Allarme Unicef in vista della COP28: Un bimbo su tre è esposto alla scarsità di acqua

Un bambino su 3 – ovvero 739 milioni nel mondo – vive in aree già esposte a livelli alti o molto alti di scarsità d’acqua, con i cambiamenti climatici che minacciano di rendere questa situazione peggiore. Lo rivela il nuovo rapporto The Climate Changed Child dell’Unicef. Inoltre, il doppio impatto della diminuzione della disponibilità di acqua e dell’inadeguatezza dell’acqua potabile e dei servizi igienici sta aggravando le difficoltà, esponendo i bambini a un rischio ancora maggiore. The Climate Changed Child – lanciato in vista del Summit sul cambiamento climatico della COP28 – mette in luce la minaccia per i bambini dovuta alla vulnerabilità idrica, uno dei modi in cui gli impatti del cambiamento climatico si fanno sentire. Fornisce un’analisi degli impatti dei tre livelli di sicurezza idrica a livello globale –scarsità d’acqua, vulnerabilità idrica e stress idrico.

Il rapporto, un supplemento all’Indice di rischio climatico per l’infanzia dell’Unicef (2021), delinea anche la miriade di altri modi in cui i bambini subiscono l’impatto della crisi climatica – fra cui malattie, inquinamento atmosferico, ed eventi meteorologici estremi come inondazioni e siccità. Dal momento del concepimento, fino all’età adulta, la salute e lo sviluppo del cervello, dei polmoni e del sistema immunitario, e di altre funzioni vitali dei bambini sono influenzati dall’ambiente in cui crescono. Per esempio, i bambini sono più esposti all’inquinamento atmosferico rispetto agli adulti. In generale, respirano più velocemente rispetto agli adulti e il loro cervello, polmoni e altri organi si stanno ancora sviluppando.

Le conseguenze del cambiamento climatico sono devastanti per i bambini”, ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’Unicef. “I loro corpi e le loro menti sono particolarmente vulnerabili all’aria inquinata, alla scarsa nutrizione e al caldo estremo. Non solo il loro mondo sta cambiando – con fonti d’acqua che si prosciugano ed eventi atmosferici terrificanti che diventano più forti e più frequenti – ma anche il loro benessere, visto che il cambiamento climatico influenza la loro salute mentale e fisica. I bambini stanno chiedendo un cambiamento, ma i loro bisogni sono fin troppo spesso messi in secondo piano”.

Secondo quanto emerge dal rapporto, la maggior parte dei bambini esposti si trova nelle regioni del Medio Oriente e Nord Africa e dell’Asia meridionale – questo significa che vivono in luoghi con risorse idriche limitate e alti livelli di variabilità tra un anno e l’altro e stagionale, abbassamento della falda freatica o rischio di siccità. Fin troppi bambini – 436 milioni – stanno affrontando il doppio svantaggio di una scarsità d’acqua elevata o molto elevata e livelli bassi o molto bassi di servizi per l’acqua potabile – noti come vulnerabilità idrica estrema – mettendo a rischio la loro vita, la loro salute e il loro benessere. Si tratta di una delle principali cause di morte tra i bambini sotto i 5 anni per malattie prevenibili. Il rapporto mostra che quelli maggiormente colpiti vivono in paesi a basso e medio reddito in Africa Subsahariana, in Asia Meridionale e Centrale e in Asia Orientale e Sudorientale. Nel 2022, 436 milioni di bambini vivevano in aree con vulnerabilità idrica estrema. Fra i paesi più colpiti: Niger, Giordania, Burkina Faso, Yemen, Ciad e Namibia, in cui sono esposti 8 bambini su 10.

In queste circostanze, gli investimenti in acqua potabile e servizi igienici sono una prima linea di difesa essenziale per proteggere i bambini dagli impatti del cambiamento climatico. Secondo il rapporto, il cambiamento climatico sta portando anche a un aumento dello stress idrico – il rapporto tra la domanda di acqua e le scorte rinnovabili disponibili. Entro il 2050, si prevede che 35 milioni di bambini in più saranno esposti a livelli elevati o molto elevati di stress idrico, con il Medio Oriente e il Nord Africa e l’Asia Meridionale che attualmente affrontano i maggiori cambiamenti. In Italia il rapporto stima che nel 2022 fossero circa 298 mila i bambini esposti a livelli elevati o molto elevati di stress idrico e anche il nostro Paese, all’interno del cosiddetto hotspot mediterraneo, rischia un peggioramento della situazione in assenza di misure efficaci per combattere il cambiamento climatico. Nonostante la loro particolare vulnerabilità, i bambini sono stati ignorati o ampiamente trascurati nelle decisioni sui cambiamenti climatici. Ad esempio, solo il 2,4% dei finanziamenti per il clima provenienti dai principali fondi multilaterali per il clima sostiene progetti che includono attività che rispondono alle esigenze dei bambini.

