Il Wwf celebra la Giornata degli Elefanti. In Sud-Est Asia e Cina ne restano solo 8-11mila esemplari

Photo credit: WWF @Cede Prudente

In occasione della Giornata mondiale dell’elefante, che si celebra ogni anno il 12 agosto, il Wwf lancia l’Alleanza per gli elefanti asiatici (Asian Elephant Alliance, AEA) per garantire un futuro a questa specie in cui la perdita e la frammentazione degli habitat siano finalmente ridotte e dove persone ed elefanti possano vivere fianco a fianco in modo sostenibile. La Giornata mondiale dell’elefante è stata istituita in Thailandia poco più di dieci anni fa proprio con lo scopo di far conoscere questi pachidermi a livello globale e con l’obiettivo di ottenere il sostegno necessario per risolvere le minacce che la specie sta affrontando. Solo con uno sforzo collettivo che possa mettere insieme governi, settore privato, società civile e cittadini si potranno sostenere le azioni di conservazione necessarie per salvare gli elefanti.

L’Asian Elephant Alliance proprio nasce nello spirito della Giornata mondiale dell’elefante, che è quello dell’azione collettiva – ha dichiarato Natalie Phaholyothin, ceo del Wwf-Thailandia -. Dobbiamo riconoscere che le sfide per la conservazione degli elefanti nella nostra regione non possono essere risolte lavorando autonomamente“.

Gli elefanti asiatici sono minacciati a livello globale, ma lo sono particolarmente nel Sud-est asiatico e in Cina, con una popolazione ridotta a solo 8.000-11.000 individui distribuiti in otto Paesi dell’area: Cambogia, Cina meridionale, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Thailandia e Vietnam. La perdita e la frammentazione dell’habitat, il conflitto con la specie umana, il bracconaggio e l’isolamento delle piccole popolazioni hanno provocato un forte declino in tutta la regione.

Gli elefanti asiatici sono fisicamente grandi e occupano uno spazio enorme anche nell’immaginario culturale e nell’identità della regione – ha dichiarato Lan Mercado, direttore regionale del Wwf Asia-Pacifico -. Dobbiamo lavorare per invertire il trend negativo, gestendo allo stesso tempo il conflitto derivante l dalle interazioni con le persone, per permettere alle comunità locali che hanno vissuto al loro fianco di mitigare i conflitti e non soffrire in modo sproporzionato. Abbiamo bisogno di alleati degli elefanti“.

Per arrestare questo allarmante declino della popolazione in queste regioni e creare una coesistenza sostenibile con l’uomo, il Wwf intende collaborare con i principali attori che possono influenzare positivamente il futuro dei pachidermi nel Sud-est asiatico e in Cina. L’obiettivo dell’iniziativa regionale è quello di collaborare per replicare modelli di conservazione di successo che vadano a beneficio sia degli elefanti che delle persone. Un esempio è l’approccio dei ‘paesaggi viventi’ sperimentato nel Sabah, in Malesia, dove un’azienda agricola privata collabora con il Wwf e il governo locale per garantire la connettività degli habitat e la presenza di abbondanti fonti di cibo per gli elefanti del Borneo. Questo progetto ha come diretta conseguenza una minore perdita di raccolti per le comunità locali e per l’azienda, e un miglioramento degli habitat per gli elefanti e gli altri animali selvatici.

L’appello di Lula per l’Amazzonia: I paesi ricchi si facciano avanti

Al termine del vertice sull’Amazzonia, il presidente brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva chiede ai Paesi ricchi di contribuire finanziariamente agli sforzi per frenare la deforestazione. “Non sono i Paesi come Brasile, Colombia e Venezuela ad avere bisogno di soldi. È la natura“, scandisce.

È a Belem, città di 1,3 milioni di abitanti nel nord del Brasile che ha ospitato il vertice, che si terrà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima nel 2025. Qui in questi giorni, per la prima volta dopo 14 anni, si sono riuniti i rappresentanti degli otto Paesi membri del Trattato di cooperazione amazzonica (OTCA). Brasile, Colombia, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela hanno firmato la “Dichiarazione di Belem“, che prevede la creazione di un’Alleanza contro la deforestazione, ma senza fissare obiettivi concreti.

Non ci sono misure chiare per rispondere all’emergenza climatica, né obiettivi precisi o scadenze fissate per sradicare la deforestazione“, denuncia Leandro Ramos della sezione brasiliana di Greenpeace. Avrebbe voluto che la dichiarazione menzionasse anche “la fine delle esplorazioni petrolifere” in Amazzonia.

“Per garantire che la nostra visione non resti sulla carta, dobbiamo adottare azioni concrete“, ammette il ministro degli Esteri brasiliano, Mauro Vieira.

Ieri al vertice si sono uniti i presidenti del Congo-Brazzaville e della Repubblica del Congo, Paesi che ospitano vaste foreste tropicali. Presenti anche l’Indonesia e Saint Vincent e Grenadine.

Al termine delle discussioni, è stata rilasciata una dichiarazione congiunta a nome di questi Paesi e degli otto membri sudamericani dell’OTCA, in cui si afferma l’impegno per “la conservazione delle foreste, la riduzione delle cause della deforestazione e la ricerca di una giusta transizione ecologica“.

