Meloni festeggia a Bari governo più longevo: “Stabilità prima riforma, non intendo mollare”

Il governo più longevo della storia della Repubblica italiana non è solo una somma di giorni. Al suo 1.413esimo giorno, dal palco di Bari Giorgia Meloni insiste soprattutto sul concetto di stabilità, “la prima grande riforma” del Paese. Non un vezzo ma “uno scudo” per “proteggere questa nazione”.

I benefici della stabilità, ricorda la presidente del Consiglio, sono in primis economici, perché favoriscono le imprese, valorizzano il ruolo dell’Italia sui mercati e nel mondo. Questi quattro anni non sono stati semplici, racconta, perché non è facile “scardinare incrostazioni di potere che sono vecchie di decenni”. Richiede “tempo, pazienza, richiede una montagna di coraggio”. Ci sono stati giorni in cui, confessa la prima ministra, “mi è sembrato di nuotare dentro la colla”. Ma avverte chi tenta di ostacolarla: “Mettetevi comodi! Se pensavate di prenderci sulla stanchezza, beh, non avete capito con chi avevate a che fare”.

Il palco è quello di un evento organizzato da Fratelli d’Italia, al quale partecipano anche gli altri leader della maggioranza, il presidente di Forza Italia Antonio Tajani e il segretario della Lega Matteo Salvini (suoi vicepremier) in videocollegamento e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi in presenza. Da qui, l’inquilina di Palazzo Chigi vanta “un consenso più alto di quello che avevamo il primo giorno”. Anche per questo, la celebrazione ha il sapore di un inizio di campagna elettorale che porterà l’Italia al voto il prossimo anno.

In un quadro internazionale sempre più instabile, l’energia prodotta in casa è al centro della strategia per proteggere il Paese. Nucleare in futuro (“dopo quarant’anni abbiamo riaperto la strada”) ma anche il petrolio per il presente nella ricetta. “Intendiamo aumentare la percentuale di petrolio estraibile nei nostri mari”, annuncia Meloni, perché “non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce lo abbiamo in Basilicata”. E perché, ribadisce, “per noi la transizione non significa impoverire le famiglie, non significa chiudere le fabbriche, non significa consegnare il futuro a potenze straniere, significa autonomia, significa innovazione, significa neutralità tecnologica”. Un piano che consenta di andare oltre i decreti d’urgenza. “Abbiamo protetto la sicurezza energetica con oltre 60 miliardi di euro stanziati per difendere le famiglie e le imprese dal caro energia, il bonus sociale portato a 315 euro, bollette più leggere per le imprese, e un contributo chiesto da noi ai grandi dell’energia”, scandisce.

Il Pnrr con cui “abbiamo fatto lezione in Europa” per aver “speso al meglio i soldi” e un taglio delle tasse a favore del potere d’acquisto sono tra i traguardi che ricorda nel lungo discorso. La premier respinge poi le accuse di negazionismo climatico: “Siamo banalmente persone intelligenti”, sostiene, vantando di aver protetto a Bruxelles gli allevatori e i contadini “dal furore ideologico dell’ambientalismo cieco, perché per noi chi coltiva, chi alleva, chi pesca non è nemico dell’ambiente, è il primo custode della natura”.

Insomma, agli italiani, alla maggioranza e alle opposizioni, dalla città pugliese l’inquilina di Palazzo Chigi promette: “Non intendo arrendermi e non intendo accontentarmi”. E si propone, anche per gli anni a venire, di “combattere, scommettere e rilanciare”. Perché quando tra qualche decennio qualcuno racconterà questi anni, “a me non interessa che si dica che siamo stati il governo che è durato di più. Io voglio che si dica che c’è stato un momento in cui questa nazione ha smesso di rassegnarsi”.

benzina diesel

Carburanti, Cdm proroga taglio accise gasolio al 5/9. Extraprofitti dividono la maggioranza

Il governo interviene ancora una volta per tamponare il caro carburanti in vista del lungo controesodo estivo. Un Consiglio dei ministri lampo, riunitosi nel tardo pomeriggio, ha infatti prorogato fino al 5 settembre il taglio delle accise sul gasolio, pari a 17 centesimi e in scadenza proprio oggi. La misura, dal costo di circa 130 milioni di euro, non prevede alcuno sconto sulla benzina, a conferma della linea governativa adottata già da fine luglio. Il provvedimento – il settimo complessivamente, tra tagli iniziali e successive proroghe mirate prevalentemente sul gasolio – si inserisce in un contesto particolarmente pesante, con prezzi record schizzati alle stelle.