In occasione della COP28, l’Unicef chiede ai leader mondiali e alla comunità internazionale di compiere passi fondamentali con e per i bambini per garantire un pianeta vivibile, tra cui: prendere in considerazione i diritti dei bambini all’interno della decisione finale della COP28 e convocare un dialogo tra esperti su bambini e cambiamenti climatici; inserire riferimenti ai bambini e l’equità intergenerazionale nel Global Stocktake (GST); includere misure per rendere i servizi essenziali per i bambini resilienti al clima nella decisione finale sull’Obiettivo globale per l’adattamento (GGA); garantire che il Fondo per le perdite e i danni e gli accordi di finanziamento rispondano alle esigenze dei bambini e che i diritti dei bambini siano integrati nella governance e nel processo decisionale del Fondo. Al di là della COP28, l’Unicef chiede alle parti di agire per proteggere la vita, la salute e il benessere dei bambini, anche adattando i servizi sociali essenziali, di mettere ogni bambino in condizione di essere un difensore dell’ambiente e di rispettare gli accordi internazionali sulla sostenibilità e sul cambiamento climatico, compresi quelli per la rapida riduzione delle emissioni.

I bambini e i giovani hanno sempre chiesto con insistenza di far sentire la loro voce sulla crisi climatica, ma non hanno quasi nessun ruolo sostanziale nelle politiche climatiche e nel processo decisionale. Raramente vengono presi in considerazione nei piani e nelle azioni di adattamento, mitigazione e finanziamento del clima“, ha dichiarato Russell. “È nostra responsabilità collettiva mettere ogni bambino al centro di un’azione globale urgente per il clima“.

 

Da Utilitalia 4 riforme per l’acqua: aggregare imprese e investire 100 euro pro capite

Quattro riforme per cambiare pelle al comparto idrico. A proporle è Utilitalia, la federazione che riunisce le aziende speciali che operano nei servizi pubblici di acqua, ambiente, energia elettrica e gas, che le ha presentate in occasione del ‘Forum Acqua’ di Legambiente. Il progetto ha un claim eloquente, ‘Obiettivo 100’, che poi è il cuore del piano: “L’obiettivo è raggiungere 100 euro di investimento pro capite, rispetto agli attuali 56. Questi 44 euro aggiuntivi serviranno a realizzare le infrastrutture necessarie a fronteggiare i cambiamenti climatici, i depuratori laddove non sono ancora presenti (e per cui paghiamo le sanzioni europee delle procedure di infrazione), a contrastare il fenomeno delle dispersioni idriche“, spiega il presidente, Filippo Brandolini.

Per arrivare a centrare il target, però, si devono realizzare anche tutti gli elementi di riforma: riduzione della frammentazione, introduzione di parametri di verifica gestionale, consolidamento industriale del settore e approccio integrato tra i diversi usi dell’acqua. La base di partenza sono i dati del comparto: dal 2012 ad oggi, infatti, gli investimenti sono aumentati del 227%, raggiungendo i 4 miliardi annui e i 56 euro per abitante. Ma il gap con la media europea di 100 euro annui per abitante resta ampio, soprattutto nei territori nei quali non operano soggetti industriali: nelle gestioni comunali in economia, che interessano ancora 1.519 Comuni e 8 milioni di cittadini, si continuano a investire mediamente solo 8 euro l’anno. “Le nuove sfide poste dal cambiamento climatico, insieme alle norme europee che stabiliranno standard ambientali sempre più stringenti, impongono al comparto un cambio di passo: gli investimenti complessivi dovranno salire dagli attuali 4 miliardi fino a 6 miliardi annui“, continua Brandolini.

Ragion per cui Utilitalia propone di “superare la frammentazione gestionale presente in molte parti del nostro Paese” oltre a “promuovere e favorire le aggregazioni tra aziende, per avere soggetti industriali di medio-grandi dimensioni capaci di investire, di avere ingegneria, progettazione per realizzare gli investimenti necessari per migliorare la qualità delle infrastrutture“. In questo progetto ci sono “molti punti di contatto e sintonia con il governo e con i ministri, nel momento in cui abbiamo affermato l’esigenza di andare verso gestioni industriali, ma anche l’urgenza di avere una gestione della risorsa idrica che sia settoriale tenendo conto dei vari usi, quindi anche quello agricolo e industriale“, sottolinea ancora Brandolini. Aggiungendo che “molte infrastrutture potrebbero essere di utilizzo condiviso, plurimo. Noi, ad esempio, stiamo sostenendo l’opportunità di favorire il riuso delle acque depurate a fine agricolo“.

