice delle aspettative Ifo, il più importante in Germania, è aumentato per il quarto mese consecutivo, segnando su agosto 91,6 punti dai 90,8 di luglio, mentre quello di fiducia si è alzato leggermente a 89 punti dagli 88,6 di luglio (ottavo incremento di fila). Un aumento comunque inaspettato per il mercato che si attendeva un calo di circa un decimo di punto data l’incertezza causata dai dazi e da un Pil in contrazione nel secondo trimestre. Peggiora in effetti l’indicatore sulla situazione attuale (da 86,5 a 86,4, ai livelli di aprile), a segnalare che la ripresa dell’economia tedesca rimane debole. Nel settore manifatturiero, l’indice è sceso leggermente così come quello sulle aspettative. Non si registrano ancora segnali di ripresa degli ordini. Anche tra i servizi il clima è peggiorato (a 2,6 punti rispetto ai 2,8 di luglio): da un lato, la valutazione della situazione attuale è notevolmente migliorata, mentre dall’altro è aumentato lo scetticismo.

Secondo Carsten Brzeski, analista Ing, “non è ancora chiaro da dove provenga l’ottimismo” che ha innalzato l’indicatore Ifo, ma al momento tutte le speranze per una ripresa sostenibile della Germania risiedono nel maxi piano di investimenti in infrastrutture, energia e difesa del governo Merz. Tuttavia, spiega Brzeski “l’attuale dibattito politico sulle possibili misure di austerità potrebbe indebolire l’impatto, almeno psicologico, degli stimoli fiscali annunciati per le infrastrutture e la difesa”. Secondo Ifo, le aspettative dei datori di lavoro a 6 mesi sono migliori nei settori dell’edilizia e della vendita al dettaglio, ma sono peggiorate appunto nell’industria e nei servizi. A pesare sulla situazione attuale, invece, sono i dazi statunitensi sulle importazioni nonostante l’accordo di fine luglio tra Usa e Ue per un’aliquota al 15% che comprende anche auto e relativi pezzi di ricambio. “Le imprese stanno sfruttando l’accordo commerciale con Washington per migliorare la loro capacità di pianificazione piuttosto che l’innegabile peso delle tariffe doganali più elevate” ha spiegato Elmar Völkel di LBBW Bank.

Secondo l’istituto nazionale di statistica (Destatis), nel secondo trimestre il Pil tedesco è sceso dello 0,3% (annullando la crescita registrata tra gennaio e marzo), penalizzato proprio dalle difficoltà dell’industria, colpita dal primo giro di dazi doganali americani. Economia e industria tedesche saranno particolarmente influenzate dal commercio, dal tasso di cambio e dagli stimoli fiscali. “Sebbene i mercati finanziari sembrino essere diventati insensibili agli annunci di dazi, non dimentichiamo che i loro effetti negativi sulle economie si manifesteranno gradualmente nel tempo – ricorda Brzeski di Ing -. Le Pmi potrebbero diventare vittima prediletta dei dazi Usa, poiché avranno più difficoltà a delocalizzare la produzione rispetto alle grandi aziende”. Se a ciò si aggiunge il rafforzamento del tasso di cambio dell’euro, non solo rispetto al dollaro Usa ma anche con altre valute, “è difficile immaginare come l’economia tedesca, dipendente dalle esportazioni, riuscirà a uscire da una stagnazione apparentemente infinita nella seconda metà dell’anno”.

Ok Ue a Energy Release 2.0. Pichetto: Sosteniamo industria e acceleriamo su transizione

Disco verde della Commissione europea all”Energy Release 2.0‘ del Mase a sostegno dei grandi energivori. Bruxelles conferma la compatibilità della misura con le regole del mercato interno e con la disciplina in materia di aiuti di Stato.

“Abbiamo costruito un modello che tiene insieme competitività industriale, transizione ecologica e rigore europeo”, rivendica Gilberto Pichetto Fratin. Il sostegno ai grandi consumatori elettrici, osserva il ministro, “non è un privilegio, ma uno strumento per difendere l’occupazione, rafforzare le filiere strategiche e attrarre investimenti”. Il ministero dell’Ambiente risponde così al grido d’aiuto delle imprese, davanti a un caroprezzi che non sembra arrestarsi, vincolando al tempo stesso l’aiuto pubblico a un impegno industriale e ambientale chiaro: “restituire quanto ricevuto con nuova energia pulita”. Pichetto parla di un confronto con la Commissione Europea “leale e costruttivo”: “È una misura che guarda al futuro e rappresenta un esempio di buona collaborazione tra istituzioni nazionali ed europee”, spiega.

Iniziamo a dare una risposta reale a migliaia di imprese, per contenere i costi energetici e affermare le rinnovabili”, fa eco il ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui l’Italia si pone come “apripista in Europa di una misura innovativa, che coglie in pieno la necessità di sostenere le aziende energivore, in un’ottica di decarbonizzazione dei settori produttivi”.

