Mattarella in Brasile per rilanciare storico legame. Sguardo rivolto anche a Cop30

Un viaggio atteso ventiquattro anni. Tanto è passato dall’ultima volta che un presidente della Repubblica ha messo piede in Brasile, Paese storicamente amico dell’Italia, con importanti rapporti sia commerciali che diplomatici. L’ultimo fu Carlo Azeglio Ciampi, nel maggio del 2000. Ora sarà Sergio Mattarella ad accorciare le distanze con la nazione sudamericana guidata da Luiz Inàcio Lula da Silva. Il capo dello Stato, dal 14 al 20 luglio prossimi, toccherà cinque tappe: Brasilia, la capitale, Porto Alegre, poi San Paolo, Rio de Janeiro e Salvador.

Sarà un viaggio molto intenso e ricco di significato, anche per la storica coincidenza della Presidenza del G7 al nostro Paese e quella del G20 al Brasile. Non a caso Lula ha partecipato all’incontro dei Leader organizzato dalla premier, Giorgia Meloni, a Borgo Egnazia lo scorso mese di giugno. Senza dimenticare che il prossimo anno la Cop30 si svolgerà a Belem, nello Stato del Para, dunque in pieno territorio amazzonico: su questo appuntamento sono riposte molte delle speranze dei Paesi membri che possano arrivare quelle risposte all’emergenza climatica che, stando ai sentimenti della vigilia, difficilmente si potranno attendere alla prossima Conferenza di Baku, in Azerbaijan, in prossima a novembre. Il Brasile, come noto, è decisamente sensibile all’argomento, che resta uno dei cavalli di battaglia dell’attuale Presidenza. Così come la sicurezza alimentare, con il piano ‘Fame zero’ rilanciato da Lula dopo la vittoria alle elezioni presidenziali.

Non è escluso che si parli degli accordi con l’Unione europea, ancora senza conclusione per questioni tecniche non definite, ma che in prospettiva avrebbero una portata enorme dal punto di vista economico. Addirittura, è stato calcolato che sarebbero i più fruttuosi tra tutti quelli firmati dall’Ue. Con ricadute molto positive, ovviamente, anche sull’Italia in quasi tutti i settori, incluso quello agricolo e agroalimentare.

Anche per questi motivi il viaggio di Mattarella (che sarà accompagnato dal viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli) assume un’importanza particolare. Il capo dello Stato, che ha già visitato negli anni scorsi Argentina, Uruguay e Messico poi lo scorso anno Cile e Paraguay, con il Brasile allargherà e implementerà l’opera di valorizzazione del nostro ruolo in Sudamerica. Ed è anche il Paese che ha il legame più forte con il nostro, grazie alla presenza di una comunità molto nutrita di italiani, circa 750mila iscritti all’Aire, ma addirittura venti o trenta milioni di discendenti. Questo viaggio sarà anche l’occasione per siglare alcuni accordi. Al momento dovrebbero essere cinque, di natura prettamente tecnica. Uno riguarda il reciproco riconoscimento delle patenti di guida, altri tre più scientifica e non di carattere istituzionali, due dei quali siglati dall’università di Torino, uno con la scuola di Medicina dello stato di San Paolo e l’altro con l’Embrapa, l’ente brasiliano che si occupa di ricerca in campo agricolo. Ancora, una quinta intesa riguarda la collaborazione tra l’Istituto di fisica di Trieste e il ministero della Scienza e tecnologia del Brasile. Non è escluso che possano aggiungersene altri, se verranno chiusi in tempo i dettagli.

Sono tanti i temi che verranno toccati durante la settimana, che inizierà da Brasilia dove, lunedì 15 luglio, già in mattinata Mattarella incontrerà Lula al Palácio do Planalto: dopo i colloqui ufficiali, è in programma anche una colazione di lavoro al Palácio Itamaraty, sede del governo federale. Nel pomeriggio il presidente della Repubblica sarà al Palazzo del Congresso nazionale brasiliano, dove vedrà il presidente, Rodrigo Pacheco, prima di visitare la mostra ‘Oltreoceano’, allestita con opere di artisti italo-brasiliani per celebrare i 150 anni dell’immigrazione italiana in Brasile, calcolata simbolicamente dall’attracco della nave ‘La Sofia’ (partita da Genova) nel porto di Vitòria nel 1874. In serata l’incontro con una rappresentanza della collettività italiana.

