Mediterraneo bollente, clima impazzito: allarme rosso sui rischi per l’intero ecosistema

Il mare Mediterraneo è sempre più caldo: uno dei principali hotspot climatici a livello globale è anche un ecosistema complesso e fragile che rappresenta una sorta di laboratorio naturale per lo studio degli impatti del cambiamento climatico. A fare il punto su una situazione sempre più allarmante è Fondazione Marevivo, che da 40 anni si occupa di tutela del mare. Secondo l’ultima analisi, il mare Mediterraneo si sta scaldando a un ritmo che va dal 20% al 50% più veloce rispetto alla media globale ed è un trend in continua crescita, se si considera che la velocità di riscaldamento dell’acqua nell’ultimo decennio è addirittura raddoppiata rispetto al precedente. Si prevede che entro il 2100 la temperatura della superficie dell’acqua aumenterà dai 3.5° C ai 4.5° C in più rispetto ad oggi (dati IPCC AR6). “L’estate 2025 è iniziata con temperature ben più calde delle peggiori previsioni che eserciteranno un’ulteriore pressione sugli ecosistemi già compromessi e sulle economie e società vulnerabili – spiega Rosalba Giugni, presidente di Marevivo. – Il Mediterraneo sta perdendo la capacità di rimescolamento delle acque e di raffreddamento e questo incide sulla sua funzione fondamentale di termoregolare il clima”.

Fondazione Marevivo insiste su un punto cruciale: “La vita nel mare profondo è possibile grazie al freddo e se il Mediterraneo, uno dei principali hotspot climatici a livello globale, continuerà a scaldarsi sempre di più contribuendo a modificare l’equilibrio termico, non solo le specie marine ne subiranno le conseguenze, ma l’intera vita sulla Terra“. Dall’inizio degli anni ‘80, le temperature medie della superficie del Mediterraneo sono aumentate in tutto il bacino, ma con forti differenze subregionali che vanno da +0,29 a +0,44°C per decennio. Per 2°C di riscaldamento globale sopra il valore preindustriale, le temperature diurne massime nel Mediterraneo aumenteranno probabilmente di 3,3 °C; con 4 °C di riscaldamento globale, quasi tutte le notti saranno tropicali con diminuzione dell’escursione termica tra giorno e notte. Tutto ciò avrà ricadute su vari aspetti.

CICLO DELL’ACQUA DOLCE. La massa dei ghiacciai nella regione mediterranea dovrebbe continuare a diminuire fino alla completa scomparsa della maggior parte dei ghiacciai di montagna entro la fine del secolo. Inoltre, c’è stata una diminuzione delle precipitazioni invernali sulle parti centrali e meridionali del bacino dalla seconda metà del XX secolo.

CORRENTI MARINE. Le alterazioni di temperatura e salinità stanno cambiando le correnti termoaline, fondamentali per l’equilibrio climatico del Mediterraneo. Le acque più calde in superficie impediscono il rimescolamento con gli strati profondi ricchi di nutrienti.

INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEL MARE. Secondo la Fondazione Marevivo, il Mediterraneo è aumentato di 1,4 mm all’anno nel corso del 21esimo secolo e l’aumento ha subito un’accelerazione fino a 2,8 mm all’anno negli ultimi anni. Verso il 2100, secondo lo scenario, il livello medio del mare nel bacino sarà probabilmente da 40 a 100 cm più alto che alla fine del XX secolo, questo causerà un aumento della frequenza e dell’intensità delle inondazioni costiere e dell’erosione.

TROPICALIZZAZIONE, SPECIE ALIENE INVASIVE E MIGRAZIONI. Quasi 1000 specie sono migrate nel Mediterraneo. L’aumento della temperatura del mare significa che i nuovi arrivati possono sopravvivere in aree sempre più vaste del Mediterraneo, dove pochi decenni fa le acque sarebbero state troppo fredde per loro. E molte specie stanno prosperando a scapito delle specie native. Inoltre triglie, sardine, acciughe e naselli, stanno migrando verso nord o verso acque più profonde in cerca di temperature più adatte. Questo modifica i cicli riproduttivi e mina la sostenibilità della pesca tradizionale, con conseguenze economiche e culturali.

ECONOMIA E SALUTE. Negli ultimi 20 anni, la quota del prodotto interno lordo riferibile al turismo è aumentata del 60% nei paesi mediterranei. Il cambiamento climatico avrà probabilmente un impatto sul comfort termico dei turisti durante l’alta stagione con il susseguirsi di ondate di calore ed eventi meteorologici violenti. L’innalzamento del livello del mare avrà probabilmente effetti sulle spiagge e sui siti storici localizzati in prossimità delle coste. L’effetto dell’innalzamento del livello del mare, con un cambiamento nelle caratteristiche delle tempeste, influenzerà probabilmente in modo significativo le operazioni portuali, rallentando le operazioni commerciali e la produttività. Entro il 2100, il rischio di alluvione potrebbe aumentare del 50% e il rischio di erosione del 13% in tutta la regione mediterranea.

