Alta pressione e smog alle stelle, ma da giovedì cambia tutto con il ciclone polare

Ultimi giorni di caldo eccezionale con valori 10-11 gradi superiori alle medie del periodo. Da giovedì, lentamente, il termometro si riporterà verso la climatologia del periodo, ma non farà freddo. Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLMeteo.it, conferma che “temperature massime fino a 20 gradi a febbraio non sono la normalità, specie al Nord: anzi, rappresentano un campanello d’allarme del Riscaldamento Globale essendo le temperature che normalmente dovremmo avere ad aprile”.

A Milano, Torino, Bologna, Venezia e Bolzano, ad esempio, la media delle massime di febbraio è circa 8-9°C; nelle ultime settimane e negli ultimi giorni sono stati raggiunti spesso i 17-19°C. Qualcosa però cambierà da giovedì: dalle zone polari, dopo la notte invernale del gelido buio assoluto, potrebbe scendere un ciclone con aria fredda verso il Mediterraneo.

Sulle zone polari infatti, senza la luce del sole, l’aria si raffredda e raggiunge le temperature più basse in questo periodo: dal Circolo Polare Artico durante il weekend una massa d’aria proverà a raggiungere il nostro Paese. Il termometro scenderà di 10 gradi riportandosi intorno alla media.

Questa massa d’aria dal nord Atlantico, con caratteristiche polari marittime, invaderà il nostro Paese da giovedì portando dapprima nevicate deboli sulle Alpi; in seguito, lo scontro con l’aria calda preesistente e l’arrivo di intense correnti meridionali molto umide genererà nevicate molto abbondanti sulle Alpi centro-orientali, soprattutto venerdì.

Intanto, nelle prossime ore, un primo fronte porterà piogge e locali temporali al Sud e localmente al Centro, specie versante adriatico; dal pomeriggio l’aria instabile formerà un piccolo vortice sullo Ionio in moto verso la Grecia. Questa bassa pressione porterà piogge più diffuse ed intense sulla Sicilia, terra colpita da un’estrema siccità.

Mercoledì, poi, vivremo la classica giornata di tregua meteorologica con ampi sprazzi di sole quasi ovunque e temperature ancora decisamente miti.
Per venerdì 23 febbraio si stima che possa cadere oltre mezzo metro di neve fresca sopra i 1000-1500 metri sulle Alpi centro-orientali. Inoltre le precipitazioni, attese da giovedì in poi, abbatteranno lo smog che negli ultimi giorni è salito alle stelle soprattutto sulla Pianura Padana.

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Addio ai ghiacci, la Groenlandia è sempre più verde (e non è un bene)

La calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo sempre di più e viene gradualmente sostituita dalla vegetazione. Negli ultimi tre decenni si sono sciolti circa 28.707 chilometri quadrati, pari alle dimensioni dell’Albania. Una quantità che rappresenta circa l’1,6% della copertura totale di ghiaccio e ghiacciai della Groenlandia. Dove un tempo c’erano ghiaccio e neve, ora ci sono rocce brulle, zone umide e aree di arbusti.

Un team di scienziati dell’Università di Leeds, che ha seguito i cambiamenti in questa zona dagli anni ’80 al 2010, sostiene che le temperature più calde dell’aria stanno causando il ritiro dei ghiacci. Il permafrost – uno strato permanentemente ghiacciato sotto la superficie terrestre – viene “degradato” dal riscaldamento e in alcune aree, avvertono gli scienziati, potrebbe avere un impatto sulle infrastrutture, gli edifici e le comunità che vi si trovano sopra. Le loro scoperte sono riportate sulla rivista Scientific Reports.

La Groenlandia fa parte della regione artica. È l’isola più grande del mondo, con una superficie di circa 836.330 miglia quadrate (2,1 milioni di km²). La maggior parte del territorio è coperta da ghiacci e ghiacciai e ospita quasi 57.000 persone. Dagli anni ’70 si è riscaldata a un tasso doppio rispetto alla media globale. Qui le temperature medie annuali dell’aria tra il 2007 e il 2012 sono state più calde di 3 gradi centigradi, rispetto alla media del periodo 1979-2000. E i ricercatori avvertono che in futuro è probabile che si verifichino temperature più estreme.

