
Powell da Jackson Hole apre al taglio dei tassi Usa ma avverte: “Effetti dei dazi già visibili”
Cautela “motivata dai dati”, soprattutto sull’occupazione e sull’inflazione, ma le “condizioni sono cambiate” rispetto ad un anno fa, nonostante “nuove sfide da affrontare”. Tuttavia, “le prospettive di base e il mutevole equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento del nostro orientamento di politica monetaria”. Jerome Powell ha scelto il palco più prestigioso della finanza Usa per aprire ad un possibile taglio dei tassi di interesse. Proprio a Jackson Hole, tra i banchieri centrali, in quello che è stato il suo ultimo intervento da governatore della Fed prima della scadenza naturale del suo mandato (maggio 2026). Una delle parole più ricorrenti del suo attesissimo discorso è “incertezza”. Perchè “dazi doganali significativamente più elevati tra i nostri partner commerciali stanno rimodellando il sistema commerciale globale. Una politica migratoria più restrittiva ha portato a un brusco rallentamento della crescita della forza lavoro”. E nel lungo periodo, ha spiegato Powell, anche i cambiamenti nelle politiche fiscali, di spesa e di regolamentazione potrebbero avere “importanti implicazioni per la crescita economica e la produttività”. Insomma, “vi è notevole incertezza su dove tutte queste politiche si stabilizzeranno e sui loro effetti duraturi sull’economia”.
Ricordando che il rapporto sull’occupazione Usa di luglio ha mostrato che la crescita dei posti di lavoro retribuiti è rallentata a un ritmo medio di soli 35.000 al mese negli ultimi tre mesi, in calo rispetto ai 168.000 al mese del 2024, ma che comunque “il tasso di disoccupazione, pur essendo in leggero aumento, si attesta su un livello storicamente basso del 4,2% ed è rimasto sostanzialmente stabile nell’ultimo anno”, il presidente della Fed ha chiarito che i rischi sul mercato del lavoro sono orientati al ribasso. E se tali rischi si concretizzassero, possono farlo rapidamente “sotto forma di un netto aumento dei licenziamenti e della disoccupazione”. Allo stesso tempo, ha spiegato Powell, la crescita del Pil ha subito un notevole rallentamento nella prima metà di quest’anno, attestandosi a un ritmo dell’1,2%, circa la metà del 2,5% previsto per il 2024. Il calo della crescita “ha riflesso in gran parte un rallentamento della spesa dei consumatori”. E come per il mercato del lavoro, parte di questo rallentamento “riflette probabilmente una crescita più lenta dell’offerta o del prodotto potenziale”.
Atteso era anche un riferimento all’impatto dei dazi Usa sull’inflazione americana. A tal riguardo, Powell ha confermato che gli “effetti sui prezzi al consumo sono ormai chiaramente visibili”: “Prevediamo che tali effetti si accumuleranno nei prossimi mesi, con elevata incertezza su tempi e importi. La questione fondamentale per la politica monetaria è se questi aumenti dei prezzi possano aumentare significativamente il rischio di un problema di inflazione persistente. Uno scenario di base ragionevole prevede che gli effetti saranno relativamente di breve durata: una variazione una tantum del livello dei prezzi. Naturalmente, una tantum non significa tutto in una volta. Ci vorrà ancora tempo prima che gli aumenti tariffari si diffondano lungo le catene di approvvigionamento e le reti di distribuzione. Inoltre, le aliquote tariffarie continuano a evolversi, prolungando potenzialmente il processo di aggiustamento”.
Proprio l’inflazione è uno dei due pilastri su cui si basano le mosse della Fed. Anche qui, Powell ha lanciato il proprio monito: l’aumento delle tariffe ha iniziato a far salire i prezzi in alcune categorie di beni. Le stime basate sugli ultimi dati disponibili indicano che i prezzi totali delle spese per consumi personali (Pce) sono aumentati del 2,6% annuale (a luglio). Escludendo le categorie volatili di cibo ed energia, l’indice core Pce è aumentato del 2,9%, al di sopra del livello di un anno fa. L’inflazione “è al di sopra del nostro obiettivo da oltre quattro anni” e “rimane una preoccupazione importante per famiglie e imprese”. Tuttavia, le aspettative a lungo termine sembrano rimanere ben ancorate e coerenti con il nostro obiettivo del 2%. Considerato tutto questo, Powell ha infine aperto alla possibilità di un futuro taglio dei tassi di interesse. Senza però indicare tempi ed entità, visto che prima della prossima riunione della Fed (16-17 settembre) usciranno gli ultimi dati sull’occupazione e sull’inflazione di agosto. Nel breve termine, ha spiegato il governatore della Fed, “i rischi per l’inflazione sono orientati al rialzo e i rischi per l’occupazione al ribasso: una situazione difficile. Quando i nostri obiettivi sono in tensione in questo modo, il nostro quadro di riferimento ci impone di bilanciare entrambi i lati del nostro doppio mandato. Il nostro tasso di riferimento è ora di 100 punti base più vicino alla neutralità rispetto a un anno fa, e la stabilità del tasso di disoccupazione e di altri indicatori del mercato del lavoro ci consente di procedere con cautela nel valutare modifiche al nostro orientamento di politica monetaria”. Tuttavia, “con la politica monetaria in territorio restrittivo, le prospettive di base e il mutevole equilibrio dei rischi potrebbero giustificare un adeguamento del nostro orientamento di politica monetaria”.
Una risposta indiretta alle pressioni del presidente Usa, Donald Trump, che da mesi non usa mezzi termini e, anzi, non ha risparmiato insulti a Powell, ‘colpevole’ di non aver agito più rapidamente nel tagliare i tassi. Proprio mentre era in corso il discorso a Jackson Hole, il tycoon ha alzato il tiro contro Lisa Cook, membro del board dei governatori della Fed, accusata dal direttore della Federal Housing Finance Agency di aver “falsificato i documenti per ottenere condizioni di prestito più favorevoli per due immobili”: “Se Cook non si dimette la licenzierò io” ha dichiarato Trump davanti ai giornalisti, a Washington.
Nel frattempo Wall Street esulta. Alle 17:30 il Dow Jones saliva di oltre il 2%, il Nasdaq guadagnava l’1,96% e l’S&P 500 segnava un +1,6%.