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Incendi, allarme Coldiretti: “Serviranno 15 anni per ricostituire i boschi distrutti”

Per ricostituire i boschi ridotti in cenere dal fuoco ci vorranno fino a 15 anni con danni all’ambiente, all’economia, al lavoro e al turismo. E’ quanto stima la Coldiretti sugli effetti degli incendi divampati in Italia, che hanno distrutto centinaia di ettari di alberi e macchia mediterranea, dalla Sicilia alla Calabria fino alla Puglia spinti dal caldo record. Le alte temperature e l’assenza di precipitazioni hanno inaridito i terreni favorendo l’innesco dei roghi nelle campagne e nei boschi spesso abbandonati. “Nelle aree bruciate dagli incendi – sottolinea la Coldiretti – saranno impedite tutte le attività umane tradizionali e la scoperta del territorio da parte di appassionati ma viene anche a mancare un importante polmone verde. Ogni rogo costa agli italiani oltre diecimila euro all’ettaro fra spese immediate per lo spegnimento e la bonifica e quelle a lungo termine sulla ricostituzione dei sistemi ambientali ed economici delle aree devastate”.

A preoccupare di più è, per Coldiretti, “la disattenzione e l’azione dei piromani”, visto che si stima che il 60% degli incendi sia causato volontariamente. Proprio per garantire una funzione di controllo e monitoraggio e intervenire tempestivamente Coldiretti e vigili del fuoco, con il supporto dell’Associazione A.B.-Agrivenatoria Biodiversitalia, hanno sottoscritto un protocollo per le attività di lotta attiva agli incendi di bosco o per rischi idrogeologici. “L’accordo prevede che gli agricoltori mettano a disposizione – spiega Coldiretti – spazi per i mezzi di pronto intervento e partecipino a progetti mirati per lo sviluppo di procedure per l’allertamento delle squadre operative Vvf in caso di emergenze”.

“Nella lotta agli incendi è determinante la velocità di azione e sono proprio gli agricoltori sul territorio che costituiscono – ricorda Coldiretti – una rete naturale e diffusa di sorveglianza, senza la quale il conto delle devastazioni sarebbe molto più pesante, ma che li espone anche a gravi rischi, specie in una situazione dove la siccità e le alte temperature favoriscono l’espandersi rapido delle fiamme”. Il secondo asse della collaborazione prevista dall’accordo riguarda il supporto al corpo nazionale dei vigili del fuoco da parte di Coldiretti ed Ab, con eventuale formazione a favore degli operatori Vvf, per interventi finalizzati alla gestione di insetti pericolosi, come gli imenotteri aculeati, anche al fine di preservare l’ecosistema e la biodiversità, con la messa in sicurezza delle api.

A favorire gli incendi è il fatto che 2023 si classifica fino ad ora in Italia nella top ten degli anni più caldi di sempre con una temperatura superiore di 0,43 gradi la media storica che lo classifica all’ottavo posto tra le più alte mai registrate nel periodo dal 1800, quando sono iniziate le rilevazioni.

 

Con Foresta Italia piantati in un anno 60mila alberi 100% da filiera nazionale

Sessantamila: tanti sono gli alberi piantumati (e seguiti nella cura) in un solo anno grazie a ‘Foresta Italia‘, la campagna di forestazione e riforestazione nazionale promossa da Rete Clima, Coldiretti e Pefc (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes).

Gli alberi sono stati piantati in 17 regioni italiane e 42 siti urbani ed extraurbani, utilizzando il 100% della filiera italiana, con certificato di provenienza e passaporto fitosanitario.
Sono 30 le aziende private che hanno deciso di sostenere la campagna e declinare in maniera concreta i propri obiettivi di politica ambientale. Realizzare e sostenere progetti di nuova forestazione da parte delle aziende si costituisce come strategia di azione-comunicazione ESG: una progettualità che, dentro a questi progetti di Rete Clima, riesce ad essere efficace, locale, tracciabile e partecipata. Per le aziende si tratta di una proposta articolata e concreta che coinvolge direttamente i propri dipendenti e stakeholder, per contribuire al raggiungimento di numerosi SDGs (Sustainable Development Goals 2030) definiti dalle Nazioni Unite come obiettivi globali entro il 2030.

