foresta

Più alberi meno infarti: dimostrati i benefici di vivere in zone green

Più alberi, meno rischi di infarto e di altre malattie cardiovascolari. Ma anche meno probabilità di sviluppare cancro e diabete. Che vivere nella natura faccia bene all’anima e al corpo è cosa nota, ma un gruppo di ricercatori dell’Università di Louisville si è spinto più in là e ha dimostrato che raddoppiare il numero di alberi in un quartiere ha avuto effetti sorprendenti sulla salute dei residenti. In particolare, la ricerca ha dimostrato che coloro che vivevano nelle aree rinverdite avevano livelli di un biomarcatore dell’infiammazione generale – una misura chiamata proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP) – inferiori del 13-20% rispetto a coloro che vivevano nelle aree che non avevano ricevuto nuovi alberi o arbusti. Livelli più elevati di hsCRP sono fortemente associati al rischio di malattie cardiovascolari e sono un indicatore di infarto ancora più forte dei livelli di colesterolo. Inoltre, indicano anche un rischio maggiore di diabete e di alcuni tipi di cancro. Una riduzione dell’infiammazione di questa percentuale corrisponde a una diminuzione di circa il 10-15% del rischio di infarto, cancro o morte per qualsiasi malattia.

Per capire lo stato di salute della comunità all’inizio dello studio – chiamato Green Heart Louisville – i ricercatori hanno prelevato campioni di sangue, urine, capelli e unghie e hanno documentato i dati sanitari di 745 persone che vivono in un’area di quattro miglia quadrate a sud di Louisville. Hanno anche effettuato misurazioni dettagliate della copertura arborea e dei livelli di inquinamento atmosferico nell’area. I dati sono stati successivamente confrontati con quelli dei residenti dei quartieri adiacenti, dove il team del progetto non ha piantato alcun albero.

Dopo la raccolta dei dati di base, l’Enviroment Institute ha collaborato con The Nature Conservancy e con una serie di partner e appaltatori locali per piantare più di 8.000 grandi alberi e arbusti in determinati quartieri all’interno dell’area del progetto.

Dopo le piantumazioni, il team di ricerca ha rivalutato la salute dei residenti, scoprendo il calo considerevole dell’indice di infiammazione. “Questi risultati del progetto Green Heart Louisville indicano che gli alberi possono migliorare la salute delle persone che vivono intorno a loro”, dice Aruni Bhatnagar, direttore dell’Envirome Institute e professore di medicina dell’Uofl. “Sebbene diversi studi precedenti abbiano riscontrato un’associazione tra il vivere in aree con un elevato livello di verde circostante e la salute, questo è il primo studio a dimostrare che un aumento deliberato del verde nel quartiere può migliorare la salute. Grazie a questi risultati e ad altri studi che speriamo di presentare presto, siamo più vicini alla comprensione dell’impatto della copertura arborea locale sulla salute dei residenti. Questa scoperta rafforzerà la spinta ad aumentare gli spazi verdi urbani”, conclude.

I risultati sono stati presentati da Daniel Riggs, professore assistente di medicina ambientale dell’Uofl, alla 36a Conferenza annuale della Società internazionale di epidemiologia ambientale a Santiago del Cile il 26 agosto.

Tags:
,
Caldo record

I morti per caldo triplicheranno in Europa entro 2100. In Italia saranno 28mila all’anno

I decessi dovuti al caldo potrebbero triplicare in Europa entro il 2100 in base alle attuali politiche climatiche, soprattutto tra le persone che vivono nelle zone meridionali del continente. Lo rivela uno studio del Joint Research Centre della Commissione Europea pubblicato su The Lancet Health. Complessivamente, con un riscaldamento globale di 3°C – una stima massima basata sulle attuali politiche climatiche – il numero di decessi legati al caldo in Europa potrebbe aumentare da 43.729 a 128.809 entro la fine del secolo. Nello stesso scenario, i decessi attribuiti al freddo – attualmente molto più alti di quelli dovuti al caldo – rimarrebbero elevati, con una leggera diminuzione da 363.809 a 333.703 entro il 2100.