La perdita di ghiaccio si è concentrata intorno ai bordi degli attuali ghiacciai, ma anche nel nord e nel sud-ovest della Groenlandia. Si sono registrati alti livelli di perdita di ghiaccio anche in aree localizzate a ovest, nel centro-nord-ovest e nel sud-est. Nel corso dei tre decenni, la quantità di terra su cui cresce la vegetazione è aumentata di 33.774 miglia quadrate (87.475 km quadrati), più che raddoppiando nel periodo di studio.

La perdita di ghiaccio, dicono i ricercatori, sta innescando altre reazioni che porteranno a un’ulteriore perdita di ghiaccio e a un ulteriore ‘rinverdimento’ della Groenlandia, dove la riduzione del ghiaccio espone la roccia nuda che viene poi colonizzata dalla tundra e infine dagli arbusti. Ma allo stesso tempo, l’acqua rilasciata dallo scioglimento dei ghiacci sposta sedimenti e limo, che finiscono per formare zone umide e paludi. La neve e il ghiaccio riflettono bene l’energia solare che colpisce la superficie terrestre e questo contribuisce a mantenere la Terra più fredda. Quando il ghiaccio si ritira, espone il basamento che assorbe più energia solare, aumentando la temperatura della superficie terrestre. Allo stesso modo, lo scioglimento dei ghiacci aumenta la quantità di acqua nei laghi. L’acqua assorbe più energia solare della neve e anche questo aumenta la temperatura della superficie terrestre.

L’analisi, poi, mostra una quasi quadruplicazione delle zone umide in tutta la Groenlandia, in particolare nella parte orientale e nord-orientale, che sono una fonte di emissioni di metano.

“Questi cambiamenti – dicono i ricercatori – sono critici, in particolare per le popolazioni indigene, le cui tradizionali pratiche di caccia di sussistenza si basano sulla stabilità di questi delicati ecosistemi”.

Sempre meno ghiaccio nell’Artico. E gli orsi polari rischiano di morire di fame

(Photo credit: Anthony Pagano)

Gli orsi polari potrebbero morire di fame durante i periodi di assenza di ghiaccio marino nell’Artico, quando sono costretti a trovare cibo sulla terraferma, nonostante la loro capacità di adattare la dieta e i comportamenti di caccia e foraggiamento. E’ quanto rivela un articolo pubblicato su Nature Communications. La scoperta, basata sui dati relativi a 20 orsi polari, fornisce nuovi spunti di riflessione su come questi predatori apicali possano lottare per far fronte a stagioni senza ghiaccio più lunghe a causa dei cambiamenti climatici.

L’Artico sta subendo una rapida riduzione del ghiaccio marino proprio a causa del surriscaldamento del pianeta. Tra la tarda primavera e l’inizio dell’estate, gli orsi polari usano il ghiaccio marino come piattaforma per cacciare principalmente le foche durante la nascita e lo svezzamento dei cuccioli. Quando il ghiaccio è assente, si pensa che gli orsi riducano al minimo la loro attività per conservare l’energia, digiunando o consumando vegetazione a basso contenuto energetico sulla terraferma, anche se è stato documentato che alcuni individui si nutrono di animali terrestri. Nella Baia di Hudson occidentale, a Manitoba, in Canada, il periodo di assenza di ghiaccio è aumentato di 3 settimane dal 1979 al 2015, mantenendo gli orsi sulla terraferma per circa 130 giorni nell’ultimo decennio.

Anthony Pagano e colleghi dell’U.S. Geological Survey hanno utilizzato dei localizzatori Gps per seguire 20 orsi polari durante il periodo di assenza di ghiaccio marino artico (da agosto a settembre) tra il 2019-2022 nella Baia di Hudson occidentale. Gli autori hanno monitorato il loro dispendio energetico giornaliero, le variazioni della massa corporea, la dieta, il comportamento e gli spostamenti. Hanno scoperto che gli orsi polari hanno scelto diverse strategie per ridurre la perdita di energia, tra cui il digiuno, la riduzione dei movimenti e il consumo di bacche e uccelli. Queste strategie erano indipendenti dall’età, dal sesso, dalla fase riproduttiva (sono state incluse le femmine gravide) o dai livelli di grasso iniziali. Gli autori suggeriscono che il foraggiamento sulla terraferma non ha portato grandi benefici nel prolungare il tempo previsto per la morte per fame, dato che 19 dei 20 orsi hanno perso massa.