Lasciata Brasilia, martedì 16 luglio Mattarella ha in programma una tappa dal significato molto intenso. Perché sarà a Porto Alegre, dove visiterà una delle zone più colpite dalle alluvioni del maggio scorso che hanno flagellato il Rio Grande do Sul, toccando quasi 500 comuni con una densità di popolazione di oltre venti milioni di persone e causando oltre 150 morti e centinaia di dispersi. L’Italia sin dai primi momenti è stata in prima fila al fianco delle comunità, inviando aiuti umanitari come farmaci e presidi sanitari, generatori di corrente, potabilizzatori di acqua e oltre 30 tonnellate di beni alimentari. I segni della furia delle piogge sono ancora visibili, al punto che le operazioni di atterraggio e spostamento non saranno facili, visto che è ancora inagibile la gran parte delle infrastrutture locali. Nel Rio Grande do Sul, il capo dello Stato avrà modo di incontrare anche una parte della collettività italiana residente.

Nel pomeriggio, poi, è previsto lo spostamento a San Paolo, la città dove la presenza di nostri connazionali o discendenti è molto forte, ma soprattutto cuore pulsante dell’economia brasiliana. Con il Brasile il legame è storico non solo dal punto di vista culturale, perché il volume di interscambio commerciale si aggira attorno ai 10 miliardi di euro l’anno, con ottime potenzialità di crescita nel prossimo futuro, anche se da quel punto di vista il primo partner per i brasiliani resta la Cina. Nel Paese sudamericano c’è una forte presenza di alcune tra le grandi aziende come Enel, Tim, Pirelli, Saipem, Stellantis con gli stabilimenti di Belo Horizonte. Nella mattinata di mercoledì 17 luglio Mattarella visiterà prima il Museo dell’Immigrazione e successivamente l’Arsenale della Speranza gestito dal Sermig. Nel pomeriggio sarà a Edificio Italia, sede del Circolo italiano di San Paolo.

In serata, poi, il trasferimento a Rio de Janeiro, dove il giorno, giovedì 18 luglio, interverrà al Cebri, il Centro brasiliano per le relazioni internazionali, con un discorso sul ‘Dialogo inclusivo per uno scenario internazionale in evoluzione. Partenariati e prospettive a livello bilaterale, regionale e globale’. Il tema è primaria importanza, non solo per il dibattito aperto da tempo sulla visione di un mondo diviso tra Nord e Sud, in cui il Brasile (che nel 2025 presiederà i Brics) spesso ha mostrato posizioni divergenti dall’Europa e dall’Occidente, anche se la consapevolezza è che serva uno sguardo lungo e comune per affrontare vecchie e nuove sfide globali. L’appuntamento al Cebri sarà interessante anche per le modalità operative, che saranno parzialmente interattive, con una sessione di interventi dal pubblico e di commenti su tematiche molto ampie, circa la necessità di un dialogo inclusivo, multilaterale, in uno scenario mondiale caratterizzato, però, dalla frammentazione. Concetti già espressi anche da Mattarella.

Ultima tappa del viaggio sarà venerdì 19 luglio a Salvador, con la visita del Cristo Redentore e in tarda mattinata l’incontro con la comunità francescana di Betania. Nel pomeriggio Mattarella vedrà anche una rappresentanza della comunità italiana, poi il giorno dopo, il 20 luglio, il rientro in Italia.

Il calcio brasiliano si mobilita di fronte alle inondazioni nel Sud del Paese

Vinicius, Neymar, Ronaldinho: il calcio brasiliano si sta mobilitando per lanciare un appello a favore delle donazioni per le vittime delle terribili inondazioni che hanno devastato lo stato di Rio Grande do Sul, nel sud del Paese, causando più di 80 morti. I due principali club della capitale regionale Porto Alegre, Internacional e Gremio, sono stati direttamente colpiti dal maltempo. I loro centri di allenamento sono stati allagati e gli stadi sembrano piscine giganti.

Lunedì la Confederazione calcistica brasiliana (CBF) ha annunciato la creazione di una piattaforma per la raccolta di donazioni e alcuni giocatori di spicco si sono uniti a questo appello di solidarietà, tra cui Vinicius, attaccante del Real Madrid. Anche altri giocatori della nazionale, come il 17enne Endrick, una delle grandi speranze del calcio brasiliano, e il terzino Danilo, che ha capitanato la Seleçao nelle ultime due partite, partecipano alla campagna, così come Neymar, attualmente infortunato, e l’allenatore Dorival Jr. Inoltre, ex stelle che hanno brillato nei club del sud del Brasile, come Ronaldinho, nativo di Porto Alegre che ha debuttato nel Gremio, e Dunga e Paulo Roberto Falcao, figure storiche dell’Internacional, hanno usato la loro fama per fare appello alle donazioni.