In Italia questa stima si tradurrebbe con più di 28mila morti all’anno, un numero che è quasi il triplo di quello registrato tra il 1991 e il 2020 (poco più di 10mila). Secondo gli esperti, se l’aumento delle temperature restasse entro +1,5°, così come indicato dall’Accordo di Parigi, le morti per calore nel nostro Paese sarebbero circa 14mila entro la fine del secolo, che diventerebbero poco più di 18mila con un incremento di 2 gradi. Nello scenario peggiore ipotizzato, cioè +4° C, le vittime quintuplicherebbero rispetto a oggi, arrivando a 45mila circa.

“Il nostro studio identifica anche i punti caldi in cui il rischio di morte per le alte temperature è destinato ad aumentare drasticamente nel prossimo decennio. È necessario sviluppare politiche più mirate per proteggere queste aree e i membri della società più a rischio di temperature estreme”, spiega David García-León del Centro comune di ricerca della Commissione europea.

Lo studio stima che le temperature calde e fredde causino attualmente 407.538 decessi all’anno in Europa, di cui 363.809 legati al freddo e 43.729 al caldo. Quelli causati dalle temperature più basse sono più elevati nell’Europa orientale e negli Stati baltici e più bassi nell’Europa centrale e in alcune parti dell’Europa meridionale, con tassi che vanno da 25 a 300 decessi ogni 100.000 persone. Quelli legati al caldo, invece, variano da 0,6 a 47 decessi per 100.000 persone, con tassi più bassi nel Regno Unito e nei Paesi scandinavi e più alti in Croazia e nelle parti più meridionali del continente. Attualmente in Europa si muore circa otto volte di più per il freddo che per il caldo (rapporto 8,3:1), ma si prevede che questo rapporto diminuirà notevolmente entro la fine del secolo.

Si stima che i decessi legati al calore aumenteranno in tutte le regioni d’Europa in caso di riscaldamento di 3°C, con un forte aumento dei tassi di mortalità, con un aumento di tre volte del tasso medio in tutta Europa, fino a raggiungere un numero di decessi compreso tra 2 e 117 per 100.000 persone in tutti i Paesi europei. Tra le zone calde che saranno particolarmente colpite da un maggiore riscaldamento e da popolazioni sempre più anziane figurano Spagna, Italia, Grecia e parte della Francia.

Ue: “Inquinamento e caldo minacciano salute, servono piani d’azione e verde in città”

Misure preventive per migliorare la salute generale della popolazione, riduzione delle emissioni di inquinanti atmosferici e gas serra da tutte le fonti, pianificazione urbana che dia priorità a spazi verdi, mobilità attiva e trasporto pubblico, potenziamenti edilizi, più consapevolezza della situazione: sono alcuni esempi di misure che l’Unione europea e i 27 Paesi membri sono chiamati ad adottare visto l’aumento, presente e atteso per il futuro, di problemi sanitari e di decessi legati all’inquinamento, alle alte temperature e alla combinazione di questi due fattori.

A riportare l’attenzione sul tema è l’Agenzia europea dell’Ambiente, l’Aea, che ha ricordato come, ogni anno, nell’Ue ci siano ben oltre 200 mila persone che muoiono per cause legate all’inquinamento atmosferico da particolato fine (Pm2.5): un numero “troppo alto” e che riguarda in particolar modo “i gruppi più vulnerabili della popolazione”, come anziani e bambini e chi ha uno status socio economico più basso. Ad essere più esposte sono le città e il contesto viene aggravato dall’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico. “A causa di fattori come l’effetto isola di calore urbano, le città possono essere significativamente più calde delle aree circostanti. Gli eventi di calore estremo nell’estate del 2022 hanno causato oltre 60 mila decessi stimati in Europa”, ha precisato l’Agenzia.