Secondo le stime dell’Ufficio economico di Confesercenti, a parità di consumi, i soli mesi di luglio e agosto hanno comportato per gli automobilisti italiani un aggravio complessivo di 1,8 miliardi di euro in più rispetto allo stesso periodo del 2025, segnando un incremento del 21% della spesa per i rifornimenti. Nonostante l’intervento dell’Esecutivo, opposizioni e associazioni dei consumatori bocciano però senza appello la proroga, definendola un mero intervento tampone incapace di risolvere il problema alla radice. Con il prezzo medio della benzina sulla rete stradale nazionale salito a 2,017 euro al litro e il gasolio attestato a 2,137 euro al litro, secondo le ultime rilevazioni di questa mattina dell’Osservatorio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Paese fa infatti i conti con un caro-carburanti ormai fuori controllo.

Ancora più pesanti i listini lungo la rete autostradale, dove la benzina tocca i 2,092 euro e il diesel vola a 2,208 euro al litro. Il confronto politico resta pertanto incandescente, con famiglie e imprese che attendono risposte strutturali per evitare che il caro-energia paralizzi i consumi nella delicata fase del rientro dalle vacanze e dell’avvio della stagione autunnale. Ad acuire il dibattito c’è stata la risposta della Commissione europea alla richiesta avanzata dall’Italia, con altri cinque Stati membri (Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna), di introdurre un quadro normativo comune per tassare i super-profitti dei colossi energetici.

Bruxelles ha però gelato le aspettative dei governi nazionali, chiarendo che la tassazione degli extraprofitti rientra nella esclusiva competenza dei singoli Stati, i quali possono già attivare autonomi poteri fiscali. La pronuncia ha fatto esplodere immediatamente le divergenze all’interno della maggioranza di centrodestra. Da una parte Forza Italia, col vicepremier Antonio Tajani che ha espresso contrarietà assoluta a qualsiasi ipotesi di prelievo fiscale straordinario, dichiarando che l’idea di tassare gli extraprofitti gli “fa venire l’orticaria” e sa molto “di Unione Sovietica“. Tuttavia, pur aprendo alla possibilità che tutti diano una mano, comprese le aziende petrolifere, Tajani ha posto un paletto rigidissimo: il contributo deve essere frutto di un accordo e di un confronto volontario, e non di un’imposizione dall’alto. Posizione sposata anche da Patto Nord: “Su extraprofitti la pensiamo come FI“. Dall’altra parte però c’è la Lega, che chiede ancora una volta un contributo di solidarietà agli istituti bancari, forti di utili straordinari miliardari, per trovare le coperture necessarie a ridurre in modo strutturale le accise senza gravare ulteriormente sulle tasche dei cittadini. Intanto le associazioni di categoria denunciano un quadro economico già insostenibile per le famiglie.

Confcommercio evidenzia che nel 2026 le spese obbligate (casa, energia, bollette, trasporti e sanità) continuano ad assorbire una fetta enorme dei bilanci familiari, pari al 41,7% del totale, spinte da un’inflazione dei beni primari cresciuta in trent’anni in modo vertiginoso. Per questo, organizzazioni come Codacons (“La montagna ha partorito il topolino“), e l’Unione Nazionale Consumatori invocano interventi strutturali a lungo termine sui carburanti, dal ripristino efficiente delle accise mobili a una vera lotta alle speculazioni e alle pratiche commerciali scorrette, criticando apertamente la strategia dei bonus temporanei e dei decreti spot. Infine Assoutenti: “Sconto insufficiente, le misure assistenziali non sono la strada giusta“. A livello parlamentare le cose non cambiano.

Il Pd, con la segretaria Elly Schlein e i capigruppo di Camera e Senato, accusa l’Esecutivo di immobilismo e litigi continui sulla pelle dei cittadini, ribadendo che le risorse per sostenere il Paese dovrebbero arrivare tassando i profitti anomali accumulati dalle multinazionali dell’energia e delle banche durante la crisi. Sulla stessa lunghezza d’onda il M5S e Iv, che parlano rispettivamente di “tassa occulta sul pieno” e di “gestione fallimentare della crisi energetica”. E Bonelli (Avs): “Governo alleato di potenti e super ricchi“. Dal canto suo FdI difende l’operato del Governo, definendo la polemica delle opposizioni “una sterile strumentalizzazione” e sottolineando che l’Italia, nel confronto europeo, mantiene prezzi alla pompa allineati o inferiori rispetto a gran parte dei partner continentali, grazie a stanziamenti miliardari messi in campo per calmierare i mercati.

Carburanti, governo lavora a proroga del taglio delle accise: cdm venerdì

Il taglio delle accise sui carburanti è stato varato in consiglio dei ministri il 18 marzo e scadrà il 7 aprile. Ma il governo lavora a una proroga, presumibilmente di altri venti giorni, che finirà sul tavolo di una nuova riunione dell’esecutivo venerdì 3 aprile alle 10.

In queste ore, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti cerca le coperture. L’obiettivo è una conferma dello sconto di 24 centesimi in vigore dal 19 marzo scorso. La durata del provvedimento dipenderà dalle risorse che il Mef riuscirà a reperire: serviranno tra i 500 e i 600 milioni di euro, considerando che il primo decreto è stato finanziato con 400 milioni, a cui si sono aggiunti 100 milioni per il credito d’imposta da destinare agli autotrasportatori.

