Milano-Cortina e la sostenibilità: 100% energia rinnovabile, misurata anche l’impronta idrica

I Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026, che iniziano domani 6 febbraio con la cerimonia di apertura a San Siro, a Milano, mirano ad essere in linea con i principi dell’Agenda Olimpica 2020+5. L’approccio alla sostenibilità, confermano dalla Fondazione Milano-Cortina, è strettamente legato al Modello Diffuso dei Giochi, che prevede la distribuzione degli eventi su un territorio ampio, migliorando la sostenibilità ma aumentando le sfide logistiche, trasportistiche e di comunicazione rispetto a un modello concentrato. Questo approccio mira a valorizzare più località, riducendo le nuove costruzioni. Di fatto, il Comitato Organizzatore è responsabile dell’organizzazione dell’evento e non della realizzazione delle infrastrutture. Ciononostante, confermano che l’85% delle sedi di gara è costituito da impianti esistenti o temporanei, riducendo la necessità di nuove costruzioni e, di conseguenza, l’impatto climatico.

“Le sedi temporanee sono progettate per essere smontate e ripristinate dopo i Giochi, nel pieno rispetto dei territori che le ospitano”, fanno sapere della Fondazione. Quasi il 100% di energia elettrica è proveniente da fonti rinnovabili certificate in tutte le venue. Per ridurre sprechi e impatto ambientale, il Comitato ha scelto di contenere al minimo gli acquisti privilegiando il noleggio e sviluppando un Piano di Riuso per i beni mobili acquistati. Verranno riutilizzate circa 20.000 attrezzature e arredi provenienti dai Giochi di Parigi 2024, evitando nuova produzione e prolungando il ciclo di vita dei materiali. L’approccio agli acquisti include anche la scelta di beni logistici e attrezzature medicali di seconda mano, purché in ottime condizioni, per ridurre gli sprechi e l’impatto lungo l’intero ciclo di vita dei materiali.

La gestione dei rifiuti rappresenta un altro pilastro: tutte le venue saranno dotate di sistemi avanzati di raccolta differenziata, con l’obiettivo di raggiungere il 70% di differenziata e, all’interno di questa quota, l’80% di riciclo degli imballaggi. È prevista inoltre una raccolta dedicata delle bottiglie in PET per garantire un vero processo ‘bottle to bottle’, in cui le bottiglie recuperate vengono trasformate in nuove bottiglie per bevande. Nella ristorazione, si punta a ridurre il più possibile il monouso e ad adottare soluzioni circolari. Sul fronte alimentare, l’obiettivo è recuperare o riciclare il 100% del cibo in eccesso, destinando le eccedenze a enti non profit e istituzioni locali. In questo, Fondazione Milano Cortina 2026 ha siglato un accordo di collaborazione con Fondazione Banco Alimentare ETS per le regioni Lombardia e Veneto e con TrentinoSolidale ODV per la Val di Fiemme, con l’obiettivo di promuovere il recupero del cibo non consumato nelle attività di ristorazione delle venue dei Giochi, ridurre lo spreco alimentare e rendere le eccedenze disponibili alle persone in situazione di fragilità.

Fondazione Milano Cortina 2026 utilizzerà una flotta con circa il 20% di auto in meno rispetto alle edizioni precedenti (Torino 2006). La flotta includerà il 21% di veicoli completamente elettrici e farà ampio uso di diesel HVO per ridurre le emissioni di CO2. Saranno attuate politiche di car pooling per utilizzare un numero inferiore di auto per le esigenze di spostamento dei dipendenti della Fondazione. Impact 2026, lanciata nel febbraio 2024 dalla Fondazione Milano Cortina 2026 insieme a Fondazione Brodolini e Yunus Sports Hub, promuove l’ingresso nella supply chain dei Giochi di imprese dell’Economia Sociale e Solidale, microimprese e PMI. L’obiettivo è orientare gli acquisti verso fornitori ad alto impatto sociale e favorire pratiche etiche, sostenibili e inclusive.

Altro aspetto fondamentale è l’inclusione sociale. Il progetto Adaptive Winter Sport, sviluppato con CIP, FISG e FISIP, mira a rendere gli sport invernali più accessibili, attraverso corsi educativi, campi di allenamento, formazione di nuovi istruttori, supporto alle associazioni e fornitura di attrezzature per futuri atleti con disabilità. Parallelamente, la Fondazione Milano Cortina (Gen26) porta in Italia il programma educativo paralimpico ‘I’mPOSSIBLE’, lanciato a marzo 2025 con P&G, che offre gratuitamente a insegnanti risorse didattiche, video e lesson plan per educare all’inclusione, alla diversità e al coraggio attraverso le storie degli atleti paralimpici. Fondazione ha pubblicato la prima edizione italiana delle Portrayal Guidelines del CIO che offre indicazioni preziose per promuovere una rappresentazione di genere equa e rispettosa nelle comunicazioni legate ai Giochi. Per i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 il 47% delle quote sarà riservato alle atlete, un vero record per la storia dei Giochi. Inoltre, il programma olimpico vedrà ben 50 eventi femminili, con nuove discipline che si aggiungono per rendere davvero protagonista lo sport al femminile.