Oceano

Munizioni, armi chimiche e ordigni: sotto i mari milioni di bombe a orologeria

Milioni di tonnellate di munizioni convenzionali o chimiche giacciono silenziosamente in fondo ai mari del mondo, minacciando l’ambiente, la salute e le attività economiche. Al largo delle coste europee e asiatiche si trovano ovviamente le mine marine, le munizioni che non sono esplose durante battaglie o bombardamenti o ancora i carichi di navi affondate dal nemico. Ma la maggior parte delle munizioni che giacciono sui fondali sono state volontariamente abbandonate in mare. Nel Regno Unito, ad esempio, tra il 1920 e il 1950 sono state affondate un milione di tonnellate di armi convenzionali nella fossa di Beaufort’s Dyke, tra la Scozia e l’Irlanda del Nord. Tutte le coste europee sono interessate, così come quelle del Nord America, dell’Asia e dell’Australia, che nel 2018 ha riconosciuto la presenza di 21.000 tonnellate di armi chimiche al largo delle sue coste. I dati sono stati diffusi in occasione del vertice di Nizza sugli Oceani.

La smilitarizzazione dei due grandi sconfitti della Seconda Guerra Mondiale, Germania e Giappone, ha portato allo scarico massiccio di tutto ciò che poteva restare loro in termini di munizioni. Ci sono così 1,6 milioni di tonnellate di munizioni convenzionali solo nelle acque territoriali tedesche. “La gente pensava davvero di essersene sbarazzata in modo sicuro, perché consideravamo i nostri mari come discariche”, spiega Rüdiger Strempel, segretario esecutivo dell’organizzazione che riunisce i paesi rivieraschi del Mar Baltico (Helcom).

Per molto tempo le uniche vittime sono stati i pescatori che trovavano le bombe nelle loro reti. Alla fine del XX secolo, ogni anno venivano segnalati decine di incidenti nel Mar Baltico. Ma con il tempo, il deterioramento degli involucri delle munizioni ha rivelato un problema ambientale: gli esplosivi, il fosforo o il gas mostarda contenuti stanno iniziando a fuoriuscire. Alcuni studi hanno rilevato tracce di questi prodotti nei molluschi e in alcuni pesci, spiega Agnieszka Jedruch, ricercatrice presso l’Istituto polacco di oceanologia. Per ora si tratta solo di tracce che non costituiscono un pericolo per i consumatori, ma in un mare quasi chiuso come il Baltico, dove potrebbero trovarsi fino a 40.000 tonnellate di armi chimiche, la concentrazione di sostanze tossiche è destinata ad aumentare.

E queste munizioni rappresentano anche un pericolo per lo sviluppo dell’economia blu: cavi sottomarini, gasdotti, turbine eoliche offshore, hanno bisogno di sicurezza. Ma ripulire i fondali marini da questo veleno rappresenta una sfida tecnica e logistica senza precedenti, avverte Strempel. La scorsa estate è stato avviato un progetto pilota nel Mar Baltico, nella baia di Lubecca (Germania settentrionale), dove 65.000 tonnellate di armi convenzionali sono state affondate a 2 km dalle spiagge.

Per cominciare, è necessario trovare delle tecniche per individuarle, perché al sonar non si distinguono da altri tipi di rifiuti e perché nel 1945 i pescatori pagati per scaricarle non si sono necessariamente preoccupati di farlo nelle zone designate. Con l’aiuto di un drone sottomarino, i ricercatori dell’istituto oceanografico tedesco Geomar hanno mappato con precisione l’area e individuato oltre 500 cumuli di munizioni. Attualmente stanno provando diverse tecniche per riportare le munizioni in superficie e stanno preparando la costruzione di una piattaforma mobile in grado di smaltirne 750 tonnellate all’anno.

Per questa prima fase è stato stanziato un budget di 100 milioni di euro, spiega Stefan Mehlhase, referente del progetto presso il Ministero tedesco dell’Ambiente. Successivamente, saranno necessari 70 milioni di euro all’anno per il funzionamento della piattaforma.

La questione delle munizioni sommerse figura nel Patto europeo per l’oceano presentato la scorsa settimana a Bruxelles e in un accordo franco-tedesco firmato questa settimana a Nizza. Nessuno si azzarda a quantificare il costo del loro smaltimento, anche se l’Helcom spera che l’esperienza acquisita nel Mar Baltico possa aiutare a procedere più rapidamente negli altri mari. Sarà “terribilmente costoso”, avverte Strempel.

Ma nessuno può nemmeno dire quando le munizioni inizieranno a rilasciare le loro sostanze tossiche su larga scala. Tra vent’anni o tra un secolo, dicono i ricercatori, spiegando di aver trovato proiettili intatti accanto a proiettili molto deteriorati, senza poter spiegare questa diversa resistenza agli stessi elementi.

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Bandiere Blu salgono a 246. In Italia l’11% delle spiagge top del mondo

L’attenzione al territorio cresce, sia tra i cittadini che tra le amministrazioni. Sono 246 le località di riviera e 84 gli approdi turistici che ricevono il riconoscimento Bandiera Blu 2025. Complessivamente le spiagge sono 487, cioè l’11% di quelle premiate a livello mondiale.