I prezzi dei carburanti restano alti. L’osservatorio sui prezzi dei carburanti dei Mimit questa mattina registrava il prezzo medio dei carburanti in modalità ‘self service’ lungo la rete stradale nazionale a 1,754 €/l per la benzina e 2,076 €/l per il gasolio. Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 1,821 €/l per la benzina e 2,142 €/l per il gasolio. Nel corso della giornata, però, il Mit ha reso noto che, a seguito del tavolo convocato da Matteo Salvini lo scorso 25 marzo, le concessionarie autostradali hanno “accolto l’appello del ministro” facendo partire l’iter che porterà nei prossimi giorni alla riduzione del prezzo di vendita al pubblico dei carburanti di 5 centesimi di euro al litro nelle aree di servizio sulla rete di competenza per 20 giorni. Il vicepremier è già al lavoro per convocare nuovamente le compagnie petrolifere ed evitare ulteriori speculazioni.

Le imprese, che già si leccano le ferite dei mesi trascorsi, lanciano un grido d’aiuto a Bruxelles: “Siamo consapevoli delle difficoltà del bilancio pubblico e del tema accise, ma dobbiamo essere chiari, se i conflitti attuali persisteranno, l’Italia non potrà farcela da sola”, spiega il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, lasciando il tavolo al Mimit su Transizione 5.0.

Le associazioni dei consumatori si dicono preoccupate anche per le festività pasquali: “Gli italiani che si sposteranno in auto dovranno prepararsi alla stangata”, avverte il Codacons, rilevando che il gasolio costa oggi il 29% in più rispetto alle feste di Pasqua del 2025, pari ad un aumento di 47 centesimi al litro e una maggiore spesa da +23,5 euro a pieno. La benzina, che ha beneficiato del riordino delle accise, costa invece in media il 2,4% in più rispetto alla Pasqua del 2025. La proroga del taglio delle accise è una misura “inevitabile”, insiste il Codacons, considerando che alla scadenza dello sconto fiscale e senza interventi il gasolio al self schizzerà immediatamente sopra i 2,3 euro al litro, arrivando a 2,4 euro in autostrada.

“Si rischia di mettere in ginocchio imprese, famiglie e, soprattutto, l’intera economia italiana ed europea”, denuncia il presidente nazionale della Fapi, Gino Sciotto, che chiede al governo di “immaginare un percorso comune con i partner dell’Unione Europea per fronteggiare una crisi energetica senza precedenti”. Pensa a misure eccezionali, analoghe a quelle messe in campo con il Pnrr: “La pandemia energetica rischia di colpire duramente partite Iva e imprese che, in una condizione così difficile, non possono che confidare nell’intervento del Governo, attraverso il taglio delle accise ma anche con strumenti di sostegno capaci di calmierare il prezzo di beni e servizi”, insiste.

“Anche Draghi andava di proroga in proroga”, ricorda Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc), che chiede, in deroga all’allineamento chiesto dall’Ue, di abbassare le accise in modo differenziato tra benzina e gasolio. “Il taglio del gasolio deve passare da 20 ad almeno 40 cent se si vuole che si collochi stabilmente sotto i 2 euro anche in autostrada”, scandisce.

Assoutenti domanda poi di intervenire nuovamente anche a favore dell’autotrasporto. Perché gli effetti dei rincari dei carburanti si sono visti sui prezzi al dettaglio che a marzo, secondo l’Istat, sono aumentati del +0,5% in un solo mese. Rispetto a fine febbraio il gasolio, nonostante il taglio delle accise, costa il 20,5% in più, e senza lo sconto fiscale il rialzo sarebbe addirittura del +34,6%, quasi 60 centesimi di più (59,7 cent) su ogni litro di diesel, pari ad una maggiore spesa da quasi +30 euro a pieno. Numeri che, per il presidente Gabriele Melluso, dimostrano come “la proroga del taglio delle accise, unitamente a sgravi in favore degli autotrasportatori, siano l’unica strada percorribile per evitare conseguenze catastrofiche sui prezzi al dettaglio e sulle tasche delle famiglie”.

Francia, entra in carica il Lecornu 2: corsa contro tempo per presentare bilancio

Il secondo governo di Sébastien Lecornu, composto da ministri politici e tecnici, entra in carica oggi con l’obiettivo di presentare un progetto di bilancio nei tempi previsti e di trovare la “strada” che gli eviti la censura promessa dall’opposizione. Dopo un passaggio di consegne che Matignon ha voluto “sobrio”, senza stampa, senza ospiti e al chiuso, il capo del governo riunirà i suoi nuovi ministri a Matignon alle 14:30. La loro priorità sarà quella di “dare un bilancio alla Francia entro la fine dell’anno” e cercare di far uscire la Francia da una crisi politica senza precedenti. Dimessosi all’inizio della scorsa settimana, riconfermato venerdì al termine di una missione lampo presso le forze politiche, Sébastien Lecornu è in bilico.