Per la prima volta nella storia dei Giochi invernali e dopo l’esperienza innovativa di Parigi 2024 durante i Giochi estivi, verrà misurata anche l’impronta idrica dell’evento. Le Torce di Milano Cortina 2026, chiamate ‘Essential’ sono state progettate secondo criteri stringenti di economia circolare e sono certificate ReMade in Italy. Questa certificazione garantisce trasparenza ed evita il rischio di greenwashing, attestando la reale sostenibilità dei materiali impiegati. Le componenti principali includono alluminio riciclato al 90%, un polimero XL Extralight con il 69% di riciclato, acciaio black coil con il 21% di riciclato per il deflettore della fiamma e ottone riciclato al 90% per la valvola interna. Il risultato è che oltre il 60% del peso complessivo delle torce è dato da materiali provenienti da riciclo, rispettando così la conformità rispetto agli obiettivi di circolarità che erano stati fissati.

 

Incendi

Nel 2025 perdite per 224 miliardi di dollari a causa di catastrofi naturali

Circa 17.200 vittime e danni pari a 224 miliardi di dollari, di cui circa 108 miliardi coperti dagli assicuratori. Nel 2025 le perdite umane ed economiche causate dai disastri naturali sono state significative, al punto che l’anno appena concluso si aggiunge alla lista sempre più lunga degli anni in cui le perdite assicurate hanno superato la soglia dei 100 miliardi di dollari americani, nonostante le perdite siano state inferiori rispetto all’anno precedente. Nel 2024, infatti, le perdite complessive al netto dell’inflazione ammontavano a 368 miliardi di dollari, di cui 147 miliardi erano stati assicurati. E’ quanto emerge dal rapporto annuale del riassicuratore Munich Re.

Le catastrofi meteorologiche hanno rappresentato il 92% di tutte le perdite del 2025 e il 97% delle perdite assicurate. Il numero di morti – 17.200 – è di molto superiore a quello del 2024 (circa 11.000), ma inferiore alla media decennale di 17.800 e a quella trentennale di 41.900. Con circa il 50% delle perdite totali, le perdite non assicurate sono state inferiori alla media decennale di circa il 60% a causa dell’elevata percentuale di perdite assicurate attribuibili agli incendi boschivi di Los Angeles. Escludendo questo evento, il divario assicurativo ha eguagliato la media decennale.

Gli incendi boschivi che hanno colpito l’area di Los Angeles nel mese di gennaio 2025 hanno costituito di gran lunga il disastro naturale più costoso dell’anno. Le perdite complessive sono state pari a circa 53 miliardi di dollari, comprese quelle assicurate per circa 40 miliardi di dollari. Si tratta del disastro causato da incendi boschivi più costoso mai registrato. Le vittime sono state 30.

Il secondo disastro naturale più costoso dell’anno in termini di perdite complessive è stato un forte terremoto di magnitudo 7,7 in Myanmar, che ha causato 4.500 vittime. Delle perdite complessive pari a circa 12 miliardi di dollari Usa, solo una piccola parte era assicurata. Anche a Bangkok, a circa 1.000 km dall’epicentro, si sono verificati danni causati dal terremoto, attribuibili principalmente al terreno alluvionale profondo e soffice sotto la capitale thailandese, che amplifica l’attività tettonica.

In termini di danni assicurati, i violenti temporali che hanno colpito per diversi giorni gli Stati centrali e meridionali degli Stati Uniti nel mese di marzo hanno causato il terzo disastro naturale più costoso del 2025. I danni sono stati pari a circa 9,4 miliardi di dollari, di cui 7 miliardi assicurati.

I cicloni tropicali nel 2025 hanno causato circa 37 miliardi di dollari di danni in tutto il mondo, di cui circa 6 miliardi erano assicurati. “Il riscaldamento globale aumenta la probabilità di catastrofi meteorologiche estreme. Dato che il 2025 è stato un altro anno molto caldo, gli ultimi 12 anni sono stati i più caldi mai registrati. I segnali di allarme persistono. Infatti, nelle circostanze attuali, il cambiamento climatico può peggiorare ulteriormente”, spiega Tobias Grimm, capo climatologo di Munich Re.

Il 2025 per l’Europa è andato meglio del previsto, con perdite dovute a catastrofi naturali pari a circa 11 miliardi di dollari americani, di cui circa la metà era assicurata (media decennale: 35 miliardi di dollari americani/12 miliardi di dollari americani). Gli eventi più costosi sono stati una grave ondata di freddo in Turchia (danni complessivi pari a 2 miliardi di dollari, di cui 0,6 miliardi assicurati) e grandinate in Francia, Austria e Germania (1,2 miliardi di dollari/0,8 miliardi di dollari).

In Spagna, il caldo e la siccità di agosto sono stati seguiti dai peggiori incendi boschivi e di sterpaglie degli ultimi anni. Secondo i dati dell’European Forest Fire Information Systems (EFFIS), nel corso dell’anno sono andati in fumo quasi 400.000 ettari di terreno, quasi cinque volte la media annuale tra il 2006 e il 2024 e molto più del record registrato nello stesso periodo.

