prodotti alimentari

La dieta sostenibile riduce del 30% i rischi di morte prematura

Chi segue la cosiddetta Planetary Health Diet (Phd), cioè un’alimentazione sostenibile – studiata e promossa dalla Commissione EAT-Lancet composta da più di 30 esperti in tema di salute, nutrizione, sostenibilità, economia, politica e agricoltura – ha un rischio di morte prematura inferiore del 30%. La diminuzione riguarda tutte le cause di decesso, tra cui cancro, malattie cardiache e polmonari. A rivelarlo è uno studio pubblicato su The American Journal of Clinical Nutrition, condotto dalla Harvard T.H. Chan School of Public Health. Si tratta della prima ricerca di grandi dimensioni chiamata a valutare l’impatto dell’adesione alle raccomandazioni contenute nell’importante rapporto EAT-Lancet del 2019.

Questo tipo di alimentazione ha un impatto ambientale sostanzialmente inferiore, con una riduzione del 29% delle emissioni di gas serra e del 51% del consumo di suolo, pur prevedendo il consumo modesto di carne e latticini.

“Il cambiamento climatico sta portando il nostro pianeta a un disastro ecologico e il nostro sistema alimentare svolge un ruolo fondamentale”, spiega l’autore dello studio Walter Willett, professore di epidemiologia e nutrizione. “Cambiare il nostro modo di mangiare può aiutare a rallentare il processo di cambiamento climatico. E ciò che è più sano per il pianeta è anche più sano per gli esseri umani”.

Sebbene altri studi abbiano rilevato che le diete che privilegiano gli alimenti di origine vegetale rispetto a quelli di origine animale potrebbero avere benefici per la salute dell’uomo e del pianeta, la maggior parte di queste ricerche ha utilizzato valutazioni dietetiche una tantum, che producono risultati più deboli rispetto all’analisi dei regimi alimentari su un lungo periodo di tempo.

I ricercatori hanno utilizzato i dati sanitari di oltre 200.000 donne e uomini iscritti al Nurses’ Health Study I e II e all’Health Professionals Follow-Up Study. I partecipanti non avevano malattie croniche importanti all’inizio dello studio e hanno compilato questionari sulla dieta ogni quattro anni per un massimo di 34 anni. L’alimentazione dei partecipanti è stata valutata in base all’assunzione di 15 gruppi di alimenti, tra cui cereali integrali, verdure, pollame e noci, per quantificare l’aderenza alla Phd.
Lo studio ha rilevato che il rischio di morte prematura era inferiore del 30% nel 10% dei partecipanti più aderenti alla Phd. Inoltre, i ricercatori hanno riscontrato che i soggetti con la maggiore aderenza a una dieta sostenibile avevano un impatto ambientale sostanzialmente inferiore rispetto a quelli con l’aderenza più bassa, con una riduzione del 29% delle emissioni di gas serra, del 21% del fabbisogno di fertilizzanti e del 51% dell’uso di terreni coltivati.

I ricercatori hanno osservato che la riduzione dell’uso del suolo è particolarmente importante in quanto favorisce la riforestazione, considerata un modo efficace per ridurre ulteriormente i livelli di gas serra che sono alla base del cambiamento climatico. “I risultati – dice Willett – dimostrano quanto siano legati la salute umana e quella del pianeta. Mangiare in modo sano aumenta la sostenibilità ambientale, che a sua volta è essenziale per la salute e il benessere di ogni persona sulla terra”.

inquinamento

L’inquinamento minaccia la salute più di guerre, alcol, droga e terrorismo messi insieme

L’inquinamento, in tutte le sue forme, rappresenta una minaccia per la salute maggiore di quella rappresentata da guerra, terrorismo, malaria, HIV, tubercolosi, droghe e alcol messi insieme. Lo rileva uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology.