Questa è una preoccupazione crescente poiché si prevede che il numero di giorni con temperature estreme aumenterà a causa del cambiamento climatico. Secondo le proiezioni climatiche, entro la fine del 21° secolo possiamo aspettarci 60 giorni con condizioni di ondate di calore pericolose per la salute in alcune parti dell’Europa meridionale. Tali proiezioni – ha scritto l’Aea -, unite alla crescente vulnerabilità della popolazione per l’invecchiamento, alla prevalenza di malattie croniche e all’urbanizzazione, potrebbero aumentare il numero di decessi correlati alle ondate di calore in futuro, a meno che non vengano adottate misure di adattamento”.

L’Agenzia ha puntualizzato che, storicamente, gli impatti di fattori ambientali come rumore, inquinamento atmosferico e calore tendevano a essere valutati separatamente. Ma nella pratica è probabile che le persone siano esposte a più fattori di rischio contemporaneamente. “Uno studio recente ha identificato che l’aumento del rischio di mortalità correlato all’esposizione al calore estremo era del 6,1% e per PM2,5 elevato era del 5%, tuttavia il rischio di mortalità per esposizione combinata sia al calore estremo che al PM2,5 è stato stimato al 21%, ovvero significativamente maggiore del rischio di esposizione a uno qualsiasi dei due fattori da solo”, ha spiegato l’Aea. Oltre all’aumento delle temperature in Europa, si prevede che il cambiamento climatico avrà un impatto sulle emissioni di inquinanti atmosferici, ad esempio per gli incendi boschivi più numerosi e più grandi, e sulla loro formazione nell’atmosfera, ad esempio ozono a livello del suolo.

In questo scenario, la riduzione dell’inquinamento atmosferico è fondamentale perché “si tradurrà in un minor numero di decessi causati dal cambiamento climatico”. E dato che le principali fonti di inquinamento atmosferico includono trasporti, riscaldamento domestico, agricoltura, produzione di energia e industria, “riducendo le emissioni in questi settori possiamo abbassare ulteriormente i livelli di inquinamento nelle nostre città”. Inoltre, si possono anche introdurre una serie di misure per ridurre l’impatto del calore sulla salute. Quattro in particolare: “lo sviluppo di piani d’azione per la salute dovuti al calore e sistemi di allerta precoce per garantire che vengano adottate misure pertinenti prima e durante le ondate di calore”; “adottare azioni appropriate nella pianificazione urbana delle nostre città, ad esempio aumentare gli spazi verdi urbani e garantire dintorni verdi di scuole e ospedali per ridurre l’effetto isola di calore urbano in queste località: un ambiente più verde tende anche a incoraggiare le passeggiate e l’uso della bicicletta, con conseguente riduzione delle emissioni dei trasporti”; “migliorare l’efficienza energetica dell’ambiente costruito e ridurre le temperature interne (ad esempio, tende solari; tetti e facciate riflettenti; ventilazione meccanica)”; “adottare misure per proteggere i lavoratori, come l’adeguamento dell’orario per quanti operano all’aperto per evitare le ore più calde”.

Allarme degli scienziati: “Pesticidi sono cancerogeni quanto il fumo”

Nell’agricoltura moderna, i pesticidi sono essenziali per garantire raccolti sufficientemente elevati e la sicurezza alimentare. Queste sostanze chimiche, tuttavia, possono avere effetti negativi sulla vita delle piante e degli animali e sulle persone che vi sono esposte. Alcuni ricercatori statunitensi hanno messo in relazione l’aumento del rischio di cancro dovuto all’uso di pesticidi agricoli con il fumo, un fattore di rischio di cancro più conosciuto. I risultati sono stati pubblicati su Frontiers in Cancer Control and Society.

“Nel nostro studio abbiamo scoperto che per alcuni tipi di cancro, l’effetto dell’uso di pesticidi agricoli è paragonabile in termini di grandezza a quello del fumo”, spiega l’autore senior dello studio, Isain Zapata, professore associato presso la Rocky Vista University, College of Osteopathic Medicine in Colorado. “Una persona che non è un agricoltore e che vive in una comunità con una forte produzione agricola è esposta a molti dei pesticidi utilizzati nelle vicinanze”, dice l’esperto.

