Locatelli (PoliMi): “Decarbonizzare senza il nucleare? Bollette sarebbero spaventose”

Il nucleare di nuova generazione – quello sul quale il Parlamento ha dato il via libera con l’approvazione della Legge Pichetto – sarà più economico rispetto alle rinnovabili o al gas? E, soprattutto, abbasserà davvero il costo delle bollette? La risposta breve è “sì”, quella più articolata ha davanti un “ma”.

Giorgio Locatelli è professore ordinario di Project Management al Politecnico di Milano e uno dei massimi esperti italiani di energia nucleare – di cui si occupa dal 2006 – in particolare degli Small Modular Reactor (Smr) e transizione a NetZero. Il concetto chiave, parlando costi di produzione e risparmi in bolletta, è per lui uno: più equivale a meno. Costruire più centrali, invece di poche, avrà un costo inferiore; accorpare più reattori in un unico sito sarà più economico che avere pochi Smr distribuiti su aree differenti. “E’ come fare una torta – spiega a GEA – per la prima volta. Mi serviranno le attrezzature adatte, dovrò cercare una ricetta, sporcherò la cucina, ci metterò un po’ di tempo. Ma alla decima torta sarò bravo e veloce e, quindi, mi costerà meno”. Nel settore industriale è la stessa cosa: ad esempio, gli impianti eolici oggi costano relativamente poco “perché negli anni ne abbiamo fatti tanti” e lo confermano i dati storici di Francia e della Corea del Sud, “dove fanno le centrali come le torte”.

Giorgio Locatelli

Se vogliamo elettricità a basso costo, dice Locatelli – che è stato anche inserito nella World’s Top 2% Scientist ranking, la classifica degli scienziati e delle scienziate con il livello più elevato di produttività scientifica – ci sono le vecchie centrali a carbone, che però sono molto inquinanti. E il gas? “Non è tossico – spiega – ma crea CO2 e dobbiamo importalo. Su 100 euro di costo, 70 servono ad acquistarlo”. Le rinnovabili? “Sono un’idea ottima”, ma solo considerandone una quota tra il 30% e il 50% nel mix energetico “perché non sono controllabili” per la loro stessa natura. Ecco allora che per compensare i periodi in cui il solare – ad esempio – non può essere così efficiente servono le batterie o centrali a gas che si accendono come riserva quando manca il sole, ma hanno grandi oneri di sistema.

“Come in una dieta bilanciata – spiega a GEA Locatelli – non possiamo mangiare solo insalata o bistecche” in un sistema energetico “servono più fonti”. La quota ideale di nucleare dovrebbe essere compresa tra il 20 e il 30%: l’80% sarebbe troppo – perché di notte, ad esempio, non c’è bisogno di tutta quella potenza che non verrebbe sfruttata – e l’1% troppo poco”, perché le altre fonti green non potrebbero coprire il resto del fabbisogno.

Quel “ma” della sua tesi entra in gioco qui: allora quanto possiamo risparmiare? “La situazione di oggi non è rappresentativa di come sarà tra 20 anni”, quindi è difficile fare un confronto tra una bolletta attuale e una del 2034. Quello che si può immaginare, però, è uno scenario senza nucleare e uno scenario con l’energia dell’atomo.

“Se vogliamo decarbonizzare l’energia”, entro il 2050 “il nucleare è essenziale per avere bollette ragionevoli”, dice Locatelli. “Un sistema decarbonizzato in un Paese senza nucleare avrebbe costi spaventosi, è imprescindibile“. L‘alternativa, cioè usare solo fonti rinnovabili non è immaginabile. “Ci servirebbero enorme quantità di batterie, eolico e solare. Batterie che dovrebbero gestire i bisogni, diversi, del giorno e della notte e anche la stagionalità” e i costi delle bollette sarebbero “enormi”. “Stiamo elettrificando sempre di più – sottolinea l’esperto – Pensiamo alle auto elettriche, vogliamo decarbonizzare le case…ma dove troviamo la stessa potenza del gas?” e anche la stessa sicurezza a livello di fornitura?

Certo, gli investimenti iniziali – che il Governo punta a condividere con soggetti privati, come i consorzi di imprese – sono nel range dei miliardi. Ad esempio “se parliamo di Smr da 300 Megawatt per reattore, si va dai 2 ai 4 miliardi”, spiega Locatelli, che sottolinea, però, un aspetto “di cui si parla poco”. Costruire un impianto solare significa acquistare la tecnologia – come pannelli e inverter – fuori dall’Italia: “se spendo un miliardo – è il suo esempio – la stragrande maggioranza finirà nella supply chain cinese”.