Un traguardo che ha una “altissima valenza ambientale, ma anche turistica“, osserva il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto. “E’ la direzione giusta, bisogna crescere, accentuare le azioni di sensibilizzazione ambientale“, insiste, chiedendo di lavorare a tutto campo, ma con un “equilibrio“, tra ambiente e fruizione delle spiagge: “un equilibrio che credo tutte le amministrazione avvedute debbano perseguire, sapendo che l’obiettivo dovrebbe essere quello di avere tutte le Bandiere blu. La strada è quella giusta, ma è ancora lunga“, scandisce. Si premiano quei Comuni che “hanno predisposto ogni misura atta a salvaguardare la biodiversità del proprio mare“, spiega il ministro per la protezione civile e le politiche del mare, Nello Musumeci. “Bandiere blu significa per l’Italia, per tutte le regioni bagnate dal mare, una conquista e una grande attestazione di rispetto verso il mare“, afferma.

Nel corso della premiazione da parte della Foundation for Environmental Education (FEE) sono state premiate quelle località le cui acque di balneazione sono risultate eccellenti negli ultimi quattro anni, come stabilito dai risultati delle analisi che, nel corso degli ultimi quattro anni, le Arpa hanno effettuato nell’ambito del Programma Nazionale di monitoraggio, condotto dal ministero della Salute. Il trend è in crescita: rispetto allo scorso anno, vengono premiati dieci Comuni in più, 15 sono i nuovi ingressi, cinque i Comuni non confermati.

La Liguria perde una Bandiera e ottiene 33 località, la Puglia sale a 27 riconoscimenti con tre nuovi ingressi. Segue con 23 Bandiere Blu la Calabria con tre nuovi ingressi. Sono sempre 20 le Bandiere Blu per la Campania, che perde una località ma segna un nuovo ingresso. Con un nuovo riconoscimento, anche le Marche ricevono 20 Bandiere Blu, sale a 19 la Toscana che conquista un Comune. La Sardegna ottiene 16 località con un nuovo riconoscimento, così come l’Abruzzo che con una new entry sale a 16 Bandiere Blu. La Sicilia conferma 14 Bandiere con due uscite e due nuovi ingressi. Il Trentino Alto Adige conferma i suoi 12 Comuni, il Lazio sale a 11 con una nuova località. L’Emilia Romagna vede premiate dieci località grazie a un nuovo ingresso, mentre sono riconfermate le nove Bandiere del Veneto. La Basilicata conferma le sue cinque località, il Piemonte scende a quattro con un’uscita. La Lombardia conferma tre Comuni, il Friuli Venezia Giulia mantiene le due Bandiere dell’anno precedente, come il Molise che resta a due. Complessivamente, quest’anno le Bandiere Blu sui laghi scendono a 22, con un comune lacustre che non riconferma il riconoscimento.

Un mare di rifiuti: 892 ogni 100 metri di litorale. Plastica e sigarette sono i più diffusi

(Photocredit: Legambiente)

In vista della Giornata nazionale del Mare, nel fine settimana dal 4 al 6 aprile, prende il via la 35esima edizione di ‘Spiagge e Fondali puliti’, la storica campagna di Legambiente dedicata al monitoraggio e alla pulizia dei rifiuti abbandonati lungo le coste della Penisola. Quella del marine litter è un’emergenza che Legambiente torna a fotografare con la nuova indagine ‘Beach Litter 2025’, una delle più grandi campagne di citizen science, condotta su 63 spiagge campionate (quasi il doppio rispetto all’edizione del 2024, in cui erano state 33) in 13 Regioni.

L’ATTIVITA’ 2025. Numeri alla mano, nel 2025, su un’area complessiva di 196.890 mq, sono stati 56.168 i rifiuti raccolti e catalogati. Una media di 892 rifiuti ogni 100 metri lineari. Rispetto all’edizione del 2024, si registra un peggioramento del grado di pulizia delle spiagge, calcolato per il secondo anno utilizzando il Clean Coast Index, un indicatore utilizzato a livello internazionale che stabilisce il livello di pulizia di una spiaggia sulla base della densità dei rifiuti presenti nelle aree campione monitorate: il 28% delle 63 spiagge monitorate risulta avere un CCI corrispondente ad un giudizio “spiaggia sporca” o “molto sporca” (nel 2024 il valore delle due categorie era stato del 6,6%). Diminuiscono rispetto al 2024 le spiagge “molto pulite”, che passano dal 42% al 27%, e le spiagge “pulite”, dal 24,2% al 14%.