I ricercatori dell’Università di Edimburgo, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai, del Global Observatory on Planetary Health del Boston College, del Centre Scientifique de Monaco, dell’University Medical Centre di Mainz e del Victor Chang Cardiac Research Institute si sono concentrati sul riscaldamento globale, sull’inquinamento atmosferico e sull’esposizione ai fumi degli incendi boschivi, evidenziando anche i fattori meno noti che determinano l’insorgere di malattie cardiache, tra cui l’inquinamento del suolo, acustico e luminoso e l’esposizione a sostanze chimiche tossiche. “Ogni anno circa 20 milioni di persone in tutto il mondo muoiono a causa di malattie cardiovascolari e gli inquinanti svolgono un ruolo sempre più importante”, spiega Jason Kovacic, direttore e amministratore delegato del Victor Chang Cardiac Research Institute con sede in Australia.

Gli agenti inquinanti sono noti come fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, ma colpiscono l’organismo in modi diversi. Il fumo e le altre tossine possono essere inalati direttamente nel tratto respiratorio inferiore e raggiungere il sangue, per poi essere trasportati ad altri organi e in tutto il corpo. Possono causare uno stress ossidativo che può danneggiare le cellule e gli organi, compreso il cuore. L’inquinamento acustico e quello luminoso possono influenzare i modelli di sonno, provocare infiammazioni e portare a un aumento della pressione sanguigna e del peso. Il caldo estremo può anche portare a disidratazione, riduzione del volume del sangue, aumento dello sforzo cardiovascolare e insufficienza renale acuta.

L’inquinamento atmosferico esterno e interno, insieme, è associato a oltre sette milioni di morti premature all’anno, di cui oltre il 50% è dovuto a cause cardiovascolari, principalmente cardiopatie ischemiche e ictus. Durante le ondate di calore, il rischio di mortalità cardiovascolare legata al caldo può aumentare di oltre il 10%. A livello globale, poi, si stima che il fumo degli incendi sia responsabile di 339.000-675.000 morti premature all’anno.

“I nostri corpi sono bombardati da inquinanti da ogni angolazione, che si ripercuotono sulla salute del nostro cuore. Le prove suggeriscono che il numero di persone che muoiono prematuramente a causa di queste diverse forme di inquinamento è molto più alto di quanto attualmente riconosciuto”, spiega Kovacic.

Il team di ricercatori ha quindi formulato una serie di raccomandazioni tra cui l’attuazione di modifiche alla progettazione delle città che favoriscano la salute del cuore, come l’aumento della copertura arborea, mezzi sicuri per gli spostamenti attivi e la riduzione dell’uso dei veicoli. Chiedono, poi, di porre fine ai sussidi all’industria dei combustibili fossili “per consentire maggiori investimenti nelle energie rinnovabili e nella produzione di energia più pulita”, ma anche “una formazione medica” specifica sui crescenti pericoli degli inquinanti.

La dieta mediterranea è un ‘salvavita’: mortalità cala del 23% tra le donne

Le donne che seguono prevalentemente la dieta mediterranea hanno il 23% in meno di probabilità di morire per tumore o problemi cardiovascolari nell’arco di 25 anni. Lo rileva uno studio del Brigham and Women’s Hospital. I benefici per la salute della dieta mediterranea sono stati riportati in numerose ricerche, ma i motivi per cui questo accade non sono del tutto noti. In un nuovo studio che ha seguito per 25 anni più di 25.000 donne statunitensi inizialmente sane, i ricercatori del Brigham and Women’s Hospital, hanno scoperto che le partecipanti che seguivano questo tipo di alimentazione avevano un rischio fino al 23% inferiore di mortalità. I ricercatori hanno trovato prove di cambiamenti biologici che possono aiutare a spiegarne il motivo: modifiche nei biomarcatori del metabolismo, dell’infiammazione, della resistenza all’insulina e altro ancora. I risultati sono pubblicati su JAMA.