I ricercatori hanno scoperto che in questo ambiente l’impatto dell’uso di pesticidi sull’incidenza del cancro è pari a quello del fumo. L’associazione più forte riguardava il linfoma non-Hopkins, la leucemia e il cancro alla vescica. In questi tipi di tumore, gli effetti dell’esposizione ai pesticidi erano addirittura più pronunciati di quelli delle sigarette.

Per gli esperti “è la combinazione di tutti i pesticidi e non uno soltanto” ad aumentare i rischi. Poiché non vengono utilizzati uno alla volta, secondo i ricercatori è improbabile che la colpa sia di uno solo. Gli esperti hanno incluso 69 pesticidi per i quali sono disponibili dati sull’uso tramite il Servizio geologico degli Stati Uniti.
I ricercatori hanno dichiarato che il loro studio è la prima valutazione completa del rischio di cancro da una prospettiva basata sulla popolazione a livello nazionale. Finora nessuna ricerca su larga scala aveva esaminato il quadro generale e contestualizzato l’uso dei pesticidi con un fattore di rischio di cancro non più messo in discussione, in questo caso il fumo. “È difficile spiegare l’entità di un problema senza presentare un contesto, quindi abbiamo incorporato i dati sul fumo. Siamo rimasti sorpresi nel vedere stime con intervalli simili”, dice Zapata.

inquinamento

Gli inquinanti dell’aria aumentano il rischio di paralisi cerebrale nei bambini

L’esposizione agli inquinanti atmosferici durante la gravidanza è associata al rischio di paralisi cerebrale tra i nati a termine. Lo rivela uno studio pubblicato su Jama Network e condotto in Canada, secondo il quale l’esposizione prenatale al PM2.5 ambientale è legata a un rischio aumentato di paralisi cerebrale nei bambini.

La ricerca è stata condotta su 1,59 milioni di coppie madre-bambino con gravidanze singole giunte a termine in tutti gli ospedali dell’Ontario tra il 2002 e il 2017 e i dati sono stati analizzati da gennaio a dicembre 2022. Le concentrazioni medie settimanali di particolato fine con diametro di 2,5 μm (PM2.5) o inferiore, di biossido di azoto (NO2) e di ozono (O3) durante la gravidanza, assegnate in base alla residenza materna dichiarata al momento del parto, sono state ricavate da stime satellitari e da quelle a livello del suolo. I casi di paralisi cerebrale sono stati accertati da una singola diagnosi di ricovero ospedaliero o da almeno 2 diagnosi ambulatoriali dalla nascita ai 18 anni: 3170 (0,2%) bambini hanno ricevuto una diagnosi di questo tipo.

La paralisi cerebrale è la causa più comune di disabilità fisica nell’infanzia e rappresenta un gruppo di disturbi del neurosviluppo non progressivi, clinicamente eterogenei, caratterizzati da disabilità motoria. Compare precocemente nella vita e porta a una disabilità motoria che dura per sempre. La sua prevalenza complessiva è rimasta stabile nel tempo tra 1 e 4 per 1000 nati vivi.

L’esposizione prenatale all’inquinamento atmosferico è associata a un rallentamento dello sviluppo neurologico nelle prime fasi della vita e a un aumento del rischio di problemi di sviluppo neurologico. Sebbene nessuno studio sugli animali o sull’uomo abbia mai riportato un legame diretto tra inquinamento atmosferico e paralisi cerebrale, per i ricercatori “è possibile” che l’esposizione a livelli elevati di inquinanti possano aumentare i rischi.

Dalla ricerca, infatti, è emerso che alti livelli di inquinamento atmosferico sono associati a un rischio di paralisi cerebrale 1,12 volte superiore alla media. “Sono necessari – spiegano gli autori – ulteriori studi per esplorare questa associazione e i suoi potenziali percorsi biologici, che potrebbero far progredire l’identificazione dei fattori di rischio ambientali della paralisi cerebrale nella prima infanzia”.