I MATERIALI RINVENUTI. La plastica si conferma il principale antagonista delle spiagge: rappresenta il 77,9% degli oggetti rinvenuti su tutte e 63 le spiagge campionate (43.776 sui 56.168 totali). Seguono con l’8,3% gli oggetti in vetro/ceramica, il 4,3% la carta e cartone, il 3,6% i metalli e il 2,4% il legno. Tornando alla categoria plastica, tra gli “osservati speciali” i 10 prodotti in plastica monouso e reti e attrezzi da pesca e acquacoltura che, a tre anni dalla loro messa al bando dalla Direttiva SUP (Single Use Plastics), rappresentano ancora il 40,5% del totale dei rifiuti monitorati. Continuano a spopolare i mozziconi di sigaretta: il 7,5% del totale, una media di 7 ogni 10 metri lineari di spiaggia. Dal 2014 (primo anno di monitoraggi di Beach litter) sono state monitorate 46.923 unità, su un totale di 623 transetti, il 9,4% di tutti i rifiuti monitorati negli stessi anni e una media di 75 mozziconi ogni 100 metri lineari di spiaggia. Altro nemico attestato per le spiagge sono i cotton fioc in plastica, il 5,6% della classifica generale, che sono stati messi al bando in Italia dal 2019.

TOP TEN DEI RIFIUTI SPIAGGIATI. Il 61% dei rifiuti raccolti e catalogati è rappresentato da sole 10 tipologie di oggetti (sulle 180 categorie totali). Oltre ai mozziconi di sigaretta suddetti (in terza posizione) e i cotton fioc (in quinta), il 13% (7.305 su 56.168) è rappresentato da pezzi di plastica compresi tra i 2,5 e i 50 cm di grandezza, rinvenuti in 56 delle 63 spiagge monitorate; seguono tappi e coperchi in plastica (4.612, l’8,2% del totale) ritrovati in 62 transetti, i pezzi di polistirolo compresi tra 2,5 e 50 cm (3.886, il 6,9%) ritrovati in 49 spiagge, salviette umide (2.619, il 4,7%) in 25 spiagge, materiale da costruzione (2.381, il 4,2%) in 47 spiagge; bottiglie e contenitori per bevande in plastica, rinvenuti in 53 spiagge (2.066, il 3,7% del totale); buste, manici di buste e sacchetti (2.046, il 3,6%), ritrovati su 44 transetti; infine, i pezzi e frammenti di vetro e ceramica, trovati su 21 spiagge (1.821, il 3,2%).

I RIFIUTI PIU’ DIFFUSI. Nello specifico dei rifiuti totali trovati in spiaggia relativamente ai soli 10 oggetti compresi nella SUP, il 33,2% (7.558 elementi) è rappresentato da bottiglie e contenitori in plastica (inclusi tappi e anelli); il 18,6% da mozziconi di sigarette (4.232), il 13,8% (3.140) da cotton fioc, l’11,9% (2.713) da reti e gli attrezzi da pesca e acquacultura in plastica, il 12,1% da stoviglie in plastica (bicchieri, cannucce, posate e piatti, contenitori per cibo, incluso il fast food).

Nasce lo studio Fincantieri-Eni-Rina per decarbonizzare il trasporto marittimo

Per il settore marittimo bisogna disporre una roadmap realistica che minimizzi i rischi per gli investitori e fornisca soluzioni economicamente efficienti per l’intera industria. E’ quanto sostengono Eni, Fincantieri e Rina, che oggi a Roma hanno illustrato uno studio per accelerare il percorso di decarbonizzazione del settore del trasporto marittimo in linea con il target al 2050 di Net Zero.

Alla luce dell’analisi, il settore marittimo è responsabile di circa il 3% delle emissioni globali di CO2 e punta a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Lo studio, presentato alla presenza del ministro per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, si inserisce nel contesto dell’accordo siglato nel marzo del 2024 da Eni, Fincantieri e Rina per sviluppare un Osservatorio globale sulle prospettive di evoluzione delle soluzioni di decarbonizzazione sostenibili nel medio-lungo periodo. L’analisi offre per la prima volta una panoramica globale delle opzioni percorribili per ciascun segmento di naviglio nelle diverse regioni del mondo e combina una valutazione dei volumi con un’analisi integrata dei costi per gli armatori e degli investimenti che il comparto logistico e portuale richiede. I vettori energetici in grado di ridurre, nel breve termine, le emissioni di CO2 sono principalmente il gas naturale liquefatto e i biofuel come HVO e FAME.

Nel lungo termine poi, anche grazie all’ingresso di BioGNL e Biometanolo, i biocarburanti continueranno ad essere la soluzione prevalente del segmento mercantile. Sul tema, il ministro Pichetto è chiaro: ‘‘Per il trasporto marittimo non ci sono soluzioni facili o automatiche. Non possiamo elettrificare, quindi dobbiamo affrontare la questione con una base scientifica certa e solida. Abbiamo la necessità di ridurre le emissioni e decarbonizzare, certamente i biocarburanti sono importanti per arrivare in futuro all’idrogeno, che si sta sviluppando velocemente’‘. Un valido supporto può arrivare dal nucleare, “che può essere un percorso rilevante per il trasporto marittimo”, sottolinea il ministro che assicura pieno appoggio del governo.

Per quanto riguarda i porti ci sarà poi da rivedere il sistema degli Ets, su cui Pichetto ha già fatto pressioni in Ue alla vicepresidente Teresa Ribera: “Il Mediterraneo è un unico mare – sintetizza il ministro – se una nave si ferma a Gioia Tauro non può pagare il 50% in più, mentre se va a Tangeri non lo paga”. Su questo punto, assicura Pichetto, “la vicepresidente Ribera ha dato disponibilità per fare un approfondimento”.