Poiché il ghiaccio marino continua a ritirarsi, la comprensione di questi comportamenti adattivi per i ricercatori “è fondamentale per gli sforzi di conservazione volti a sostenere gli orsi polari in un ecosistema in rapido cambiamento, suggeriscono gli autori”.
 

 

 

La calotta glaciale Antartica si è assottigliata di 450 metri in 200 anni

Ricercatori dell’Università di Cambridge e del British Antarctic Survey hanno scoperto la prima prova diretta che la calotta glaciale dell’Antartide occidentale si è ridotta improvvisamente e drammaticamente alla fine dell’ultima era glaciale, circa ottomila anni fa. Le prove, contenute in una carota di ghiaccio, dimostrano che in un punto la calotta glaciale si è assottigliata di 450 metri – più dell’altezza dell’Empire State Building – in poco meno di 200 anni. Le carote sono costituite da strati di ghiaccio che si sono formati con la caduta della neve e sono stati poi sepolti e compattati in cristalli nel corso di migliaia di anni. All’interno di ogni strato sono intrappolate bolle di aria antica e contaminanti che si sono mescolate con le nevicate di ogni anno, fornendo indizi sul cambiamento del clima e sull’estensione del ghiaccio.

Ora gli scienziati temono che l’aumento costante delle temperature possa in futuro destabilizzare parti della calotta glaciale dell’Antartide occidentale, superando potenzialmente il punto di rottura e provocando un crollo improvviso. Il nuovo studio, pubblicato su Nature Geoscience, fa luce sulla velocità con cui i ghiacci antartici potrebbero sciogliersi se le temperature continuassero a salire. Le calotte antartiche, da ovest a est, contengono abbastanza acqua dolce da innalzare il livello globale del mare di circa 57 metri. Quella dell’Antartide occidentale è considerata particolarmente vulnerabile perché gran parte di essa poggia su un basamento che si trova sotto il livello del mare.

Le previsioni dei modelli suggeriscono che gran parte della calotta potrebbe scomparire nei prossimi secoli, causando l’innalzamento del livello del mare. Tuttavia, non si sa con esattezza quando e quanto velocemente il ghiaccio potrebbe scomparire.

Ora abbiamo la prova diretta che questa calotta glaciale ha subito una rapida perdita di ghiaccio in passato“, spiega Eric Wolff, autore senior del nuovo studio del Dipartimento di Scienze della Terra di Cambridge. “Questo scenario – aggiunge – non esiste solo nelle previsioni dei nostri modelli e potrebbe ripetersi se alcune parti di questa calotta glaciale diventassero instabili“.

Caldo record

Clima, allerta rossa: superato per la prima volta limite di 1,5° per un anno consecutivo

Dopo ondate di caldo record nel 2023, il 2024 è iniziato male dal punto di vista climatico: gennaio non è mai stato così caldo e per la prima volta il pianeta ha superato la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale per 12 mesi consecutivi rispetto all’era preindustriale.

Tra febbraio 2023 e gennaio 2024, la temperatura superficiale globale dell’aria è stata di 1,52°C superiore a quella del periodo 1850-1900, secondo i dati dell’osservatorio europeo Copernicus.

“Questo non significa che abbiamo superato il limite di 1,5°C fissato a Parigi nel 2015 per cercare di fermare il riscaldamento globale e le sue conseguenze”, sottolinea Richard Betts, direttore degli studi sull’impatto climatico presso il National Met Office del Regno Unito. Perché ciò accada, il limite dovrebbe essere superato in modo stabile per diversi decenni. “Tuttavia, questo è un ulteriore promemoria dei profondi cambiamenti che abbiamo già apportato al nostro clima globale e ai quali dobbiamo ora adattarci”, spiega l’esperto.

