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Così le tecnologie cinesi per l’energia pulita salveranno il mondo: -1% CO2 in un solo anno

Chi poteva sospettare, fino a qualche anno fa, che l’impegno sulle rinnovabili in Cina fosse in grado di ridurre le emissioni globali e contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico? Ebbene, forte di una leadership nella produzione di tecnologie per l’energia pulita e di installazioni da record, il Paese del Dragone incide come pochi altri. Si prevede infatti che i pannelli solari, le batterie, i veicoli elettrici e le turbine eoliche esportati dalla Cina nel 2024 ridurranno le emissioni annuali di CO2 nel resto del mondo dell’1%, ovvero di circa 220 milioni di tonnellate (MtCO2). Non solo. Secondo un’analisi del Crea, Centro internazionale per l’Energia e l’aria pulita, pubblicata da Carbon Brief, la produzione cinese di tecnologie per le rinnovabili ha generato circa 110 milioni di tonnellate di CO2, il che significa che le emissioni iniziali “vengono compensate in molto meno di un anno di attività”. Nel corso del ciclo di vita (tra gli 8 e i 25 anni a seconda della tecnologia), i gas serra derivanti dalla produzione saranno compensati di quasi 40 volte, con un risparmio cumulativo di CO2 pari a 4 GtCO2.

Gli analisti del Crea spiegano che la rapida espansione della Cina nella produzione e nelle esportazioni di energia pulita “sta già rimodellando le traiettorie delle emissioni in diverse regioni chiave”. L’impatto delle tecnologie esportate si estende praticamente a tutto il mondo, con esportazioni verso 191 dei 192 stati membri delle Nazioni Unite, nonché investimenti nella produzione e nel finanziamento di progetti in 27 Paesi. Solo nel 2024, le esportazioni di energia pulita dalla Cina, insieme ai suoi investimenti all’estero del 2023 e del 2024, dovrebbero ridurre le emissioni nell’Africa subsahariana di circa il 3% all’anno una volta completate e del 4,5% nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa.

Un business, quello delle tecnologie per l’energia green, da capogiro: l’anno scorso l’export cinese di apparecchiature ha raggiunto un valore complessivo di 177 miliardi di dollari ma soprattutto, per la prima volta, le industrie del settore hanno contribuito per oltre il 10% al Pil nazionale, generando una produzione economica totale stimata di 1,9 trilioni di dollari. Dal 2023, inoltre, le aziende della Repubblica Popolare hanno annunciato progetti di produzione all’estero per un valore di 58 miliardi, nonché accordi di produzione e stoccaggio di energia per altri 24 miliardi. Il valore a valle dei prodotti e dei progetti di energia pulita all’estero che si basano su componenti cinesi è stimato in 720 miliardi di dollari all’anno. Ovvero quattro volte il valore delle materie prime esportate.

Una volta operativi, gli impianti costruiti dal 2024 con tecnologie cinesi eviteranno circa 220 Mt di CO2 all’anno. Questo considerando anche l’impatto delle esportazioni di veicoli elettrici, aumentate del 33% annuale nei primi cinque mesi del 2025. Le esportazioni di pannelli solari sono rimaste invece stabili (e nonostante un forte aumento della domanda interna), ma sono destinate a crescere nei prossimi anni, in linea con le proiezioni sulle installazioni globali. Oltre alle esportazioni dirette di attrezzature, lo studio rileva che gli investimenti in energia pulita all’estero annunciati dalle aziende cinesi nel 2023-24 (a partire dal segmento greenfield, come la costruzione di impianti per la produzione di moduli fotovoltaici) faranno risparmiare altre 90 Mt di emissioni di CO2 all’anno. In termini di tecnologie, le maggiori emissioni evitate derivano dal solare, con -280 MtCO2, seguito da batterie e veicoli elettrici con -50 MtCO2, mentre le esportazioni di turbine eoliche sono relativamente ridotte, consentendo di evitare ulteriori 20 MtCO2.

Prezzi alle stelle e instabilità globale: gli effetti a catena del clima estremo sul cibo

Nel 2024 le ondate di caldo estremo caldo nell’Asia orientale hanno contribuito all’aumento del 70% del costo del cavolo in Corea del Sud e del 48% del riso in Giappone ma sono alla base anche del +30% del costo delle verdure in Cina tra giugno e agosto 2024. Cina , Corea del Sud e Giappone sono tra i tanti Paesi ad aver vissuto l’anno più caldo mai registrato nel 2024. Negli Stati Uniti una siccità “senza precedenti” verificatasi in California e Arizona nel corso del 2022 ha contribuito a un aumento dell’80% dei prezzi della verdura tra novembre 2021 e novembre 2022. E ancora: la siccità nell’Europa meridionale nel 2022-23 ha causato un aumento del 50% del prezzo dell’olio d’oliva in tutta l’Ue da gennaio 2023 a gennaio 2024. La Spagna è il maggiore produttore mondiale di olio d’oliva, seguita dall’Italia: entrambi i Paesi sono stati gravemente colpiti da una crisi idrica. Questi alcuni dei risultati di uno studio dell’impatto del cambiamento climatico e degli eventi estremi sui prezzi di alcune delle principali materie prime agroalimentari. Il dossier, pubblicato su ‘Environmental Research Letters‘, analizza 16 esempi di aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari in tutto il mondo a seguito di periodi di caldo estremo, siccità o piogge nel periodo 2022-2024.