Un segnale “forte” di sinergia tra pubblico e privato per la promozione del capitale naturale italiano e la biodiversità su scala locale, per Paolo Viganò, presidente e fondatore di Rete Clima. “Interagiamo con le Pubbliche Amministrazioni e con le imprese – spiega – per portare avanti un modello di sviluppo sostenibile e coerente con gli obiettivi di contrasto al surriscaldamento globale“. I partner, sposando i progetti di Rete Clima fanno una scelta di campo, scandisce: “Stare dalla parte della tutela e della salvaguardia del patrimonio ambientale nazionale, portando avanti politiche votate alla sostenibilità nella maniera più concreta e innovativa“.

Foresta Italia nasce infatti con l’obiettivo di piantare alberi nelle aree che necessitano di riforestazione, garantendo sempre il coinvolgimento della filiera florovivaistica italiana.
Le oltre 35 diverse specie arboree e arbustive utilizzate negli interventi di forestazione e riforestazione della campagna Foresta Italia sono autoctone, con certificato di provenienza, coltivate nei vivai locali con una pianificazione rigorosa della produzione vegetale. Rete Clima è l’unica realtà in Italia impegnata in progetti di forestazione e riforestazione ad avere sottoscritto un “contratto di coltivazione” con le aziende florovivaistiche locali, uno strumento che può essere utilizzato anche dall’Amministrazione pubblica per superare il problema recentemente segnalato dalla Corte dei Conti rispetto alla mancanza di alberi da piantare nelle città italiane con i fondi del PNRR.

Il contratto di coltivazione consente all’azienda florovivaistica la programmazione della produzione di piantine forestali, che impiegano 2-3 anni per arrivare alla dimensione minima utilizzabile. Grazie a loro, la campagna Foresta Italia ha sempre alberi e arbusti in quantità sufficiente e delle specie necessarie. I vivai vengono scelti tra quelli in regola con tutti gli aspetti normativi e le piante vengono pagate il giusto prezzo, a chi le coltiva, e non secondo la logica del massimo risparmio economico. Attraverso questo modello i vivai italiani potrebbero produrre velocemente i milioni di alberi previsti dai fondi del Pnrr.

L’appello di Rete Clima però è alle amministrazioni, perché si destinino alla forestazione risorse adeguate:Chi progetta e gestisce interventi di forestazione urbana ha davanti sfide importanti, perché le condizioni climatiche estreme metteranno sempre più in difficoltà la piantagione di alberi in città. Occorre una maggiore consapevolezza della complessità di piantare e gestire alberi in città, i cui benefici – non bisogna mai dimenticarlo – sono direttamente proporzionali al loro stato di salute“, sottolinea l’organizzazione. Il riferimento è al coinvolgimento della filiera florovivaistica, all’approccio tecnico, al monitoraggio delle forestazioni dopo l’impianto, senza dimenticare che, sottolinea Rete Clima, “non si può pensare, nelle condizioni climatiche attuali e future, di poter gestire in modo corretto la piantagione e la cura di un albero con pochi euro come non si po’ più pensare di piantare alberi senza considerare e mettere a bilancio i costi per le cure negli anni successivi“.

Siccità, cabina di regia e commissario fino al 31 dicembre. Meloni: “Situazione complessa”

Una cabina di regia per accelerare e coordinare la pianificazione degli interventi infrastrutturali di medio e lungo periodo e, nel breve periodo, un commissario nazionale fino al 31 dicembre 2023, con un incarico rinnovabile e con un perimetro “molto circostanziato di competenze“. Così il governo si prepara ad affrontare l’emergenza siccità che ha colpito l’Italia.

Abbiamo ereditato una situazione complessa“, spiega Giorgia Meloni davanti all’Aula del Senato. Il decreto andrà in consiglio dei ministri entro la fine di marzo, verosimilmente la prossima settimana.

Al tavolo convocato a Palazzo Chigi e presieduto dal vicepremier Matteo Salvini c’erano anche i ministri Francesco Lollobrigida (Agricoltura), Nello Musumeci (Protezione civile), Roberto Calderoli (Autonomie), la viceministra all’Ambiente Vannia Gava e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Alessandro Morelli.

Il commissario potrà agire sulle aree territoriali a rischio elevato e potrà sbloccare interventi di breve periodo, come sfangamento e sghiaiamento degli invasi di raccolta delle acque, aumento della capacità degli invasi, gestione e utilizzo delle acque reflue, mediazione in caso di conflitti tra regioni ed enti locali in materia idrica, ricognizione del fabbisogno idrico nazionale.