La Cop30 corre: c’è la prima bozza di compromesso, domani Lula a Belém. Ue fa muro sul Cbam

A Belém si corre più forte che mai. A quattro giorni dalla fine dei lavori della Cop30, la presidenza brasiliana pubblica una prima bozza di compromesso, nonostante le distanze ancora molto evidenti tra i Paesi. E, per imprimere un’accelerazione, Luiz Inácio Lula da Silva arriverà già domani, con i negoziati in corso.

Il piatto dell’intesa non è ricco, per evitare il fallimento della conferenza basterà accordarsi su una roadmap climatica prima di venerdì. Basterà, in un momento di tensioni geopolitiche fortissime, dimostrare che il multilateralismo è vivo.

Papa Leone XIV, in un videomessaggio, chiede però anche “azioni concrete” per affrontare i cambiamenti climatici, deplorando la mancanza di “volontà politica da parte di alcuni” e descrive l’Accordo di Parigi come “lo strumento più potente per proteggere le persone e il pianeta”. Il Papa missionario parla della regione amazzonica come “un simbolo vivente del Creato che ha urgente bisogno di protezione”. “Il creato grida attraverso inondazioni, siccità, tempeste e caldo incessante”, denuncia il Pontefice, ricordando che “una persona su tre vive in una situazione di grande vulnerabilità ai cambiamenti climatici”. Per loro, osserva, “i cambiamenti climatici non sono una minaccia lontana, e ignorarli significa negare la nostra comune umanità”.

Nella seconda settimana di lavori, tutti i ministri dell’Ambiente dei 197 Paesi arrivano in Amazzonia. Oggi gli europei fanno un punto sui negoziati con Wopke Hoekstra. “Il bilancio è contrastante”, confida il commissario per il Clima dopo la riunione di coordinamento, avvertendo che non si tratta di “riaprire i compromessi raggiunti con difficoltà” lo scorso anno in termini di finanziamenti dei paesi ricchi a favore dei paesi in via di sviluppo. Tra i punti controversi, c’è l’inclusione nella bozza di opzioni che alludono a misure “commerciali unilaterali”. Implicitamente, il riferimento è al Cbam, la tassa sul carbonio alle frontiere che l’Ue introdurrà a gennaio e che è stata criticata come protezionistica dalla Cina e da altri paesi esportatori.

Per Gilberto Pichetto Fratin il punto non è negoziabile: “Il Cbam difende i prodotti che entrano nel nostro mercato, per l’Europa è fondamentale”, spiega parlando con i cronisti tra i padiglioni dell’Onu. L’Europa, assicura, “procede compatta”, con “sfumature che dividono”. L’Italia appoggia la proposta brasiliana di una roadmap, spiega, ma “dipende cosa c’è dentro – precisa il ministro -: se la roadmap prevede la chiusura del carbone per tutti al 2035, la sottoscrivo”.

Il testo di compromesso si intitola ‘Mutirão mondiale’, parola indigena che indica una comunità che si riunisce per lavorare insieme su un compito comune. Come a voler dimostrare che la cooperazione internazionale sul clima non si ferma.

Le opzioni sono ancora tante in bozza, il testo dovrà essere perfezionato prima di poter raggiungere un accordo. Per tagliare sui tempi, la presidenza brasiliana ha annunciato che i negoziatori lavoreranno giorno e notte per portare l’accordo in plenaria entro la metà della settimana.

“L’accelerazione del Brasile per una decisione politica è positiva, soprattutto ora che i ministri sono atterrati a Belém”, commenta Luca Bergamaschi, direttore e co-fondatore di Ecco, il think tank italiano per il clima. La voce dell’Europa e dei suoi Stati membri, Italia inclusa, deve però “farsi attiva sulle questioni centrali del negoziato ovvero la pianificazione dell’uscita dai fossili e programmare l’aumento della finanza per l’adattamento”, sottolinea l’esperto. Non c’è nulla di impossibile, confida, e ribadisce: “sarebbe coerente con gli impegni presi finora dall’Italia, incluso il Governo Meloni. Ma c’è bisogno di far sentire il proprio peso e la propria voce se no si rischia lo stallo”.

La bozza di compromesso della presidenza fa riferimento all’accordo di Parigi del 2015 e, per quanto riguarda l’ambizione climatica, propone anche che il rapporto sugli impegni climatici dei paesi possa essere pubblicato ogni anno, anziché ogni cinque. Diverse opzioni fanno anche riferimento alla transizione dalle energie fossili, un punto che spacca i paesi produttori e quelli che vorrebbero una roadmap per uscirne. Il testo, su richiesta dei Paesi del Sud globale, suggerisce di triplicare i finanziamenti dei paesi ricchi a quelli più poveri per il loro adattamento ai cambiamenti climatici, entro il 2030 o il 2035.

Cop30, Papa Leone XIV: “Servono azioni concrete per il clima, ma manca la volontà politica”

Papa Leone XIV ha chiesto “azioni concrete” per affrontare i cambiamenti climatici, deplorando la mancanza di “volontà politica da parte di alcuni” in un videomessaggio ai leader religiosi a margine della Cop30. Descrivendo l’Accordo di Parigi come “lo strumento più potente per proteggere le persone e il pianeta”, ha aggiunto: “Ciò che manca è la volontà politica di alcuni”.