Tutte le opposizioni minacciano di farlo cadere e le sue speranze di sopravvivenza dipendono solo dal Partito socialista, con il quale sta cercando di trovare un accordo, in particolare sulle pensioni. Un primo Consiglio dei ministri si terrà domani alle 10, al ritorno del presidente Emmanuel Macron da un viaggio in Egitto per sostenere l’accordo tra Israele e Hamas. Il governo spera di presentare un progetto di bilancio che possa essere trasmesso nel corso della giornata al Parlamento e poi discusso nei tempi previsti. La Costituzione prevede che il Parlamento abbia 70 giorni di tempo per esaminarlo e approvarlo prima del 31 dicembre. Nei giorni successivi, il primo ministro dovrebbe pronunciare la sua tradizionale e attesissima dichiarazione di politica generale (DPG), in cui illustrerà la sua tabella di marcia, pur rimanendo, come i suoi predecessori, privo di maggioranza.

Domenica sera Lecornu ha presentato una squadra composta da volti nuovi, di cui otto provenienti dalla società civile e 26 dalle forze politiche, tra cui 11 dal partito presidenziale Renaissance. Ma i sei ministri di destra sono stati immediatamente esclusi dal partito Les Républicains (LR) di Bruno Retailleau, che aveva dato istruzioni – contestate dai deputati – di non entrare nella squadra Lecornu 2. Il prefetto della polizia di Parigi, Laurent Nuñez, succede a Bruno Retailleau al ministero dell’Interno, l’amministratore delegato uscente della SNCF Jean-Pierre Farandou è stato nominato al Lavoro e l’ex direttore generale dell’Istruzione scolastica Edouard Geffray all’Istruzione, succedendo a Elisabeth Borne che lascia il governo. Altre nomine di personalità meno note, questa volta politiche: il capo dei deputati indipendenti Liot Laurent Panifous viene incaricato delle Relazioni con il Parlamento, mentre il suo gruppo sarà fondamentale anche nel voto a favore o contro la censura. La deputata macronista Maud Bregeon diventa portavoce del governo, come già lo era nella squadra di Michel Barnier.

Diversi ministri, già presenti nei governi Bayrou o Barnier, rimangono al loro posto. Meno atteso, dato che Sébastien Lecornu non voleva circondarsi di personalità con ambizioni presidenziali, Gérald Darmanin è stato riconfermato ministro della Giustizia. Ha annunciato che si sarebbe preso una “pausa dalle attività di partito”. Dopo le successive prese di distanza di LR e della maggior parte dei suoi alleati centristi durante il fine settimana, Sébastien Lecornu ha ringraziato coloro che “si impegnano in questo governo in piena libertà, al di là degli interessi personali e di parte”. Questo nuovo esecutivo di 34 ministri, molto meno ristretto di quanto annunciato, ha tuttavia una durata che potrebbe essere limitata. “Non disimballate troppo in fretta i vostri scatoloni, la censura sta arrivando”, ha scritto su X la leader del gruppo insoumis all’Assemblea, Mathilde Panot. Marine Le Pen (RN) ha annunciato la presentazione di una mozione di censura già lunedì. Se Sébastien Lecornu dovesse dimettersi nuovamente, la prospettiva di un nuovo scioglimento dell’Assemblea nazionale, richiesto in particolare dall’estrema destra, potrebbe avvicinarsi ulteriormente. Il gruppo socialista (69 deputati), l’unico in grado di salvare il nuovo governo, ha posto l’asticella piuttosto in alto. Senza la conferma “dell’abbandono del 49-3, delle misure per proteggere e rafforzare il potere d’acquisto dei francesi e di una sospensione immediata e completa della riforma delle pensioni, lo censureremo”, ha avvertito. “Non ci sono segnali molto positivi”, ha deplorato domenica su BFMTV il segretario generale del PS, Pierre Jouvet. Ma ha precisato, come il leader del partito Olivier Faure, che i socialisti aspetteranno la dichiarazione di politica generale per pronunciarsi.

Clima, governo vara nuovo Piano sociale da 9,3 miliardi. Pichetto: “Sosteniamo famiglie e imprese”

Il governo vara un nuovo Piano sociale per il clima sul quale investe 9,3 miliardi di euro. Il documento strategico è pronto, ora il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica lo invierà alla Commissione europea per la validazione finale, prima dell’entrata a regime.

L’obiettivo del testo è “accompagnare la transizione ecologica dell’Italia mettendo al centro le persone”, verga il Mase nella nota in cui annuncia la fine di un lavoro condotto “con il supporto di un Gruppo Tecnico di Lavoro e in stretta sinergia con tutte le amministrazioni coinvolte”. Le intenzioni dell’esecutivo sono quelle di fornire una risposta “alle sfide della transizione climatica, garantendo equità sociale, sostegno alle fragilità, sviluppo territoriale e innovazione”.

