Le luci di New York sotto attacco da parte dei gruppi ambientalisti

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Ogni anno, la Settimana del Clima di New York riunisce attivisti, politici e uomini d’affari per centinaia di eventi volti a riflettere su come affrontare la crisi ambientale. Ma le luci abbaglianti che rendono la “città che non dorme mai” ciò che è sono da tempo fonte di frustrazione per gli attivisti, che notano una contraddizione con lo spirito di sobrietà energetica incarnato da questo incontro. “Credo che ci sia ancora molta strada da fare prima di vedere una città illuminata per quello che è, ovvero un grossolano spreco di energia e un impatto diretto sulla natura“, ha dichiarato all’AFP Ruskin Hartley, direttore dell’International Dark-Sky Association (IDA), che si batte per mantenere i cieli bui di notte.

Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, l’illuminazione esterna negli Stati Uniti consuma abbastanza energia da alimentare 35 milioni di case per un anno. Le stime per città sono difficili da ottenere, ma è chiaro che New York è una di quelle con i risultati peggiori negli Stati Uniti, un Paese che secondo i ricercatori spreca molta più energia dell’Europa.
Mentre i partecipanti alla Settimana del clima di New York discutono di una serie di argomenti ambientali, dalla riduzione dell’impronta di carbonio degli alimenti al ruolo dell’arte nell’attivismo, dovrebbe essere affrontata anche la questione dell’inquinamento luminoso, sostiene Hartley. “Credo che le persone cerchino modi per avere un impatto rapido, data la portata della crisi che stiamo affrontando. E una delle cose più semplici che possiamo fare è guardarci intorno e vedere dove possiamo ridurre i rifiuti“, aggiunge.

Secondo le stime dell’IDA, l’illuminazione esterna visibile nello spazio è responsabile dell’1% delle emissioni annuali di gas serra. E non si tratta solo dello spreco di energia. “New York si trova lungo una rotta migratoria utilizzata da milioni di uccelli ogni anno“, ha spiegato all’AFP Dustin Partridge, responsabile di New York City Audubon, un’associazione che si batte per la protezione degli uccelli. La luce artificiale attira gli uccelli in città. Durante il giorno, si schiantano contro gli edifici perché vedono i riflessi della vegetazione nelle finestre. Di notte, invece, volano direttamente contro le finestre illuminate. “A New York, circa 250.000 uccelli muoiono ogni anno a causa di collisioni“, afferma Partridge. E la Settimana del clima cade proprio nel mezzo della migrazione autunnale. I semi che diffondono sono vitali per la salute degli ecosistemi che trattengono il carbonio dal Canada, dove iniziano il loro viaggio, fino alle varie destinazioni in Sud America.

Un’altra vittima dell’inquinamento luminoso è l’osservazione delle stelle. È proprio questo il motivo per cui è stata creata l’IDA. “La luce che ha viaggiato per milioni di anni luce viene assorbita e nascosta nell’ultimo nanosecondo. Che perdita per la società“, lamenta Hartley. Altre ricerche hanno evidenziato potenziali impatti sulla salute umana, come l’aumento dei casi di cancro, che potrebbe essere collegato all’alterazione del ritmo circadiano. E poiché la luce attira gli insetti, un documento del 2020 ha trovato un legame tra la luce artificiale e l’aumento della trasmissione del virus del Nilo occidentale, trasmesso dalle zanzare.

Nel 2021 New York ha approvato una legge che impone a tutti gli edifici di proprietà della città di spegnere le luci non essenziali dalle 23 alle 6 del mattino durante le migrazioni primaverili e autunnali. Ma questi rappresentano solo una piccola percentuale di tutti gli edifici. Una proposta di legge più recente, presentata a maggio, che estenderebbe le stesse regole agli edifici privati e industriali, è ancora all’esame dell’assemblea cittadina. I critici sottolineano che l’iconico skyline notturno di New York è essenziale per l’identità della città. Gli attivisti rispondono citando le città europee che hanno iniziato a spegnere le luci quando la maggior parte della popolazione dorme. Come Parigi, la ‘Città della Luce’.