Il clima attuale si è già riscaldato di circa 1,2°C rispetto al 1850-1900. E al ritmo attuale delle emissioni, l’IPCC prevede che la soglia di 1,5°C abbia il 50% di possibilità di essere raggiunta in media già nel 2030-2035.

GENNAIO DA RECORD. E anche gennaio è stato un mese da record: con una temperatura media di 13,14°C, è stato il più caldo mai registrato dall’inizio delle misurazioni, dopo l’anno record del 2023. Si tratta di 0,12°C in più rispetto al precedente record stabilito nel gennaio 2020 e di 0,70°C in più rispetto alla norma per il periodo 1991-2020. Rispetto all’era preindustriale, il riscaldamento è di 1,660°C. Secondo Copernicus, gennaio è l’ottavo mese consecutivo in cui è stato superato il record mensile di calore.

Il mese è stato caratterizzato da un’ondata di calore in Sud America, che ha visto temperature record e incendi devastanti in Colombia e Cile, con decine di morti nella regione di Valparaiso. Nonostante alcune ondate di freddo e forti precipitazioni in alcune parti del mondo, si è registrato anche un clima eccezionalmente mite in Spagna e nel sud della Francia, oltre che in alcune parti degli Stati Uniti, del Canada, dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia centrale.

OCEANI MAI COSI’ CALDI. Anche la superficie degli oceani si sta surriscaldando, con un nuovo record di temperatura media di 20,97°C a gennaio. Si tratta del secondo mese più caldo mai registrato, meno di 0,01°C al di sotto del precedente record stabilito nell’agosto 2023 (20,98°C).

Questo calore è continuato oltre il 31 gennaio, raggiungendo nuovi record assoluti e superando i valori più alti del 23 e 24 agosto 2023, secondo Copernicus. E tutto questo in un momento in cui il fenomeno climatico El Niño sta rallentando nel Pacifico equatoriale, che normalmente dovrebbe contribuire a far scendere un po’ il mercurio.

L’anno 2024 “inizia con un altro mese record”, lamenta Samantha Burgess, vicedirettrice del Climate Change Service (C3S) di Copernicus. “Una rapida riduzione delle emissioni di gas serra è l’unico modo per arrestare l’aumento delle temperature globali”.

A metà gennaio, l’Organizzazione meteorologica mondiale e l’Amministrazione nazionale oceanica e atmosferica degli Stati Uniti (NOAA) avevano già avvertito che il 2024 avrebbe potuto superare il record di calore stabilito l’anno scorso. Secondo la NOAA, c’è una possibilità su tre che il 2024 sia più caldo del 2023 e una probabilità del 99% che si collochi tra i cinque anni più caldi della storia.

piogge al sud/imago

Il Ciclone Pulcinella porta forte maltempo: pioggia e neve in tutta Italia per Carnevale

E’ confermato: dopo 20 giornate dominate dall’alta pressione subtropicale, arriva il Ciclone Pulcinella con forte maltempo per tutto il Carnevale. Lorenzo Tedici, meteorologo del sito www.iLMeteo.it, ricorda che le ultime piogge significative in Italia sono state registrate tra il 17 ed il 20 gennaio. Da allora, la potenza di Zeus, l’anticiclone subtropicale disteso su gran parte dell’Europa meridionale, ha portato giornate primaverili con massime fino a 24-26 gradi in Piemonte e Valle d’Aosta (complici i venti di Foehn) e picchi di 25°C diffusi sulle Isole Maggiori.

In tutto questo contesto anticiclonico non sono mancate le nebbie in Val Padana e forti inversioni termiche, con periodi più caldi in montagna che in pianura: lo zero termico ha infatti raggiunto a più riprese la quota di 3500 metri, valore tipico di fine giugno.

Ma tutto questo è quasi alle spalle. Da Giovedì Grasso in poi, un ciclone, in avvicinamento dall’Atlantico, ci traghetterà verso una fase pienamente autunnale con tanta pioggia e vento. Questo ciclone, chiamato ‘Pulcinella’, vista la coincidenza temporale della sua azione con il periodo dei coriandoli colpirà l’Italia fino a martedì prossimo.