La luce del sole danneggia bottiglie di plastica: rischi per la salute

La luce solare può danneggiare le bottiglie di plastica che contengono acqua, al punto da causare rischi per la salute. L’esposizione alla luce può portare questi contenitori a degradarsi e a emettere composti organici volatili (VOC), potenzialmente dannosi per l’uomo. E’ quanto emerge da uno studio condotto dal Guangdong Key Laboratory of Environmental Pollution and Health dell’Università di Jinan e pubblicata su Eco-Environment & Health. Il boom del mercato dell’acqua in bottiglia, dicono gli autori, “sottolinea l’urgenza” di trovare “alternative più sicure”, a partire dai materiali di produzione.

La ricerca ha analizzato i composti organici volatili rilasciati da sei tipi di bottiglie di plastica sottoposte a raggi UV-A e alla luce del sole. I risultati hanno mostrato che tutte le bottiglie testate hanno emesso una miscela complessa di alcani, alcheni, alcoli, aldeidi e acidi, con variazioni significative nella composizione e nella concentrazione dei VOC tra le bottiglie. In particolare, sono stati identificati composti altamente tossici, tra cui sostanze cancerogene come l’n-esadecano, evidenziando gravi rischi per la salute.

“I nostri risultati – spiega il primo ricercatore, Huase Ou – forniscono prove convincenti del fatto che le bottiglie di plastica, se esposte alla luce del sole, possono rilasciare composti tossici che comportano rischi per la salute. I consumatori devono essere consapevoli di questi rischi, soprattutto negli ambienti in cui l’acqua in bottiglia è esposta alla luce del sole per periodi prolungati”.

La ricerca non solo fa luce sulla stabilità chimica delle bottiglie in polietilene tereftalato (PET), ma ha anche implicazioni significative per la salute pubblica e le norme di sicurezza. La comprensione delle condizioni in cui questi VOC vengono rilasciati può guidare il miglioramento delle pratiche di produzione e la selezione dei materiali per i contenitori di acqua in bottiglia. Inoltre, sottolinea la necessità di una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori e di norme industriali più severe per ridurre l’esposizione a questi composti potenzialmente dannosi.

Trovati Pfas nel latte materno e nella placenta: neonati a rischio

I Pfas, considerati gli inquinanti eterni, sono in grado di passare dalla madre al figlio attraverso il cordone ombelicale e il latte. Lo rivela uno studio pubblicato su Eco-Environment & Health, che ha analizzato le implicazioni per la salute dell’esposizione alle sostanze polifluoroalchiliche (i Pfas) nei neonati, studiando il loro trasferimento attraverso la placenta e il latte materno. Questo studio segna un significativo passo avanti nella comprensione degli inquinanti ambientali e del loro impatto sulle popolazioni più vulnerabili.

I Pfas sono una classe di sostanze chimiche ampiamente utilizzate nella produzione di beni di consumo grazie alle loro proprietà idrofobiche e oleofobiche e alla loro stabilità. Tuttavia, la loro persistenza nell’ambiente e il bioaccumulo negli organismi viventi hanno suscitato preoccupazioni per i potenziali effetti sulla salute.
Trovate nel cordone ombelicale e nel latte materno, queste sostanze chimiche sintetiche comportano potenziali rischi per la salute dei neonati. Guidato da un gruppo di ricercatori della School of Public Health della Fudan University, il team di ricerca ha analizzato meticolosamente i meccanismi di trasferimento e gli impatti di queste sostanze chimiche persistenti, fornendo indicazioni cruciali sulla loro presenza pervasiva dalla gravidanza all’allattamento.

Yaqi Xu, autrice principale dello studio, spiega che “i nostri risultati sono fondamentali per sviluppare strategie di protezione dei neonati dagli effetti potenzialmente dannosi dell’esposizione ai Pfas. La comprensione dei percorsi e dei rischi associati a queste sostanze chimiche può portare a migliori politiche di regolamentazione e a misure di protezione per i più suscettibili tra noi”.