Mettere in piedi un impianto nucleare “ha bisogno di molte ore di lavoro nel sito, tempi di costruzione lunghi, ma una quota molto importante anche del 50% è localizzabile in Italia con le nostre aziende, dando lavoro alle nostre persone”. In sostanza “è giusto chiedersi quanto costa” tornare al nucleare, “ma anche dove finiranno i soldi necessari alle nuove centrali”.

Le grandi aziende energivore, poi, potranno applicare due diversi modelli. In quello finlandese – il cosiddetto Mankala – diverse imprese si uniscono per la multiproprietà dell’impianto. In cambio della quota di investimento ricevono energia elettrica al prezzo di costo e in quantità proporzionale alla loro quota, senza la distribuzione di dividendi tradizionali. Un secondo modello, il Power Purchase Agreement, prevede invece che le imprese stipulino contratti a lungo termine con l’operatore, definendo obblighi e costi, eventualmente con “un deposito iniziale per iniziare a costruire”. Una pratica, quest’ultima, molto comune in Usa in ambito data center.

Il nucleare, quindi, è “essenziale”. “Le centrali devono coesistere all’interno di un sistema come in una dieta bilanciata”, meglio ancora se Made in Italy.

Nucleare, Pichetto: “Non previste nuove centrali ma Smr. Nessun impegno diretto dello Stato”

Per introdurre il nucleare nel mix energetico italiano non si passa dalle centrali di terza generazione. Si ragiona sugli small modular reactor, i piccoli reattori modulari definiti di “quarta generazione”, che dovrebbero essere sul mercato tra una decina d’anni. E lo Stato non avrà un impegno diretto nella costruzione degli impianti, ma solo una funzione di regolazione e autorizzazioni. Saranno poi i privati, i poli industriali, le comunità locali a decidere l’uso e la localizzazione dei piccoli reattori. E’ la strategia di Gilberto Pichetto, che vede nel percorso un passaggio obbligato per la decarbonizzazione al 2050.

“Il governo non ha preso in considerazione la costruzione di alcuna centrale“, conferma il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, dal palco di un evento dell’AIN. E’ rientrato da Dubai, dove ha preso parte all’inizio dei lavori della Cop28, ed è pronto a ripartire per gli Emirati Arabi venerdì, fino al 12 dicembre, giorno di chiusura della Conferenza delle parti. Nella città emiratina il premier belga ha annunciato che organizzerà a marzo 2024, insieme all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il primo vertice mondiale sul nucleare: “Non escludo che l’Italia possa partecipare al vertice da osservatore”, annuncia il ministro. L’obiettivo sarebbe quello di seguire da vicino il confronto istituzionale sulle evoluzioni di questa tecnologia, riconosciuta come ‘green‘ dalla tassonomia europea.

Il contributo che il nucleare potrebbe dare al Paese avrebbe dunque una finalità ambientale e di indipendenza energetica, consentendo una piena autonomia e, sostiene Pichetto, “mettendo l’Italia al riparo dalle turbolenze della geopolitica che negli ultimi anni abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo”.

Sulle rinnovabili nessun passo indietro, garantisce: “Ci stiamo puntando al massimo, anche con gli stanziamenti del Pnrr, ma certamente una quota di nucleare aiuterebbe molto a raggiungere l’obiettivo di neutralità carbonica nel 2050“. Proprio alla Cop28, l’Italia ha aderito all’impegno di triplicare entro il 2030 la produzione di energia verde. Anche nel Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) si prevede che il solare crescerà da 21.650 MW (2020) a 79.921 MW nel 2030, con un incremento del 369,15% mentre l’eolico crescerà da 10.907 MW (2020) a 28.140 MW nel 2030, con un incremento del 258%. In totale, l’incremento (da 32,5 a 108 MW) sarà quindi di oltre il 300%.

Il ritorno economico intorno al nucleare sarebbe non da poco. Uno studio stima in 45 miliardi di euro l’impatto della realizzazione degli small e degli advanced modular reactor, con la creazione di 52mila posti di lavoro stabili a tempo pieno: “Al di là delle stime in ogni caso è evidente la spinta anche economica e occupazionale che un ritorno al nucleare implicherebbe per il nostro Paese”, afferma il titolare del dicastero di viale Cristoforo Colombo. “L’innovazione tecnologica degli Smr promette di far diventare la generazione da nucleare più conveniente, sicura e con tempi di realizzazione più brevi rispetto a oggi“, gli fa eco il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

La sfida, ora, è anche sul pensiero. “Bisogna spiegare, spiegare, spiegare cos’è il nuovo nucleare, rispetto a quello oggetto del referendum”, scandisce Pichetto, osservando come fra i giovani l’avversione sia meno marcata: “Voglio ricordare come la stessa Greta Thumberg abbia criticato la chiusura delle centrali in Germania visto che l’alternativa era il ritorno al carbone che inquina e emette gas serra al contrario dei reattori”.