Che il settore abbia bisogno di cambiare pelle è evidente anche dall’analisi di Legambiente. La fotografia scattata dall’associazione è chiarissima: “Dalla siccità alle alluvioni, dalle grandinate agli allagamenti, anche in Italia l’acqua è sempre più al centro della crisi climatica“. Perché “dal 2010 al 31 agosto 2023 nella Penisola su 1.855 eventi meteorologici estremi, ben il 67% ha visto per protagonista la risorsa idrica con 667 allagamenti, 163 esondazioni fluviali, 133 danni alle infrastrutture da piogge intense, 120 danni da grandinate, 85 frane da piogge intense, 83 danni da siccità prolungata“. E tra le regioni più colpite ci sono Sicilia e Lombardia con 146 eventi ed Emilia-Romagna con 120. Mentre tra le città spiccano Roma, con 65 eventi, Milano 32, Agrigento 24, Bari 24, Genova 20, Palermo 17, Napoli 17, Ancona 14, Bologna 11, Modena e Torino 10.

E’ evidente che il nostro sistema non regge, così come è fatto, davanti ad annate piovose“, ammette il commissario straordinario per l’emergenza idrica, Nicola Dell’Acqua. “L’unica cosa da fare, e che cerchiamo di fare con la cabina di regia, è stimolare gli enti esistenti, perché è inutile farne degli altri, per fare bilanci idrici precisi e bilanci di bacino“. Da qui l’esortazione: “Il cambiamento climatico esiste e ci dice che dobbiamo cambiare. Urgentemente“.

Bonus sociale acqua 2023: a chi spetta

Tra i diversi bonus introdotti per sostenere le famiglie più bisognose, troviamo il Bonus Sociale Idrico: un aiuto sotto forma di scontro che arriva direttamente all’intestatario della bolletta per il consumo dell’acqua.

“Possono accedere al bonus tutti i cittadini o nuclei familiari con un ISEE basso, nello specifico – evidenzia Gianluca Buselli, consigliere d’amministrazione della Cassa dei ragionieri e degli esperti contabili –  se appartengono ad un nucleo familiare con indicatore ISEE non superiore a 9.530 euro, oppure se appartengono ad un nucleo con almeno 4 figli a carico ed ISEE fino a 20.000 euro o è titolare di Reddito o Pensione di cittadinanza”.

Il bonus sociale idrico per ogni componente della famiglia anagrafica garantisce la fornitura gratuita di 50 litri/abitante/giorno che equivale a 18,25 metri cubi di acqua su base annua.

“Per verificare se si rientra nel bacino del bonus – prosegue Buselli – possiamo controllare sulla homepage del ‘portale delle famiglie INPS’ e cercare la funzionalità ‘informazioni bonus sociali’ dove vengono riportate tutte le informazioni riguardanti i vari bonus a cui si ha diritto compreso nel caso quello idrico”.
Diversi Comuni e Regioni hanno deciso di aiutare le famiglie più bisognose applicando un’integrazione al bonus sociale nazionale.

Ad esempio, l’Atersir dell’Emilia-Romagna riconosce, per ogni componente del nucleo familiare, il 50% della tariffa di fognatura e il 50% della tariffa di depurazione parametrata ad un consumo minimo di 18,25 metri cubi l’anno.

Il bonus sociale idrico non è riconosciuto alle utenze terremotate che già beneficiano dell’azzeramento dei corrispettivi.

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Il Cammino di Santiago diventa green: più fontane, meno bottiglie di plastica

(Photocredit: AFP)

Ventotto nuovi “micro-punti di rifornimento” – circa uno ogni sei chilometri – alimentati da pozzi e sorgenti naturali per consentire a chi ogni anno si incammina sulla via inglese del Cammino di Santiago di riempire le bottiglie d’acqua e ridurre quindi l’impatto dei rifiuti di plastica sull’ambiente.

Si chiama ‘Life Water Way’ il progetto co-finanziato dal programma europeo dedicato all’azione per il clima ‘Life’ da 761mila euro che copre 143 km dell’antico percorso di pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, nel nord-ovest della Spagna e fornisce acqua potabile gratuitamente da fontane tradizionali. Il cofinanziamento del progetto – che avrà durata di sei anni – da parte della Commissione europea è stato approvato a maggio 2017 e da lì ha iniziato a prendere vita attraverso la collaborazione di vari comuni della Spagna.

Le fontane utilizzano un sistema di purificazione appositamente progettato per garantire la fornitura di acqua ai pellegrini che percorrono il Cammino Inglese e secondo la Commissione europea il progetto finora ha contribuito a risparmiare più di un milione di bottiglie monouso da mezzo litro, evitando 12 tonnellate di residui di plastica e 841 tonnellate di CO2. Ogni anno, ricorda Bruxelles, un gran numero di pellegrini percorrono la famosa “Via Inglese”. Solo in Galizia ne percorrono circa 25.000, quindi non sorprende che uno dei risultati principali del progetto sia stata una notevole riduzione dell’uso di bottiglie usa e getta.