Entrando nel dettaglio, il nuovo Piano sociale per il clima si articola in quattro grandi misure, due delle quali riguarderanno il settore dell’edilizia e le altre due la mobilità sostenibile. Di questi oltre 9 miliardi, 3,2 miliardi saranno investiti sia nella riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica in classe F e G sia di quelli di proprietà delle microimprese vulnerabili. Il ritorno atteso dalla misura è di un risparmio complessivo di circa 250 milioni annui: 125 milioni per circa 210mila famiglie vulnerabili e 131 milioni per oltre 80mila microimprese. Altri 1,375 miliardi di euro, poi, sono destinati all’ampliamento del Bonus sociale cosiddetto ‘Gas Plus’, mentre 3,105 miliardi serviranno per sostenere lo sviluppo di servizi di mobilità pubblica e hub di prossimità nelle aree svantaggiate. Infine, 1,74 miliardi sono riservati dedicati alla misura ‘Il mio conto mobilità’, con portafogli digitali per il trasporto pubblico rivolti alle persone in condizione di povertà dei trasporti.

La transizione ecologica non può lasciare indietro nessuno. Con questo Piano lo dimostriamo nei fatti, investendo risorse senza precedenti per aiutare famiglie e imprese a reggere l’impatto dei cambiamenti e cogliere le opportunità di un’Italia più moderna, giusta e sostenibile”, commenta il ministro, Gilberto Pichetto Fratin. Il documento ora sarà trasmesso alla Commissione Ue secondo le scadenze previste – spiega il Mase -, per consentire l’attivazione delle misure nei tempi utili e garantire la piena operatività dal 2026 al 2032. “Questo Piano è frutto di un confronto rigoroso e trasparente con amministrazioni, territori, parti sociali e stakeholder – conclude Pichetto Fratin -. È un tassello fondamentale della strategia italiana per una transizione verde giusta, che tenga insieme crescita economica, tutela ambientale e coesione sociale”.

Non mancano, però, le critiche. Non sulla bontà del piano quanto sulle modalità operative. A lanciare l’allarme è la Uil: “L’annuncio del Mase è certamente un passaggio rilevante, ma non possiamo fare finta che tutto stia andando nel verso giusto“, dice la segretaria confederale della Uil, Vera Buonomo. Spiegando che “se è vero che servono risorse per accompagnare la transizione ecologica, è altrettanto vero che queste non possono essere programmate né spese senza il coinvolgimento pieno delle parti sociali“. Perché “il regolamento europeo che istituisce il Fondo sociale per il Clima prevede esplicitamente la partecipazione di sindacati e organizzazioni sociali nella definizione dei piani nazionali“. Dunque, aggiunge Buonomo, non si tratta di una facoltà ma di un preciso obbligo. Al momento, questo passaggio è mancato ed è un limite grave, che rischia di indebolire il Piano stesso di fronte alla Commissione europea“. Ora la palla passa a Bruxelles.

Besseghini: “Fer 2 costerà 8-10 euro/MWH in bolletta. Mercato gas ancora nervoso”

Dagli stoccaggi di gas alle rinnovabili che incideranno nelle bollette per effetto del decreto Fer 2, ai costi della Tari e la nuova Europa. Stefano Besseghini a tutto campo ai microfoni del #GeaTalk. Il presidente dell’Arera fa il punto sui prezzi per gli approvvigionamenti di gas: “Tutto apposto? Magari è un po’ eccessivo, sicuramente non abbiamo più quei livelli di prezzi e questo molto ci tranquillizza. In ogni caso siamo più vicini ai 40 euro al Megawattora che ai 30 euro, il ché è indice di una situazione dei mercati ancora nervosa”, spiega. Chiarendo che “siamo grossomodo al doppio del valore storico di valorizzazione della commodity gas“, ma rispetto al passato “abbiamo alcuni cambi di assetto fondamentali, uno su tutti il ruolo dell’Lng, che non essendo collegato tubi fisici ci espone di fatto al mercato globale“.

Altro tema caldo è il decreto Fer 2, appena approvato dalla Commissione Ue, che consente di realizzare degli impianti per la produzione di energia rinnovabile. L’unica controindicazione è che può costare fino a 35 miliardi in venti anni, da coprire con aumenti in bolletta nella componente Asos, con un onere da calcolare nel delta tra la richiesta dei produttori nelle procedure competitive e i prezzi dell’energia elettrica sui mercati spot. “E’ molto difficile fare una stima – dice subito Besseghini -. Diciamo che, probabilmente, parliamo di circa 8-10 euro al MWH per la bolletta del consumatore, ma vedremo il suo dispiegamento nei prossimi vent’anni e a partire da quando questi impianti diventeranno operativi“.