In migliaia manifestano per il clima a New York alla vigilia dell’Assemblea Onu

Decine di migliaia di persone sono scese in strada a New York domenica, chiedendo una maggiore azione sul cambiamento climatico, due giorni prima dell’apertura ufficiale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. I dimostranti di circa 700 organizzazioni e gruppi di attivisti si sono riuniti a New York, reggendo cartelli con le scritte “Biden, metti fine ai combustibili fossili“, “I combustibili fossili ci stanno uccidendo” e “Non ho votato per gli incendi e le inondazioni“. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden fa parte della lista dei leader mondiali che parteciperanno all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a partire da oggi, quando si aprirà ufficialmente martedì. “Siamo qui per chiedere all’amministrazione di dichiarare l’emergenza climatica“, ha dichiarato Analilia Mejia, direttrice del gruppo di attivisti Center for Popular Democracy.

In un rapporto delle Nazioni Unite sul clima pubblicato questo mese, gli esperti internazionali hanno affermato che le emissioni di gas a effetto serra dovrebbero raggiungere il picco nel 2025 – seguito poi da un forte calo – se l’umanità si pone l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il Trattato di Parigi, ratificato nel 2015, ha incoraggiato un’ampia gamma di azioni a favore del clima, ma “molto resta da fare su tutti i fronti“, spiega il rapporto, che servirà da base per i lavori della COP28 che si terrà a Dubai alla fine dell’anno. Un’altra attivista, Nalleli Cobo, 22 anni, ha invitato i leader politici a “venire a casa sua” nello Stato occidentale della California e “passare la notte accanto a un pozzo di petrolio e gas“. L’attivista, che ha lavorato con la svedese Greta Thunberg per le campagne sul clima, incolpa l'”aria tossica” a cui era esposta in casa per il cancro alle ovaie che ha contratto all’età di 19 anni. “Le nostre vite sono in gioco“, ha dichiarato.

Venerdì scorso, la California ha avviato una causa contro cinque giganti del petrolio per il loro ruolo nel riscaldamento globale, accusandoli di aver causato danni per miliardi di dollari e di aver ingannato il pubblico sui rischi associati ai combustibili fossili. Durante l’Assemblea generale, mercoledì si terrà un vertice ‘Climate Ambition’ su iniziativa del Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. “La storia ricorderà la loro azione o inazione“, ha dichiarato Mejia. “E se saremo fortunati, gli esseri umani saranno lì a ricordare ciò che (i leader mondiali) hanno fatto in questo vertice“.

fiume Tevere

Vita acquatica a rischio: fiumi sempre più caldi e poveri di ossigeno

I fiumi si stanno riscaldando e perdono ossigeno più velocemente degli oceani e nei prossimi 70 anni i sistemi fluviali, soprattutto nel Sud America, potrebbero attraversare periodi con livelli di ossigeno così bassi da “indurre la morte acuta” di alcune specie di pesci e minacciare la diversità acquatica in generale. E’ quanto emerge da un secondo uno studio condotto dalla Penn State University e pubblicato sulla rivista Nature Climate Change. La ricerca mostra che su circa 800 fiumi, il riscaldamento si è verificato nell’87% dei casi e la perdita di ossigeno nel 70%.

Si tratta del primo rapporto che esamina in modo completo il cambiamento di temperatura e i tassi di deossigenazione nei fiumi “e ciò che abbiamo scoperto – spiega Li Li, professore di Ingegneria civile e ambientale e tra gli autori dello studio – ha implicazioni significative per la qualità dell’acqua e la salute degli ecosistemi in tutto il mondo“.

Il team di ricerca internazionale ha utilizzato approcci di intelligenza artificiale e deep learning per ricostruire dati storicamente scarsi sulla qualità dell’acqua di quasi 800 fiumi negli Stati Uniti e nell’Europa centrale. Hanno scoperto che i corsi d’acqua si stanno riscaldando e deossigenando più velocemente degli oceani.

La temperatura dell’acqua fluviale e i livelli di ossigeno disciolto sono misure essenziali della qualità dell’acqua e della salute dell’ecosistema“, dice Wei Zhi, professore assistente di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria civile e ambientale della Penn State e autore principale dello studio. Ma non solo. La deossigenazione e l’alta temperatura incidono anche sull’emissione di gas serra e sul rilascio di metalli tossici.

Lo studio ha rivelato che i fiumi urbani hanno mostrato il riscaldamento più rapido, mentre quelli agricoli hanno registrato il riscaldamento più lento, ma la deossigenazione più rapida. Utilizzando il modello per prevedere i tassi futuri, è emerso che in tutti i fiumi studiati i tassi di deossigenazione futuri saranno tra 1,6 e 2,5 volte superiori rispetto alla media storica.
Il rischio è che entro i prossimi 70 anni, alcune specie di pesci potrebbero estinguersi completamente.