I due club, la cui rivalità è solitamente una delle più accese in Brasile, sono uniti nella solidarietà. “Siamo tutti dalla stessa parte”, ha dichiarato l’internazionale uruguaiano Sergio Rochet, portiere della squadra rossa dell’Internacional, alla radio locale Radio Gaucha. Lui stesso ha distribuito cibo alle vittime, così come altri giocatori della sua squadra, come l’ecuadoriano Enner Valencia e il centrocampista brasiliano ex Lille Thiago Maia. Per la squadra “tricolore” (blu, bianco e nero) del Gremio, il portiere Caique ha fatto avanti e indietro con la sua moto d’acqua per aiutare le persone rimaste isolate dalle acque che hanno trasformato molte strade di Porto Alegre in fiumi.

L’ispano-brasiliano Diego Costa, ex attaccante del Chelsea e dell’Atlético Madrid che ora gioca nel Gremio, ha donato quattro moto d’acqua. L’allenatore della squadra, Renato Gaucho, ha dovuto essere evacuato dal suo hotel a causa delle inondazioni.

La CBF ha rinviato le partite delle 11 squadre del Rio Grande do Sul che partecipano ai campionati professionistici, dalla prima alla quarta divisione.

Inondazioni in Brasile: almeno 78 morti, corsa contro il tempo per i soccorsi

Il sud del Brasile è una “zona di guerra“, con intere città allagate e migliaia di persone isolate dopo che le piogge torrenziali di questa settimana hanno ucciso almeno 78 persone, hanno avvertito le autorità. Dalle strade invase dall’acqua o dall’aria, la portata del disastro nello stato di Rio Grande do Sul è sconcertante: case i cui tetti sono a malapena visibili, persone che hanno perso tutto in pochi minuti e il centro di Porto Alegre, la modernissima capitale della regione che ospita 1,4 milioni di persone, completamente allagato. Più di 3.000 soldati, vigili del fuoco e soccorritori sono stati mobilitati per salvare i residenti sconvolti. Ma anche per cercare i 105 dispersi, secondo l’ultimo rapporto della Protezione Civile di domenica sera. “Il nostro Stato è una zona di guerra e dovremo fornire cure post-belliche“, ha avvertito il governatore Eduardo Leite in una conferenza stampa insieme al presidente Luiz Inacio Lula da Silva e a diversi ministri. Il capo di Stato stava visitando per la seconda volta in pochi giorni questo Stato agricolo di circa 11 milioni di abitanti, uno dei più dinamici e ricchi del Brasile. Rivolgendosi al governatore, che il giorno prima aveva invocato un “Piano Marshall”, Lula ha promesso che il governo federale “accelererà la fornitura di tutte le risorse necessarie” per la ricostruzione.

Si moltiplicano gli appelli alle donazioni per le 341 località colpite e i gesti di solidarietà. A Porto Alegre, Eduardo Bittencourt, un negoziante di 36 anni, ha organizzato un gruppo di volontari per raccogliere i residenti intrappolati dalle acque in pick-up. “La situazione è molto complicata, stiamo aiutando le persone che possiamo aiutare, ma questa è la legge della natura“, ha detto. L’esercito sta allestendo con urgenza ospedali da campo, poiché centinaia di pazienti hanno dovuto essere evacuati dai centri sanitari. Dalle scuole alle prigioni, tutte le infrastrutture sono state colpite. L’accesso all’acqua è stato bloccato nel 70% di Porto Alegre e della sua regione metropolitana, dove città come Canoas, Guaiba ed Eldorado sono completamente allagate. E l’acqua continua a salire a Porto Alegre e dintorni. Secondo il Comune, il fiume Guaiba, che attraversa la città, ha raggiunto il livello record di 5,30 metri, ben al di sopra del picco storico di 4,76 metri registrato durante l’alluvione del 1941.

Rosana Custodio, un’infermiera di 37 anni che ha dovuto fuggire dalla sua casa di Porto Alegre, ha “perso tutto“. “Intorno alla mezzanotte di giovedì, le acque hanno cominciato a salire molto rapidamente“, ha detto via WhatsApp. “Mio marito ha messo i nostri due figli piccoli in un kayak e ha remato con un bambù. Io e mio figlio abbiamo nuotato fino alla fine della strada“. Si sono rifugiati nella casa del cognato a Esteio, a nord del capoluogo regionale, ma venerdì le acque si sono alzate di nuovo e la tragedia si è ripetuta. “Siamo stati salvati da un motoscafo di amici“, racconta la donna. Da allora, lei e la sua famiglia sono al riparo, ma “abbiamo perso tutto quello che avevamo“. Come lei, più di 18.000 persone sono state accolte nei rifugi allestiti dalle autorità pubbliche. Altre 115.000 persone hanno dovuto lasciare le loro case. Più di un milione di case sono senza acqua. Dal Vaticano, Papa Francesco ha dichiarato domenica di “pregare per gli abitanti” dello Stato. “Il Signore porta i morti nel suo cuore, conforta le loro famiglie e coloro che hanno dovuto lasciare le loro case“, ha detto il Pontefice.