Da parte loro, Eni, Fincantieri e Rina proseguono l’azione congiunta, con una sinergia ritenuta fondamentale per trasformare l’innovazione in soluzioni concrete. “Come sostenuto anche a livello comunitario – sottolinea Giuseppe Ricci, direttore operativo Trasformazione Industriale di Eni – è ormai condiviso che i biocarburanti, in particolare quelli già disponibili e utilizzabili in purezza come l’HVO, sono attualmente tra le migliori soluzioni adottabili per ridurre le emissioni GHG anche del comparto marittimo”. Secondo Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri, la decarbonizzazione del trasporto marittimo “è una sfida che richiede visione industriale e capacità di trasformare l’innovazione in soluzioni concrete. Questo studio rappresenta un passo strategico in questa direzione”.

Fincantieri, inoltre, con l’obiettivo Nave Net Zero al 2035, punta ad anticipare il futuro, guidando il cambiamento e integrando tecnologia e sostenibilità per garantire competitività. Secondo Carlo Luzzatto, amministratore delegato e direttore generale di Rina, “il trasferimento di competenze è un fattore chiave per accelerare la transizione energetica. La nostra capacità di mettere a fattor comune know-how ed esperienze maturate in settori diversi – come l’energia e il navale, che presidiamo da tempo – ci permette di sviluppare soluzioni efficaci per la decarbonizzazione”.

mare

Inquinamento da farmaci: gli effetti degli antinfiammatori sull’ambiente marino

Una cura per noi, un pericolo per l’ambiente. Per la prima volta una ricerca dell’Università di Pisa, appena pubblicata sul Journal of Hazardous Materials, ha esaminato l’impatto di diverse concentrazioni di ibuprofene, un comune antiinfiammatorio molto utilizzato durante la pandemia di Covid 19, sulle angiosperme, cioè le piante, marine. “Le angiosperme marine svolgono ruoli ecologici cruciali e forniscono importanti servizi ecosistemici, ad esempio proteggono le coste dall’erosione, immagazzinano carbonio e producono ossigeno, supportano la biodiversità, e costituiscono una nursery per numerose specie animali”, spiega la professoressa Elena Balestri del dipartimento di Biologia dell’Ateneo pisano.

In particolare, la ricerca si è focalizzata su Cymodocea nodosa (Ucria) Ascherson, una specie che cresce in aree costiere poco profonde, anche in prossimità della foce dei fiumi, zone spesso contaminate da molti inquinanti, farmaci compresi. La sperimentazione è avvenuta in mesocosmi all’interno dei quali le piante sono state esposte per 12 giorni a concentrazioni di ibuprofene rilevate nelle acque costiere del Mediterraneo. È così emerso che la presenza di questo antinfiammatorio a concentrazioni di 0,25 e 2,5 microgrammi per litro causava nella pianta uno stress ossidativo ma non danni irreversibili. Se invece la concentrazione era pari a 25 microgrammi per litro, le membrane cellulari e l’apparato fotosintetico erano danneggiate, compromettendo in tal modo la resilienza della pianta a stress ambientali.

Il nostro è il primo studio che ha esaminato gli effetti di farmaci antiinfiammatori sulle piante marine – dice Elena Balestri –. Attualmente, si stima che il consumo globale di ibuprofene superi le 10.000 tonnellate annue e si prevede che aumenterà ulteriormente in futuro, e poiché gli attuali sistemi di trattamento delle acque reflue non sono in grado di rimuoverlo completamente anche la contaminazione ambientale aumenterà di conseguenza”. “Per ridurre il rischio di un ulteriore aggravamento del processo di regressione delle praterie di angiosperme marine in atto in molte aree costiere – conclude Balestri – sarà quindi necessario sviluppare nuove tecnologie in grado di ridurre l’immissione di ibuprofene e di altri farmaci negli habitat naturali, stabilire concentrazioni limite di questo contaminante nei corsi d’acqua e determinare le soglie di tolleranza degli organismi, non solo animali ma anche vegetali”.

Complessivamente, le strutture dell’Ateneo pisano coinvolte nello studio sono i dipartimenti di Biologia, di Farmacia e di Scienze della Terra, il Centro per l’Integrazione della Strumentazione scientifica (CISUP) e il Centro Interdipartimentale di Ricerca per lo Studio degli Effetti del Cambiamento Climatico (CIRSEC). In particolare, la ricerca è stata realizzata grazie alla collaborazione di tre team di ricerca. Il gruppo di Ecologia, costituito dalla professoressa Elena Balestri, dal professore Claudio Lardicci e dalla dottoressa Virginia Menicagli, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Biologia, si occupa da anni dello studio degli impatti di contaminanti, tra cui plastiche, microplastiche, nanoplastiche e filtri solari, e dei cambiamenti climatici sugli organismi vegetali marini e terrestri tipici della fascia costiera. Il gruppo di Botanica, con la professoressa Monica Ruffini Castiglione e quello di Fisiologia Vegetale, con le dottoresse Carmelina Spanò, Stefania Bottega e il dottor Carlo Sorce, studiano invece le risposte delle piante all’inquinamento da metalli e da micro e nanoplastiche. Inoltre, conducono ricerche sulla biologia delle piante degli ambienti costieri, in particolare sui meccanismi di risposta agli stress causati dai fattori ambientali, sia naturali, sia di origine antropica. Il gruppo di Biologia Farmaceutica, infine, costituito dalla professoressa Marinella De Leo e dalla dottoressa Emily Cioni, dottoranda del Dipartimento di Farmacia, si occupa dello studio chimico di prodotti naturali prodotti dalle piante.