Ci sarà da risolvere il problema degli acquedotti, ma anche, a monte, quello della raccolta di acqua. Quasi nove litri di pioggia su dieci che cadono lungo la Penisola non vengono raccolti. Per le carenze infrastrutturali, si trattiene solo l’11% dell’acqua piovana e nella distribuzione di quella raccolta, le perdite idriche totali sono pari al 42%, secondo l’Istat. A questo, si aggiunge il problema delle temperature in costante aumento e dell’aumento dell’intensità delle piogge, effetti dei cambiamenti climatici che “richiedono interventi strutturali“, sottolinea Coldiretti.

Il Piano Idrico Nazionale è sempre più urgente, nel rispetto delle priorità indicate dalla “sempre più disattesa legge 152“: dopo quello potabile, per l’acqua viene l’uso agricolo, cioè la produzione di cibo e poi via via tutti gli altri utilizzi, ricorda Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi). I dati disastrosi della rete idrica colabrodo sono all’attenzione delle Corti dei Conti regionali, dove il Codacons ha denunciato “tutte le omissioni da parte degli enti locali che hanno fatto poco o nulla per risolvere tale criticità“.

Il problema non si risolve “con l’ennesima cabina di regia“, denuncia il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli. Quello che serve, afferma, è “un cambio di politiche energetiche e ambientali che sono le stesse da decenni responsabili del disastro climatico“. La siccità è già un problema contingente nella penisola italiana, ricorda, dove fiumi sono diventati “corridoi di sabbia” e le riserve di acqua in Lombardia sono circa il 45% in meno rispetto alla media tra il 2006 e il 2020. “Di fronte a questo disastro, questo governo non capisce che deve cambiare politiche, e non puntare a diventare l’hub del gas europeo, ma delle rinnovabili. Invece – insiste – il governo Meloni fa la guerra al clima, alla casa green, all’auto elettrica e poi per dare una risposta alla siccità istituisce l’ennesima cabina di regia. La risposta di questo governo alla crisi idrica è l’inazione e la guerra alle politiche europee sul clima“.

Agroalimentare, Prandini (Coldiretti): Europa condizionata da interessi multinazionali

“Il cibo nei prossimi anni sarà ancora più centrale nelle scelte di carattere politico e soprattutto nella crescita economica a livello globale, l’Europa sotto questo punto di vista è fortemente condizionata dai grandi interesse delle multinazionali”. Lo ha detto Ettore Prandini, presidente di Coldiretti a margine del convegno ‘L’evoluzione dell’agroalimentare italiano ed europeo tra sostenibilità e benessere’, organizzato da Gea ed Eunews. “Il NutriScore ne è un esempio, laddove si cercava di condizionare la scelta e l’acquisto di prodotto agroalimentare in modo fuorviante e ingannevole nei confronti dei cittadini e dei consumatori, dicendo cosa faceva bene e cosa faceva male. Gli studi di carattere scientifico hanno dimostrato esattamente l’opposto, il sistema italiano invece, il NutrInform è la scelta corretta che deve essere fatta laddove si raccontano le giuste quantità di ogni singolo prodotto che possono e devono essere consumate. In questo modo difenderemo le nostre eccellenze dell’enogastronomia. Dobbiamo continuare a lavorare creando alleanze con altri stati membri che hanno sistemi produttivi simili ai nostri e che hanno a cuore gli interessi dei loro cittadini e consumatori e che non svendono la loro posizione a favore delle grandi multinazionali”, ha aggiunto.

8 marzo, allarme Coldiretti: “Addio alle mimose, è colpa della siccità”

Addio a 1 mimosa su 3 in Italia a causa della siccità. La carenza sistemica di acqua ha fatto crollare la produzione di almeno il 30% e gli sbalzi di temperature causati dai cambiamenti climatici  hanno fatto anticipare la raccolta. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti alla vigilia della Giornata internazionale della donna. “Nell’ultimo anno la siccità e le alte temperature – sottolinea la Coldiretti – hanno tagliato la raccolta, come mai avvenuto a memoria dei florovivaisti. Il 2022 infatti è stato l’anno più caldo mai registrato prima con la temperatura media superiore di quasi un grado (+0,98°) con il 30% di precipitazioni in meno rispetto alla media storica del periodo 1991-2020, secondo le elaborazioni Coldiretti sulla banca dati Isac Cnr che evidenziano come la stessa anomalia si conferma anche nei primi mesi di quest’anno”.