Ovunque si sono ripetute le stesse scene: persone che si rifugiano sui tetti in attesa dei soccorsi e piccole imbarcazioni che navigano su quelle che erano strade e viali. In un piccolo raggio di luce nella catastrofe, le precipitazioni si sono attenuate notevolmente domenica, ma le autorità stanno mettendo in guardia dalle frane. Porto Alegre rimane più isolata che mai. La principale stazione degli autobus è allagata e chiusa e l’aeroporto internazionale ha sospeso tutte le operazioni. Gli eventi meteorologici estremi rappresentati da queste piogge molto intense sono stati favoriti da “un cocktail disastroso” che combina il fenomeno meteorologico El Niño con il riscaldamento globale, ha dichiarato all’AFP il climatologo brasiliano Francisco Eliseu Aquino. Il Rio Grande do Sul è già stato colpito diverse volte da maltempo mortale, in particolare a settembre, quando 31 persone sono morte a causa di un ciclone devastante.

Un caffè nero bollente: le scommesse fondi spingono i prezzi ai massimi

+11,8% in una settimana, +33% in un mese, +165% in cinque anni. Il prezzo del caffè è sempre più bollente. La qualità ‘arabica’ tocca il massimo in due anni e il ‘robusta’ registra un nuovo massimo storico per le preoccupazioni sui raccolti in Brasile e Vietnam, i due dei principali produttori mondiali di caffè.

La regione brasiliana di Minas Gerais, che rappresenta circa il 30% del raccolto di Arabica del Brasile, ha registrato precipitazioni al di sotto della media storica, alimentando le preoccupazioni per la produzione della qualità più diffusa nel mondo. Nel frattempo la produzione di Robusta in Vietnam, il principale produttore mondiale di questo tipo di chicchi di caffè, è stata colpita da una significativa riduzione a causa della siccità. Il dipartimento dell’agricoltura di Hanoi ha previsto un calo del 20% nella produzione per l’anno di raccolto 2023/24, il che rappresenta il raccolto più piccolo degli ultimi quattro anni. Anche le esportazioni vietnamite sono previste in calo del 20% per lo stesso periodo. Queste prospettive di ridotta disponibilità hanno contribuito a sostenere ulteriormente i prezzi.
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Anche l’acquisto di fondi ha contribuito ad alimentare l’aumento dei prezzi del caffè questo mese, con un aumento delle posizioni long – rialziste – sui contratti di Arabica. Tuttavia, c’è anche il rischio che una posizione long record possa aumentare le pressioni di liquidazione in caso di ribasso dei prezzi. Insomma, potremmo trovarci all’interno di una bolla finanziaria, la stessa che ha spinto sui massimi storici il cacao.

Ci sono infatti segnali misti riguardo alle esportazioni di caffè. Mentre quelle brasiliane sono aumentate, indicando una potenziale disponibilità maggiore sul mercato, le esportazioni globali nel complesso hanno mostrato una crescita più modesta. Inoltre, le scorte di caffè, sebbene siano salite rispetto ai minimi storici, rimangono a livelli relativamente bassi, il che potrebbe sostenere ulteriormente i prezzi.

Da un punto di vista più ampio poi, le previsioni della produzione globale di caffè indicano un aumento significativo nel prossimo anno. L’Organizzazione Internazionale del Caffè (ICO) ha previsto nel suo ultimi report semestrale di dicembre che la produzione globale nel 2023/24 dovrebbe salire del 5,8% anno su anno raggiungendo 178 milioni di sacchi a causa di un eccezionale anno di raccolto fuori biennio. L’Ico ipotizza inoltre che il consumo globale nel 2023/24 aumenterà del 2,2% raggiungendo 177 milioni di sacchi, con un conseguente surplus di 1 milione di sacchi di caffè. Tuttavia le condizioni meteorologiche e le politiche governative potrebbero stravolgere il quadro. Infatti, il rally del caffè è partito lo scorso anno quando El Nino ha colpito la produzione in diversi Paesi.