Sono, quindi, in arrivo, pioggia, vento e neve. Il vento principale sarà lo Scirocco quindi si attendono temperature ancora miti, con la neve che cadrà solo sulle Alpi oltre i 1500 metri; sugli Appennini sarà ancora un miraggio e la pioggia cadrà anche sulle cime più alte.

Prima di entrare sotto le spire di Pulcinella, però, vivremo ancora qualche ora di alta pressione: in particolare oggi ci saranno momenti soleggiati a carattere sparso in un contesto molto variabile. Al centro-sud il sole accompagnerà la giornata con massime fino a 23 gradi in Sicilia, 20 gradi in Calabria, Sardegna e Puglia.

Nella giornata del Giovedì Grasso si inizieranno a sentire gli effetti dell’avvicinamento del Ciclone Pulcinella: sono previste deboli piogge sul Nord-Ovest, in particolare dalla tarda serata, precedute però da un anticipo instabile pomeridiano in Liguria ed Alta Toscana. Il clou del peggioramento è previsto però venerdì e, soprattutto, nel weekend.

L’aviazione si fa green: arriva aereo Climate Impulse a idrogeno

Dopo Solar Impulse, Bertrand Piccard lancia Climate Impulse, un nuovo progetto per promuovere le tecnologie a zero emissioni e “dimostrare che esistono soluzioni” alternative a quelle attuali. Progettato in collaborazione con l’azienda chimica belga Syensqo, che si è separata da Solvay a dicembre, l’aereo avrà una doppia fusoliera con la cabina di pilotaggio al centro e un’apertura alare di 37 metri, la metà di quella di Solar Impulse. Il volo inaugurale è previsto per il 2026 e la circumnavigazione del globo due anni dopo. Dovrà quindi volare a quasi 200 km/h a un’altitudine di 3.000 metri per otto giorni di fila.

Il suo predecessore, Solar Impulse 2, alimentato esclusivamente a energia solare e quindi dipendente dalle condizioni atmosferiche, ha completato la circumnavigazione nel 2016 dopo 17 tappe. Climate Impulse funzionerà con idrogeno green, quindi prodotto da energia elettrica rinnovabile, che alimenterà i motori. “Viviamo in un mondo eco-depresso, che non vede futuro: è ora di dimostrare che esistono soluzioni oggi, e che queste soluzioni devono ricreare entusiasmo”, sostiene Bertrand Piccard. Lo svizzero, che si definisce un “esploratore del progresso e della sostenibilità”, lavora a Climate Impulse da tre anni. “Si tratta di dimostrare che con una cella a combustibile, motori elettrici e idrogeno liquido si può far volare un aereo a due posti intorno al mondo e che, se questo è possibile, si può fare ovunque”, ha spiegato all’AFP.

In Europa sono attualmente in fase di sviluppo diversi progetti di aerei a idrogeno tra cui il Dragonfly della start-up francese Blue Spirit Aero e lo ZEROe di Airbus.
Syensqo, che è nata da Solvay e ne ha rilevato le attività di prodotti chimici speciali, era già partner di Solar Impulse. Il gruppo lavora su “materiali speciali, chimica per la decarbonizzazione, riduzione del peso ed elettrificazione” e un progetto come Climate Impulse è una “straordinaria vetrina” per le nuove innovazioni, afferma Ilham Kadri, amministratore delegato della società.

Tra queste, le batterie solide – più dense di energia e non infiammabili – i materiali termoplastici compositi – più leggeri degli attuali compositi e riciclabili – e lo stoccaggio di idrogeno criogenico (-253°C) a bordo dell’aereo. “Quello che vogliamo fare è dimostrare tecnologicamente che è fattibile per l’aviazione”, dice l’ad.

Responsabile di una percentuale compresa tra il 2,5% e il 3% delle emissioni globali di CO2, il settore dell’aviazione si è impegnato a raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050.