Trasporti, intermodalità e vie del mare per un futuro più sostenibile

Trasporti e sostenibilità, un binomio che deve necessariamente scrivere la prossima pagina di futuro per l’Italia e l’Europa. Il tema è stato al centro del convegnoVie del mare e intermodalità per l’integrazione e la sostenibilità dei trasporti europei, promosso a Roma da Connact in collaborazione con gli uffici italiani di Parlamento e Commissione Ue. Dal confronto tra istituzioni e mondo produttivo sono emersi diversi spunti di riflessione. “C’è un grande dibattito sulla riforma portuale“, dice il presidente della commissione Trasporti, Salvatore Deidda. Chiarendo allo stesso tempo che sul punto c’è anche una strumentalizzazione: “I privati saranno sì protagonisti, ma gestione, controllo e coordinamento resterà saldamente nelle mani dello Stato“. Il deputato di FdI, comunque, assicura che “la transizione ecologica andrà avanti, ma senza farla pesare sugli autotrasportatori né sugli armatori“.

Per il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale, Pino Musolino, l’intermodalità è “uno degli elementi che ci permettono di andare nella direzione della decarbonizzazione dei trasporti”, ma “prima di inventarci nuove tecnologie, andiamo a ottimizzare ed efficientare quello che abbiamo“. La responsabile delle Relazioni istituzionali di Autostrade per l’Italia, Alessandra Romano, ritiene “lo shift modale un prerequisito fondamentale per la mobilità sostenibile“, ma visto che “il sistema autostradale rimarrà centrale anche in futuro” è “necessario, oggi più che mai, e soprattutto nel prossimo decennio, investire in fattori che possano agevolare e migliorare la mobilità sostenibile, in particolare in rigenerazione delle infrastrutture autostradali, nel potenziamento delle infrastrutture autostradali e soprattutto nella digitalizzazione“. Molto, ovviamente, dipenderà dalle scelte di Bruxelles. “Quello che cerchiamo di fare a livello europeo è dare una visione d’insieme, un quadro normativo coerente e i fondi sono gli strumenti per realizzare le nostre priorità“, spiega il capo Unità di Coordinamento e Pianificazione della Commissione Ue, Pierpaolo Settembri, che con l’avvio della nuova squadra di governo europea crede sia “il momento per fare una riflessione sulle nuove priorità“.

Sente “aria diversa” l’eurodeputato di FI-Ppe, Flavio Tosi. “La visione ideologica di andare verso una transizione ecologica a tutti i costi ora viene mitigata. C’è un approccio diverso, anche sull’estensione e applicazione delle Ets“. Tema scottante per il mondo dei trasporti. Così come la competitività. “Non è possibile avere un fondo per i trasporti da poco più di 20 miliardi in 7, è insufficiente – sottolinea Matteo Ricci (Pd-S&D) -. La capacità di intervenire in modo efficace si vedrà se verrà ascoltato quello che il rapporto Draghi chiede“. Quando si parla di fondi la distanza tra le forze politiche sembra ridursi. Ad esempio, parlando del trasporto ferroviario, che resta uno dei punti principali dell’intermodalità, il deputato europeo Ecr-FdI, Carlo Ciccioli, spiega che nel triennio Bruxelles ha stanziato “26 miliardi con l’ipotesi massimale di 500 miliardi. Ma tra 500 miliardi e 26 un investimento decente credo debba arrivare almeno a 100 miliardi nell’arco di un certo numero di anni“.

Tornando alla voce delle imprese, ci sono altri aspetti di questo nuovo concept del trasporto che molto spesso non finisce alla ribalta delle cronache. “Se è ineludibile e strategica l’intermodalità, allora metteteci nella condizione di farlo“, chiede il vicepresidente di Confetra, Umberto Ruggerone. Mettendo in luce che “in Germania ci sono 330 cantieri aperti sulla rete, in Italia altrettanto si sta facendo un lavoro straordinario e non finirò mai di ringraziare Rfi“, ma questi sono anche gli unici due Paesi europei “dove non sono previste quote a compensazione per le imprese danneggiate dalla cantieristica” così alcune aziende della logistica “stanno portando i libri in tribunale“.