Nel frattempo si andrà avanti con i metodi ‘tradizionali’, perché “il gas lo abbiamo raccontato, in tempi non sospetti, come combustibile di transizione e in fondo questo ruolo non viene meno. Ci accompagnerà, soprattutto nella generazione elettrica, ancora per qualche tempo“. Dunque, meglio capire che cosa aspettarci nel prossimo inverno. “Dal punto di vista delle forniture, che sono un po’ la sonda principale, pur rimanendo sempre cauti sulle previsioni di prospettiva, non si vedono indicatori di criticità particolari“. Ergo “guarderei a questo autunno con ragionevole fiducia, nel convincimento che poi entrando nel 2025/2026 le cose andranno tendenzialmente migliorando“.

Il dibattito politico, e non solo, è acceso anche sulla fine della finestra per il rientro nel mercato tutelato, in scadenza il prossimo 1 luglio. La Lega vorrebbe allargare le maglie almeno fino alla fine del 2024. “Questa è una valutazione che deve fare il governo“, mette il primo paletto Besseghini. Che vede anche delle potenziali criticità: “Questi termini hanno anche vincoli rispetto agli impegni presi e i processi già definiti, visto che l’assegnazione delle gare è avvenuta a inizio anno e rinviare alla fine di dicembre vorrebbe dire assegnare il consumatore, a distanza di un anno“. Poi, però, tutto va valutato nel contesto delle dinamiche” ma “una dilatazione di tempi porta anche a disperdere questo tipo di convenienza” dovuta alle gare ben costruite, avvisa.

Passando da un argomento all’altro, il presidente dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente ritiene “estremamente virtuoso” che l’Antitrusteserciti una moral suasion sul suo approccio, cioè la visione ex post delle dinamiche di mercato che si instaurano, soprattutto in un momento di transizione in cui la chiarezza e la precisione delle informazioni aiuta a orientarsi“, commenta l’uscita dell’Agcm verso le aziende del settore energivoro. “E’ una ‘never ending story’ quella del miglioramento della chiarezza delle bollette, tant’è vero che abbiamo in corso uno specifico procedimento, che non voglio chiamare ‘bolletta 3.0’ ma è esattamente finalizzata, con un ascolto attento delle associazioni dei consumatori, a trovare un meccanismo omogeneo delle informazioni che i clienti trovano nella bolletta – prosegue -. Perché molto spesso il problema è non trovarla sempre nello stesso posto e questo è molto disorientante. Per parte nostra cerchiamo di costruire strutture di regolazione che portino a elementi formativi chiari“.

Infine, i rifiuti. “E’ abbastanza difficile dire, genericamente, che si spende troppo per la Tari – sottolinea Besseghini -. Ciò che conta è che si spenda coerentemente con i servizi che si ottengono“. Allo stesso tempo “è drammaticamente vero che abbiamo ancora zone del Paese, lo abbiamo letto in tutte le relazioni annuali, in cui il rapporto tra il costo che si sostiene e il servizio che si ottiene, o il servizio ambientale, quindi la capacità di aderire alle indicazioni su smaltimento rifiuti e riciclo, sono molto sbilanciato. Questo, però, tipicamente dipende da assetti industriali un po’ deboli, da gestioni in economia o, appunto, dalla mancanza di impianti“. Situazione che si verifica più al Sud che al Nord, ma anche sulla separazione territoriale, il presidente di Arera invita a non essere “così netto nel tracciare la divisione“.

Via libera al Def, Pil all’1% nel 2024. Giorgetti: “Impatto Superbonus devastante”

La crescita è rivista in ribasso, ma a pesare sono soprattutto i conti del Superbonus. Il Consiglio dei ministri approva il Documento di economia e finanza, ma per i numeri del programma strutturale “il termine deciso in sede europea è il 20 settembre“, come spiega Giancarlo Giorgetti, che spera comunque di arrivare a dama prima della scadenza. Il ministro dell’Economia spiega che il Def “tiene conto di quelle che sono le decisioni, o meglio la rivoluzione delle regole di bilancio e fiscali Ue, tali per cui mancano le disposizioni attuative, le istruzioni per la costruzione del percorso“.

Il quadro tendenziale prevede, per il 2024, un Prodotto interno lordo all’1%, Deficit al 4,3 e il debito al 137,8 percento. Il prossimo anno, invece, il Pil è stimato all’1,2%, il deficit al 3,7 e il debito al 138,9%. Nel 2026 la previsione è Pil all’1,1%, deficit al 3 e debito al 139,8 percento, infine nel 2027 le stime vedono il Pil allo 0,9%, il deficit al 2,2 e il debito al 139,6. “Le nostre previsioni sono, per quanto riguarda la crescita economica, riviste al ribasso rispetto alla Nadef, ma le previsioni sono assai complicate da fare in un quadro internazionale geopolitico complicato“, spiega Giorgetti. Che sui bonus dice, senza troppi giri di parole: “L’impatto del Superbonus e simili è, ahimè, devastante“. Entrando poi nel dettaglio: “L’andamento del debito è pesantemente condizionato dai riflessi per cassa del pagamento dei crediti fiscali del Superbonus per i prossimi anni, come è stato ampiamente detto: quando questa enorme massa dei 219 miliardi di crediti edilizi scenderà in forma di compensazione, quindi di minori versamenti nei prossimi anni, diventerà a tutti gli effetti debito pubblico, anche ai fini contabili, oltre a esserlo già oggi, di fatto, in termini di impegni assunti dai cittadini italiani“.