Se anche il caffè finisce macinato dai cambiamenti climatici

Settemila caffé, cantava Alex Britti… chissà se nei prossimi anni potremmo ordinarli con serenità e assoluta certezza di consumarli. Uno studio dell’Università di Scienze Applicate di Zurigo mette in guardia sul futuro della produzione di chicchi di una delle bevande più amate al mondo: si bevono ogni giorno circa 3 miliardi di tazzine. Se la tendenza degli ultimi tre decenni continuasse, gli esperti prevedono che questa cifra probabilmente raddoppierà entro il 2050. Solo tra il 1990 e il 2022, il consumo globale annuo è salito infatti da 90 a 179 milioni di sacchi da 60 chilogrammi. Ma se il caffé dovesse sparire?
Il mondo si divide in due qualità: Arabica, che rappresenta attualmente il 56% della produzione globale ed è coltivata principalmente in Sud America, e Robusta (la restante produzione), coltivata soprattutto in Asia e utilizzata, tra le altre cose, per produrre il caffè solubile. Lo studio dell’università elvetica si è concentrato sull’idoneità attuale e sull’Arabica in base alle esigenze climatiche e del suolo, utilizzando i risultati climatici di 14 modelli di circolazione globale basati su tre scenari di emissione per modellare gli impatti futuri (2050) dei cambiamenti climatici sulle colture sia a livello globale che nei principali paesi produttori.

A livello produttivo, l’attuale idoneità complessiva più elevata dell’Arabica si riscontra nell’America centrale e meridionale (specialmente in Brasile), nell’Africa centrale e occidentale e in alcune parti dell’Asia meridionale e sud-orientale. Le estensioni settentrionali e meridionali delle regioni di coltivazione globali sono limitate da fattori climatici, principalmente da tre parametri: lunghe stagioni secche (confini settentrionali e meridionali delle regioni di coltivazione in Africa, India, Australia, Brasile orientale), temperature medie annuali elevate (ovest Africa, alcune regioni del Sud-Est asiatico, America Centrale) e le temperature minime medie basse del mese più freddo (confini settentrionali e meridionali dell’America, Cina, alcune regioni del Sud-Est asiatico, alcune aree montuose). In alcune delle regioni climaticamente adatte, i criteri del terreno e del suolo limitano notevolmente l’idoneità alla coltivazione del caffè. Il basso pH del suolo limita l’idoneità del caffè in Sud America (bacino dell’Amazzonia), Africa centrale (bacino del Congo) e Sud-Est asiatico (Sumatra, Malesia, Borneo, Nuova Guinea). In alcune regioni i fattori limitanti sono la struttura inadeguata del suolo (ad esempio in Florida) o i pendii ripidi (ad esempio nell’India settentrionale).

Tenendo conto degli scenari di cambiamento climatico – rivela lo studio – l’idoneità del caffè diminuirà drasticamente entro il 2050. L’idoneità più elevata calerà di oltre il 50% in tutti e tre gli scenari climatici (riscaldamento globale di 1,6, 2,4 e 4 gradi Celsius) e diminuiranno le regioni moderatamente idonee dal 31% al 41%. Cambiamenti negativi nell’idoneità saranno causati principalmente dall’aumento delle temperature medie annuali. Si prevede che la maggior parte delle attuali regioni in crescita diminuiranno di almeno una classe di idoneità (America centrale e meridionale, Africa centrale e occidentale, India, Sud-est asiatico), e che solo poche regioni, soprattutto ai confini settentrionali e meridionali delle aree di coltivazione, trarranno profitto dai cambiamenti climatici (ad esempio Brasile meridionale, Uruguay, Argentina, Cile, Stati Uniti, Africa orientale, Sud Africa, Cina, India, Nuova Zelanda) a causa dell’aumento delle temperature minime del mese più freddo.

Emirati, Azerbaigian e Brasile formano una “troika di presidenze Cop” senza precedenti

Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno presieduto la Cop28, e i suoi successori, l’Azerbaigian per la Cop29 e il Brasile per la Cop30, hanno annunciato martedì di aver avviato una partnership senza precedenti per “migliorare la cooperazione e la continuità” nei negoziati globali sul clima con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Questa “troika di presidenze di Cop“, prevista dall’accordo finale della 28esima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, deve “garantire la collaborazione e la continuità necessarie per mantenere la stella polare di 1,5°C in vista, da Baku a Belém e oltre“, ha dichiarato Sultan Al Jaber, presidente della Cop28, citato in un comunicato stampa.