I Paesi hanno anche espresso “preoccupazione per il mancato rispetto degli impegni finanziari da parte dei Paesi sviluppati“, citando i 100 miliardi di dollari promessi ogni anno ai Paesi in via di sviluppo per combattere il riscaldamento globale. Questo impegno risale al 2009 e aveva una scadenza al 2020.

Se i Paesi ricchi vogliono davvero preservare le foreste esistenti, devono investire denaro e non solo prendersi cura degli alberi, ma anche delle persone che vivono sotto di loro e che vogliono vivere dignitosamente“, insiste Lula, stimando che il vertice sarà “visto in futuro come un punto di svolta per lo sviluppo sostenibile“. “Abbiamo gettato le basi per costruire un’agenda comune con i Paesi in via di sviluppo con foreste tropicali, fino a quando non ci incontreremo di nuovo qui a Belem per la COP30“, aggiunge.

La dichiarazione congiunta dei Paesi dell’OTCA, un documento in 113 punti, ha definito in dettaglio le tappe della cooperazione “per evitare che l’Amazzonia raggiunga il punto di non ritorno” in questa vasta regione che ospita circa il 10% della biodiversità mondiale.
Se si raggiungesse questo punto di non ritorno, l’Amazzonia emetterebbe più carbonio di quanto ne assorba, aggravando il riscaldamento globale.
Secondo i dati raccolti dal progetto di ricerca MapBiomas, tra il 1985 e il 2021 la foresta amazzonica ha perso il 17% della sua vegetazione.

La ripresa del disboscamento divide il Kenya

L’industria del legno keniota aspettava questa misura da più di cinque anni: il divieto di abbattimento di alcune foreste è stato revocato a luglio dal presidente William Ruto, in nome del pragmatismo denunciato dalle organizzazioni di protezione ambientale. Il Governo ha insistito sul fatto che questa decisione riguarda solo gli alberi maturi delle foreste piantate e gestite dallo Stato – che rappresentano il 6% dei 2,49 milioni di ettari elencati – e non le foreste selvagge ricche di biodiversità e carbonio. Queste spiegazioni hanno convinto poco le organizzazioni ambientaliste, che hanno accusato il Capo di Stato, che si era presentato come un campione di difesa dell’ambiente durante la campagna presidenziale, di ipocrisia.

Eletto nell’agosto del 2022, William Ruto aveva fatto della piantumazione di 15 miliardi di alberi nei prossimi dieci anni una delle misure chiave del suo programma per combattere il cambiamento climatico. Il leader dell’opposizione Raila Odinga – che è stato sconfitto da Ruto alle elezioni – ha denunciato i doppi standard del presidente, proprio mentre la capitale Nairobi ospiterà una conferenza internazionale sul clima dal 4 al 6 settembre. “Il Kenya è stato un leader indiscusso nell’investire nella crescita verde e pulita e nell’aumentare la superficie forestale. Ora il Paese sta eliminando le sue foreste mentre ospita i negoziati sul cambiamento climatico“, ha affermato.

Vicepresidente quando il divieto è stato introdotto nel 2018, Ruto ha ritenuto “assurdo” non raccogliere gli alberi in decomposizione quando il settore è costretto a importare legname. La misura mira a rilanciare un settore che impiega direttamente 50.000 persone – e 300.000 indirettamente – in un momento in cui il Governo sta affrontando le proteste contro l’aumento del costo della vita da aprile. Bernard Gitau, proprietario di una segheria a Molo, a circa 200 chilometri a nord-ovest di Nairobi, afferma di essere sollevato dal fatto che il presidente sia “venuto in soccorso“. Negli ultimi cinque anni è stato costretto a licenziare e a ridurre la sua attività. La sua segheria è ancora operativa solo per metà, ma un team ridotto di 50 dipendenti è tornato al lavoro, in attesa che gli affari tornino alla normalità. “Alcune persone sono venute a pregare all’ingresso, ringraziando Dio che questa segheria sta tornando in vita“, spiega il signor Gitau, che è anche presidente dell’Associazione dei produttori di legname del Kenya. “L’economia di questa città migliorerà“, spera.

Il divieto è stato decretato nel febbraio 2018, in un momento in cui le foreste del Kenya venivano disboscate al ritmo di 5.000 ettari all’anno, minacciando in particolare le risorse idriche di questo Paese soggetto a episodi di siccità. Le foreste hanno iniziato a riprendersi, ma l’annuncio della revoca del divieto solleva delle domande. “Un giorno si parla di piantare, il giorno dopo si parla di tagliare. I conti non tornano“, afferma Godfrey Kamau, presidente della Thogoto Forest Family, un’associazione che lavora per proteggere questa foresta indigena di 53 ettari alla periferia di Nairobi. Gli oppositori della misura hanno ottenuto una tregua, con un tribunale che ha sospeso la sua applicazione in attesa di esaminare un appello il 14 agosto.

Il Servizio Forestale del Kenya (KFS), l’agenzia responsabile della supervisione della misura e dell’emissione dei permessi di taglio, ha assicurato che il processo sarà trasparente e che le aree cancellate saranno ripiantate. Ma i critici della misura sono cauti, ricordando che il KFS è stato accusato nel 2018 di “corruzione dilagante“, “distruzione selvaggia” e “saccheggio” delle foreste da parte di un comitato governativo, senza, a loro dire, riformarsi adeguatamente da allora. Per Bernard Gitau, le preoccupazioni sullo sfruttamento delle foreste indigene sono infondate. L’industria del legno è interessata solo ai legni duri a crescita rapida introdotti durante la colonizzazione britannica, come il pino e l’eucalipto, e non alle specie autoctone che crescono nelle foreste protette, sostiene. “Conosciamo la legge“, afferma: “È vietato“.