“Per le donne che vogliono vivere più a lungo, il nostro studio dice di fare attenzione alla dieta. La buona notizia è che seguire un modello alimentare mediterraneo potrebbe comportare una riduzione di circa un quarto del rischio di morte nell’arco di oltre 25 anni, con benefici sia per il cancro che per la mortalità cardiovascolare, le principali cause di decesso nelle donne (e negli uomini) negli Stati Uniti e nel mondo”, ha dichiarato l’autrice senior Samia Mora, cardiologa e direttrice del Center for Lipid Metabolomics del Brigham.

La dieta mediterranea è un regime alimentare diversificato e ricco di vegetali (noci, semi, frutta, verdura, cereali integrali, legumi). Il grasso principale è l’olio d’oliva (di solito extravergine) e la dieta prevede anche un’assunzione moderata di pesce, pollame, latticini, uova e alcol, e un consumo raro di carni, dolci e alimenti trasformati.

“La nostra ricerca fornisce un’importante indicazione per la salute pubblica: anche modesti cambiamenti nei fattori di rischio accertati per le malattie metaboliche, in particolare quelli legati ai metaboliti di piccole molecole, all’infiammazione, alle lipoproteine ricche di trigliceridi, all’obesità e all’insulino-resistenza, possono produrre sostanziali benefici a lungo termine seguendo una dieta mediterranea”, dice l’autore principale Shafqat Ahmad, professore associato di Epidemiologia presso l’Università di Uppsala in Svezia e ricercatore del Centro di Metabolomica Lipidica e della Divisione di Medicina Preventiva del Brigham.

Per Mora “i benefici per la salute della dieta mediterranea sono riconosciuti dai medici e il nostro studio offre spunti per capire perché questa dieta possa essere così benefica. Le politiche di salute pubblica dovrebbero promuovere gli attributi dietetici salutari della dieta mediterranea e scoraggiare gli adattamenti non salutari”.

Caldo record

Clima, 153mila morti per ondate di calore tra 1999 e 2019

Oltre 150.000 persone sono morte in tre decenni – dal 1999 al 2019 – di cui la metà in Asia, a causa delle ondate di calore. E’ quanto rivela il primo studio al mondo che ha mappato a livello globale la mortalità legata ai picchi di caldo. La ricerca, pubblicata su PLOS Medicine, è stata guidata dal professor Yuming Guo della Monash University e ha esaminato i dati relativi ai decessi giornalieri e alla temperatura di 750 località in 43 Paesi o regioni.

Rispetto al periodo 1850-1990, la temperatura superficiale globale è aumentata di 1,14℃ tra il 2013 e il 2022 e si prevede un ulteriore aumento di 0,41-3,41℃ entro il 2081-2100. Con la crescita dell’impatto dei cambiamenti climatici, le ondate di calore stanno aumentando non solo in termini di frequenza, ma anche di gravità e forza.

Lo studio – condotto in collaborazione con l’Università di Shandong in Cina, la London School of Hygiene & Tropical Medicine nel Regno Unito e università/istituti di ricerca di altri Paesi – ha rilevato che, nel periodo 1990-2019, le ondate di calore hanno portato a un aumento di 236 decessi per dieci milioni di residenti per ogni stagione calda di un anno. Le regioni con il maggior numero di decessi legati alle ondate di calore sono state l’Europa meridionale e orientale, le aree con climi polari e alpini e quelle in cui i residenti hanno un reddito elevato. Nelle località con clima tropicale o con basso reddito è stato osservato il maggior calo del carico di mortalità legato alle ondate di calore dal 1990 al 2019.

“I nostri risultati – spiega Guo – secondo cui le ondate di calore sono associate a un sostanziale carico di mortalità che varia spazialmente nel mondo negli ultimi 30 anni, suggeriscono la necessità di una pianificazione dell’adattamento e di una gestione del rischio a livello locale e a tutti i livelli di governo”.