Deforestazione

Ripristino natura in Africa? Mancano i semi per piantare nuovi alberi

Il vertice sul clima in Africa, che si è chiuso la scorsa settimana, ha messo sul piatto gli impegni per ripristinare 24 milioni di ettari di terreno degradato nel continente, attraverso la piantumazione di alberi, considerato obiettivo fondamentale a livello mondiale. C’è, però, un problema e non di poco conto: mancano i semi. Burkina Faso, Camerun, Ghana e Kenya hanno in programma di ripristinare un’enorme superficie entro il 2030, ma mentre diversi punti del piano sono pronti, resta da risolvere la questione più urgente, cioè come reperire e piantare abbastanza materiale da specie arboree autoctone come semi, piantine e talee.

Un nuovo studio ha rilevato che, nonostante la volontà politica a livello nazionale e l’importante sostegno internazionale per il ripristino della natura, i sistemi di semina – le relazioni politiche, ambientali, economiche e culturali a più livelli che fanno fiorire le specie arboree autoctone – non sono ancora del tutto pronti. In base ai risultati pubblicati su Diversity, anche molti dei settori pubblici e privati coinvolti nel ripristino non sono pienamente consapevoli delle risorse disponibili.

I quattro Paesi stanno facendo progressi sostanziali verso i loro obiettivi di riforestazione, ma rischiano di non raggiungere gli obiettivi prefissati”, spiega Chris Kettle, autore principale dello studio e ricercatore della CGIAR Initiative on Nature-Positive Solutions. “Tuttavia, questo problema può essere risolto. I nostri risultati hanno dimostrato che la domanda di materiale di specie arboree autoctone è forte, ma l’offerta è carente”, dice.

Non si tratta di una mancanza di foreste intatte da cui attingere materiale da piantare, perché è rimasta una diversità sufficiente per procurarsi in modo sostenibile almeno 100 specie arboree necessarie per un ripristino efficace. I problemi riguardano diversi aspetti. Intanto, le comunità che vivono più vicine a queste fonti di semi sono potenzialmente attori chiave, anche perché meglio di chiunque altro conoscono gli alberi autoctoni, ma il loro coinvolgimento non è strutturale, anche se potrebbe offrire posti di lavoro nelle aree rurali e “incentivi per la conservazione della biodiversità”.

Il secondo limite riguarda le ‘consuetudini’ in questo campo. Spesso i progetti di ripristino si basano su alberi non autoctoni, come il teak e il pino, coltivati per i loro prodotti legnosi o l’eucalipto, utile per la produzione di olio essenziale. In genere, però, questi alberi non favoriscono la flora e la fauna locali, e spesso comportano un’elevata richiesta di risorse idriche. Inoltre, non aiutano a ripristinare i paesaggi degradati e, anzi, rischiano di mettere in crisi gli ecosistemi. Cambiare queste pratiche, spiegano i ricercatori, è necessario per recuperare davvero gli spazi aperti.

“Lo studio evidenzia l’urgente necessità di investimenti nel settore delle sementi arboree, sia pubblici che privati, se si vuole che i sistemi di sementi soddisfino le richieste poste dagli impegni di ripristino”, chiarisce Fiona L. Giacomini, del Politecnico di Zurigo.

L’ultimo volo del bombo: a rischio estinzione 75% specie nei prossimi 40 anni

Oltre il 75% delle specie europee di bombi potrebbe essere minacciato nei prossimi 40-60 anni, a causa del degrado degli habitat e delle alterazioni del clima dovute all’attività umana. E’ quanto emerge da uno studio della Free University of Brussels, in Belgio, condotto da Guillaume Ghisbain e pubblicato questa settimana su Nature. I risultati sottolineano l’importanza delle politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici per proteggere i bombi.

Circa il 90% di tutte le piante selvatiche e la maggior parte delle piante coltivate beneficiano dell’impollinazione animale. Il bombo (Bombus) è un genere di api considerato particolarmente importante per l’impollinazione delle colture nelle regioni fredde e temperate dell’emisfero settentrionale. Le trasformazioni degli habitat naturali causate dall’uomo e l’aumento della temperatura sono i fattori chiave del collasso della fauna selvatica; la comprensione della traiettoria delle popolazioni di insetti è importante per elaborare iniziative di conservazione.