Il messaggio del Pontefice alle Chiese dell’emisfero australe è stato diffuso dal Vaticano mentre si riunivano a margine dei negoziati Onu sul clima a Belém, in Brasile. Nel suo messaggio, il Papa ha descritto la regione amazzonica come “un simbolo vivente del Creato che ha urgente bisogno di protezione”. “Il creato grida attraverso inondazioni, siccità, tempeste e caldo incessante”, ha dichiarato il Papa. “Una persona su tre vive in una situazione di grande vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Per loro, i cambiamenti climatici non sono una minaccia lontana, e ignorarli significa negare la nostra comune umanità”.

I negoziati delle Nazioni Unite sul clima entrano nella loro fase finale questa settimana, con i Paesi ancora divisi su questioni chiave. “C’è ancora tempo per limitare il riscaldamento globale a meno di 1,5°C, ma la finestra di opportunità si sta chiudendo”, ha avvertito Leone XIV, chiedendo “azioni concrete” e difendendo l’Accordo di Parigi. L’Accordo di Parigi, ha sostenuto il Papa, è “lo strumento più efficace per proteggere le persone e il pianeta”, pur deplorando la mancanza di impegno da parte di alcuni leader, che non ha nominato. “Ciò che manca è la volontà politica di alcuni. Una vera leadership implica impegno e sostegno su una scala che faccia davvero la differenza”, ha sottolineato, sottolineando la necessità di un’azione più incisiva per il clima per stabilire “sistemi economici più solidi ed equi”. “Inviamo insieme un segnale chiaro al mondo: nazioni unite e incrollabili a sostegno dell’Accordo di Parigi e della cooperazione sul clima”, ha dichiarato.

Atteso picco di emissioni CO2 nel 2025: target Accordo Parigi più lontano

Le emissioni di anidride carbonica derivanti dai combustibili fossili dovrebbero raggiungere un nuovo record nel 2025, secondo uno studio scientifico di riferimento che ha confermato che sarà quasi “impossibile” limitare il riscaldamento globale a meno di 1,5 °C. Secondo il Global Carbon Project, condotto da 130 scienziati internazionali e pubblicato come ogni anno mentre le nazioni sono riunite per la conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop30), le emissioni di CO2 prodotte dal carbone, dal petrolio e dal gas fossile saranno superiori dell’1,1% rispetto a quelle dell’anno precedente, raggiungendo i 38,1 miliardi di tonnellate (GtCO2).

“Si tratta di un aumento superiore alla media annuale degli ultimi dieci anni, che era dello 0,8%”, osserva lo studio, indicando che queste emissioni sono ora superiori del 10% rispetto al 2015, anno dell’accordo di Parigi, che mirava a limitare il riscaldamento a 2°C o addirittura a 1,5°C rispetto al periodo preindustriale.

Anche se le emissioni sono diminuite in diversi paesi, in particolare grazie allo sviluppo delle energie rinnovabili, all’elettrificazione dei veicoli o alla riduzione della deforestazione, “collettivamente, il mondo non è all’altezza”, ha sottolineato all’AFP Glen Peters del Centro per la ricerca internazionale sul clima. “Ognuno deve fare la propria parte e tutti devono fare di più”.

Lo studio, atteso come nelle precedenti Cop per una prima stima dello scostamento climatico globale per l’anno in corso, stima che la quantità di CO2 rimanente per mantenere il limite di 1,5 °C sia di 170 miliardi di tonnellate (GtCO2). “Ciò equivale a quattro anni di emissioni al ritmo attuale prima che il budget stanziato per limitare il riscaldamento a 1,5 °C sia esaurito. È quindi, in pratica, impossibile”, conclude Pierre Friedlingstein, dell’Università di Exeter, che ha diretto lo studio.

Questa constatazione di fallimento si è imposta nel corso del 2025 ed è ora riconosciuta dall’Onu, dai climatologi, dal presidente dell’Ipcc e dai partecipanti a questa Cop. L’obiettivo è ora quello di fare in modo che il superamento sia temporaneo, ma ciò potrebbe richiedere decenni.

Sulla base dell’attuale traiettoria, il mondo si riscalderebbe di 2,3-2,5 °C entro la fine del secolo se i paesi mantenessero i loro impegni, ha stimato l’Onu poco prima dell’incontro di Belém. L’ordine di grandezza è simile (2,6 °C entro il 2100) nei calcoli pubblicati giovedì anche dal Climate Action Tracker. Gli ultimi annunci dei paesi “non cambiano nulla”, conclude il gruppo.

Nel 2025, le emissioni legate specificamente alla combustione del carbone raggiungeranno un nuovo record, aumentando dello 0,8% a livello mondiale, trainate in particolare dagli aumenti registrati negli Stati Uniti e in India. Anche le emissioni legate al petrolio e al gas aumentano, rispettivamente dell’1% e dell’1,3%. Per quanto riguarda il gas, le emissioni “sembrano tornare alla tendenza di crescita persistente che prevaleva prima dell’invasione russa dell’Ucraina”, segnala lo studio.