Secondo gli autori dello studio, le ondate di calore causano un aumento del rischio di morte a causa di uno stress termico eccessivo sul corpo umano, innescando disfunzioni di diversi organi e provocando esaurimento, crampi e colpi di calore. Lo stress termico può anche aggravare condizioni croniche preesistenti, portando a morte prematura, disturbi psichiatrici e altri esiti.

autostrada

Gas cancerogeni nell’abitacolo delle auto: allarme degli scienziati

Il calore favorisce la circolazione nell’abitacolo delle auto di un gas tossico derivante dai ritardanti di fiamma, che si trovano, ad esempio, nella schiuma dei sedili. E’ quanto emerge da uno studio statunitense pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology. La ricerca, condotta da ricercatori della Duke University, dell’Università di Berkeley e dell’Università di Toronto mostra che uno di questi prodotti, il trifosfato (TCIPP), è presente nell’aria del 99% dei veicoli testati.
“La nostra ricerca ha scoperto che i materiali interni rilasciano sostanze chimiche dannose nell’aria dell’abitacolo delle nostre auto”, spiega l’autrice principale Rebecca Hoehn, scienziata della Duke University. “Considerando che il conducente medio trascorre circa un’ora in macchina ogni giorno, si tratta di un problema significativo per la salute pubblica. È particolarmente preoccupante per i guidatori che effettuano spostamenti più lunghi così come per i passeggeri bambini, che respirano più aria rispetto agli adulti”.

I ricercatori hanno rilevato ritardanti di fiamma all’interno degli abitacoli di 101 auto (modello 2015 o successivo) provenienti da tutti gli Stati Uniti. Il 99% delle auto conteneva tris (1-cloro-isopropil) fosfato (TCIPP), un ritardante di fiamma oggetto di indagine da parte dell’U.S. National Toxicology Programma come potenziale cancerogeno. Nella maggior parte delle auto erano presenti ritardanti di fiamma aggiuntivi a base di esteri organofosforici, tra cui tris (1,3-dicloro-2-propil) fosfato (TDCIPP) e tris (2-cloroetil) fosfato (TCEP), due agenti cancerogeni della Proposition 65 della California. Questi e altri ritardanti di fiamma sono anche collegati a danni neurologici e riproduttivi.

In condizioni normali, la concentrazione di TCIPP è simile a quella che si trova all’interno di una casa. Ma quando la temperatura sale, sia all’interno che all’esterno dell’auto, le concentrazioni di questa sostanza aumentano bruscamente. E la presenza di TCIPP nelle schiume dei sedili rafforza questo effetto. Il problema è che il TCIPP è potenzialmente cancerogeno, secondo un rapporto pubblicato nel 2023 dal Dipartimento della Salute degli Stati Uniti. Testato su ratti e topi, ha causato tumori al fegato e all’utero.

Ecco come l’intelligenza artificiale ‘smaschera’ l’amianto nascosto nei tetti

Un team di ricercatori dell’Universitat Oberta de Catalunya (UOC) ha progettato e testato un nuovo sistema per individuare l’amianto non ancora rimosso dai tetti degli edifici, nonostante i requisiti normativi. Il software, sviluppato in collaborazione con DetectA, applica metodi di intelligenza artificiale, deep learning e computer vision alle fotografie aeree, utilizzando le immagini RGB, che sono le più comuni ed economiche. Questo rappresenta un vantaggio competitivo molto importante rispetto ai precedenti tentativi di creare un sistema simile, che richiedevano immagini multibanda più complesse e difficili da ottenere. Il successo di questo progetto, molto più scalabile, consentirà di monitorare in modo più sistematico ed efficace la rimozione di questo materiale da costruzione altamente tossico.