Guillaume Ghisbain e colleghi hanno quantificato l’idoneità ecologica passata, presente e futura dell’Europa per i bombi. I dati osservativi coprono i periodi 1901-1970 (passato) e 2000-2014 (“oggi”) e le proiezioni sono state fatte fino al 2080. Secondo le previsioni, circa il 38-76% delle specie europee di bombi attualmente considerate non minacciate vedrà ridursi il proprio territorio ecologicamente idoneo di almeno il 30% entro il 2061-2080. In particolare, le specie degli ambienti artici e alpini potrebbero essere sull’orlo dell’estinzione in Europa, con una perdita prevista di almeno il 90% del loro territorio nello stesso periodo. Gli autori riferiscono che alcune parti della Scandinavia possono potenzialmente diventare rifugi per le specie sfollate o minacciate, anche se non è chiaro se queste regioni possano essere influenzate dai cambiamenti indotti dalle attività umane.

Gli autori sottolineano che “sono necessari ulteriori lavori per comprendere gli effetti delle variazioni su scala più fine del clima e dei cambiamenti dell’habitat“. Tuttavia, i risultati attuali evidenziano “la necessità di misure e politiche di conservazione che attenuino l’impatto umano su ecosistemi importanti“.

Dai rifiuti spaziali all’agricoltura satellitare: a Houston l’Italia che innova

Flotte di sonde aerostatiche coordinate dall’intelligenza artificiale, nanosatelliti che “danno la caccia” ai detriti spaziali, e propulsori made in Italy tra i più avanzati sul mercato. Sono alcune delle soluzioni innovative proposte dalle sei aziende italiane che stanno partecipando a Houston, in Texas, nel luogo simbolo della storia dell’esplorazione spaziale, alla prima edizione di ‘Space it Up‘, il programma di accelerazione d’impresa creato da Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, e dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), in collaborazione con la Space Foundation, la principale associazione americana che riunisce i vari stakeholder del settore aerospaziale promuovendo attività di formazione, ricerca e innovazione tecnologica.

Space it Up, al via ufficialmente il 28 agosto, segue un percorso di sei settimane. La prima con attività preparatorie da remoto, e le restanti cinque a Houston, a partire dall’evento di kick-off di che si è tenuto l’1settembre. Tutte le attività di mentorship, i workshop e i momenti di networking con l’ecosistema aerospaziale texano si tengono al The Ion Houston, il principale centro di innovazione della città. Una full immersion che culminerà con il Demo Day del 27 settembre, in cui le aziende potranno mettere a frutto il lavoro delle settimane precedenti presentando le loro soluzioni innovative ai principali stakeholder del territorio. Un’opportunità importante per stringere relazioni e accordi commerciali oltreoceano, trovare clienti o capitali.

Il programma Space it Up non si esaurisce però nell’arco di queste settimane e punta a diventare in breve tempo una piattaforma di dialogo permanente tra gli attori italiani e statunitensi del settore space-tech: questo anche grazie a uno Spazio collaborativo “phygital” che faciliterà l’incontro, lo scambio e le occasioni di business tra imprenditori, innovatori e ricercatori. La piattaforma, attiva da settembre per 365 giorni l’anno, è stata realizzata in partnership tra l’ufficio ICE della città texana e Village Insights, leader per la costruzione di community di settore.

 

Con un fatturato 2022 di 13 miliardi di euro e un export di 6,5 miliardi in crescita del 17,7% rispetto al 2021, il comparto aerospaziale italiano rappresenta oggi un settore in rapida crescita, fiore all’occhiello del Made in Italy e sempre più presente nella realizzazione di missioni internazionali. La new space economy è un driver di crescita strategica per il Paese che può vantare l’esser presenti con, principalmente, cinque poli produttivi regionali, su tutta la filiera: dalla costruzione e operazione di razzi vettori, alla costruzione di satelliti, acquisizione di dati dallo Spazio e gestione di immagini e big data. Non da meno la capacità di sviluppo del know how trasversale delle nostre aziende che potenzialmente permette loro di rispondere efficacemente a tutte le esigenze del comparto aerospaziale” spiega il Presidente dell’Agenzia Ice Matteo Zoppas.