L’obiettivo del governo resta comunque quello di “confermare la decontribuzione, che scade nel 2024 e che intendiamo assolutamente replicare nel 2025“, dice ancora Giorgetti. Anzi, l’obiettivo è procedere spediti verso la prossima legge di Bilancio, tant’è che fonti di Palazzo Chigi faranno sapere che “nella fase attuale in cui mancano ancora le indicazioni operative su come dovrà essere impostato il Piano, è stata concordata a livello europeo la possibilità di sospendere le vecchie procedure per evitare di svuotare l’atto politico di contenuto. Un processo lineare che si concluderà in tempo per la messa a punto della Legge di Bilancio per il 2025, senza nessun rischio di generare incertezze sui mercati“.

Dalle opposizioni, però, arriva un coro di critiche. Dal Pd è la presidente dei deputati, Chiara Braga, a parlare di “presa in giro: il governo presenta un Def ‘transitorio’, cioè non dice come coprirà le spese almeno fino alle europee. Poi la ricetta sarà la solita: tagli a sanità, scuola, lavoro. Irresponsabili e incoscienti, a spese dei cittadini“. Il M5S definisce il testo dell’esecutivo “fantasma“, mentre il capogruppo di Iv in commissione Bilancio della Camera, Luigi Marattin, attacca duro: “In politica ne avevamo viste tante, ma un governo che dice che 15 miliardi di tagli di tasse verranno mantenuti l’anno prossimo quando contemporaneamente presenta un Def che non lo fa, non ci era davvero mai capitato“.

A difendere l’operato del Mef è, invece, Matteo Salvini: “Giorgetti ha fatto un ottimo lavoro, alle opposizioni non va mai bene niente, ma io sono contento di quello che abbiamo fatto“, commenta il vicepremier e leader della Lega. Anche FdI si schiera con il ministro dell’Economia: “Non poteva fare altrimenti il governo se non presentare un Documento di economia e finanza che contenesse soltanto un quadro macroeconomico tendenziale – afferma il presidente della commissione Bilancio del Senato, Nicola Calandrini -. Gli elementi utili per la nuova manovra saranno invece compresi nel Piano fiscale strutturale di medio termine, previsto dalle nuove regole di governance Ue, da presentare entro l’estate“.

Agroalimentare, Agriturist: Comprendiamo difficoltà legislative, confidiamo in future azioni

Dispiace l’esclusione dal bando degli agriturismi. Tuttavia, Agriturist comprende l’azione del ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, tesa a non perdere i 76milioni di euro destinati alla promozione del patrimonio agroalimentare italiano. E’ quanto comunica l’associazione in una nota.

Continuiamo a chiedere l’inclusione di una rete di attività fondamentale per la valorizzazione dell’enogastronomia italiana e della tutela del nostro paesaggio, ma – prosegue il comunicato – comprendiamo che i criteri fissati nel 2022 erano contenuti in un decreto già approvato e registrato alla Corte dei Conti. Confidiamo, quindi, in future azioni di sostegno specifiche per gli agriturismi, che rappresentano un settore fortemente connesso con le produzioni DOP, IGP e bio, divenute punto di riferimento dell’enogastronomia e del turismo ad essa collegato“.

Agricoltura, Giansanti: In Italia si può fare di più, mi aspetto convocazione governo

“Nella legge di bilancio le risorse sono meno dell’anno precedente. Io ho grande rispetto per il debito pubblico e comprendo che bisogna fare misure anche impopolari, e quindi il taglio della legge di bilancio in tutti i ministeri è evidente. Ad esempio, è stata tolta l’agevolazione sull’Irpef che vale 200 e più milioni di euro. Oggi il superbonus limita la capacità ma si può fare qualcosa di meglio, credo che l’apertura che leggo da giornali sull’Irpef sia positiva, ma ci sono misure, anche strutturali, che se adottate in Italia possono agevolare il sistema agroindustriale. Penso a tutti i temi legati al lavoro”. Così il presidente di Confragricoltura, Massimiliamo Giansanti intervenendo al #geatalk format videogiornalistico di GEA.

“Io credo che sul piano italiano ancora qualcosa si possa fare e mi aspetto a breve una convocazione da parte del governo per mettere sulla tavola quelle che sono le nostre richieste”.