I ricercatori hanno addestrato il sistema di deep learning utilizzando migliaia di fotografie conservate dall’Istituto Cartografico e Geologico della Catalogna, insegnando allo strumento di intelligenza artificiale quali tetti contengono amianto e quali no. Sono state utilizzate 2.244 immagini (1.168 positive per l’amianto e 1.076 negative). L’80% è stato utilizzato per addestrare e validare il sistema, mentre le restanti immagini sono state riservate al test finale. Il software è ora in grado di determinare la presenza di amianto in nuove immagini valutando diversi modelli, come il colore, la consistenza e la struttura dei tetti, nonché l’area circostante gli edifici. Il progetto sarà utile nelle aree urbane, industriali, costiere e rurali. Per legge, i comuni spagnoli dovrebbero effettuare un’indagine sugli edifici contenenti amianto entro aprile 2023, ma non tutti lo hanno ancora fatto.

Le fotografie iperspettrali facilitano l’individuazione dell’amianto, perché contengono molti più strati di informazioni, ma non sono ideali per sviluppare un metodo di rilevamento efficiente, a causa della loro limitata disponibilità e dell’elevato costo per ottenerle. Il sistema sviluppato dai ricercatori dell’UOC è il primo a utilizzare le immagini RGB, che possono essere prese dagli aerei e sono comunemente utilizzate dai servizi cartografici di molti Paesi.

A più di vent’anni dalla messa al bando del suo utilizzo in edilizia, l’amianto rimane un grave problema di salute pubblica. Si stima che, nella sola Catalogna, siano ancora presenti oltre quattro milioni di tonnellate di fibrocemento di amianto. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, questa sostanza causa più di 100.000 morti all’anno a livello globale, soprattutto per cancro ai polmoni, ma anche per altre patologie come tumori pleurici e fibrosi polmonare. L’obiettivo legale per la rimozione dell’amianto dagli edifici pubblici è il 2028, mentre quello per gli edifici privati è il 2032.

Lo sviluppo di questa soluzione tecnologica contribuirà ad affrontare una delle questioni chiave nella lotta all’amianto: come le autorità possono identificare quali tetti lo contengono, in modo che possa essere rimosso da professionisti qualificati e accreditati.

Il ‘viaggio’ delle microplastiche nel nostro respiro: ecco dove finiscono

E’ ormai chiaro che nel sistema respiratorio di persone animali si trovano tracce di microplastica. Ma dove finiscono queste particelle? Se l’è chiesto un team di ricerca della University of Technology Sydney, guidato da Suvash Saha, docente senior di ingegneria meccanica, che ha studiato il trasferimento e il deposito di particelle di dimensioni e forme diverse a seconda della velocità di respirazione. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Environmental Advances, hanno individuato i punti caldi del sistema respiratorio umano in cui le particelle di plastica possono accumularsi, dalla cavità nasale e dalla laringe fino ai polmoni.

“Le prove sperimentali suggeriscono con forza che queste particelle di plastica amplificano la suscettibilità umana a uno spettro di disturbi polmonari, tra cui la broncopneumopatia cronica ostruttiva, la fibrosi, la dispnea (mancanza di respiro), l’asma e la formazione di quelli che vengono chiamati noduli di vetro smerigliato”, dice Saha. “L’inquinamento atmosferico da particelle di plastica – aggiunge – è ormai pervasivo e l’inalazione è la seconda via di esposizione più probabile per l’uomo”.
Le microplastiche penetrano nel corpo attraverso, ad esempio, un’ampia gamma di cosmetici e prodotti per la cura personale come i dentifrici o tramite la degradazione di prodotti di plastica più grandi, come bottiglie d’acqua, contenitori per alimenti e vestiti. Ma non solo: come spiega l’esperto “indagini più approfondite hanno identificato i tessuti sintetici come fonte principale di particelle di plastica nell’aria interna”, mentre l’ambiente esterno presenta una moltitudine di fonti che comprendono “le particelle provenienti dal trattamento delle acque reflue”.