A livello regionale, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno invertito la tendenza al ribasso osservata negli ultimi anni, registrando un aumento delle emissioni rispettivamente dell’1,9% e dello 0,4%, in parte legato agli inverni più freddi che hanno stimolato la domanda di riscaldamento. Le emissioni della Cina, il paese più inquinante, sembrano stabilizzarsi (+0,4%), ma secondo Peters l’incertezza sulle politiche condotte dal paese rende prematura l’affermazione che sia stato raggiunto un picco.

Cop30, si profila ‘battaglia’ tra Paesi: fossili, finanze e CO2 animano la conferenza

Niente di nuovo sotto il cielo del Brasile, o quasi. La 30esima conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si è aperta a Belém, nell’Amazzonia brasiliana, ha messo sul tavolo una battaglia già in vista tra i paesi sull’urgenza e i mezzi per contenere il riscaldamento globale. “È ora di infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti”, ha dichiarato Luiz Inacio Lula da Silva all’inizio delle due settimane di conferenza – a cui non partecipano gli Usa – sottolineando l’importanza dell’azione multilaterale.

Il presidente brasiliano ha ribadito che investire per il clima – punto di eterna disputa in questa sede – costa “molto meno” delle guerre. Con la volontà di evitare il fatalismo: “Stiamo andando nella direzione giusta, ma alla velocità sbagliata”.

Gli Stati Uniti, primo produttore mondiale di petrolio e secondo emettitore di gas serra, sono assenti per la prima volta nella storia di questi incontri. “È meglio che mandare gente a bloccare tutto, no?”, ha detto all’AFP la responsabile di Greenpeace in Brasile, Carolina Pasquali.

Questa Cop, la prima in Amazzonia, riunisce meno partecipanti rispetto alle edizioni precedenti, con 42.000 accreditati. Il primo giorno, i delegati presenti hanno potuto sentire la pioggia tropicale battere violentemente sul tetto del centro congressi e persino sentire le gocce infiltrarsi all’interno della struttura.

“Lamentarsi non è una strategia, abbiamo bisogno di soluzioni”, ha affermato Simon Stiell, capo dell’Onu Clima, che organizza la Cop30 insieme al paese ospitante. Ha accolto con favore un piccolo passo avanti: includendo le ultime roadmap climatiche presentate da alcuni paesi, la riduzione delle emissioni entro il 2035 sarà del 12%. Ancora lontano dall’obiettivo, ma leggermente migliore del 10% annunciato di recente su una base più limitata. “Ogni frazione di grado di riscaldamento evitato salverà milioni di vite e eviterà miliardi di dollari di danni climatici”, ha sottolineato Stiell.

La richiesta dell’Onu, però, è che i negoziati producano risultati più concreti: maggiori impegni per abbandonare le energie fossili, sviluppo delle energie rinnovabili e invio dei fondi promessi ai paesi poveri per aiutarli ad affrontare un clima più violento.

Il tempo stringe, ricordano gli scienziati. Jim Skea, presidente dell’Ipcc, il gruppo di ricercatori che lavora sul clima sotto l’egida dell’Onu, ha giudicato “quasi inevitabile” superare a breve termine la soglia di 1,5 °C di riscaldamento, l’obiettivo più ambizioso fissato dall’accordo di Parigi nel 2015.

Un gruppo di piccole isole sta lottando per inserire nell’ordine del giorno la necessità di formulare una risposta a questo fallimento, ma il gruppo dei paesi arabi e altri si oppongono, temendo un nuovo attacco al petrolio. La posizione dell’Arabia Saudita è “tossica”, deplora un diplomatico occidentale. Il fallimento nel mantenere il limite di 1,5 °C “sigilla la nostra perdita”, ha detto all’AFP Maina Vakafua Talia, ministro di Tuvalu, un piccolo arcipelago del Pacifico minacciato dall’innalzamento del livello del mare. “Mantengo la speranza. Dobbiamo avere un certo ottimismo”, ha tuttavia affermato.

“1,5 °C non è solo un numero o un obiettivo, è una questione di sopravvivenza”, ha concordato con l’AFP Manjeet Dhakal, consigliere del gruppo dei paesi meno sviluppati alla Cop. “Non potremo avallare alcuna decisione che non includa una discussione sul nostro fallimento nell’evitare 1,5 °C”.

Ma non ci sarà un braccio di ferro fin dall’inizio sull’ordine del giorno ufficiale della conferenza: le discussioni più accese su questo tema, così come sulla tassa europea sul carbonio e sulle misure commerciali unilaterali, sono state rinviate a mercoledì. Nel frattempo, la presidenza brasiliana sta organizzando consultazioni tra i paesi, dopo i primi scambi “piuttosto tesi”, secondo un partecipante. “Nessuno vuole cambiare posizione”, si rammarica un rappresentante di un paese latinoamericano.

Uno dei misteri di queste due settimane di negoziati riguarda la “tabella di marcia” sulle energie fossili presentata da Lula durante il vertice dei capi di Stato, la scorsa settimana a Belem. L’abbandono del petrolio, del gas e del carbone sarà oggetto di una nuova decisione negoziata e vincolante – dopo una prima tappa due anni fa a Dubai – o, più probabilmente, di impegni volontari da parte di alcuni paesi? “Sappiamo che si tratta di un argomento delicato per alcuni dei nostri partner e che per alcuni è più semplice discuterne non in un contesto negoziale, ma in un contesto di coalizione”, ammette la delegazione francese.