Tuttavia, il ministro dell’Ambiente Soipan Tuya ha dichiarato che nella vicina Foresta di Mau – una delle più grandi dell’Africa orientale – sono stati abbattuti illegalmente degli alberi pochi giorni dopo la revoca del divieto. Ha ordinato il dispiegamento di guardie forestali aggiuntive nella foresta di Mau e in altri punti caldi. Con i suoi messaggi contraddittori, il Governo sta minando gli sforzi per scoraggiare il disboscamento, secondo Godfrey Kamau, che teme che la popolazione non distingua tra le specie che dovrebbero o non dovrebbero essere abbattute. “Il Presidente ha detto che il disboscamento è consentito. I comuni wananchi (cittadini) adesso si diranno che è ora di iniziare a tagliare gli alberi“, sottolinea: “Alla fine, è come se non fosse stato fatto nulla“.

Amazzonia

Foreste in pericolo in Ue: aumentano fattori di ‘disturbo’ come vento e incendi

Vento, fuoco, scolitidi di abete rosso europeo e altri agenti biotici e abiotici (come funghi, nematodi, siccità, gelo o grandine). Tutte fonti di ‘disturbo’ per le foreste che in settant’anni, tra il 1950 e il 2019, hanno causato perdite in 34 Paesi del vecchio continente che si stimano tra 52,4 milioni di metri cubi (Mm 3) e 62,1 Mm 3 di legname ogni anno, in media. A rivelarlo uno studio finanziato dalla Commissione europea, a cura della Science Communication Unit, dell’Università di Bristol, in Inghilterra, che sottolinea come un disturbo eccessivo per l’ecosistema forestale sia dannoso, in quanto “minaccia la fornitura di servizi ecosistemici vitali, come lo stoccaggio del carbonio e la fornitura di habitat per la fauna selvatica”. Inoltre, un disturbo eccessivo “rende più difficile raggiungere obiettivi politici che dipendono da foreste sane”.

Tra cui quelli varati dalla Commissione europea nel quadro del suo Green Deal, il Patto verde per l’Europa. È del 16 luglio 2021 la strategia europea per le foreste, in cui hanno trovato spazio sia nuovi obiettivi di assorbimento della CO2, sia azioni concrete per migliorare la quantità e la qualità delle foreste sul territorio dell’Unione. Proprio gli ecosistemi forestali rappresentano i più grandi pozzi di assorbimento di carbonio, ma la Commissione Ue ha riconosciuto che quelli europei soffrono di molteplici pressioni, incluso il cambiamento climatico. Da qui arriva la proposta di piantare tre miliardi di nuovi alberi entro l’inizio del prossimo decennio, per rispondere anche all’obiettivo vincolante di rimuovere 310 milioni di tonnellate di CO2 equivalente al 2030.

I ricercatori hanno creato un database online gratuito di disturbi forestali, coprendo 34 paesi europei e utilizzando i dati di studi scientifici e una rete di esperti. Il set di dati risultante contiene 173.506 record provenienti da 600 fonti e, in particolare, migliora il quadro per paesi come Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia e Serbia, dove i dati erano precedentemente di difficile accessibilità. Quando i ricercatori hanno esaminato i cambiamenti nelle perdite, hanno registrato alcune tendenze: ovvero che in media le perdite di legname sono cresciute di 845mila metri cubi all’anno e negli ultimi 20 anni, la quantità totale di legno danneggiato all’anno è stata in media di 80 milioni di metri cubi, abbastanza per costruire l’edificio in legno più alto d’Europa, il Mjostarnet di 18 piani, sul lago Mjosa, Norvegia, 15 volte.

Lo studio osserva che a causare il danno maggiore è stato il vento, rappresentando il 46% del volume di legname ‘disturbato’. Gli anni ’90 e 2000 hanno registrato tassi di disturbo del vento particolarmente elevati (rispettivamente 47,8 e 38,3 Mm 3/anno). Sia gli eventi estremi che i danni cronici sono aumentati durante il periodo di studio. Il fuoco è stato il secondo disturbo più significativo, rappresentando il 24% dei danni al volume di legname. Il suo impatto è aumentato in modo significativo, con ampi picchi negli anni ’70 e ’90 in poi. Fin dagli anni ’90 sono state utilizzate migliori strategie di gestione degli incendi, ma sono contrastate dagli effetti del cambiamento climatico. Anche i coleotteri della corteccia hanno causato un forte aumento del disturbo, con il 17% del volume di legname disturbato, principalmente a causa delle enormi epidemie dell’ultimo decennio. Anche il cambiamento climatico guida questa tendenza creando condizioni più ospitali per i coleotteri.

Infine, altri disturbi biotici hanno rappresentato l’8% del volume di legname danneggiato, con un forte aumento dopo gli anni ’80. Il volume medio di legname danneggiato da altri disturbi abiotici è aumentato di quasi sei volte. Alla luce di questi risultati, lo studio raccomanda ai gestori forestali e ai responsabili politici di porre nuove strategie di adattamento al centro della pratica. I ricercatori suggeriscono che è necessario un sistema paneuropeo di monitoraggio e segnalazione dei disturbi forestali armonizzato, coerente e quasi in tempo reale, che combini osservazioni da terra e telerilevamento.