Lo studio rivela che la velocità di respirazione, insieme alle dimensioni e alla forma delle particelle, determina la posizione delle microplastiche nel sistema respiratorio. Chi respira più velocemente accumulerà particelle più grandi nel tratto superiore, mentre una respirazione più lenta facilita una penetrazione più profonda e la deposizione di particelle nanoplastiche più piccole. Anche la forma delle particelle ne guida ‘il viaggio’ attraverso il nostro corpo: “quelle non sferiche hanno una propensione alla penetrazione polmonare più profonda rispetto alle microplastiche e alle nanoplastiche sferiche, portando potenzialmente a esiti diversi per la salute”.

La pelle può assorbire le sostanze tossiche delle microplastiche attraverso il sudore

Le sostanze chimiche tossiche utilizzate per i materiali plastici ignifughi possono essere assorbite dal corpo attraverso la pelle, a causa del contatto con le microplastiche. Lo rivela uno studio della University of Birmingham, che offre la prima prova sperimentale che le sostanze chimiche presenti come additivi nelle microplastiche possono penetrare nel sudore umano e quindi essere assorbite dal flusso sanguigno attraverso la pelle.

Molte sostanze chimiche utilizzate come ritardanti di fiamma e plastificanti sono già state vietate, a causa dell’evidenza di effetti negativi sulla salute, tra cui danni al fegato o al sistema nervoso, cancro e rischi per la salute riproduttiva. Tuttavia, sono ancora presenti nell’ambiente in vecchi apparecchi elettronici, mobili, tappeti e materiali da costruzione.

Sebbene i danni causati dalle microplastiche non siano ancora del tutto noti, cresce la preoccupazione per il loro ruolo di ‘vettori’ nell’esposizione umana a sostanze chimiche tossiche. In uno studio pubblicato l’anno scorso, il team di ricerca ha dimostrato che le sostanze chimiche sono rilasciate dalle microplastiche nel sudore umano. Lo studio attuale dimostra ora che queste sostanze chimiche possono essere assorbite anche dal sudore attraverso la barriera cutanea fino all’organismo.

Nei loro esperimenti, il team ha utilizzato innovativi modelli di pelle umana in 3D in alternativa agli animali da laboratorio e ai tessuti umani prelevati. I modelli sono stati esposti per un periodo di 24 ore a due forme comuni di microplastiche contenenti eteri di difenile polibromurato (PBDE), un gruppo chimico comunemente usato per ritardare la fiamma delle plastiche. I risultati, pubblicati su Environment International, hanno mostrato che fino all’8% della sostanza chimica esposta poteva essere assorbita dalla pelle, soprattutto se molto sudata. Lo studio fornisce la prima prova sperimentale di come questo processo contribuisca ai livelli di sostanze chimiche tossiche presenti nell’organismo.

Come spiega Ovokeroye Abafe, che ha condotto la ricerca, “le microplastiche sono ovunque nell’ambiente eppure sappiamo ancora relativamente poco dei problemi di salute che possono causare. La nostra ricerca dimostra che esse svolgono il ruolo di ‘vettori’ di sostanze chimiche nocive, che possono entrare nel nostro flusso sanguigno attraverso la pelle. Queste sostanze chimiche sono persistenti, quindi con un’esposizione continua o regolare ad esse, ci sarà un accumulo graduale fino al punto in cui inizieranno a causare danni”.

inquinamento

L’esposizione all’inquinamento nei primi 2 anni di vita aumenta il rischio di deficit di attenzione

Un numero crescente di ricerche dimostra che l’esposizione all’inquinamento atmosferico, soprattutto durante la gravidanza e l’infanzia, può avere un impatto negativo sullo sviluppo cerebrale. Ora uno studio condotto dall’Istituto di Barcellona per la Salute Globale (ISGlobal), ha scoperto che l’esposizione al biossido di azoto (NO2) nei primi due anni di vita è associata a una minore capacità di attenzione nei bambini di età compresa tra i 4 e gli 8 anni, soprattutto nei maschi. L’NO2 è un inquinante che proviene principalmente dalle emissioni del traffico.