Si apre la Cop30 a Belem. Combustibili fossili e risorse finanziarie i nodi cruciali

A differenza degli ultimi anni, nessun tema emblematico dominerà la Cop30 di Belém, che si apre oggi 10 novembre a Belém, in Brasile, ma alcune questioni decisamente controverse sono sul piatto, tra cui la debolezza delle ambizioni climatiche, la grave carenza di finanziamenti per i paesi poveri e la protezione delle foreste.

COMBUSTIBILI FOSSILI. Uno dei nodi più importanti da sciogliere resta quello dei combustibili fossili. Ciò che serve davvero è un abbandono “giusto” e “ordinato” delle energie fossili, ha detto il presidente brasiliano Lula, durante il vertice dei leader mondiali che precede la COP30. A due anni dall’adozione senza precedenti alla COP28 di Dubai di un impegno generale ad abbandonare gradualmente le energie fossili, il tema non figura come tale nell’agenda della conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si aprirà lunedì per due settimane in questa città dell’Amazzonia brasiliana. Ma alcuni paesi come il Brasile – pur essendo l’ottavo produttore mondiale di petrolio – vogliono riportare l’argomento al centro del dibattito, in assenza dei grandi paesi produttori di petrolio, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump. “La Terra non può più sopportare il modello di sviluppo basato sull’uso intensivo di combustibili fossili che ha prevalso negli ultimi 200 anni”, ha affermato Luiz Inacio Lula da Silva.

ROADMAP CLIMATICA. Gli impegni climatici dei paesi di tutto il mondo saranno all’ordine del giorno della Cop30 di quest’anno, con una constatazione: non sono sufficienti. Questi piani puntano a ridurre le emissioni di gas serra solo “di circa il 10% entro il 2035” rispetto al 2019, secondo un calcolo delle Nazioni Unite pubblicato la scorsa settimana, ma che rimane molto parziale a causa del ritardo di un centinaio di paesi nella pubblicazione delle loro roadmap. Molti paesi chiederanno a quelli che emettono più gas serra di aumentare i loro impegni. Dal 2015, anno dell’accordo di Parigi, i paesi devono aggiornare ogni cinque anni i loro piani, che descrivono in dettaglio come intendono ridurre le emissioni di gas serra, ad esempio sviluppando le energie rinnovabili. Queste tabelle di marcia “rappresentano la visione del nostro futuro comune”, sottolinea la presidenza brasiliana, che ha riconosciuto che la Cop dovrebbe rispondere politicamente, anche se la questione non è all’ordine del giorno dei negoziati.

FOCUS SULLA FINANZA. L’anno scorso, la Cop29 ha fissato con difficoltà un nuovo obiettivo di aiuti dei paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo pari a 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, il triplo dell’obiettivo precedente ma quattro volte meno di quanto previsto dai paesi poveri. Questi fondi devono servire loro per adattarsi alle inondazioni, alle ondate di calore e alla siccità. Ma anche per investire in energie a basse emissioni di carbonio invece di sviluppare le loro economie bruciando carbone e petrolio. I paesi si sono anche prefissati un obiettivo più vago: mobilitare, da fonti pubbliche diverse ma anche private, un importo totale di 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Le modalità di questo obiettivo, legato a una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, devono essere precisate in un documento (la “roadmap da Baku a Belém”) che sarà discusso alla Cop30.

FORESTE DA PROTEGGERE. Il Brasile ha voluto organizzare la COP in Amazzonia per attirare l’attenzione sulla questione delle foreste, pozzi di carbonio e serbatoi di biodiversità minacciati, mentre la distruzione delle foreste vergini tropicali ha raggiunto lo scorso anno un livello record da almeno 20 anni. La presidenza vuole formalizzare un fondo di nuovo tipo, il TFFF o “Fondo per il finanziamento delle foreste tropicali”. Questo TFFF intende raccogliere 125 miliardi di dollari, che saranno investiti sui mercati finanziari; i profitti saranno destinati ai paesi con un’elevata copertura forestale e un basso tasso di deforestazione per i loro sforzi di conservazione. Ad esempio Colombia, Ghana, Repubblica Democratica del Congo o Indonesia.

Papa Leone: “La strada dell’Accordo di Parigi resta lunga e complessa”

Un multilateralismo “coeso e lungimirante” e una nuova architettura finanziaria internazionale incentrata sull’uomo. E’ quello che Papa Leone XIV chiede ai leader mondiali riuniti a Belém, in Amazzonia, prima delle due settimane di trattative della Cop30. Parole lette dal segretario di Stato, Pietro Parolin, che sottolinea come negli accordi si debba garantire a tutti i paesi, specialmente ai più poveri e ai più vulnerabili ai disastri climatici (“sono i primi a subire i devastanti effetti del cambiamento climatico”, sottolinea) di raggiungere il loro “pieno potenziale” e di vedere rispettata la “dignità” dei loro cittadini.