Le implicazioni di questa ricerca sono profonde, in particolare per le politiche di salute pubblica e la sicurezza dei bambini. Identificando i composti Pfas specifici che hanno maggiori probabilità di trasferirsi attraverso la placenta e nel latte materno, le misure preventive possono essere più efficacemente mirate. Inoltre, i risultati dello studio potrebbero influenzare le future linee guida sull’uso di prodotti contenenti Pfas da parte di donne in gravidanza e madri che allattano.

Tags:
,

Corte di giustizia Ue: “Ilva sospenda le attività se ci sono rischi per la salute”

“Se presenta pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute umana, l’esercizio dell’acciaieria Ilva di Taranto dovrà essere sospeso. Spetta al Tribunale di Milano valutarlo”. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Ue in merito al ricorso presentato da cittadini contro il proseguimento delle attività dell’acciaieria.

La Corte ha ricordato che l’acciaieria Ilva ha iniziato le sue attività nel 1965 e, contando circa 11 mila dipendenti e avendo una superficie di circa 1.500 ettari, è una delle più grandi acciaierie d’Europa. Ha anche precisato che, nel 2019, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato che l’acciaieria provocava significativi effetti dannosi sull’ambiente e sulla salute degli abitanti della zona. “Varie misure per la riduzione del suo impatto sono state previste sin dal 2012, ma i termini stabiliti per la loro attuazione sono stati ripetutamente differiti”, ha evidenziato la Corte. In quel contesto, molti abitanti della zona hanno agito in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano contro il proseguimento dell’esercizio dell’acciaieria, sostenendo che le sue emissioni nuocciono alla loro salute e che l’installazione non è conforme ai requisiti della direttiva relativa alle emissioni industriali. A quel punto, il Tribunale di Milano si è chiesto se la normativa italiana e le norme derogatorie speciali applicabili all’acciaieria Ilva per garantirne la continuità fossero in contrasto con la direttiva ed ha, per questo, adito la Corte al riguardo.

La Corte ha sottolineato anzitutto “lo stretto collegamento tra la protezione dell’ambiente e quella della salute umana, che costituiscono obiettivi chiave del diritto dell’Unione, garantiti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Ha rilevato che la direttiva contribuisce al conseguimento di questi obiettivi e alla salvaguardia del diritto di vivere in un ambiente atto a garantire la salute e il benessere. Mentre, secondo il governo italiano, la direttiva non fa alcun riferimento alla valutazione del danno sanitario, la Corte rileva che la nozione di ‘inquinamento’ ai sensi di tale direttiva include i danni tanto all’ambiente quanto alla salute umana.

Pertanto, “la valutazione dell’impatto dell’attività di un’installazione come l’acciaieria Ilva su tali due aspetti deve costituire atto interno ai procedimenti di rilascio e riesame dell’autorizzazione all’esercizio”, ha puntualizzato la Corte.

Secondo il Tribunale di Milano, tale presupposto non è stato rispettato per quanto riguarda il danno sanitario. “Il gestore deve altresì valutare tali impatti durante tutto il periodo di esercizio della sua installazione”. Inoltre, secondo il Tribunale di Milano, le norme speciali applicabili all’acciaieria Ilva hanno consentito di rilasciarle un’autorizzazione ambientale e di riesaminarla senza considerare talune sostanze inquinanti o i loro effetti nocivi sulla popolazione circostante. Ebbene, la Corte rileva che “il gestore di un’installazione deve fornire, nella sua domanda di autorizzazione iniziale, informazioni relative al tipo, all’entità e al potenziale effetto negativo delle emissioni che possono essere prodotte dalla sua installazione. Solo le sostanze inquinanti che si ritiene abbiano un effetto trascurabile sulla salute umana e sull’ambiente possono non essere assoggettate al rispetto dei valori limite di emissione nell’autorizzazione all’esercizio”.