Lo studio, pubblicato su Environment International, mostra che una maggiore esposizione al biossido di azoto è associata a una peggiore funzione attentiva nei bambini di 4-6 anni, con una maggiore suscettibilità a questo inquinante osservata nel secondo anno di vita. Questa associazione persisteva a un’età compresa tra i 6 e gli 8 anni solo nei ragazzi, con un periodo di suscettibilità leggermente maggiore dalla nascita ai 2 anni di età.

I ricercatori hanno utilizzato i dati di 1.703 donne e dei loro figli provenienti dalle coorti di nascita del Progetto Inma in quattro regioni spagnole. Utilizzando l’indirizzo di casa, i ricercatori hanno stimato l’esposizione residenziale giornaliera a NO2 durante la gravidanza e i primi 6 anni di infanzia. Parallelamente, hanno valutato la funzione attentiva (la capacità di scegliere a cosa prestare attenzione e cosa ignorare) a 4-6 anni e a 6-8 anni e la memoria di lavoro (la capacità di trattenere temporaneamente le informazioni) a 6-8 anni, utilizzando test computerizzati validati. Non sono state trovate associazioni tra una maggiore esposizione a NO2 e la memoria di lavoro nei bambini di età compresa tra 6 e 8 anni.

“Questi risultati sottolineano il potenziale impatto dell’aumento dell’inquinamento atmosferico dovuto al traffico sullo sviluppo ritardato della capacità di attenzione ed evidenziano l’importanza di ulteriori ricerche sugli effetti a lungo termine dell’inquinamento atmosferico nelle fasce di età più avanzate”, spiega Anne-Claire Binter, autrice dello studio e ricercatrice post-dottorato presso ISGlobal.

La funzione attentiva è fondamentale per lo sviluppo delle funzioni esecutive del cervello, che gestiscono e controllano azioni, pensieri ed emozioni per raggiungere un obiettivo o uno scopo. “La corteccia prefrontale, una parte del cervello responsabile delle funzioni esecutive, si sviluppa lentamente e continua a maturare durante la gravidanza e l’infanzia”, aggiunge Binter. Questo la rende vulnerabile all’esposizione all’inquinamento atmosferico, che negli studi sugli animali è stato collegato all’infiammazione, allo stress ossidativo e all’alterazione del metabolismo energetico nel cervello.

“Nei ragazzi, l’associazione tra esposizione a N02 e funzione attentiva potrebbe durare più a lungo perché il loro cervello matura più lentamente, il che potrebbe renderli più vulnerabili”, sottolinea l’autrice. Per capire meglio questo aspetto, gli studi futuri dovrebbero seguire le persone nel tempo per vedere come l’età e il sesso influenzino la relazione tra inquinamento atmosferico e capacità di attenzione, soprattutto nelle fasce di età più avanzate.

In conclusione, “questo studio suggerisce che la prima infanzia, fino all’età di 2 anni, sembra essere un periodo rilevante per l’attuazione di misure preventive “, afferma Binter. “L’esposizione all’inquinamento atmosferico dovuto al traffico “è quindi un fattore determinante per la salute delle generazioni future”.

Sanità, Mastandrea: “Tra Unione della salute e spinte autonomiste locali solo apparente contraddizione”

Il contrasto tra l’unione della salute e le spinte autonomiste dei sistemi sanitari locali sono solo in apparente contraddizione, perché effettivamente riferiscono due dimensioni completamente diverse“. Lo dice il Regional Vice President & General Manager di Incyte Italia, Onofrio Mastandrea, a margine del convegno #SALUTE24-Sanità pubblica: l’autonomia differenziata delle Regioni nell’Unione della salute, organizzato da Withub insieme a Eunews, GEA, Fondazione art.49, in collaborazione con il Parlamento europeo, con il patrocinio della Commissione europea e della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome. “La prima, quella europea, ha a che fare chiaramente con le sfide transfrontaliere di sistema – aggiunge -, i secondi invece hanno a che fare con le prestazioni di salute ai singoli cittadini, ai singoli pazienti, quindi una tematica di flessibilità sicuramente potrebbe diventare un elemento di grande valore. Sappiamo che la competenza sanitaria, proprio nei Trattati fondativi dell’Unione europea, è in capo alle nazioni, quindi l’Ue ha più una responsabilità di coordinamento, messa a sistema e supporto. Diventa una competenza concorrente in casi di emergenza sanitaria e questo lo abbiamo visto chiaramente durante il Covid”.