Stellantis, Pd-Avs-M5S per entrata dello Stato, c.destra e Iv frenano. Sindacati: Serve tavolo

La bomba Stellantis deflagra nel dibattito politico italiano. A far detonare la polemica è il botta e risposta dai toni decisamente duri tra l’ad del gruppo, Carlos Tavares, e il ministro Adolfo Urso. Al manager che, in sintesi, attribuisce ai governi lo scarso appeal del mercato delle auto elettriche per la scarsità degli incentivi, il responsabile del Mimit replica in maniera puntuta: “Se chiede che l’Italia faccia come la Francia, che ha cambiato la sua partecipazione statale, ce lo chieda e possiamo ragionare insieme”. Da qui parte, o per meglio dire riparte, il fuoco di fila delle dichiarazioni.

Carlo Calenda, che da tempo cavalca il tema, potendo mettere sul tavolo anche la sua esperienza al Mise, ingrana la marcia: “Oramai è chiaro che Stellantis è francese e che tratterà l’Italia come un qualsiasi altro mercato. Elkann rimane chiuso in uno sprezzante silenzio, parla Tavares perché comanda solo lui”. Il segretario di Azione ha un’idea chiara sul da farsi: “La risposta del governo al ricatto di Stellantis non deve essere quella di farsi trascinare in un’asta annuale a rialzo sui sussidi pubblici”, piuttosto serve un “Piano competitività nazionale per tutte le aziende articolato su tre punti: industria 4.0 allargata ad ambiente ed energia, formazione 4.0, messa a terra degli Its su cui si sta andando lentissimi e diminuzione del costo dell’energia attraverso la redistribuzione dei proventi delle aste Ets come fanno in Germania”.

Molto attivo è anche l’ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando. “E’ importante stabilire una linea, magari prendendo per buona la sfida di Tavares ed entrando nel capitale e nel Consiglio di amministrazione, ma mettendo condizionalità sugli incentivi e sui trasferimenti”. Dura anche la segretaria dem, Elly Schlein: “Il governo non può tacere di fronte alle minacce dell’ad, gli incentivi siano condizionati in modo vincolante alla tutela dei posti di lavoro e alla riduzione delle emissioni”. Inoltre, è il momento di “studiare concretamente la strada della partecipazione pubblica per incidere sulla strategia aziendale”. A Schlein, però, replica Calenda. “No Elly, Tavares non ha lanciato una sfida, ha lanciato una minaccia e un ricatto incentivi contro posti di lavoro sulla pelle di 40mila lavoratori. E’ ora che il Pd si faccia sentire”.

Anche Avs apre all’entrata dello Stato. “Con le condizioni di un piano industriale verso l’elettrico, sarebbe un’ipotesi da prendere in considerazione”, spiega Angelo Bonelli. Per il M5Ssenza uno straccio di politica industriale, il governo Meloni non può che fare la figura dello zimbello degli Elkann e dello Stato francese”, sostiene il vicepresidente pentastellato, Mario Turco, secondo il quale “una presenza dello Stato nel capitale della società si rende necessario, a patto che si sia in grado di impostare una politica industriale”.

Non la pensano così in maggioranza. Di sicuro non in Forza Italia: “D’accordo tutelare l’occupazione ma noi siamo per liberalizzazioni e privatizzazioni. Adesso che cosa facciamo, entriamo nel capitale delle aziende private?”, mette in chiaro il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, intervistato da Affaritaliani.it. Fratelli d’Italia se la prende con Tavares: “Continua a lamentarsi della mancanza di incentivi all’elettrico, ormai sembra un disco rotto”, dice il senatore Gianpietro Maffoni. La Lega non si esprime sulla partecipazione pubblica, ma fa sapere che sarà attenta alla difesa dei diritti di tutti i lavoratori: “Le aziende che per anni hanno incassato miliardi non si permettano di minacciare o ricattare”. Voce fuori dal coro delle opposizioni è quella di Italia viva: “Appartengo a quella sparuta minoranza che ritiene piuttosto che lo Stato sia stato più spesso un problema che una soluzione“, sostiene il deputato ed economista, Luigi Marattin.

Oltre alla politica ci sono anche i sindacati. Fiom e Cgil non sarebbero contrari a una partecipazione pubblica in Stellantis, ma chiedono che Meloniconvochi un incontro con Tavares e sindacati per parlare di quello che conta veramente: livelli di produzione e occupazione negli stabilimenti italiani”. Il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, chiede all’esecutivo di farsi “garante di un patto tra istituzioni, impresa e sindacati sul rilancio del settore auto nel nostro Paese”. Va più sul pratico il leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri: “La nostra prima preoccupazione è sui livelli occupazionali, ma continuiamo a ritenere che questo governo abbia poche idee e confuse. Come si fa a dire che vendiamo pezzi di Eni e Poste ma compriamo un pezzo di Stellantis? – si domanda -. Si parla di incentivi, ma per cosa: per comprare auto che vengono dalla Cina? Incentivi alla produzione o agli investimenti? Occorre avviare un confronto con sindacati, azienda e governo chiarendo le linee di politiche industriali per i prossimi anni”. La partita, comunque, resta aperta e il triplice fischio decisamente molto lontano.