Tra queste commodities c’è ovviamente il cacao, il cui prezzo è salito alle stelle a livello globale negli ultimi due anni. Ciò è dovuto a una serie di fattori, afferma lo studio, tra cui le condizioni meteorologiche estreme in Ghana e Costa d’Avorio, dove viene coltivato oltre il 60% del cacao mondiale. Molte parti dei due paesi dell’Africa occidentale hanno sperimentato temperature “senza precedenti” fino a 50°C nel febbraio 2024 e dopo la prolungata siccità del 2023. Ma anche le patate del Regno Unito sono diventate notevolmente più costose dopo gli eventi meteorologici degli ultimi anni. L’analisi si basa sui dati di Copernicus per il periodo 1940-2024 e sull’indice standardizzato di precipitazione ed evapotraspirazione per il periodo 1901-2023, insieme a resoconti provenienti da una serie di organi di informazione e dati sui prezzi dei prodotti alimentari forniti da governi e gruppi industriali. “Il team di ricerca ha selezionato casi di studio in cui gli effetti sono così evidenti che non è necessaria un’analisi statistica quantitativa sostanziale per vederli. Chi è sul campo può vedere che questo è ciò che sta accadendo” ha spiegato a ‘Carbon Brief’ Maximilian Kotz, ricercatore post-doc al Barcelona Supercomputing Center e autore principale del nuovo studio. Gli autori dello studio sottolineano che, sebbene El Niño del 2023-24 “abbia probabilmente svolto un ruolo nell’amplificazione di alcuni di questi eventi estremi”, l’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi è “in linea con gli effetti previsti e osservati del cambiamento climatico”. Il nuovo studio esamina anche l’aumento dei prezzi del caffè dopo il caldo estremo in Vietnam nel 2024 e la siccità in Brasile nel 2023. Kotz ha affermato che gli esempi più notevoli di aumento dei prezzi hanno riguardato materie prime come il cacao e il caffè, disponibili a livello globale ma prodotti in aree concentrate, il che apre la “possibilità di una maggiore volatilità” in caso di eventi meteorologici estremi.

Uno studio del 2024 condotto dallo stesso Kotz e dai ricercatori della Bce (Banca centrale europea) ha rilevato che le alte temperature hanno aumentato l’inflazione alimentare “in modo persistente” – per 12 mesi – dopo gli eventi estremi sia nei Paesi ad alto che in quelli a basso reddito. Il nuovo studio è dunque un “proseguimento” di questa ricerca, poichè esamina alcuni degli altri fattori che influenzano i prezzi dei prodotti alimentari, come gli elevati costi di trasporto in Etiopia, nonché l’aumento dei costi di produzione e l’elevata domanda turistica che contribuiscono all’impennata dei prezzi del riso in Giappone. Questi risultati sono un “duro promemoria del fatto che il cambiamento climatico sta già esercitando una pressione significativa sulla produzione agricola a livello globale”, ha sottolineato Jasper Verschuur , professore associato di Ingegneria e sicurezza climatica alla Delft University of Technology nei Paesi Bassi. “Questo studio sottolinea inoltre che gli impatti degli shock sul settore agricolo possono avere ripercussioni intersettoriali, ad esempio sulla salute, sulla stabilità politica e sulla politica monetaria, che raramente vengono rilevate negli studi di modellizzazione. Sebbene la comprensione degli impatti locali degli eventi meteorologici estremi sulle rese e sui prezzi dei raccolti sia migliorata, gli impatti più ampi e i doppi effetti degli shock climatici e non climatici non sono ancora ben compresi”.

Nello studio i ricercatori analizzano alcuni dei “rischi sociali a catena” derivanti dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, come la crescente disuguaglianza economica, la malnutrizione e l’aumento generale dell’inflazione. Non per nulla anche la Food Foundation, un ente di beneficenza del Regno Unito coinvolto nello studio, sottolinea che “gli shock dei prezzi sempre più frequenti dovuti al cambiamento climatico potrebbero aggravare ulteriormente l’insicurezza alimentare e le disuguaglianze sanitarie”.