Aiutare le aziende “significa tutelare occupazione, filiere strategiche e crescita. Questo risultato dimostra che è possibile unire supporto economico e responsabilità ambientale per rafforzare la competitività italiana”, sostiene la viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava.

Il provvedimento si articola in due fasi: una prima di sostegno tramite fornitura di elettricità a prezzo calmierato, 65 euro al MWh, e una seconda fase che prevede l’obbligo, per i beneficiari, direttamente o tramite terzi, di restituire integralmente il vantaggio ricevuto attraverso la costruzione o il finanziamento di nuova capacità da fonti rinnovabili.

A seguito delle interlocuzioni con la Commissione sono state introdotte modifiche, tra cui la facoltà offerta agli energivori di trasferire l’impegno alla restituzione e alla realizzazione della nuova capacità a soggetti terzi individuati tramite una apposita asta da parte del GSE. Il meccanismo, basato sull’utilizzo dell’energia rinnovabile già gestita dal GSE e sull’attivazione di nuova capacità green, consente di sostenere le imprese più esposte al caro energia, contribuendo al tempo stesso agli obiettivi di decarbonizzazione, autonomia energetica e transizione giusta.

La produzione industriale italiana torna a salire oltre le stime dopo 26 mesi di calo

Il taglio continuo dei tassi e un calo degli ordini meno forte spinge la produzione industriale italiana a battere un colpo. Ad aprile segna un balzo dell’1% rispetto a marzo, superando le previsioni di una crescita zero. Inoltre, dopo 26 mesi consecutivi di calo tendenziale, si registra un +0,3% anno su anno. Nella media del periodo febbraio-aprile – evidenzia l’Istat – l’incremento del livello della produzione è dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti. Mese su mese, buon andamento per beni di consumo (+1,8%), strumentali (+0,8%) e intermedi (+0,2%).

A livello tendenziale energia +1,8% e beni di consumo +1,1%. Calano, invece, i beni intermedi (-0,4%) ei beni strumentali (-0,7%). In particolare i settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono l’industria del legno, della carta e stampa (+4,7%), la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+4,3%) e la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (+3,3%). Le flessioni più ampie si registrano nella produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-11%), nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-9,5%) e nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-5,0%). “Ad aprile l’indice destagionalizzato della produzione industriale registra un incremento congiunturale (+1,0%); si osserva una moderata crescita anche su base trimestrale (+0,4%).

“Anche oggi l’ Istat certifica il disastro delle politiche industriali del Governo Meloni. Non sarà certo il primo mese di flebile aumento della produzione industriale su base annua, ovvero aprile 2025, a cancellare l’immane gravità del record storico di 26 mesi precedenti di crollo della produzione stessa. Del resto i conti più importanti si fanno annualmente”, commentano in una nota i parlamentari M5S delle Commissioni bilancio, finanze e attività produttive di Camera e Senato. “La storia è nota: provvedimenti fallimentari o impalpabili come Transizione 5.0 o l’Ires premiale costituiti micidiali concause del peggior periodo industriale della storia italiana”, concludono i pentastellati. “La produzione industriale riparte dopo due anni di contrazione, e questo grazie alle politiche del governo Meloni. ritrovata linfa del nostro tessuto produttivo dopo due anni in cui la sinistra ha colto ogni occasione per mettere i bastoni tra le ruote al nostro esercizio senza peraltro riuscirsi. Appare ovvio che sia solo un inizio ma significativo sicuramente in cui va sottolineata la ritrovata capacità dell’Italia governata dalla destra con misure tese a sostenere imprese, famiglie, lavoratori ed artigiani”, replica il senatore di Fratelli d’Italia, Matteo Gelmetti, componente la Commissione Bilancio a Palazzo Madama.

Sul fronte sindacale, per il segretario confederale della Cisl Giorgio Graziani, “questo segnale positivo, pur contenuto, può rappresentare, pur in uno scenario di incertezza dovuto alle politiche americane sui dazi e ai conflitti in corso, un punto di svolta importante per il nostro sistema manifatturiero”. Ora però “serve urgentemente un Patto per l’Industria – prosegue Graziani – che coinvolga istituzioni, parti sociali e imprese in una strategia condivisa che trasforma la possibile ripresa in crescita strutturale, attraverso investimenti mirati in ricerca, digitalizzazione e transizione verde, affrontando il gap competitivo rispetto alla media europea negli investimenti industriali, valorizzando il potenziale del Mezzogiorno come risorsa strategica nazionale, accompagnando le transizioni senza sacrificare l’occupazione, investendo massicciamente in formazione e riqualificazione professionale”.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha invece usato la risoluzione della crisi de La Perla per commentare il dato diffuso da Istat. “Pochi credevano” al salvataggio “perché la materia era estremamente complessa”, ma “è importante che questo coincida proprio oggi coi segnali positivi per la ripresa industriale del Paese. E’ importante che accada proprio oggi che un’icona così significativa del Made in Italy ha una prospettiva di rilancio industriale importante grazie a investitori internazionali”, ha concluso.