Airbus, che prevede di sviluppare un proprio aereo a idrogeno entro il 2035, fornisce assistenza tecnica a Climate Impulse, così come i fornitori di attrezzature aeronautiche Daher, CapGemini e Arianegroup, specializzato nell’uso dell’idrogeno.

foreste

Clima, gli alberi faticano a ‘respirare’ per colpa del surriscaldamento globale

Gli alberi faticano a sequestrare l’anidride carbonica (CO2) nei climi più caldi e secchi, il che significa che potrebbero non essere più una soluzione per compensare l’impronta di carbonio dell’umanità con il continuo riscaldamento del pianeta. E’ quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della Penn State. “Abbiamo scoperto che gli alberi nei climi più caldi e secchi stanno essenzialmente ‘tossendo’ invece di respirare”, spiega Max Lloyd, professore assistente di ricerca in geoscienze presso la Penn State e autore principale dello studio recentemente pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. “Rimandano la CO2 nell’atmosfera molto più di quanto non facciano gli alberi in condizioni più fresche e umide”.

Attraverso il processo di fotosintesi, gli alberi rimuovono la CO2, tuttavia, in condizioni di stress, rilasciano anidride carbonica nell’atmosfera, con un processo chiamato fotorespirazione. Il team di ricerca ha dimostrato che il tasso di fotorespirazione è fino a due volte superiore nei climi più caldi, soprattutto quando l’acqua è limitata. In sostanza, le piante potrebbero essere meno in grado di estrarre CO2 dall’atmosfera e assimilare il carbonio necessario per aiutare il pianeta a raffreddarsi.

Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, attualmente le piante assorbono circa il 25% della CO2 emessa ogni anno dalle attività umane, ma è probabile che questa percentuale diminuisca in futuro con il riscaldamento del clima. La quantità di anidride carbonica nell’atmosfera sta aumentando rapidamente; è già superiore a quella registrata negli ultimi 3,6 milioni di anni, secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration.

Il team lavorerà ora per scoprire i tassi di fotorespirazione nel passato antico, fino a decine di milioni di anni fa, utilizzando legno fossile. I metodi consentiranno ai ricercatori di testare esplicitamente le ipotesi esistenti in merito al cambiamento dell’influenza della fotorespirazione delle piante sul clima nel corso del tempo geologico.
Il lavoro è stato finanziato in parte dall’Agouron Institute, dalla Heising-Simons Foundation e dalla National Science Foundation degli Stati Uniti.

Rendere più verde una capitale di cemento: la sfida del nuovo sindaco di Atene

Il nuovo sindaco di Atene, Haris Doukas, punta a piantare 25.000 alberi nella capitale greca nei prossimi 5 anni, nel tentativo di rinfrescare una metropoli dell’Europa meridionale densamente popolata e ricoperta di cemento che soffoca in estate. Dal suo vasto ufficio che si affaccia su un’area di edifici e asfalto senza una sola macchia verde, il sindaco, insediatosi il 1° gennaio, fa una constatazione cupa e condivisa da molti ateniesi: “In estate il centro è diventato invivibile“. La causa sono “le alte temperature, le microparticelle (…) e la riduzione del 23% del verde nelle aree montuose circostanti“, decimate dai ripetuti incendi degli ultimi sei anni, ha spiegato in un’intervista all’AFP. Durante l’estate del 2023, quando la Grecia è stata colpita da una delle più lunghe ondate di calore degli ultimi decenni, il termometro di Atene era rovente, con temperature che hanno superato i 40°C in numerose occasioni.

Il caldo in una città con pochi spazi verdi costrinse le autorità a chiudere l’Acropoli durante la parte più calda della giornata. Secondo l’Osservatorio nazionale di Atene, luglio 2023 è stato il mese più caldo mai registrato in Grecia dall’inizio delle registrazioni meteorologiche nel 1863, causando incendi devastanti, soprattutto nella regione intorno ad Atene, che hanno distrutto vaste aree forestali. Haris Doukas, ex professore di politica energetica al Politecnico di Atene, si è battuto per la tutela dell’ambiente e per una transizione verde in una capitale dove l’edilizia continua a imperversare senza sosta e il traffico pesante è un fastidio che esaspera molti residenti.