Perché la pandemia “ci ha insegnato tantissimo”, spiega Mastandrea. “Da un punto di vista esperienziale ci ha fatto capire effettivamente che la grande capacità reattiva sia dell’Europa sia dei vari Paesi e ci ha fatto capire chiaramente che possiamo contare su sistemi sanitari eccellenti, in particolare come quello che abbiamo visto messo appunto dalla nostra nazione“. Non solo: “Abbiamo anche compreso, a livello europeo, che bisogna lavorare moltissimo sulla prevenzione delle emergenze, quindi sullo studio delle malattie. Motivo per cui è stato istituito proprio uno spazio dei dati sanitari, virtuale, nel quale convergono tutti i flussi di informazione dei cittadini europei e dei pazienti, che è molto interessante perché rappresenta chiaramente un utile strumento per poter fare più ricercata. E per un’azienda come Incyte che investe tantissimo in ricerca, facendone l’asset fondamentale, non possiamo che accogliere molto bene questa novità”. D’altra parte, sottolinea il manager di Incyte, “i sistemi nazionali devono far fronte alla vicinanza dei pazienti e per essere più vicini al paziente devono essere flessibili per le condizioni. Bene quando si tratta chiaramente di individuare le direttrici principali, strategiche e le sfide di sistema alle quali siamo chiamati. In Italia abbiamo una popolazione che invecchia, siamo la seconda nazione più vecchia al mondo dopo il Giappone e quindi chiaramente il tema delle cronicità rappresenta sicuramente una priorità su cui andarsi a concentrare e dove poter anche a disciplinare nuovi modi di fare le cose, per essere più vicini al paziente. Ecco, il vantaggio probabilmente delle autonomie differenziate potrebbe essere quello anche di collezionare delle best practices che poi possano essere in grado di essere spostate a livello nazionale”.

Restando in tema europeo, Mastandrea parla anche della riforma della legislazione europea. “Mercoledì il presidente di Farmindustria si è esposto in maniera molto forte, molto dura, rappresentando il disappunto del comparto rispetto all’approvazione, da parte del Parlamento europeo, della nuova legislazione. Una giornata definita drammatica, nera per l’accesso all’innovazione da parte dei pazienti”. Secondo il Vice President & General Manager di Incyte Italia “effettivamente la normativa europea è stata sicuramente una necessità: dopo 20 anni era fondamentale rivedere il quadro normativo, perché i sistemi normativi-legali sono sempre più lenti della velocità che acquisisce l’innovazione, quindi c’era la necessità di rivedere le cose. Però era una questione anche di come: la riforma europea pone chiaramente i limiti sulla data exclusivity, sulle orphan drug e quindi penalizza fortemente l’innovazione. Questo, chiaramente, quando si tratta poi di accesso alle cure innovative, è un tema ad alta sensibilità”.

Sappiamo che l’Europa perde competitività rispetto agli altri top player mondiali: di 10 brevetti 5 sono Usa, tre Cina e due soli Europa. Quindi – conclude Mastandrea – se il tema della Eupharm legislation è principalmente politico, che ruolo vuole giocare l’Europa nei prossimi anni e quanto vuole essere attrattivo per gli investimenti? Sicuramente è un’opportunità da non perdere e ci auspichiamo che il Consiglio e la Commissione europea possano aprire un tavolo negoziale che possa portare a outcome completamente diverso rispetto a quello che abbiamo visto finora“.