“Come sindaco di una comunità rurale, sono lieto di aver contribuito al recupero delle nostre risorse naturali, un tesoro senza il quale la Galizia non sarebbe come la conosciamo”, afferma José Antonio Santiso Miramontes, sindaco di Abegondo e presidente di la Riserva della Biosfera Mariñas Coruñesas e Terras do Mandeo. “La Via dell’Acqua Vita è un eccellente esempio di cooperazione tra diversi enti locali per offrire un ottimo servizio ai propri cittadini”, concorda Valentín González Formoso, Presidente del Consiglio Provinciale di La Coruña.

I ‘reni di Calcutta’: le zone umide dell’India minacciate dall’espansione urbana

Photo credit: AFP

L’India è ogni giorno più minacciata dall’espansione urbana. A farne maggiormente le spese sono i ‘reni di Calcutta’: così vengono chiamate le zone umide a est della megalopoli indiana.”Stiamo gradualmente distruggendo l’ambiente“, dice all’AFP l’ex pescatore 71enne Tapan Kumar Mondal, che ha trascorso tutta la vita in quest’area, “la pressione esercitata dalla popolazione, oggi più numerosa che mai, sta danneggiando l’ambiente naturale“.

Per più di un secolo queste zone umide, che si estendono per 125 km2, sono servite come “stazione di depurazione biologica” per la metropoli indiana di 14 milioni di abitanti, grazie all’allevamento ittico. “Questo è un caso unico, perché le acque reflue della città vengono trattate in modo naturale“, dichiara all’AFP K. Balamurugan, capo del Dipartimento dell’Ambiente dello Stato orientale del Bengala Occidentale. “Per questo sono chiamati ‘i reni di Calcutta’“, aggiunge.

Ogni giorno, un ingegnoso sistema di canali trasporta circa il 60% delle acque reflue prodotte dalla capitale del Bengala Occidentale, ovvero 910 milioni di litri, negli stagni delle zone umide. “Poiché il livello dell’acqua non supera 1,50 m, la luce del sole combinata con le acque reflue provoca un’esplosione di plancton in quindici o venti giorni“, spiega Balamurugan. Questo plancton ricco e abbondante alimenta gli stagni gestiti dagli allevamenti ittici, che allevano in particolare carpe e tilapia. Gli effluenti di questi stagni, che sono ricoperti di giacinto d’acqua, vengono utilizzati per irrigare le risaie, mentre i rifiuti organici sono usati come fertilizzante per gli orti.

In questo modo, la piscicoltura non solo tratta gratuitamente le acque reflue della città, ma le fornisce anche circa 150 tonnellate di verdure al giorno e 10.500 tonnellate di pesce all’anno a costi inferiori. In questa regione del delta del Gange, delimitata dall’Oceano Indiano e minacciata dall’innalzamento del livello delle acque, le zone umide svolgono un ruolo cruciale nel controllo delle inondazioni. “Calcutta non ha mai avuto problemi di inondazioni, perché le zone umide agiscono come una spugna, assorbendo l’acqua piovana in eccesso” durante i monsoni, aggiunge Balamurugan.

Queste zone umide sono elencate dalla Convenzione intergovernativa di Ramsar, che teme che la “espansione urbana” stia minacciando la mini-biosfera. Secondo Dhruba Das Gupta, ricercatore di SCOPE, un’organizzazione non governativa di ricerca sugli ecosistemi, queste zone umide sono “molto più che la spina dorsale di Calcutta (…) sono la sua linea vitale“. Esse contribuiscono a regolare le condizioni climatiche locali, in particolare le precipitazioni e la temperatura, con effetti benefici per l’agricoltura e la conservazione degli ecosistemi naturali, comprese le zone umide stesse. “Le zone umide devono essere conservate a causa del refrigerio fornito dagli specchi d’acqua che contengono“, ha dichiarato Das Gupta all’AFP. “È un elemento fondamentale per stabilizzare il clima della città e prevenire il riscaldamento globale“.

In questo caso è in atto un circolo virtuoso e, secondo l’esperta che lavora su questo tema da 25 anni, gli allevatori di pesci sono i principali garanti. Das Gupta sta cercando di finanziare uno studio per determinare la superficie esatta delle peschiere ancora “pienamente attive“, il numero di persone che vi lavorano tutto l’anno e la resa della produzione ittica. Grazie alla piscicoltura, la municipalità di Calcutta (KMC) risparmia l’equivalente di 64,4 milioni di dollari all’anno sui costi di trattamento delle acque reflue, secondo uno studio dell’Università di Calcutta pubblicato nel 2017. Ciò rende Calcutta, secondo le parole del principale difensore delle zone umide Dhrubajyoti Ghosh, una “città ecologicamente sovvenzionata“. “Le zone umide si sono ridotte“, aggiunge lo specialista, “ma più importante è il numero totale di ettari di corpi idrici rimasti“. I livelli di produzione sono cambiati, la popolazione è cresciuta, gli edifici invadono le aree di produzione e i prezzi dei terreni sono saliti alle stelle. “La terra viene sottratta alla gente“, lamenta Sujit Mondal, un pescatore di 41 anni.