Chi crede fermamente in questo nuovo approccio è invece Ita Airwais. “E’ via anche per una modernizzazione“, afferma il Chief Communication and Institutional Relations Officer, Pietro Caldaroni. Ma servono più collegamenti negli snodi principali: “Più intermodalità vuol dire anche minor consumo di Co2, magari alcuni voli che abbiamo di corto raggio, da Firenze a Roma o da Napoli a Roma, potremmo sostituirli con un treno ad alta velocità. Ma è necessario e indispensabile una maggiore infrastrutturazione in termini di arrivi dei treni ad alta velocità negli aeroporti“. Ma anche il mare è un’opzione più che valida. Del resto, “abbiamo adottato un nuovo modo di guardare al mare, in maniera inclusiva“, dice nel suo intervento il capo dipartimento delle Politiche del mare, Pierpaolo Ribuffo. In sala ascolta con attenzione lo SVP Head of EU Affairs di Fincantieri, Davide Cucino, che infatti ritiene “necessaria una visione d’insieme, ovvero anche la parte industriale del mare deve partecipare come attore a questa sfida“.

C’è poi chi, come Iveco Group, suggerisce altre strade. “Come costruttore leader mondiale di veicoli commerciali, siamo a favore della comodalità, non del modal shift“, sostiene il Chief Public Affairs & Sustainability Officer, Michele Ziosi. Ma perché funzioni “occorre un approccio integrato che metta insieme l’impegno dei differenti stakeholders, politiche governative a supporto del rinnovo del parco circolante, costruttori, come noi, che mettono sul mercato veicoli sempre più efficienti e una regolamentazione smart che impatti sui prodotti in maniera positiva e non rappresenti un vincolo all’immissione sul mercato“.

In questo scenario resta scolpita anche la necessità di perseguire la neutralità tecnologica, anche dei carburanti. “Le varie possibilità devono essere valutate in termini di equilibrio, sia di tutela ambientale sia dei rapporti costi-benefici, nell’ottica del raggiungimento di una sostenibilità economica e occupazionale“, sottolinea infatti l’eurodeputata e membro della commissione Tran, Anna Maria Cisint, nel suo videomessaggio. Il tema, ovviamente, continuerà a occupare gran parte del dibattito pubblico e politico, tra Roma e Bruxelles. Ma al momento una rotta sembra essere stata tracciata.

acqua

Nasce Agenzia per dimensione subacquea. Musumeci: Con spazio, vera sfida del futuro

Dopo il dominio dello spazio, sarà regolamentato anche quello subacqueo. Due dimensioni che sono la “vera sfida del futuro” davanti alla quale l’Italia non si farà trovare impreparata, assicura Nello Musumeci. “La nostra nazione – rivendica – si presenta puntuale all’appuntamento e con tutte le credibilità necessarie“.

Il Consiglio dei ministri approva il disegno di legge per definire un quadro giuridico che disciplini le attività, sempre più crescenti, che pubblico e privato svolgono dalla superficie del mare ai fondali.

Il testo prevede l’istituzione dell’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee (Asas), alle dipendenze funzionali della presidenza del Consiglio, con un direttore generale che “deve possedere requisiti di professionalità specifici in relazione all’ambiente subacqueo“, nominato dal premier, su proposta del ministro della Difesa, sentito il ministro per il Mare. Restano a carico di ogni ministero le competenze attribuite dalla disciplina sulla dimensione subacquea vigente.

Siamo fra i primi Stati membri dell’Unione europea a fissare le regole sulla attività nell’ambiente sottomarino“, osserva Musumeci, che aveva già previsto questa esigenza nel ‘Piano del Mare’, soprattutto avvertita dalla “crescente antropizzazione della dimensione subacquea“.
Non parla soltanto della ricerca e dell’impiego di risorse energetiche e minerarie, ma anche delle infrastrutture di comunicazione, a scopi scientifici o militari. “Si rendeva indispensabile stabilire procedure e regole per coordinare le varie attività e assicurarne lo svolgimento in un contesto di sicurezza“, sostiene.

Il mondo subacqueo è sconosciuto all’uomo per l’80%. Uno spazio che, insiste il ministro, sarà “un nuovo luogo di incontro e competizione internazionale tra ambizioni e interessi di ogni Stato“.

Greenpeace bacchetta la Norvegia: “Conseguenze irreversibili con estrazione mineraria sottomarina”

Greenpeace ha messo in guardia la Norvegia dalle conseguenze “irreversibili” della prevista apertura dei fondali marini all’estrazione mineraria, che secondo l’organizzazione interesserà l’intero ecosistema marino. Nonostante le obiezioni di scienziati, Ong e altri governi, il Paese scandinavo prevede di assegnare le prime licenze di esplorazione nel 2025 e potrebbe diventare uno dei primi al mondo a sfruttare i fondali marini.

“I progetti norvegesi di estrazione in acque profonde nell’Artico causeranno danni irreversibili alla biodiversità”, ha contestato Greenpeace, pubblicando un rapporto intitolato ‘Underwater mining in the Arctic: living treasures at risk’. Per l’organizzazione, questa attività rappresenta un’ulteriore minaccia per un ecosistema poco conosciuto e già indebolito dal riscaldamento globale.