Earth Hour. Earth Day.

Oggi è l’Overshoot Day: il Pianeta ha finito le sue risorse annuali

Cade oggi, mercoledì 2 agosto, il giorno del 2023 in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse generate dal pianeta per l’intero anno. Nei giorni che mancano da domani a fine anno il consumo di risorse rinnovabili rosicchierà quindi il capitale naturale, senza consentirgli di rigenerarsi. L’Overshoot Day, questo il suo nome, quest’anno si verifica il 2 agosto, leggermente in ritardo rispetto al 2022 quando cadde il 28 luglio. Per l’Italia, invece, l’Overshoot Day nazionale si è verificato già il 15 maggio.

L’overshoot si verifica quando la domanda di risorse biologiche da parte dell’umanità supera la capacità della Terra di rigenerarle entro lo stesso anno. Secondo Global Footprint Network, che monitora questa misura, la data è anticipata anno dopo anno: 29 dicembre nel 1970, 4 novembre nel 1980, 11 ottobre nel 1990, 23 settembre nel 2000 e 7 agosto nel 2010. Nel 2020, l’Overshoot Day è stato posticipato di tre settimane a causa della pandemia di Covid-19, prima di tornare ai livelli precedenti. Questa impronta ecologica è calcolata in base a sei diverse categorie, “coltivazioni, pascoli, aree necessarie per i prodotti forestali, aree di pesca, aree edificate e aree forestali necessarie per assorbire il carbonio emesso dai combustibili fossili“, ed è intimamente legata ai modelli di consumo, in particolare nei Paesi ricchi.

Per mettere in luce questo problema, il ministero dell’Ambiente, del Clima e dell’Energia sloveno e il Global Footprint Network hanno organizzando un evento di alto livello il 1 ° agosto, a Lubiana e online, per discutere le implicazioni dell’overshoot. La Slovenia è il primo Paese dell’Ue a includere l’impronta ecologica nella sua strategia di sviluppo nazionale.  “Il rischio maggiore, a parte lo stesso superamento ecologico, risiede nella compiacenza nei confronti di questa crisi. Le entità che agiscono ora non si limitano a salvaguardare l’ambiente, ma sono anche a prova di futuro per la loro economia e il benessere dei loro residenti“, sottolinea Steven Tebbe, CEO di Global Footprint Network.

Addio ad Andrea Purgatori, ‘ecologista attento’. Fu presidente di Greenpeace Italia

Andrea Purgatori è morto questa mattina a Roma in ospedale, dopo una breve fulminante malattia. Era giornalista, sceneggiatore e autore classe 1953. La notizia è stata data dai figli Edoardo, Ludovico, Victoria e dalla famiglia rappresentata dallo studio legale Cau. Inviato del Corriere della Sera, autore di reportage su conflitti in Libano o nel Golfo, giornalista di inchiesta (tra le più importanti quella sulla Strage di Ustica nel 1980 e quella sulla scomparsa di Emanuela Orlandi), Purgatori ha coniugato la sua professionalità con la sensibilità ambientalista: tra il 2014 e il 2020 è stato presidente di Greenpeace Italia ma il suo impegno è continuato anche nel programma di La7 ‘Atlantide’ nel quale più volte ha dato spazio al tema del cambiamento climatico e dei suoi effetti. Era un “ecologista attento”, come l’ha definito il co-portavoce nazionale di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli.

Nella vita bisogna fare delle scelte etiche. Io l’ho fatta aderendo a Greenpeace. Ora ho accettato con grande piacere la nomina a presidente di Greenpeace Italia, un incarico che svolgo come volontario e a titolo gratuito”, aveva scritto nel 2014 lo stesso Purgatori, succedendo a Ivan Novelli alla guida della sezione italiana dell’ong. “Se il clima fa schifo – aveva dichiarato – le conseguenze non sono solo nell’altra parte del mondo, ma pure qui da noi”. Per il giornalista, l’Italia aveva (e ha) alcune specifiche emergenze ambientali, come lo smaltimento dei rifiuti tossici e radioattivi. “In Italia le ‘terre dei fuochi’ sono tante e spesso lì si concentrano anche attività illecite della criminalità organizzata“, aveva ribadito più volte. Sempre nel 2014, in un’intervista a ‘Famiglia Cristiana’, già ricordava come “parlare di politica ambientale significa parlare del nostro futuro. La bonifica dei luoghi a rischio è una emergenza nazionale che va affrontata e che, fra l’altro, può creare posti di lavoro“.

La stessa ‘impronta’ ecologista Purgatori l’aveva portata nella conduzione di ‘Atlantide’, il programma televisivo di approfondimento storico-scientifico di La7: dalla centrale nucleare in smantellamento sul Garigliano in provincia di Caserta alla vicenda degli ‘Arctic 30’, i 28 attivisti di Greenpeace arrestati in Russia con l’accusa di pirateria dopo aver manifestato contro la piattaforma petrolifera in Artico gestita dall’azienda di Stato Gazprom, il giornalista aveva raccontato con immagini e interviste i grandi temi ambientali raccordati all’attualità.
Andrea Purgatori è stato per Greenpeace Italia non solo un presidente di grande autorevolezza ma anche un riferimento importante per tutte e tutti noi. La sua presidenza tra il 2014 e il 2020 ha coinciso con una fase di sviluppo importante”, ha commentato Novelli, nuovamente presidente di Greenpeace Italia.