Creati (Aqualy): “L’acqua in brick è più sostenibile, puntiamo al settore aereo”

Produrre acqua ‘da asporto’ nel modo più sostenibile possibile. E’ iniziata da questa idea, nel 2019, l’impresa di Ly Company Italia-Aqualy, azienda nata nell’Appennino tosco romagnolo specializzata nella produzione e distribuzione di acqua di alta qualità in tetrapak. “Volevamo fare qualcosa di buono – racconta a GEA il Ceo Christian Creati -, ma la bacchetta magica non ce l’ha nessuno. Il progetto iniziale era ridurre la quantità plastica in fiere ed eventi, e così è stato pensato il brick bianco che veniva personalizzato con l’etichetta. A quel punto, però, abbiamo scoperto che c’era un mercato più ampio e abbiamo deciso di costruire uno stabilimento in toscana”. Creati è pragmatico, e per questo comprende benissimo di non essere la soluzione a tutti i problemi, “ma siamo la soluzione, a nostro modo di vedere, meno impattante per il settore ‘on the go’, per l’asporto”. Il Ceo dell’azienda, addirittura, è il primo a schierarsi per un uso consapevole delle risorse : “Noi stessi suggeriamo di abbeverarsi da fonti a impatto zero, ma non sempre la ‘fontanella’ da cui riempire la borraccia è a portata di mano. Io stesso, quando possibile, uso la borraccia”.

Ma perché le confezioni in tetrapak sono meglio di quelle in plastica?Attenzione – avverte Creati – la plastica non può essere considerata un male. E’ un prodotto che si ricicla al 100% e questo nessuno lo mette in discussione, senza saremmo indietro di 50 anni. Il problema è il quantitativo in relazione alla capacità delle infrastrutture di riciclarlo, oltre alla non consapevolezza del consumatore del danno che arreca all’ambiente se non correttamente conferita”. D’altra parte, però, il cartone per bevande, secondo il Ceo, “è meno impattante, perché si tratta di un packacing a prevalenza di materie prime di origine vegetale e non fossile. E’ vero, però, che è un multimateriale, composto da carta, plastica vegetale e alluminio, e quindi più difficile da riciclare. Oggi è riciclabile 100% da diverse cartiere in Italia per esempio, ma grandi passi avanti si stanno facendo in termini di sviluppo, sia sugli impianti di riciclo stessi che sul packaging. Entro il 2025 saremo in grado di offrire un prodotto senza alluminio e quindi ancor più riciclabile e sostenibile”.

E’ vero, però, che ancora oggi vedere l’acqua nei ‘brick’ non è così comune, e per i consumatori non è sempre facile da accettare. “C’è una componente psicologica, frutto di un’abitudine culturale. Ma in America l’acqua cartone esiste da 30 anni, in Italia c’era nel 1960 ma poi è andata in disuso. Bisogna riabituarsi. Il nostro lavoro è proprio riaprire il mercato. Stiamo facendo un grande lavoro di comunicazione e informazione”.

Non solo sostenibilità ambientale, ma anche sociale. Parte importante del gruppo, infatti, è la Ly Company Fundacion Aqua e Vita, che si occupa di attivare progetti benefici nelle zone del mondo più disagiate portando acqua potabile, educazione e strutture per l’accoglienza e la cura delle persone in difficoltà. Inoltre Ly Company Italia ha appena ricevuto la certificazione B Corp: “Ci abbiamo messo un anno, è un grande orgoglio essere stati certificati”, dice Creati.

Che però tira dritto e guarda già al futuro, in cui intende “consolidare il mercato, perché i nostri volumi rispetto alla bottiglia tradizionale sono ancora irrisori seppur crescano a doppia cifra di anno in anno”. Come farlo? Per esempio con due nuovi formati di acqua in cartone. “Abbiamo appena inserito la bag-in-box da 8 litri, -60% di plastica, nella grande distribuzione e ci stiamo togliendo delle soddisfazioni. E ultima novità, una nuova linea produttiva per il formato da 250 ml che vogliamo spingere nel travel catering, soprattutto nel settore degli aerei. Dati gli spazi angusti possiamo essere determinanti e ovviamente sempre meno impattanti”.