La Corte ha affermato che, contrariamente a quanto sostenuto dall’Ilva e dal governo italiano, il procedimento di riesame non può limitarsi a fissare valori limite per le sostanze inquinanti la cui emissione era prevedibile. Occorre tener conto anche delle emissioni effettivamente generate dall’installazione nel corso del suo esercizio e relative ad altre sostanze inquinanti. “In caso di violazione delle condizioni di autorizzazione all’esercizio dell’installazione, il gestore deve adottare immediatamente le misure necessarie per garantire il ripristino della conformità della sua installazione a tali condizioni nel più breve tempo possibile. In caso di pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute umana, il termine per applicare le misure di protezione previste dall’autorizzazione all’esercizio non può essere prorogato ripetutamente e l’esercizio dell’installazione deve essere sospeso”, ha concluso la Corte.

Giornata dei donatori di sangue, Jakala invita alla raccolta tutti i dipendenti

Sono circa 1,67 milioni i donatori di sangue in Italia, di cui 1,39 milioni periodici e circa 280mila alla prima donazione. Nel 2023 il numero di donazioni è stato di circa 3 milioni con un’incidenza sulla popolazione di circa 5 ogni cento abitanti. Per dare un’idea più precisa, in media si parla di 5 donazioni di sangue ogni minuto che consentono di trasfondere 1.748 pazienti al giorno e di trattare con medicinali plasmaderivati migliaia di persone. I dati, diffusi dal ministero della Salute in occasione della Giornata mondiale dei donatori di sangue, parlano di numeri in crescita rispetto al 2022, ma ancora in calo rispetto agli anni pre-Covid.

Da qui l’appello lanciato con la campagna ‘Dona vita, dona sangue’, promossa dal ministero in collaborazione con il Centro Nazionale Sangue e le principali Associazioni e Federazioni di donatori italiane (Avis, Croce Rossa Italiana, Fidas e DonatoriNati).

Appello raccolto da Jakala, la prima azienda a combinare marketing e tecnologia applicati al mondo dell’engagement e della fidelizzazione, che ha deciso di contribuire lanciando – per il terzo anno – una campagna di raccolta di sangue e plasma tra tutti i dipendenti. Dopo la positiva esperienza che si è concretizzata negli anni scorsi nella sede milanese dell’azienda, il progetto è stato ora ampliato in tutte le sedi.

“Vogliamo partecipare concretamente alla Giornata mondiale del donatore – spiega a GEA Claudia Volpato, responsabile della Sostenibilità all’interno dell’aziendaper celebrare l’altruismo e l’impegno di tutti quelli che donano il sangue salvando vite umane. L’iniziativa riflette il nostro impegno sugli obiettivi di svuiluppo sostenibile legati a salute e benessere”.

Il progetto si concretizza in diverse fasi. La prima si è svolta il 6 giugno con un incontro informativo con l’Avis. “Un’occasione – dice Volpato – per comprendere l’importanza della donazione del sangue e per chiarire eventuali dubbi insieme a esperti del settore”. L’evento si è svolto in modalità ibrida: in presenza nella sede di Milano Velasca, e in streaming per tutti i dipendenti delle altre sedi italiane. “E’ stato un appuntamento molto partecipato – sottolinea la responsabile della Sostenibilità – Gli esperti hanno spiegato l’importanza della donazione e hanno ricordato anche i vantaggi che hanno i donatori dal punto di vista della prevenzione, dal momento che i controlli sono continui”. Un confronto durante il quale sfatare anche i pregiudizi e rispondere a domande e curiosità.

Nel 2022 e nel 2023 le giornate di prelievo si sono svolte solo nella sede di Milano, ma il 19 giugno le emeroteche mobili dell’Avis saranno a disposizione in contemporanea anche a Roma e a Rende. A Nichelino (To), invece, l’evento è già stato anticipato a inizio aprile: qui le donazioni andate a buon fine sono state 17. “Abbiamo aumentato la nostra capacità di impatto anche nelle sedi lontane dall’head quarter – dice Volpato – rispondendo a ciò che i nostri colleghi ci chiedono”. Jakala offrirà una colazione speciale a tutti i partecipanti per ringraziarli del loro contributo.