Legge natura, i verdi italiani festeggiano: “Abbiamo fermato i ladri di futuro”

Il Parlamento europeo dà il via libera alla legge sulla natura. Una “giornata storica”: la rivincita dei progressisti sui conservatori, una battaglia che gli ecologisti italiani rivendicano a gran voce. “L’offensiva di Meloni e della destra sovranista in Europa è stata respinta“, gioisce Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, parlamentare di Alleanza Verdi Sinistra. E’ in piazza Montecitorio con i colleghi di partito e brandisce cartelli che recitano ‘Abbiamo fermato i ladri di futuro’. La legge è “fondamentale per il futuro delle nuove generazioni“, afferma. E questa destra che “sparge fake news per difendere gli interessi dei cementificatori” oggi si ferma grazie a un’alleanza progressista, ecologista, che, è convinto, “può essere una speranza per il futuro dell’Europa“.

Non è un buon periodo per Giorgia Meloni, recrimina Nicola Fratoianni. Cita i guai giudiziari e le polemiche che in un modo o nell’altro coinvolgono i suoi compagni di partito, e i suoi componenti dell’esecutivo. Dal presidente del Senato Ignazio La Russa alla ministra del Turismo Daniela Santanché, passando per le gaffe del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. “Oggi un altro colpo a lei e ai ‘climafreghisti’ di tutta Europa”, scandisce. La bocciatura del Parlamento europeo rispetto alla mozione di rigetto della legge sulla natura è ottima, ma “annuncia il terreno del conflitto” dei prossimi anni, annuncia. La transizione e la conversione ecologica restano il punto di riferimento per chi si batte per la giustizia sociale e ambientale”.

Venerdì 7 luglio, a Roma, di questo si è parlato in un vertice congiunto con i Verdi tedeschi: “Si è costruita una importante alleanza del Parlamento europeo”, ribadisce Bonelli. Accusa il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, di “spargere bugie come il suo solito, dicendo che sarà un danno per gli agricoltori”. Segnala che, in Europa, la destra italiana “ha votato contro una legge che chiede di mettere in sicurezza i fiumi anche dal rischio idrogeologico“.
Una grandissima vittoria “per niente scontata“, spiega a Gea la capogruppo di Avs Luana Zanella. I Verdi tedeschi, racconta, erano “molto preoccupati” per l’esito della votazione. “Avevamo bisogno di una norma così articolata, che salvaguarda l’80% dei siti preziosi per la biodiversità, compresi quelli del mare profondo e per i siti all’interno delle città, alcuni dei quali sono vere e proprie oasi. Riforestando, rinaturalizzando, garantendo le praterie, contrastiamo anche il riscaldamento globale”, ricorda.

Gioiscono le associazioni ambientaliste, ma lanciano un monito all’esecutivo: “Per il nostro Paese apre una riflessione perché il Governo Meloni deve ripensare la propria posizione in vista dei negoziati del Consiglio con il Parlamento per l’adozione finale della legge”, osserva Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette e biodiversità di Legambiente. La legge che passa è “indebolita”, per il Wwf, che festeggia comunque il voto, contro una “assurda campagna di disinformazione senza precedenti volta a fermarlo, guidata da politici di destra e conservatori e dalle lobby dell’agrindustria e della pesca intensiva”.

In particolare, la posizione adottata dal Parlamento ha cancellato l’articolo che avrebbe ripristinato la natura nei terreni agricoli, comprese le torbiere, rinunciando a un elemento essenziale per aumentare la capacità dell’Europa di sequestrare il carbonio. Particolarmente grave è considerata la cancellazione delle azioni dedicate alla tutela degli impollinatori e un ulteriore fonte di indebolimento deriva dall’emendamento – approvato – sulla necessità di effettuare una valutazione dell’eventuale impatto sulla sicurezza alimentare europea della Legge, ritardandone l’implementazione.
“Senza natura non c’è cibo, senza natura l’essere umano non sopravvive sul pianeta. E fino ad oggi, anche in Europa, la natura è stata sacrificata, soffocata e distrutta“, fa eco l’eurodeputata di Europa Verde Eleonora Evi. Che si rivolge direttamente alle destre: “Se ne facciano una ragione, la Legge sul Ripristino della Natura è stata approvata dal Parlamento europeo, è sostenuta dalla maggior parte dei governi europei e soprattutto è richiesta a gran voce dalla scienza e dalle cittadine e dai cittadini”.

Oltre 30mila reati ambientali nel 2022: impennata del 29% del ciclo del cemento

Nel 2022 non si arresta la morsa delle ecomafie. I reati contri l’ambiente restano ben saldi sopra la soglia dei 30.000, esattamente sono 30.686, in lieve crescita rispetto al 2021 (+0,3%), alla media di 84 reati al giorno, 3,5 ogni ora. Crescono anche gli illeciti amministrativi che toccano quota 67.030 (con un incremento sul 2021 del +13,1%): sommando queste due voci – reati e illeciti amministrativi – le violazioni delle norme poste a tutela dell’ambiente sfiorano quota 100.000 (97.716 quelle contestate, alla media di 268 al giorno, 11 ogni ora). A fare il punto è il nuovo rapporto Ecomafia 2023, realizzato da Legambiente, edito da Edizioni Ambiente, media partner Nuova Ecologia. Il rapporto, presentato oggi a Roma nella Sala della Regina della Camera dei deputati, in un evento insignito della Medaglia del Presidente della Repubblica, mette in fila dati e numeri sulle illegalità ambientali nella Penisola.