Las Vegas: da capitale della dissolutezza a modello di sobrietà idrica

E’ la città del divertimento e della dissolutezza per antonomasia, e si trova nel bel mezzo del deserto. Ma sotto la sua patina di piacere, Las Vegas è un sorprendente modello di conservazione dell’acqua negli Stati Uniti. Negli ultimi 20 anni, la città si è adattata alla siccità dell’Ovest americano ed è riuscita a ridurre di quasi un terzo il consumo annuale di acqua dal fiume Colorado. Questo nonostante la popolazione sia aumentata della metà nel periodo. Polizia idrica, divieto di irrigare alcuni prati, limiti alle dimensioni delle piscine: lo Stato del Nevada – dove si trova Las Vegas – ha introdotto una serie di misure per monitorare il suo ‘rubinetto’, in quanto è autorizzato a utilizzare solo il 2% della portata del fiume in declino. Si tratta di un’immagine ben lontana da quella coltivata da Las Vegas, con i suoi casinò e i suoi enormi alberghi, dove ogni anno affluiscono 40 milioni di turisti, oltre ai 2,3 milioni di abitanti.

Las Vegas ha avuto molto successo nel vendere una facciata di eccesso e decadenza“, ha dichiarato all’AFP Bronson Mack, portavoce della Southern Nevada Water Authority, l’agenzia locale responsabile della gestione del prezioso liquido. “Ma la realtà è che la nostra comunità è estremamente efficiente dal punto di vista idrico“. In un momento in cui sono in corso tese trattative per ridurre i consumi in tutti gli Stati Uniti occidentali, Las Vegas è una “rock star della conservazione dell’acqua” e un “modello per le città” degli Stati Uniti, afferma il ricercatore Brian Richter. Questo status è stato raggiunto grazie a una svolta proattiva all’inizio degli anni 2000, quando il Nevada ha superato la sua allocazione di acqua dal fiume Colorado.

Sulla Strip, l’enorme viale costeggiato dai casinò, le fontane del Bellagio e i canali del Venetian utilizzano acqua non potabile proveniente da pozzi privati. Nelle aree residenziali, le “pattuglie dell’acqua” perlustrano le strade la mattina presto, alla ricerca di irrigatori automatici che bagnano aree non pianificate o di tubature che perdono. Gli agenti filmano sistematicamente ogni violazione: i trasgressori la prima volta se la cavano con una bandiera di avvertimento piantata fuori casa. “Hanno due settimane di tempo per correggere l’infrazione“, dice l’agente Cameron Donnarumma. Ma, spiega, “la maggior parte corregge il problema prima che venga emessa una multa“. Ma non c’è clemenza per i recidivi, che ricevono una sanzione.

Alcuni proprietari di case sono “un po’ frustrati” nel trovare “poliziotti dell’acqua” sui loro prati prima dell’alba, dice Donnarumma. Ma la maggior parte di loro è collaborativa. L’agente lavora sulla base delle segnalazioni dei residenti, che sono invitati a denunciare gli sprechi su un’app. Ogni giorno, questo si traduce in 20-50 interventi. Nel 2027, a Las Vegas sarà vietato innaffiare i prati delle grandi residenze private. Tuttavia, le case monofamiliari potranno ancora innaffiare i loro, con alcuni limiti. La città offre anche tre dollari per ogni metro quadrato di erba rimossa e sostituita con alternative efficienti dal punto di vista idrico, come le piante irrigate a goccia. Questo programma di incentivi è stato copiato da altre città come Los Angeles e Phoenix, ma è difficile da attuare per le città più piccole con budget ridotti.

Le restrizioni sono tutt’altro che popolari. Tedi Vilardo ha intenzione di “infrangere le regole” che limitano l’irrigazione del suo prato a 12 minuti, dopo l’inverno insolitamente umido che ha colpito la regione. La mamma casalinga si rifiuta di installare l’erba artificiale, che “brucia i piedi” dei suoi due figli. Dal canto suo, Kevin Kraft è infastidito da una nuova normativa che limita la superficie delle piscine individuali a 56 m2. Il costruttore di piscine denuncia una decisione “politica“, presa “su pressione” del governo federale. Nonostante la sua frustrazione, elogia gli sforzi di Las Vegas per risparmiare acqua. “Altri Stati, come la California, sono molto indietro. Non c’è gara“, dice.

Le autorità locali sperano che questi sforzi siano ripagati. Dopo due decenni di siccità aggravata dal riscaldamento globale, il fiume Colorado, che alimenta 40 milioni di persone nell’ovest americano, è gravemente secco. I sette Stati che dipendono da esso stanno attualmente discutendo su come tagliare fino a un quarto del loro consumo, e Washington è costretta a fare da arbitro. In questo contesto di tensione, Las Vegas “dovrebbe congratularsi per la quantità di acqua (…) già risparmiata negli ultimi 20 anni“, afferma Mack dell’agenzia di gestione. Altri, ha detto, “stanno appena iniziando a fare uno sforzo“.

Siccità

Siccità, arrivano cabina di regia, commissario e osservatori

Una cabina di regia, un commissario straordinario, un osservatorio permanente in ogni autorità di bacino. E ancora: un fondo per gli invasi e multe molto più salate per le estrazioni illecite di acqua.