L’impegno di Jakala nella promozione della salute e del benessere, così come indicato dal Goal 3 dell’Agenda 2030 dell’Onu, proseguirà anche in autunno, grazie alla rinnovata collaborazione con Admo, l’Associazione italiana donatori di midollo osseo. Chi lo desidera potrà partecipare a una giornata dedicata alla tipizzazione del midollo, cioè potrà sottoporsi a un semplice prelievo di sangue, dal quale verranno estratti i dati genetici, indispensabili per verificare la compatibilità con un paziente. Queste informazioni vengono poi inserite nel Registro Nazionale, collegato con tutti i Registri internazionali. Da quel momento sarà possibile diventare un potenziale donatore di midollo osseo.

Inoltre, sempre in autunno, Jakala proporrà un’iniziativa in collaborazione con la Fondazione Ant, che si occupa di assistenza e prevenzione oncologica. L’obiettivo, spiega ancora Volpato è “sensibilizzare i dipendenti sulla prevenzione primaria. Si svolgerà un incontro specifico sul melanoma e nella sede di Milano arriverà il bus della prevenzione: chi vorrà potrà sottoporsi a una visita gratuita”.

caldo record

I morti per malattie cardiovascolari aumentano con uragani e temperature estreme

Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte in tutto il mondo e sono responsabili di circa un decesso su tre, con oltre 20 milioni di vittime registrate nel 2021, secondo l’ultimo rapporto della World Heart Federation. I miglioramenti nella prevenzione, nel trattamento e nell’intervento delle malattie cardiache hanno portato a una sostanziale diminuzione dei decessi per cause cardiovascolari negli ultimi decenni, ma i cambiamenti climatici causati dalla continua combustione di combustibili fossili potrebbero compromettere questi progressi.

Nel corso dell’ultimo secolo, la temperatura media globale è aumentata di oltre due gradi Fahrenheit, provocando cambiamenti a lungo termine nei modelli meteorologici medi, disturbi agli ecosistemi e innalzamento del livello dei mari. Inoltre, i 10 anni più caldi mai registrati si sono verificati tutti nell’ultimo decennio.

I ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) hanno condotto una revisione sistematica di 492 studi osservazionali per determinare se esiste un legame tra i fattori di stress ambientale legati al cambiamento climatico e le malattie cardiovascolari. Gli scienziati hanno scoperto che le temperature estreme e gli uragani sono fortemente associati a un aumento della mortalità e dell’incidenza delle malattie cardiovascolari e che gli adulti più anziani, gli individui appartenenti a popolazioni etniche minoritarie e quelli provenienti da comunità a basso reddito sono colpiti in modo sproporzionato. I risultati sono pubblicati su JAMA Cardiology.

“Il cambiamento climatico sta già influenzando la nostra salute cardiovascolare; l’esposizione al caldo estremo può influire negativamente sulla frequenza cardiaca e sulla pressione sanguigna; l’esposizione all’ozono o allo smog degli incendi boschivi può scatenare un’infiammazione sistemica; vivere un disastro naturale può causare disagio psicologico; gli uragani e le inondazioni possono interrompere la fornitura di assistenza sanitaria a causa di interruzioni di corrente e di interruzioni della catena di approvvigionamento; a lungo termine, si prevede che il cambiamento climatico produrrà un calo della produttività agricola e della qualità nutrizionale dell’offerta alimentare, che potrebbe compromettere anche la salute cardiovascolare”, ha dichiarato l’autore corrispondente Dhruv S. Kazi, direttore associato del Richard A. and Susan F. Smith Center for Outcomes Research del BIDMC. “Sappiamo che questi percorsi hanno il potenziale di minare la salute cardiovascolare della popolazione, ma l’entità dell’impatto e quali popolazioni saranno particolarmente suscettibili necessitano di ulteriori studi”.