Ciclo illegale del cemento, reati contro la fauna e ciclo dei rifiuti sono le tre principali filiere su cui nel 2022 si è registrato il maggior numero di illeciti. A farla da padrone quelli relativi al cemento illegale, (dall’abusivismo edilizio agli appalti) che ammontano a 12.216, pari al 39,8% del totale, con una crescita del +28,7% rispetto al 2021. Crescono del 26,5% le persone denunciate (ben 12.430), del 97% le ordinanze di custodia cautelare, che sono state 65, addirittura del 298,5% il valore dei sequestri e delle sanzioni amministrative, per oltre 211 milioni di euro. Viene stimato in crescita, da 1,8 a 2 miliardi di euro, anche il business dell’abusivismo edilizio. Seguono i reati contro la fauna con 6.481 illeciti penali (+4,3% rispetto al 2021) e 5.486 persone denunciate (+7,6%).

Scende al terzo posto il ciclo illegale dei rifiuti con una riduzione sia del numero di illeciti penali, 5.606, (−33,8%), sia delle persone denunciate (6.087, −41%), ma aumentano le inchieste in cui viene contestata l’attività organizzata di traffico illecito di rifiuti (268 contro le 151 del 2021). Crescono anche gli illeciti amministrativi (10.591, +21,4%) e in misura leggermente minore le sanzioni, che sono state 10.358, pari al +16,2%. Al quarto posto, dopo il terribile 2021, i reati legati a roghi dolosi, colposi e generici (5.207, con una riduzione del – 3,3%). In aumento i controlli, le persone denunciate (768, una media di oltre due al giorno, +16,7%) e i sequestri (122, con un +14%). Come sempre, un capitolo a parte viene dedicato all’analisi delle attività di forze dell’ordine e Capitanerie di porto nel settore agroalimentare, che hanno portato all’accertamento di 41.305 reati e illeciti amministrativi. Sul fronte archeomafia, sono 404 i furti d’arte nel 2022.

Infine, a pesare e a preoccupare è il virus della corruzione ambientale – censite da Legambiente dal 1° agosto 2022 al 30 aprile 2023 ben 58 inchieste su fenomeni di corruzione connessi ad attività con impatto ambientale – il numero e il peso dei Comuni sciolti per mafia (22 quelli analizzati nel Rapporto, a cui si è aggiunto il recentissimo scioglimento di quello di Rende, in provincia di Cosenza), e la crescita dei clan mafiosi: dal 1994 ad oggi sono 375 quelli censiti da Legambiente. Il fatturato illegale delle diverse “filiere” analizzate nel Rapporto resta stabile a 8,8 miliardi di euro.

La Campania si conferma al primo posto per numero di reati contro l’ambiente (ben 4.020, pari al 13,1% del totale nazionale), persone denunciate (3.358), sequestri effettuati (995) e sanzioni amministrative comminate (10.011). Seguita dalla Puglia, che sale di una posizione rispetto al 2021, con 3.054 reati. Terza la Sicilia, con 2.905 reati. Sale al quarto posto il Lazio (2.642 reati), che supera la Calabria, mentre la Lombardia, sesta con 2.141 infrazioni penali e prima regione del Nord, “scavalca” la Toscana, in settima posizione. Balzo in avanti dell’Emilia-Romagna, che passa dal dodicesimo all’ottavo posto, con 1.468 reati (circa il 35% in più rispetto al 2021). A livello provinciale, Roma con 1.315 illeciti si conferma quella con più reati ambientali. Tra le new entry si segnala la provincia di Livorno, nona in graduatoria, con 565 infrazioni.

Per Legambiente quella contro l’ecomafia è una doppia sfida, che si può vincere da un lato rafforzando le attività di prevenzione e di controllo nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo delle risorse stanziate con il Piano nazionale di ripresa e resilienza; dall’altro mettendo mano con urgenza, a partire dall’Europa, a un quadro normativo condiviso su scala internazionale, con cui affrontare una criminalità organizzata ambientale che non conosce confini.

Dieci le proposte di modifica normativa presentate oggi dall’associazione ambientalista per rendere più efficace l’azione delle istituzioni a partire dall’approvazione delle riforme che mancano all’appello, anche in vista della prossima direttiva Ue sui crimini ambientali, di cui l’Italia deve sostenere con forza l’approvazione entro l’attuale legislatura europea. È necessario, sul versante nazionale, rivedere, in particolare per quanto riguarda il meccanismo del cosiddetto subappalto “a cascata”, quanto previsto dal nuovo Codice degli appalti e garantire il costante monitoraggio degli investimenti previsti per il PNRR. Dal punto di vista legislativo, occorre approvare il disegno di legge contro le agromafie; introdurre nel Codice penale i delitti contro la fauna; emanare i decreti attuativi della legge 132/2016 che ha istituito il Sistema Nazionale per la protezione per l’ambiente; garantire l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni iscritte, come Legambiente, nel Runts, il Registro unico nazionale del Terzo settore.