Un’ architettura che, precisa, “dovrebbe tenere conto anche del legame tra debito ecologico e debito estero”. “Il tempo si è fatto breve”, sottolinea ai media vaticani Parolin, che guida la delegazione della Santa Sede al vertice sul clima. Il Segretario di Stato fa eco alle parole del Papa e spiega come la riflessione e l’azione sui cambiamenti climatici possa essere un’occasione per rilanciare il multilateralismo che da anni vive “una crisi grossissima”.

Ciò che occorre è, per il Pontefice, un’educazione all’ecologia integrale che spieghi perché le decisioni a livello personale, familiare, comunitario e politico “plasmano il nostro futuro comune”, sensibilizzando alla crisi climatica e incoraggiando mentalità e stili di vita che “rispettino maggiormente il creato e salvaguardino la dignità della persona e l’inviolabilità della vita umana”. Dieci anni dopo, la strada per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi resta “lunga e complessa”, ammette Robert Prevost, esortando gli Stati ad “accelerare con coraggio” l’attuazione dell’Accordo e della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Il successore di Pietro cita Papa Francesco e l’enciclica Laudato Si’, quando spera che tutti i partecipanti alla Cop30 vendano “ispirati ad abbracciare con coraggio” la conversione ecologica chiesta da Bergoglio “nel pensiero e nelle azioni, tenendo presente il volto umano della crisi climatica”. In un contesto funestato da guerre e tensioni, in cui l’attenzione della comunità internazionale sembra concentrarsi principalmente sui conflitti tra le nazioni, “se volete coltivare la pace, prendetevi cura del creato”, scrive Leone, nella piena consapevolezza che la pace è minacciata anche dalla mancanza di rispetto per l’ambiente, “dal saccheggio delle risorse naturali e dal progressivo declino della qualità della vita a causa dei cambiamenti climatici”. Basta quindi, sostiene, con “l’egoismo collettivo, il disprezzo per gli altri e miopia”. In un mondo in fiamme, la Conferenza diventi un “segno di speranza”, mettendo da parte gli interessi e “tenendo presente la responsabilità reciproca e nei confronti delle generazioni future”.

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L’Ue avverte l’Italia: “Fare di più per contrastare cambiamento climatico e povertà energetica”

Positivi l’agricoltura biologica, la crescita delle fonti rinnovabili, la riduzione delle emissioni a gas serra. Problematici la dipendenza dalle importazioni di materie prime critiche, l’adattamento ai cambiamenti climatici e la povertà energetica. E’ la fotografia dell’Italia scattata dall’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea) nel suo Rapporto sullo stato dell’ambiente.

“L’Italia sta compiendo passi significativi verso la sostenibilità, ma deve affrontare numerose sfide”, evidenzia. Più nel dettaglio, vanno bene “lo sviluppo dell’agricoltura biologica, la crescita delle fonti rinnovabili, che supera il traguardo 2020 e punta al 38,7% entro il 2030, e la riduzione delle emissioni di gas serra”, elenca il documento. “Ampia” è anche l’estensione delle aree protette, sebbene “per contribuire al raggiungimento degli obiettivi europei sarà necessario compiere ulteriori passi avanti”.

Sul fronte dell’economia circolare, “l’Italia registra un tasso elevato di utilizzo dei materiali”, ma “occorre ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie prime critiche, rafforzando il riciclo e il riutilizzo delle risorse già presenti sul territorio nazionale”. Dunque, per l’Agenzia, “restano aperte questioni importanti” per l’Italia che vanno “dalle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici alla gestione dei rifiuti, fino alle sfide socio-economiche legate al divario generazionale, alla scarsa mobilità sociale e alla diffusa povertà energetica”. In particolare, “le sfide ambientali si intrecciano con quelle sociali ed economiche, richiedendo un approccio integrato capace di coniugare tutela ambientale, innovazione e benessere collettivo”, precisa il report e, sotto questa luce, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è visto come “strumento decisivo per sostenere sostenibilità, innovazione e competitività”, mentre “la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, in coerenza con l’Agenda 2030, resta il quadro di riferimento per garantire politiche coerenti e di lungo periodo”.

Allargando lo sguardo, il report dell’Agenzia – il settimo quest’anno, dato che viene pubblicato ogni cinque anni a partire dal 1995 – descrive come “non buono” lo stato di salute dell’ambiente europeo perché “continua a subire degrado, sfruttamento eccessivo e perdita di biodiversità”. Non solo: le prospettive per la maggior parte delle tendenze ambientali sono “preoccupanti” e “comportano gravi rischi per la prosperità economica, la sicurezza e la qualità della vita in Europa”.

All’indice ci sono cambiamenti climatici e degrado ambientale che rappresentano una “minaccia diretta per la competitività dell’Europa”. Circa l’81% degli habitat protetti si trova in condizioni mediocri o pessime, dal 60 al 70% dei suoli è degradato e il 62% dei corpi idrici non è in buone condizioni ecologiche. Il cambiamento climatico sta aggravando la scarsità di risorse idriche e, sul fronte energetico, si registra l’impossibilità per il 19% degli europei di mantenere una temperatura confortevole nelle proprie case.