Atene ha una popolazione di 650.000 abitanti, ma con la sua vasta conurbazione, “circa 3 milioni di persone si muovono ogni giorno in città“, spiega. Sostenuto dal partito socialista Pasok, Haris Doukas, 43 anni, ha sorpreso vincendo le elezioni comunali di ottobre contro il sindaco uscente Kostas Bakoyannis, nipote del primo ministro conservatore Kyriakos Mitsotakis. “Sono qui per presentare i risultati scientifici e lottare per trovare soluzioni“, ha dichiarato Doukas.

Piantando 5.000 alberi all’anno nei cinque anni del suo mandato, il nuovo sindaco vuole creare “percorsi freschi” in modo che gli ateniesi possano godere di strade ombreggiate che collegano parchi e colline verdi come Lycabetta, che domina il centro della città. “In estate, creeranno una sensazione di freschezza e ridurranno la temperatura percepibile“, promette il sindaco, pur riconoscendo che “lo spazio è limitato, è una città di cemento, ma abbiamo molte possibilità“. L’ondata di calore estivo è un killer silenzioso per Haris Doukas, che sostiene che sia la causa di diverse migliaia di morti ogni anno.

Atene, che come il resto del Paese ha sofferto una lunga e amara crisi finanziaria i cui effetti si fanno ancora sentire, è ben lontana dalle ambizioni di altre capitali europee. Il Comune di Parigi si è impegnato a piantare 170.000 alberi in cinque anni. Entro l’estate del 2023, a metà del suo mandato, l’ufficio del sindaco ha dichiarato di aver già piantato 63.500 alberi per un’area di 105 km2 , rispetto ai 39 km2 della stessa Atene. Lo scorso febbraio, la Grecia è stata condannata dalla Corte di giustizia europea per la scarsa qualità dell’aria ad Atene e per non aver adottato le misure necessarie. Nella capitale greca, i limiti di biossido di azoto sono stati sistematicamente superati tra il 2010 e il 2020, ha sentenziato la Corte. Haris Doukas vuole anche incoraggiare il car-pooling, che finora è stato molto limitato. Un’altra ambizione è quella di installare pannelli solari sugli edifici comunali, in particolare “per coprire il fabbisogno elettrico delle scuole“.

Super anticiclone Zeus ancora per 12 giorni: ruba un mese all’inverno

Da oggi iniziano i cosiddetti ‘giorni della Merla’, il periodo che fino a non molti anni fa, era considerato il più freddo dell’inverno e non solo per detto popolare, ma anche statisticamente parlando. Quest’anno però non sarà così. Antonio Sanò, fondatore del sito www.iLMeteo.it, avvisa che la presenza dell’anticiclone africano Zeus durerà ancora molto tempo, almeno per altri 10-14 giorni. Di fatto questa possente alta pressione ruberà alla stagione invernale quasi 30 giorni. Arriverà quindi una primavera anticipata? Forse, ma di certo non durerà. Il mese di febbraio, che segna il passaggio tra inverno e primavera, è stato spesso caratterizzato da eventi meteorologici importanti ed è proprio a febbraio che si sono verificate le più forti ondate di gelo e neve sull’Italia; basti ricordare gli anni come il 1929, il 1956 e più recentemente il 2012 e il 2018.

Parlando invece del tempo previsto per la settimana appena iniziata ci sono due aspetti da sottolineare. Innanzitutto la stabilità atmosferica portata da Zeus garantirà giornate soleggiate e piacevoli al Centro-Sud e sui settori alpini e prealpini, però provocherà anche la formazione di nebbie o nubi basse sulla Pianura Padana e lungo le coste tirreniche (qui solo al mattino). Se questa ormai è una normalità da parecchi giorni, i due aspetti che caratterizzeranno i prossimi giorni sono la quasi scomparsa della nebbia al Nord e l’aumento delle temperature. Da giovedì 1 febbraio, ma soprattutto dal giorno della Candelora (2 febbraio) ci saranno sempre meno nebbie a favore di un più ampio soleggiamento. L’anticiclone Zeus infatti si rafforzerà ulteriormente e così anche le temperature potranno aumentare. I valori massimi diventeranno via via più gradevoli su tutte le regioni e compresi grossomodo tra 13 e 18°C un po’ ovunque. Insomma, dall’inizio di febbraio si inizierà a respirare aria di primavera.