Mai come in questo momento storico – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambientesi devono alzare le antenne per scovare inquinatori ed ecomafiosi. E bisogna farlo presto, dentro e fuori i confini nazionali, perché stiamo entrando nella fase operativa del PNRR. L’Italia può e deve svolgere un ruolo importante perché la transizione ecologica sia pulita anche nella fedina penale, come prevede l’aggiornamento della direttiva sulla tutela dell’ambiente, da approvare entro la fine della legislatura europea, ma soprattutto deve recuperare i ritardi accumulati finora, dando seguito alle dieci proposte inserite nel nostro Rapporto Ecomafia”.

I numeri, le analisi e le considerazioni che emergono dal nostro rapporto Ecomafia – spiega Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio ambiente e legalità Legambienteanche grazie ai diversi contributi raccolti, confermano il lavoro importante svolto da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, enti di controllo e magistratura. E dovrebbero sollecitare risposte coerenti ed efficaci da parte di chi ha responsabilità politiche e istituzionali. Accade purtroppo spesso il contrario: deregulation, come quelle inserite nel nuovo Codice degli appalti, invece di semplificazioni; condoni edilizi più o meno mascherati, invece di ruspe”.

 

Effetto Lula, la deforestazione dell’Amazzonia diminuita del 33% nel 2023

Photocredit Afp

 

La deforestazione nella foresta amazzonica brasiliana è diminuita del 33,6% tra gennaio e giugno 2023 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo i dati ufficiali pubblicati giovedì. La lotta contro lo sfruttamento della foresta amazzonica è uno dei principali obiettivi del governo di Luiz Inacio Lula da Silva, rieletto presidente del Brasile il 1° gennaio. Le immagini satellitari dell’Istituto nazionale per la ricerca spaziale (Inpe) mostrano che nella prima metà dell’anno sono stati deforestati 2.649 km2 , rispetto ai 3.988 km2 tra gennaio e giugno 2022. A quel tempo, il leader di estrema destra Jair Bolsonaro, che è stato pesantemente criticato per la sua gestione dell’Amazzonia, era ancora al potere. “Abbiamo raggiunto un punto in cui la deforestazione in Amazzonia sta diminuendo costantemente“, ha dichiarato la ministra dell’Ambiente Marina Silva in una conferenza stampa. Ha dichiarato che questi risultati sono il frutto della “decisione del Presidente Lula di fare della lotta al cambiamento climatico e alla deforestazione una politica di governo“.

Nel solo mese di giugno, la deforestazione è diminuita del 41% rispetto al 2022. Dopo la sua rielezione, Lula ha promesso di annullare le politiche ambientali del suo predecessore e di porre fine alla deforestazione illegale entro il 2030. Durante il mandato di Jair Bolsonaro (2019-2022), la deforestazione in Amazzonia è aumentata del 75% rispetto alla media del decennio precedente. A giugno, Lula ha presentato il suo piano d’azione in materia, che prevedeva il sequestro immediato della metà delle aree disboscate illegalmente all’interno di zone protette, la creazione di altri tre milioni di ettari di queste aree protette entro il 2027 e l’assunzione di migliaia di specialisti del settore.

Questo annuncio ha fatto seguito alla decisione dei parlamentari di limitare in modo significativo il portafoglio del Ministero dell’Ambiente, eliminando i suoi poteri di gestione delle risorse idriche e del catasto rurale. Per raggiungere i suoi obiettivi, Lula cerca regolarmente di convincere i Paesi più ricchi a finanziare la conservazione delle foreste. Norvegia e Germania hanno già contribuito al Fondo per l’Amazzonia creato a questo scopo. L’ambiente è al centro dei negoziati tra il Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Venezuela) e l’UE, che ha recentemente esortato i Paesi sudamericani a essere più esigenti nella lotta contro i crimini ambientali, prima di poter finalizzare un accordo bilaterale di libero scambio.

Avvocato Bortolotto

Avv. Bortolotto: “Le leggi sull’ambiente volano per nuovo sviluppo industriale”

Una normativa meno stringente in termini di vincoli paesaggisti, un grande piano energetico europeo di lungo periodo, un impegno anche personale verso una transizione energetica che sia concretamente realizzabile. Sono gli spunti offerti in un’intervista a GEA dall’avvocato Maurizio Bortolotto, socio fondatore dello Studio Gebbia Bortolotto Penalisti Associati, componente di numerosi organismi di vigilanza di aziende nazionali e multinazionale ed esperto di diritto penale d’impresa, con particolare riguardo ai sistemi di governance e compliance e alle implicazioni relative alle responsabilità derivanti dal D.lgs. 231/01, ai reati contro la pubblica amministrazione, alla materia della sicurezza sul lavoro e alla tutela ambientale.

Le leggi a difesa dell’ambiente sono viste come un po’ come vincolo allo sviluppo, è davvero così?
“Secondo me, al contrario, sono state un volano perché, a partire dalla normativa dell’ambiente e sicurezza, hanno profondamente cambiato la nostra industria, e l’hanno cambiata dall’interno. Gli anni ’70 ’80 ’90 sono stati quelli dell’amianto, gli anni di una industrializzazione molto forte, molto selvaggia, si può dire senza regole. Secondo me la domanda da porsi ora è quale modello di sviluppo vogliamo avere noi da tramandare anche ai nostri figli. Tutti i sistemi di certificazione, Uni-Iso 14.001 per l’ambiente, Uni-Iso 45.001 per la sicurezza, hanno indubbiamente migliorato la gestione integrata, non posso pensare che siano stati un freno. E’ vero anche però che una deregolamentazione sarebbe possibile, come fanno alcuni Paesi non europei, penso in primis alla Cina, però con il rischio di grandi disastri ambientali”.