I 198 Paesi che hanno adottato l’accordo finale della Cop28 il 13 dicembre a Dubai avevano incaricato le tre presidenze di lavorare insieme su “una tabella di marcia per la missione 1,5°C“, l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi, seriamente minacciato dalla traiettoria delle emissioni di gas serra dell’umanità. Secondo i calcoli delle Nazioni Unite, gli impegni attuali dei Paesi pongono il mondo su una traiettoria di riscaldamento compresa tra 2,5°C e 2,9°C nel corso del secolo. Il limite di 1,5°C sarà probabilmente raggiunto tra il 2030 e il 2035, secondo le stime degli esperti climatici delle Nazioni Unite (Ipcc). Essi sottolineano che ogni decimo di grado in più intensifica e moltiplica i fenomeni estremi.

Secondo l’accordo finale raggiunto alla COP28, questo partenariato dovrebbe “rafforzare in modo significativo la cooperazione internazionale e l’ambiente internazionale favorevole per stimolare l’ambizione nel prossimo ciclo di contributi nazionali determinati“, ossia i piani di riduzione delle emissioni (NDC) di ciascun Paese, che dovranno essere rivisti al rialzo entro la Cop30 di Belém, in Brasile, nel 2025. Secondo l’accordo, questo “al fine di intensificare l’azione e l’attuazione durante questo decennio critico e mantenere il limite di 1,5°C a portata di mano“.

Alla Cop28, il mondo ha concordato di “abbandonare” i combustibili fossili, ma l’accordo non contiene alcun progresso sullo sblocco dei flussi finanziari verso i Paesi in via di sviluppo, uno dei principali punti di stallo dei negoziati globali. Questo tema sarà al centro della Cop29 di Baku, che dovrà fissare un nuovo obiettivo per i finanziamenti al clima forniti dai Paesi sviluppati. Secondo l’Ocse, i Paesi ricchi sono “probabilmente” in ritardo di due anni rispetto al loro impegno iniziale di 100 miliardi di dollari di finanziamenti annuali per il clima entro il 2022. Tuttavia, questi aiuti pubblici sono insufficienti: da qui al 2030, i Paesi in via di sviluppo, esclusa la Cina, avranno bisogno di 2.400 miliardi di dollari all’anno, secondo un calcolo degli esperti delle Nazioni Unite.

Per rimanere entro il limite di 1,5°C, “sarà essenziale stabilire un nuovo obiettivo di finanziamento che rifletta la portata e l’urgenza della sfida climatica“, ha dichiarato il presidente designato della Cop29 Mukhtar Babayev, ministro dell’Ecologia e delle Risorse naturali, definendosi un “costruttore di ponti tra il mondo sviluppato e quello in via di sviluppo“.

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INFOGRAFICA INTERATTIVA Amazzonia, tasso di deforestazione quasi dimezzato rispetto al 2022

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, l’andamento della deforestazione dell’Amazzonia dal 2008. TerraBrasilis, piattaforma sviluppata dall’unità di ricerca del Ministero brasiliano della Scienza, della Tecnologia e delle Innovazioni (Inpe), ha rilevato che nel corso del 2023 il tasso di deforestazione si è quasi dimezzato rispetto al 2022 (7.665 km2 contro 12.695 km2). Il monitoraggio satellitare ha quindi evidenziato un trend ‘positivo’, confermando quello dello scorso maggio che aveva mostrato come nei primi mesi del 2023 c’era stato un calo del 64% nell’area deforestata rispetto allo stesso periodo del 2022.

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COP28, da Lula proposta fondo internazionale per foreste tropicali

Durante la COP28, che si terrà la prossima settimana a Dubai (30 novembre-12 dicembre), il Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva proporrà la creazione di un fondo per preservare le foreste tropicali di circa 80 Paesi.

L’iniziativa consiste in “un meccanismo di pagamento per foresta, per ettaro, per aiutare a proteggere le foreste tropicali degli 80 Paesi” che le hanno sul loro territorio, ha spiegato la ministra dell’Ambiente, Marina Silva, durante un seminario sulla valutazione e il miglioramento della spesa pubblica a Brasilia.

Questa settimana, il governo brasiliano ha presentato l’idea agli altri membri dell’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica (ACTO), un blocco socio-ambientale che condivide con altri sette Paesi dove si estende la più grande foresta tropicale del mondo. Il fondo ha “un’architettura semplice, che è innovativa ed efficace“, ha commentato Silva, riservando i dettagli dell’annuncio a Lula in occasione della 28a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Il leader della sinistra ha ribadito che i Paesi industrializzati devono assumersi la responsabilità dell’inquinamento e della deforestazione contribuendo finanziariamente alla conservazione di foreste e giungle. Il meccanismo si differenzia dal Fondo per l’Amazzonia già esistente, che è amministrato dalla Banca pubblica di sviluppo (BNDES). Il nuovo fondo internazionale sarà gestito da “un’istituzione finanziaria multilaterale“, ha dichiarato Silva ai media locali.