Il consiglio dei ministri dà il via libera al decreto Siccità, che servirà per affrontare l’estate, prima, per evitare di ripiombare nell’emergenza poi.

C’è tanto verde, ma questo verde ha sete, come hanno sete i nostri agricoltori, i nostri figli, le nostre industrie, stiamo cercando di racimolare il racimolabile”, spiega il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini.

Il Commissario potrà adottare interventi urgenti e resterà in carica fino al 31 dicembre 2023, ma potrà essere prorogato fino alla fine del 2024. Eserciterà le sue funzioni sull’intero territorio nazionale, sulla base dei dati degli osservatori distrettuali permanenti. In via d’urgenza, sarà sua la realizzazione degli interventi di cui sarà incaricato dalla Cabina di regia. Per farlo, opererà in deroga a ogni disposizione di legge diversa da quella penale (nel rispetto della Costituzione, dei principi generali dell’ordinamento giuridico e delle disposizioni del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, dei vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza all’Unione europea).

La cabina di regia sarà un organo collegiale presieduto dalla premier Giorgia Meloni o, su sua delega, dal vicepremier Salvini e composto da lui, da Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente), Raffaele Fitto (Affari europei), Francesco Lollobrigida (Agricoltura), Nello Musumeci (Protezione civile e politiche del mare), Roberto Calderoli (Affari regionali) e Giancarlo Giorgetti (Economia). Alessandro Morelli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al coordinamento della politica economica e programmazione degli investimenti pubblici, partecipa alle riunioni come segretario. La prima riunione della cabina sarà entro un mese. L’organo avrà funzioni di indirizzo, coordinamento e monitoraggio per il contrasto della crisi idrica ed entro un mese dall’entrata in vigore del decreto effettua una ricognizione delle opere e degli interventi urgenti, finanziati anche con risorse oggetto di autorizzazioni di spesa non ancora impegnate o comunque altrimenti disponibili. Cambia la disciplina degli impianti di desalinizzazione. Quelli di capacità pari o superiore a 200 litri al secondo saranno sottoposti a verifica di assoggettabilità a Via, la valutazione di impatto ambientale.

Per gli invasi, la sicurezza e la gestione, ci sarà un fondo ad hoc nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, destinato alla realizzazione delle operazioni di sghiaiamento e sfangamento delle dighe. Il commissario, d’intesa con la regione territorialmente competente, provvede alla regolazione dei volumi e delle portate derivati dagli invasi, nei limiti delle quote autorizzate dalle concessioni di derivazione e dagli atti adottati dalle autorità di vigilanza, in funzione dell’uso della risorsa.

A scopo di irrigazione, le Regioni potranno dare l’ok anche all’uso di acque reflue depurate prodotte dagli impianti di depurazione già in esercizio, fino al 31 dicembre 2023.

Presso ciascuna Autorità di bacino distrettuale è istituito un osservatorio distrettuale permanente sugli utilizzi idrici, che supporterà per il governo integrato delle risorse idriche e cura la raccolta, l’aggiornamento e la diffusione dei dati relativi alla disponibilità e all’uso della risorsa nel distretto idrografico di riferimento, compresi il riuso delle acque reflue, i trasferimenti di risorsa e i volumi eventualmente derivanti dalla desalinizzazione, i fabbisogni dei vari settori d’impiego, con riferimento alle risorse superficiali e sotterranee.

Mutui e finanziamenti sospesi per i concessionari di piccole derivazioni a scopo idroelettrico fra l’1 maggio 2023 e il 31 ottobre 2023 e senza oneri aggiuntivi. La sospensione può essere richiesta anche in relazione ai pagamenti dei canoni per contratti di locazione finanziaria su beni mobili o immobili strumentali allo svolgimento delle attività di concessionario di piccole derivazioni a scopo idroelettrico. Multe molto più salate in caso di estrazione illecita di acqua: salgono da una forbice di 4.000-40.000 euro a una di 8.000-50.000 euro. Per gli inadempimenti nell’ambito delle attività di esercizio e manutenzione delle dighe, passano da 400-2.000 euro a 2.000-10.000 euro. Entro trenta giorni dall’entrata in vigore del decreto, verrà approvato un piano di comunicazione per sensibilizzare i cittadini sulla situazione di crisi idrica e le gravi conseguenze che potrebbe portare sul tessuto economico e sociale e informare sul corretto utilizzo della risorsa idrica.

Po

Siccità, allerta dell’Anbi: In Piemonte ampie zone a rischio desertificazione

“Sembra senza fine la crisi idrica del Piemonte, la cui condizione è destinata ad aggravarsi per la mancata sommersione di oltre 8.000 ettari di risaie, che svolgevano una straordinaria funzione ambientale, contribuendo a rimpinguare le falde e ad irrorare i territori”. Lo afferma Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi). “E’ incredibile e preoccupante – aggiunge – che ampie zone della regione siano toccate da una siccità definita estrema, cioè l’anticamera della desertificazione“.