Esiste quindi una sintesi tra transizione ecologica, difesa dell’ambiente, costi sociali ed economici?
“Lavorando molto nel settore dell’energia quello che stupisce non è il progetto di una transizione energetica ma come è stato impostato. Perché noi dobbiamo pensare a un mondo in cui le persone siano al centro: allora, ad esempio, la fine dei motori endotermici imposta per legge è una cosa che probabilmente riuscirà a fare la California ma nessun altro al mondo. E questo crea un problema dal punto di vista industriale molto grave, perché noi non abbiamo strutture per realizzare macchine elettriche, mentre i cinesi sì. E questo, a sua volta, crea un problema di concorrenza: rischiamo di distruggere l’industria europea per favorire un’industria straniera con una ricaduta sui posti di lavoro molto significativa. Ma soprattutto, quello che sta emergendo in quest’ultimo periodo, è il rischio che si tratti di una transizione che favorisca prettamente la upper class: una persona non particolarmente abbiente non può comprarsi un’auto elettrica con i costi di oggi. Mi sembra una rivoluzione energetica che ha un impatto sociale non indifferente per una certa fascia di popolazione”.

E quindi?
“Io credo che si possa e si debba attuare una riconversione energetica, ma questa ha dei costi e sono dei costi che dobbiamo affrontare tutti insieme, perché se no diventa discriminatorio. Io ricordo sempre che la guerra in Ucraina ha portato alla riapertura delle centrali a carbone. Però nessuno ne parla, perché in questo momento non si può fare diversamente. E tra l’altro continuiamo a vivere sempre meglio, ad avere sempre condizionatori più potenti, macchine più potenti… Tutto questo ha dei costi energetici molto forti che non sono compatibili con la visione dell’ambiente che ci viene prospettata. Bisogna far pace con questa cosa. O si accetta una società con meno privilegi, ma forse più tollerante del sistema ambientale in generale, della salute di tutti noi, oppure bisogna capire che più consumiamo più costiamo”.

Da questo punto di vista il diritto come può agire?
“Il diritto può agire nel momento in cui il legislatore ha le idee chiare, se no qualunque norma è sbagliata, perché è falsata da un’errata interpretazione della realtà. Quindi io dico che ci vuole un grande piano energetico europeo di lungo periodo, che non è fatto a vent’anni. Bisogna avere una prospettiva a cinquant’anni”.

L’Europa sta portando avanti il ‘green deal’…
“Sì ma pensiamo alla direttiva sulle case green: non mi pare una normativa che sia applicabile alla realtà italiana perché non si può andare dalla gente che guadagna 1.200 euro al mese e dire che nei prossimi dieci anni deve investire 30.000 euro l’anno per rendere la casa ecocompatibile. È surreale questa richiesta”.

Secondo lei questa corsa al green rischia di costringere le aziende a fare greenwashing?
“Il vero problema è che i parametri non sono codificati. C’è la necessità di regolamentare questo settore con una normativa europea che deve valere per tutti. E che forse c’è già, come dicevamo, ma dovrebbe essere unificata e i criteri dovrebbero essere certi e applicabili a tutti. Soprattutto, devono essere accessibili a step, con un programma di lungo corso. Diversamente ognuno può dire di essere green a modo suo”.

Il vostro studio ha messo a punto una strategia Esg.
“Abbiamo fatto una riflessione seria che ha rappresentato un costo per noi. Tra le policy introdotte figurano quelle mirate a ridurre al minimo l’impatto dell’attività professionale sull’ambiente; a tutelare gli interessi dei propri clienti attraverso l’utilizzo di applicativi e sistemi digitali per la condivisione delle informazioni relative alle pratiche; a favorire il work-life balance dei collaboratori e dipendenti; e a sostenere, in maniera concreta, progetti dedicati al supporto delle categorie più deboli. Dal punto di vista ambientale abbiamo introdotto bottiglie di vetro, abbiamo introdotto sulla mobilità sostenibile una parte dove si consiglia ove possibile di utilizzare dei sistemi alternativi. Cerchiamo di stampare il meno possibile su carta”.

A livello generale, secondo lei la normativa ‘ambientale’ dovrebbe essere meno stringente?
“L’unico vincolo che metterei è quello idrogeologico perché in Italia è un problema. Vi sono vincoli paesaggistici molto datati nel tempo e che hanno una forte matrice ideologica. Io cercherei di essere un pochino più pragmatico. Ma anche qui, attenzione: non è che le alluvioni o i disastri ambientali che abbiamo visto in questi anni sono stati causati da campi fotovoltaici o da campi eolici. Sono stati dettati da uno sviluppo di piani regolatori dissennati o dalla mancata pulizia dell’alveo dei torrenti. Il tema, quindi, è quello di concentrarci su quello che ha veramente bisogno il Paese oggi evitando facili suggestioni o mode passeggere che spesso sono slegate dalle reali esigenze delle collettività”.

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