Le aziende del comparto si rivolgono con sempre maggiore attenzione, nel processo di internazionalizzazione delle loro attività, sia verso i grandi committenti esteri, sia verso i produttori di sistemi e sottosistemi”, sostiene il Direttore Generale dell’Agenzia ICE Lorenzo Galanti. “Partecipano ai grandi saloni e air show con il supporto dell’ICE, dove hanno l’opportunità di effettuare incontri per collaborazioni produttive. Il nostro ruolo è di portare i distretti produttivi nazionali sul mercato mondiale e al contempo di invitare in Italia buyers dall’estero, per favorire il sempre maggiore inserimento del sistema aerospaziale italiano nei processi di sviluppo tecnologico del settore a livello internazionale”.

A valorizzare l’iniziativa anche la stretta collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e la partnership con Space Foundation. Tra le più importanti agenzie spaziali a livello mondiale, ASI contribuirà al programma mettendo a disposizione risorse ed expertise importanti per permettere alle aziende di competere sul mercato internazionale, mentre l’autorevolezza della Space Foundation nel panorama statunitense garantirà un punto di accesso privilegiato all’ecosistema. “Il mercato USA rappresenta un riferimento strategico per le industrie spaziali italiane e Houston uno degli epicentri. In questo contesto si delineano i più avanzati trend innovativi dello Spazio a livello globale. È anche grazie alla partnership con gli USA che la nostra industria nel passato ha avuto l’opportunità di costruire le solide competenze che abbiamo oggi. Per questo nell’ambito delle nostre iniziative per l’internazionalizzazione industriale, sosteniamo la collaborazione con ICE e abbiamo proposto il lancio di una iniziativa verticale di accelerazione per il settore Spazio che vada a beneficio di giovani imprese italiane con ottime prospettive di innovazione e crescita“, ricorda Teodoro Valente presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana. “Dalla culla del Rinascimento alle frontiere del cosmo, la tradizione di innovazioni spaziali dell’Italia non conosce limiti – fa eco Kelli Kedis Ogborn, vicepresidente per il commercio e l’imprenditoria spaziale di Space Foundation -. Con il suo patrimonio di progressi scientifici, l’Italia torna a scrivere un nuovo capitolo della storia, questa volta con un’attenzione più ampia alla collaborazione internazionale e a una crescita significativa di un ecosistema spaziale globale in evoluzione“.

importazioni petrolio

Le azioni salva-clima delle compagnie petrolifere sono in stallo. Si salva solo l’Eni

Le principali compagnie petrolifere e del gas del mondo sono ben lontane dal compiere gli sforzi necessari per limitare il riscaldamento globale e in alcuni casi hanno fatto marcia indietro rispetto ai loro impegni. E’ quanto emerge da un rapporto di Carbon Tracker che, però, assegna ai gruppi europei un punteggio più alto. “I progressi delle compagnie petrolifere e del gas nel rafforzare i loro impegni in materia di emissioni sono in fase di stallo, e la maggior parte di esse è rimasta nella stessa fascia dell’anno scorso”, spiega il think tank Carbon Tracker.

Il rapporto annuale di 36 pagine, Absolute Impact 2023, rivolto in particolare agli investitori, fa il punto sulle ambizioni climatiche delle 25 maggiori compagnie petrolifere e del gas, comprese quelle di proprietà statale. Si tratta di un settore che sarà oggetto di un intenso esame alla COP28 che si terrà a Dubai alla fine dell’anno. La Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, dove si prevede una dura battaglia sulla fine dei combustibili fossili, dovrebbe rimettere il mondo in carreggiata con l’Accordo di Parigi: limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, e se possibile a 1,5°C, rispetto all’era preindustriale.

Tuttavia, il rapporto rileva che molti piani climatici aziendali si basano su metodi che non sono stati dimostrati su larga scala, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio e la compensazione delle emissioni. Il rapporto rileva inoltre che “alcune aziende stanno facendo marcia indietro rispetto ai loro impegni”, come la BP, che ha abbassato l’obiettivo di riduzione della produzione di idrocarburi per il 2030 dal 40% al 25%. E la Shell, che ha annunciato che la sua produzione di petrolio rimarrà stabile fino al 2030.

“La nostra analisi mostra che le maggiori compagnie petrolifere e del gas del mondo continuano a mettere a rischio gli investitori non pianificando tagli alla produzione (di idrocarburi) in linea con l’obiettivo di Parigi di 1,5 gradi”, commenta Mike Coffin, coautore del rapporto.

Delle 25 società, “solo” l’italiana Eni ha obiettivi “potenzialmente” in linea con l’obiettivo di Parigi, secondo il think tank. TotalEnergies è al secondo posto. Ma mentre l’Eni è in cima alla classifica per il quarto anno consecutivo, la credibilità dei suoi obiettivi potrebbe essere messa in discussione “dato che dipendono dalla vendita di asset, oltre che da tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio e compensazioni di carbonio non dimostrate”, sottolinea Carbon Tracker.