Tra i pericoli individuati nel rapporto vi sono la distruzione diretta degli habitat e degli organismi del fondale marino, l’inquinamento acustico e luminoso, il rischio di perdite chimiche dai macchinari e lo spostamento accidentale delle specie. “L’estrazione mineraria causerà danni permanenti a questi ecosistemi e sarà sempre impossibile valutare la piena portata di questi impatti, per non parlare del loro controllo”, ha dichiarato Kirsten Young, responsabile della ricerca di Greenpeace.
“I piani della Norvegia non solo minacciano direttamente le specie e gli habitat dei fondali marini, ma anche l’intero ecosistema marino, dal plancton più piccolo alle balene più grandi”, ha aggiunto l’autrice.

Le autorità norvegesi, da parte loro, sottolineano l’importanza di non dipendere da Paesi come la Cina per l’approvvigionamento di minerali essenziali per la transizione verde e assicurano che le prospezioni permetteranno di raccogliere le conoscenze che attualmente mancano. “La transizione globale verso una società a basse emissioni di carbonio richiederà enormi quantità di minerali e metalli”, ha dichiarato Astrid Bergmål, Segretario di Stato presso il Ministero dell’Energia norvegese, in un’e-mail all’AFP.

“Oggi l’estrazione dei minerali è in gran parte concentrata in un piccolo numero di Paesi o di aziende. Questo può contribuire a rendere vulnerabili le forniture, il che è particolarmente problematico nell’attuale contesto geopolitico”, ha aggiunto.
Alcuni di questi minerali sono utilizzati in batterie, turbine eoliche, computer e telefoni cellulari. La Norvegia afferma che qualsiasi sfruttamento sarà soggetto all’introduzione di metodi “responsabili e sostenibili” e che i primi progetti dovranno essere approvati dal governo e dal parlamento.
Oslo prevede di aprire all’esplorazione un’area di 281.000 km2 nei mari di Norvegia e Groenlandia, un’area grande la metà della Francia, con l’obiettivo di assegnare le prime licenze nella prima metà del 2025.

Coste e mare ostaggio dell’illegalità: accertato un reato ogni 119 metri. Nel 2023 crescono del 29,7%

Ogni 119 metri di coste italiane si verifica un reato ambientale, cioè 8,4 per chilometro. Si va dal ciclo illegale del cemento (10.257 reati, +11,2% nel 2023 rispetto al 2022), a quello dei rifiuti legato all’inquinamento del mare (6.372, +59,3%), fino alla pesca illegale (4.268 illeciti penali, +11,3%). Preoccupa anche la violazione delle normative che regolano la nautica da diporto: 2.059 illeciti penali accertati nel 2023, + 230% rispetto al 2022. Coste e mari italiani sono sempre più minacciati dalle illegalità e lo scorso anno è stato da “codice rosso”: 22.956 i reati accertati dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto, cioè il 29,7% in più rispetto al 2022. Oltre 25mila le persone denunciate (+43% rispetto all’anno precedente). A scattare questa fotografia è il nuovo report ‘Mare Monstrum 2024’ che Legambiente ha presentato alla vigilia del 14esimo anniversario dell’uccisione a Pollica (SA) del sindaco pescatore Angelo Vassallo, per tenere viva la memoria del suo impegno contro speculazioni e illegalità. Cresce, però, l’efficacia dell’azione repressiva, come dimostra il numero di persone arrestate (204, +98,1% rispetto al 2022) e quello dei sequestri, pari a 4.026, in crescita del 22,8% sul 2022.

Il rapporto mostra una grande disparità a livello geografico. Un reato su due (50,3%) si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, Campania (3.095 illeciti penali), Sicilia (3.061), Puglia (3.016) e Calabria (2.371), che guidano nell’ordine, come numeri assoluti, la classifica regionale, seguite dal Lazio (1.529 reati) e dalla Toscana (1.516). Nelle prime dieci regioni figurano Sardegna, Veneto, Liguria e Marche. Proprio questa regione è, invece, la prima come numero di illeciti complessivi (reati e violazioni amministrative) per km di costa (38,9), seguita da Friuli-Venezia Giulia (31,9 illeciti per km) e Basilicata (30,9).

Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, chiede di “rafforzare il ruolo e le attività di competenza di tutte le istituzioni coinvolte” e invita a “potenziare l’attività di demolizione degli immobili abusivi, e non prevedendo nuovi condoni, ammodernare e completare il sistema di fognature e depuratori, potenziare l’economia circolare e prevedere sanzioni più severe per la pesca illegale”.

Entrando nel dettaglio, il ciclo illegale del cemento (dall’abusivismo edilizio alle occupazioni illecite del demanio marittimo fino alle cave fuorilegge), con 10.257 reati (+11,1% sul 2022) rappresenta da solo il 44,7% di tutte le infrazioni accertate nel 2023 contro i mari e le coste. Al cemento lungo le coste si sommano l’abbandono e gli smaltimenti illegali di rifiuti, gli scarichi in mare e la mala depurazione. Primo posto in classifica per illeciti di questo tipo, spetta alla Campania anche se in leggera flessione (-2,3%) rispetto al 2022, seguita dalla Puglia e dalla Calabria. Sul fronte della pesca illegale, analizzando tutti gli illeciti, sia penali sia amministrativi, in termini assoluti la Sicilia guida la classifica con 1.872 infrazioni, seguita da Puglia (1.264), Lazio (824) e Liguria (809).