DEFICIT DI NEVE. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Anbi sulle Risorse Idriche, il Piemonte, dove da inizio anno è piovuto e nevicato la metà del consueto, è sempre più stretto nella morsa della siccità con un deficit pluviometrico mensile, che si attesta al 40%, ma che a livello di bacini fluviali arriva a toccare l’81% sull’Orba, il 74% sulla Bormida il 67% sul Cervo, il 62% su Scrivia Curone. Per quanto riguarda la neve, nel bacino piemontese il deficit si attesta al 48%, ma solo perché nel macrobacino della Dora Baltea, in continuità con quanto rilevato nella vicina Valle d’Aosta, la situazione risulta essere nella media (per la pioggia c’è addirittura un surplus); negli altri bacini fluviali, invece, si registrano deficit di manto nevoso fino al 100% sul Cervo, 99% sul Tanaro, 85% sulla Stura di Demonte, 82% sul Ticino.

TUTTI I FIUMI SOTTO LA MEDIA. Calano le portate di tutti i fiumi: Tanaro ha oltre l’80% in meno di acqua, Toce -75%, Stura di Lanzo -72%, Stura di Demonte -70%. Le risorse idriche disponibili complessive sono inferiori del 45% alla media, ma solo perché a falsare i dati statistici è ancora il macrobacino della Dora Baltea (-7%), senza il quale lo scarto salirebbe addirittura al 73% nel Piemonte meridionale (Piemonte settentrionale -59%, orientale -54%, occidentale -52%). Ovviamente non va meglio per le acque sotterranee, le cui analisi evidenziano ovunque una situazione di criticità diffusa.

PO IN SITUAZIONE DRAMMATICA. Drammatica la situazione del Po, ora evidente lungo tutta l’asta: ovunque la portata decresce vistosamente ed è inferiore ai minimi storici e addirittura al siccitosissimo 2022; giorno dopo giorno i deficit di portata aumentano, tanto che all’ultimo rilevamento a Pontelagoscuro, dove lo scarto è del 72% sulla media storica, si è già scesi a 433,28 metri cubi al secondo, sfondando la soglia di mc/s 450, sotto cui il fiume non è in grado di opporre resistenza alla risalita del cuneo salino.

L’acqua e i deficit strutturali italiani: imitiamo gli antichi romani

Grazie alla Giornata mondiale dell’Acqua ci si è accorti che questo bene essenziale per la nostra esistenza va preservato e che a tendere – se il clima continuerà a fare le bizze – diventerà prezioso quanto lo sono il petrolio o il gas. Non a caso, da anni l’etichetta (e qui per fortuna il Nutriscore non c’entra…) che viene data all’acqua è quella di Oro Blu.

Ma la riflessione spontanea, più che sulla scarsa piovosità che ormai accompagna inverni e primavere – è legata alle infrastrutture. Sintetizzando: abbiamo rubinetti che non tengono e tubi che perdono, non abbiamo invasi per la raccolta dell’acqua piovana, siamo – in Italia – molto indietro come accade in altri ambiti. Ora, al di là di improvvisare la danza della pioggia, conviene che chi sta nella stanza dei bottoni, indipendentemente dall’appartenenza politica, acceleri le pratiche di ammodernamento del nostro sistema idrico. Perché – provochiamo – va bene pensare alla transizione ecologica, va benissimo provare ad abbattere la produzione di Co2, ma diventa di primaria importanza la gestione dell’acqua.

L’Italia è il secondo Paese della Ue per metri cubi d’acqua prelevata per uso civile, ma solo il 58% viene utilizzata; il restante 42% si disperde qua e là. Immaginiamo se, andando a fare il pieno di benzina o di gasolio, la metà del serbatoio lo rovesciassimo a terra. Ecco, in Italia succede questo tutti i giorni. Domanda: è (ancora) sopportabile una situazione così? Quarantatré milioni di persone sarebbero ‘dissetate’ ogni anno dall’acqua ‘scappata’ da quei rubinetti e da quelle tubature che sono inefficienti, anzi marce, che hanno lustri e lustri di utilizzo alle loro spalle. E che, usando una metafora in linea con questo tema, fanno acqua da tutte le parti. E allora: ben venga la Giornata mondiale dell’Acqua ma non sia per l’appunto una giornata sola, fine a se stessa. Si metta mano al dedalo di tubi che permette di lavarsi e di irrigare i campi, si metta mano alla costruzione di invasi che raccolgano l’acqua piovana, si agisca in fretta e bene sulle infrastrutture. Lo facevano gli antichi romani due mila anni fa, quando non c’erano i satelliti per le previsioni meteo e non si parlava di cambiamento climatico, rifarlo oggi non è un reato. Solo buonsenso. E spirito di sopravvivenza.