“Le principali compagnie europee sono in cima alla classifica, con obiettivi sistematicamente più ambiziosi di quelli dei loro rivali nordamericani, mentre gli impegni più deboli sono stati presi da ExxonMobil e da cinque compagnie petrolifere prevalentemente statali: Aramco, la brasiliana Petrobras e le cinesi Sinopec, PetroChina e Cnooc”, riassume Carbon Tracker nella sua presentazione.

Dietro l’Eni si colloca TotalEnergies, che ha preso il posto di Repsol, ora al terzo posto, davanti a BP e Shell. Considerate “più progressiste” rispetto ai loro concorrenti, TotalEnergies, Repsol e BP hanno dichiarato obiettivi di “carbon neutrality” entro il 2050 e obiettivi intermedi entro il 2030 “ma questi scopi escludono le emissioni di alcune attività chiave”, osserva Carbon Tracker.

Circa 16 compagnie, tra cui ExxonMobil e Conoco, hanno obiettivi che coprono solo le loro emissioni operative, cioè non coprono le emissioni generate dalla combustione del petrolio e del gas che i loro clienti acquistano – circa il 90% della loro reale impronta di carbonio. Società come Shell ed Equinor hanno obiettivi molto distanti, per il 2050, “ma non obiettivi intermedi assoluti”, il che è comunque considerato un passo essenziale.

All’ultimo posto, la saudita Aramco “è l’unica azienda che limita i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni agli asset che possiede e gestisce interamente”, sottolinea Carbon Tracker, senza contare il fatto che fissa un obiettivo di riduzione solo in relazione a una traiettoria di crescita futura, riducendo di fatto i suoi sforzi.

Caldo record

Estate 2023 più calda di sempre. Guterres: Iniziato collasso climatico

L’estate (giugno-luglio-agosto) ha registrato le temperature medie globali più alte mai misurate, portando il 2023 a essere, molto probabilmente, l’anno più caldo della storia. Sono i dati del monitoraggio mensile dell’osservatorio europeo Copernicus secondo cui la temperatura media ha raggiunto 16,77°C, pari a 0,66°C sopra la media. “Il collasso climatico è iniziato”, ha affermato in una nota il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. “Il nostro clima sta implodendo più velocemente di quanto possiamo gestirlo, con eventi meteorologici estremi che colpiscono ogni angolo del pianeta”, ha aggiunto, ricordando come “gli scienziati hanno da tempo messo in guardia dalle conseguenze della nostra dipendenza dai combustibili fossili”.

Ondate di caldo, siccità, inondazioni o incendi hanno colpito l’Asia, l’Europa e il Nord America durante l’estate, in proporzioni drammatiche e spesso senza precedenti, con costi pesanti in vite umane e in danni alle economie e all’ambiente.

Anche l’emisfero meridionale, dove molti record di calore sono stati battuti nel bel mezzo dell’inverno australe, non è stato risparmiato. “La stagione giugno-luglio-agosto 2023”, che corrisponde all’estate nell’emisfero settentrionale, dove vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, “è stata di gran lunga la più calda mai registrata al mondo, con una temperatura media globale di 16,77°C. C”, ha riportato Copernicus. Si tratta di 0,66°C al di sopra delle medie del periodo 1991-2020, già caratterizzato dall’aumento delle temperature medie in tutto il mondo a causa del riscaldamento globale causato dalle attività umane. E ben al di sopra – circa 2 decimi – del precedente record del 2019.

Luglio è stato il mese più caldo mai misurato, agosto 2023 è ora al secondo posto, specifica Copernicus. E nei primi otto mesi dell’anno, la temperatura media del globo è “solo 0,01°C in meno rispetto al 2016, l’anno più caldo mai misurato”.

Ma questo primato è appeso ad un filo, viste le previsioni stagionali e il ritorno al potere nel Pacifico del fenomeno climatico El Niño, sinonimo di ulteriore riscaldamento. E “dato l’eccesso di calore sulla superficie degli oceani, è probabile che il 2023 sarà l’anno più caldo (…) che l’umanità abbia conosciuto”, ha dichiarato Samantha Burgess, vice capo del servizio sui cambiamenti climatici (C3S) di Copernico.