Roberto Perosa, Segretario per il Commercio e le Relazioni Internazionali del Ministero dell’Agricoltura, ha annunciato poi, in un’altra conferenza stampa, che il Brasile presenterà un piano alla COP28 per aumentare la superficie agricola del Paese senza deforestazione, convertendo i terreni da pascolo.

Abbiamo condotto uno studio e contato quasi 160 milioni di ettari di pascoli. Di questi, circa 40 milioni di ettari sono pascoli degradati, ma molto adatti alle colture. Quindi, con un certo investimento nel suolo, questi terreni possono essere convertiti in terreni coltivabili“, ha precisato Perosa con i media internazionali.

In dieci anni, il governo prevede di investire 120 miliardi di dollari e di espandere le aree coltivate del Brasile da 65 a 105 milioni di ettari, senza deforestazione. “Ci espanderemo senza abbattere alcun albero”, ha detto il funzionario, facendo riferimento a una “grande rivoluzione“. L’iniziativa privata sta attualmente consentendo di convertire quasi un milione e mezzo di ettari ogni anno.

Il presidente di sinistra Lula, tornato al potere a gennaio, ha fatto della difesa dell’ambiente, e dell’Amazzonia in particolare, uno dei cavalli di battaglia della sua politica, soprattutto sulla scena internazionale. Ma vuole anche consentire lo sviluppo del potente settore agroalimentare, in un momento in cui il Brasile è diventato un gigante agricolo. La deforestazione in Amazzonia è aumentata notevolmente sotto il suo predecessore di estrema destra Jair Bolsonaro, che aveva incoraggiato l’espansione delle attività minerarie e agricole nella regione. Lula aveva promesso di sradicare la deforestazione illegale entro il 2030.

L’appello di Lula per l’Amazzonia: I paesi ricchi si facciano avanti

Al termine del vertice sull’Amazzonia, il presidente brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva chiede ai Paesi ricchi di contribuire finanziariamente agli sforzi per frenare la deforestazione. “Non sono i Paesi come Brasile, Colombia e Venezuela ad avere bisogno di soldi. È la natura“, scandisce.

È a Belem, città di 1,3 milioni di abitanti nel nord del Brasile che ha ospitato il vertice, che si terrà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima nel 2025. Qui in questi giorni, per la prima volta dopo 14 anni, si sono riuniti i rappresentanti degli otto Paesi membri del Trattato di cooperazione amazzonica (OTCA). Brasile, Colombia, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela hanno firmato la “Dichiarazione di Belem“, che prevede la creazione di un’Alleanza contro la deforestazione, ma senza fissare obiettivi concreti.

Non ci sono misure chiare per rispondere all’emergenza climatica, né obiettivi precisi o scadenze fissate per sradicare la deforestazione“, denuncia Leandro Ramos della sezione brasiliana di Greenpeace. Avrebbe voluto che la dichiarazione menzionasse anche “la fine delle esplorazioni petrolifere” in Amazzonia.

“Per garantire che la nostra visione non resti sulla carta, dobbiamo adottare azioni concrete“, ammette il ministro degli Esteri brasiliano, Mauro Vieira.

Ieri al vertice si sono uniti i presidenti del Congo-Brazzaville e della Repubblica del Congo, Paesi che ospitano vaste foreste tropicali. Presenti anche l’Indonesia e Saint Vincent e Grenadine.

Al termine delle discussioni, è stata rilasciata una dichiarazione congiunta a nome di questi Paesi e degli otto membri sudamericani dell’OTCA, in cui si afferma l’impegno per “la conservazione delle foreste, la riduzione delle cause della deforestazione e la ricerca di una giusta transizione ecologica“.

I Paesi hanno anche espresso “preoccupazione per il mancato rispetto degli impegni finanziari da parte dei Paesi sviluppati“, citando i 100 miliardi di dollari promessi ogni anno ai Paesi in via di sviluppo per combattere il riscaldamento globale. Questo impegno risale al 2009 e aveva una scadenza al 2020.

Se i Paesi ricchi vogliono davvero preservare le foreste esistenti, devono investire denaro e non solo prendersi cura degli alberi, ma anche delle persone che vivono sotto di loro e che vogliono vivere dignitosamente“, insiste Lula, stimando che il vertice sarà “visto in futuro come un punto di svolta per lo sviluppo sostenibile“. “Abbiamo gettato le basi per costruire un’agenda comune con i Paesi in via di sviluppo con foreste tropicali, fino a quando non ci incontreremo di nuovo qui a Belem per la COP30“, aggiunge.