E mentre la frequenza delle ondate di calore estreme è in aumento, solo 21 dei 38 Paesi membri dell’Aea (i Ventisette Ue a cui si aggiungono Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Turchia, Svizzera e i 6 dei Balcani occidentali) dispongono di piani d’azione per la salute in caso di ondate di calore. Inoltre, gli eventi climatici e meteorologici estremi (ondate di calore, alluvioni, frane, incendi boschivi) hanno causato oltre 240 mila morti tra il 1980 e il 2023 nell’Ue, con perdite economiche medie annue che sono state 2,5 volte superiori tra il 2020 e il 2023 rispetto al periodo compreso tra il 2010 e il 2019.

Per queste ragioni, il Rapporto – che arriva in un momento in cui i Paesi Ue hanno approvato un compromesso minimo sulla riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2035 e non sono riusciti a raggiungere un accordo su sulla proposta della Commissione europea di ridurre le emissioni del 90% entro il 2040 rispetto al 1990 – esorta ad accelerare l’attuazione di politiche e azioni, per una sostenibilità a lungo termine, già concordate nell’ambito del Green deal europeo. Un invito subito rimarcato dalla vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la Transizione, Teresa Ribera: “Ritardare o rinviare i nostri obiettivi climatici non farebbe altro che aumentare i costi, aumentare le disuguaglianze e indebolire la nostra resilienza. Proteggere la natura non è un costo ma un investimento, nella competitività, nella resilienza e nel benessere dei nostri cittadini”, ha affermato. Mentre per Leena Ylä-Mononen, direttrice esecutiva dell’Aea, “non possiamo permetterci di ridimensionare le nostre ambizioni in materia di clima, ambiente e sostenibilità”.

L’inquinamento atmosferico danneggia la vista dei bambini

Un nuovo studio rivela che l’inquinamento atmosferico potrebbe danneggiare la vista dei bambini, mentre l’aria più pulita aiuta a proteggere e persino a migliorare le capacità di visive soprattutto nei più piccoli. I ricercatori hanno scoperto che l’esposizione a livelli più bassi di inquinanti atmosferici, in particolare biossido di azoto (NO₂) e particolato fine (PM2.5), è associata alla capacità dei bambini di vedere bene senza occhiali. I loro risultati suggeriscono che ridurre l’esposizione a questi inquinanti potrebbe contribuire a rallentare la progressione della miopia, ovvero la visione sfocata degli oggetti distanti. Questa condizione sta diventando sempre più comune nei bambini, soprattutto nell’Asia orientale.

Pubblicando i loro risultati su Pnas Nexus, gli esperti sottolineano che, mentre la genetica e i fattori legati allo stile di vita, come il tempo trascorso davanti a dispositivi elettronici, giocano un ruolo importante nel determinare se i bambini saranno miopi, anche i fattori ambientali, come l’inquinamento atmosferico, sono importanti. Utilizzando tecniche avanzate di apprendimento automatico, il team ha esaminato come fattori ambientali, genetici e legati allo stile di vita interagiscono per influenzare lo sviluppo della vista nei bambini.

I ricercatori hanno scoperto che i bambini che vivevano in aree con aria più pulita avevano una vista migliore, dopo aver tenuto conto di altri fattori. Inoltre, è emerso che gli studenti delle scuole primarie sono particolarmente sensibili all’inquinamento atmosferico e hanno mostrato i maggiori miglioramenti nell’acuità visiva non corretta quando esposti ad aria più pulita. Al contrario, gli studenti più grandi e quelli con miopia elevata sono stati meno influenzati dai cambiamenti ambientali e la loro vista è stata maggiormente influenzata da fattori genetici, il che suggerisce che un intervento tempestivo, prima che i problemi di vista diventino gravi, può fare davvero la differenza.

Il professor Zongbo Shi, dell’Università di Birmingham, che ha co-supervisionato questo studio, spiega che “sebbene la genetica e il tempo trascorso davanti allo schermo siano da tempo riconosciuti come fattori che contribuiscono alla miopia infantile, questo studio è tra i primi a isolare l’inquinamento atmosferico come un fattore di rischio significativo e modificabile”. L’aria pulita, infatti, “non riguarda solo la salute respiratoria, ma anche quella visiva. I nostri risultati dimostrano che migliorare la qualità dell’aria potrebbe essere un prezioso intervento strategico per proteggere la vista dei bambini, soprattutto durante gli anni di sviluppo più vulnerabili”.

L’aria inquinata può causare infiammazione e stress agli occhi, ridurre l’esposizione alla luce solare, importante per uno sviluppo sano degli occhi, e innescare cambiamenti chimici nell’occhio che ne modificano la forma, causando la miopia. Questo studio suggerisce che l’installazione di purificatori d’aria nelle aule, la creazione di “zone ad aria pulita” attorno alle scuole per ridurre l’inquinamento del traffico e la chiusura delle strade alle auto durante gli orari di entrata e uscita dei bambini possono migliorare la salute degli occhi, perché i bambini trascorrono molto tempo a scuola. Come spiega il coautore, Yuqing Dai dell’Università di Birmingham, “la miopia è in aumento a livello globale e può portare a gravi problemi alla vista in età adulta. Sebbene non possiamo modificare i geni di un bambino, possiamo migliorare il suo ambiente. Se interveniamo tempestivamente, prima che si manifesti una miopia grave, possiamo fare davvero la differenza”.