Il database Copernicus risale al 1940, ma può essere paragonato ai climi dei millenni passati, stabiliti utilizzando gli anelli degli alberi o le carote di ghiaccio e sintetizzati nell’ultimo rapporto del gruppo di esperti climatici delle Nazioni Unite (IPCC). Su questa base, “i tre mesi appena vissuti sono i più caldi da circa 120mila anni, cioè dall’inizio della storia umana“, spiega la Burgess.

Nonostante tre anni consecutivi di La Niña, il fenomeno opposto a El Niño che ha parzialmente mascherato il riscaldamento, gli anni 2015-2022 sono già stati i più caldi mai misurati.
Il surriscaldamento dei mari del mondo, che continuano ad assorbire il 90% del calore in eccesso causato dalle attività umane fin dall’era industriale, gioca un ruolo importante nel fenomeno. Da aprile, la loro temperatura superficiale media è cambiata raggiungendo livelli di calore senza precedenti. “Dal 31 luglio al 31 agosto”, ha addirittura “superato ogni giorno il precedente record di marzo 2016“, nota Copernico, raggiungendo la soglia simbolica senza precedenti di 21°C, molto chiaramente al di sopra di tutti gli archivi. “Il riscaldamento degli oceani porta al riscaldamento dell’atmosfera e ad un aumento dell’umidità, che provoca precipitazioni più intense e un aumento dell’energia a disposizione dei cicloni tropicali”, sottolinea Samantha Burgess.

Il surriscaldamento colpisce anche la biodiversità: “ci sono meno nutrienti nell’oceano (..) e meno ossigeno” il che mette a rischio la sopravvivenza della fauna e della flora, aggiunge lo scienziato, che cita anche lo sbiancamento dei coralli, la proliferazione algale dannosa o “il potenziale collasso dei cicli riproduttivi”. “Le temperature continueranno ad aumentare finché non chiuderemo il rubinetto delle emissioni”, derivanti principalmente dalla combustione di carbone, petrolio e gas, ricorda Burgess.

Guterres: “Africa determinante per le rinnovabili”. Da Emirati arabi investimenti per 4,5 miliardi

Africa “una superpotenza di energia rinnovabile“. E’ l’invito del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, nel suo intervento all’ Africa Climate Summit, il vertice sul clima organizzato dal Kenya e dalla Commissione dell’Unione Africana (AUC), volto a promuovere il potenziale dell’Africa come potenza verde. In vista, ovviamente, della Cop28 che si aprirà a novembre a Dubai.Guterres ha esortato la comunità internazionale a contribuire a rendere l’Africa “una superpotenza delle energie rinnovabili“. “L’energia rinnovabile potrebbe essere il miracolo africano. – ha detto il segretario generale Onu – Ma dobbiamo fare in modo che accada”. Si tratta di un nuovo appello, in particolare ai leader del Gruppo delle 20 maggiori economie, che si riuniranno in India nel fine settimana, di “assumersi le proprie responsabilità” nella lotta al cambiamento climatico.

Nel corso del vertice, gli Emirati Arabi Uniti annunciano il primo impegno finanziario a favore dell’Africa: un investimento di 4,5 miliardi di dollari (4,1 miliardi di euro) in energia pulita nel continente. Aprendo il vertice ieri il presidente keniano William Ruto ha affermato che l’Africa avrà “un’opportunità senza precedenti” di svilupparsi partecipando alla lotta contro il riscaldamento globale, se riuscirà ad attrarre finanziamenti. E gli Emirati Arabi Uniti, che ospiteranno la prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima, hanno annunciato il primo impegno finanziario: il sultano Al Jaber, a capo della compagnia petrolifera nazionale Adnoc e della compagnia governativa di energia rinnovabile Masdar, ha spiegato che l’investimento “scatenerà la capacità dell’Africa di raggiungere una prosperità sostenibile”. Nel dettaglio, un consorzio che include Masdar aiuterà a sviluppare 15 gigawatt di energia pulita entro il 2030. Secondo l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel 2022 la capacità di generazione di energia rinnovabile del continente sarebbe stata di 56 gigawatt.