La dichiarazione congiunta dei Paesi dell’OTCA, un documento in 113 punti, ha definito in dettaglio le tappe della cooperazione “per evitare che l’Amazzonia raggiunga il punto di non ritorno” in questa vasta regione che ospita circa il 10% della biodiversità mondiale.
Se si raggiungesse questo punto di non ritorno, l’Amazzonia emetterebbe più carbonio di quanto ne assorba, aggravando il riscaldamento globale.
Secondo i dati raccolti dal progetto di ricerca MapBiomas, tra il 1985 e il 2021 la foresta amazzonica ha perso il 17% della sua vegetazione.

Dal vertice di Belem Alleanza contro la deforestazione dell’Amazzonia

Photo credit: AFP

Nel summit di Belem, i Paesi sudamericani dell’Amazzonia hanno deciso di formare una “alleanza” contro la deforestazione. Non sono stati fissati obiettivi concreti, ma il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva saluta l’iniziativa come un “punto di svolta“.
La creazione di un’entità denominata “Alleanza amazzonica per la lotta alla deforestazione” è contenuta in una dichiarazione congiunta firmata da Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela.

L’alleanza “mira a promuovere la cooperazione regionale nella lotta contro la deforestazione, per evitare che l’Amazzonia raggiunga il punto di non ritorno“. Se questo punto di non ritorno venisse raggiunto, l’Amazzonia emetterebbe più carbonio di quanto ne assorbe, aggravando il riscaldamento globale.

Ma, contrariamente alle aspettative delle organizzazioni ambientaliste, la dichiarazione congiunta pubblicata al termine della prima delle due giornate del vertice non definisce alcun obiettivo comune per l’eliminazione totale della deforestazione, come il Brasile ha promesso di fare entro il 2030.

Il documento, in 113 punti, definisce in dettaglio le tappe fondamentali della cooperazione tra gli otto Paesi membri dell’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica (OTCA), per promuovere lo sviluppo sostenibile in questa vasta regione che ospita circa il 10% della biodiversità mondiale.

È un primo passo, ma non ci sono decisioni concrete, è solo un elenco di promesse“, sostiene Marcio Astrini, responsabile dell’Osservatorio sul clima, ONG brasiliana.
In un momento in cui i record di temperatura vengono battuti ogni giorno, è impensabile che i leader dei Paesi amazzonici non siano in grado di mettere nero su bianco in una dichiarazione che la deforestazione deve essere ridotta a zero“, denuncia.
Il vertice si è aperto nel giorno in cui il servizio europeo Copernicus ha confermato che luglio è stato il mese più caldo mai registrato sulla Terra.

Non è mai stato così urgente riprendere ed estendere la nostra cooperazione“, ribadisce Lula in apertura, facendo riferimento a un “nuovo sogno amazzonico“.

Il suo omologo colombiano Gustavo Petro, da parte sua, chiede che le parole si traducano al più presto in azioni concrete. “Se siamo sull’orlo dell’estinzione, se questo è il decennio in cui si devono prendere decisioni, cosa stiamo facendo, a parte i discorsi?“, domanda.

Lula e Gustavo Petro saranno raggiunti a Belem dai loro omologhi di Bolivia, Colombia e Perù.
L’Ecuador, la Guyana e il Suriname sono rappresentati da ministri, mentre il presidente venezuelano Nicolas Maduro, affetto da un’infezione all’orecchio, è stato sostituito con breve preavviso dal suo vicepresidente Delcy Rodriguez.

Il vertice di Belém è una prova generale per questa città portuale di 1,3 milioni di abitanti nel nord del Brasile, che ospiterà la conferenza delle Nazioni Unite sul clima COP30 nel 2025.

Tornato al potere a gennaio, Lula si è impegnato a fermare la deforestazione, che è aumentata notevolmente sotto il suo predecessore di estrema destra Jair Bolsonaro, entro il 2030. I terreni deforestati vengono spesso trasformati in pascoli per il bestiame, ma la distruzione è causata anche dai cercatori d’oro e dai trafficanti di legname.

Per Petro però la “deforestazione zero” sarebbe “insufficiente“. “La scienza ci ha dimostrato che anche se copriamo tutto il mondo di alberi, non sarà sufficiente ad assorbire le emissioni di CO2. Dobbiamo abbandonare i combustibili fossili“, insiste. A suo avviso, questa responsabilità ricade principalmente sui “Paesi del Nord“, mentre “noi (i Paesi amazzonici) dobbiamo proteggere la spugna“, come descrive la foresta tropicale.
Ma la transizione energetica è una questione più delicata per i principali produttori di idrocarburi della regione amazzonica, come Venezuela e Brasile.