Capi di Stato, leader di governo e leader economici del continente e di altri paesi sono riuniti nella capitale del Kenya per questo vertice storico. Nonostante la ricchezza di risorse naturali, solo il 3% degli investimenti energetici nel mondo vengono effettuati nel continente africano.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen aveva indicato la posizione della Ue: “L’Africa ha bisogno di investimenti massicci. E l’Europa vuole essere il vostro partner nel colmare questo divario di investimenti. Questo è il motivo per cui metà del nostro piano di investimenti da 300 miliardi di euro, chiamato Global Gateway, è rivolto al Continente africano. – ha detto von der Leyen – Global Gateway sostiene investimenti che vanno dalle centrali idroelettriche in Congo, Burundi, Ruanda e Tanzania, all’iniziativa da un miliardo di euro sull’adattamento climatico e la resilienza in Africa, che abbiamo annunciato alla Cop27“.

Global Gateway è unico nel panorama degli investimenti globali.- ha continuato – Non siamo interessati solo all’estrazione di risorse. Vogliamo collaborare con voi per creare catene del valore locali in Africa. Vogliamo condividere con voi la tecnologia europea. Vogliamo investire in competenze per i lavoratori locali. Perché più siete forti come fornitori, più l’Europa diversificherà le catene di approvvigionamento verso l’Africa e più ridurrà i rischi per le nostre economie. La Namibia, per esempio, sta ora costruendo una nuova industria dell’idrogeno, nonché una catena del valore delle materie prime, in collaborazione con l’Europa. E, più tardi questa mattina, il presidente Ruto e io concluderemo un nuovo partenariato per l’idrogeno tra il Kenya e l’Ue con l’obiettivo di sviluppare ulteriormente l’economia verde dell’idrogeno e con il pieno sostegno del Team Europe. Questa è una buona notizia sia per l’Africa che per l’Europa”, ha aggiunto. La presidente dell’Ue ha poi annunciato una nuova proposta per attrarre investimenti privati. “Sulla transizione verde i finanziamenti pubblici non sono sufficienti. Questo vale per l’Europa, ma anche per i mercati emergenti. Sarà necessario mobilitare il capitale privato su larga scala – le parole di von der Leyen – È per questo che presentiamo una nuova proposta per attirare gli investimenti privati. Si chiama Iniziativa sui green bond globali. Insieme alla Banca europea per gli investimenti e ai nostri Stati membri, stiamo per stanziare 1 miliardo di euro per ridurre il rischio degli investimenti privati nei mercati emergenti”.

Clima, Papa: Nella nuova Laudato Si’ revisione Cop Parigi e nuove urgenze

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Il seguito della Laudato Si’, la nuova esortazione apostolica sull’ambiente in uscita il 4 ottobre, sarà più breve della prima enciclica e sarà una “revisione di cosa è successo dalla COP di Parigi, che è forse è stata la più fruttuosa, fino a oggi“. Sul volo da Ulan Bator a Roma, rientrando dal viaggio in Mongolia, Papa Francesco concede una conferenza stampa e anticipa i contenuti del suo prossimo lavoro sulla cura del Creato: “C’è qualche notizia su alcune Cop e alcune cose che ancora non sono state risolte, ma c’è l’urgenza di risolvere“, spiega senza entrare nel dettagli.
Il lavoro sarà quindi un aggiornamento, un “portare avanti la Laudato si’ nelle cose nuove, e anche un’analisi della situazione“, ribadisce.

Quanto alle manifestazioni a volte un po’ eclatanti di alcuni giovani che lottano contro il riscaldamento globale, “non scendo su questi estremisti“, afferma, interrogato su Ultima Generazione. “Ma i giovani sono preoccupati“, precisa, citando uno “scienziato italiano bravo“, che ha affermato: ‘Io non vorrei che la mia nipotina, che è nata ieri, entro trent’anni viva in un mondo così brutto‘.

Due attivisti di Ultima Generazione, Guido ed Ester, a giugno sono stati condannati in primo grado in Vaticano per essersi incollati al basamento della statua di Laocoonte nei Musei, e una terza, Laura, per aver documentato l’azione con un video. I giudici vaticani del Tribunale di Prima Istanza hanno condannato i primi due a 9 mesi di carcere, con pena sospesa e una multa di 1.620 euro, oltre a un risarcimento del danno di oltre 28mila euro. La terza è stata multata con un’ammenda di 120 euro per il reato di trasgressione “a un ordine legalmente dato dall’autorità competente”. Il movimento ha presentato ricorso alla Corte di Appello.

I giovani pensano al futuro, e in questo senso mi piace che lottino bene“, commenta Bergoglio. Ma avverte: “Quando c’entra l‘ideologia o c’entra una pressione politica, non va più bene”.