La scarsità di mimose nel 2023 ha fatto aumentare le quotazioni con prezzi che vanno dai 5 ai 10 euro per i rametti più piccoli, per salire fino ai 20 euro e oltre per i mazzi più grandi o per le piante in vaso. Una situazione che sta attirando i ‘ladri di fiori’ “tanto che – sottolinea la Coldiretti – si moltiplicano le segnalazioni di furti e tentati furti nelle aree di coltivazione ed esplode in vista dell’8 marzo il mercato nero dei venditori abusivi in strade e piazze che vanno assolutamente evitati per non alimentare il business dell’illegalità”. “Oltre a essere il simbolo della presenza femminile nel mondo, l’acquisto della mimosa esprime anche un importante attenzione all’ambiente perché – spiega la Coldiretti – si salva così una coltivazione realizzata in Italia con tecniche eco-compatibili soprattutto nei tipici terrazzamenti che si affacciano sul mare, altrimenti destinati al degrado e all’abbandono”.

La mimosa venne introdotta in Europa intorno al 1820 trovando in Italia ottime condizioni di coltivazione e clima e dal 1946 è il simbolo dell’8 marzo nel nostro Paese. Le varietà più diffuse sono la Floribunda e la Gaulois che è più rigogliosa. Le foglie di mimosa, composte da tante foglioline verde chiaro, in caso di pericolo (per esempio se vengono sfiorate o la temperatura supera i 20 gradi) si ritraggono, ed è per questo particolare reazione che ha preso il nome scientifico “mimus”, dal latino attore mimico.

“Per conservare al meglio i rametti di mimosa con i loro fiori gialli – consiglia la Coldiretti – è bene tagliare quanto prima gli steli che devono rimanere per due ore in acqua pulita e inacidita con due gocce di limone. Vanno quindi collocati in penombra e mantenuti in ambiente fresco e umido perché la mimosa rilascia molta acqua attraverso la traspirazione e bisogna evitare che la perdita di liquidi faccia seccare rapidamente il fiore”.

 

Coldiretti: Caos cinghiali. Scontro Lollobrigida-Verdi su abbattimenti

Gli animali selvatici nelle città e nelle campagne stanno diventando un problema difficile da gestire. L’allarme arriva da Coldiretti che, dati Asaps alla mano, denuncia quasi un incidente ogni due giorni in Italia e più di 200 fra morti e feriti sulle strade in un anno, oltre a “danni alle coltivazioni e rischi sanitari per gli allevamenti”.

La questione cinghiali, ricorda Francesco Lollobrigida, è stata affrontata già nella legge di stabilità come primo intervento del governo: “Ci basiamo su dati scientifici – spiega –. Il proliferare eccessivo di alcune specie mette in discussione il loro crescere sani ma anche altre specie animali. In questo caso, la crescita senza controllo di ungulati sta mettendo in discussione il nostro sistema produttivo. La prima cosa che abbiamo fatto è stata ragionare di una pianificazione, il nostro governo non si gira dall’altra parte“.

Secondo Coldiretti, la situazione è peggiorata con la siccità che fa seccare i raccolti e asciuga i torrenti, spingendo gli animali sempre più verso i centri urbani e i litorali, a caccia di cibo e di acqua. I bassi livelli dei fiumi permettono anche ai branchi di attraversarli con più facilità, aumentando le possibilità di spostarsi da un territorio all’altro. L’associazione stima una presenza 2,3 milioni di cinghiali sull’intero territorio nazionale: “La situazione è ormai insostenibile in città e campagne, con danni incalcolabili alle produzioni agricole ma – continua Coldiretti – anche all’equilibrio ambientale di vasti ecosistemi territoriali in aree di pregio naturalistico con la perdita di biodiversità sia animale che vegetale senza dimenticare i rischi per gli allevamenti e il Made in Italy a tavola con la diffusione della peste africana“.

Per “tutelare la biodiversità“, AB-Agrivenatoria Biodiversitalia, Coldiretti, Federparchi e Fondazione UNA, siglano un protocollo per la qualificazione dell’attività faunistico-venatoria, con proposte di aggiornamento delle normative che regolano la caccia, per “agire in maniera coordinata sulle cause che stanno portando alla riduzione della biodiversità che caratterizza il nostro paese e alla ridotta produttività delle attività agricolo-faunistiche“.

Per gestire il sovrappopolamento dei cinghiali, il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste sostiene l’ipotesi dell’abbattimento selettivo: “Se c’è la possibilità di fare la cattura, si fa. Ma dopo bisogna decidere dove mettere gli animali e se non si sa dove metterli si deve decidere se aggiungere una tassa in più che i cittadini subiscono. Bisogna pagare per tenere l’animale vivo. L’abbattimento selettivo non è una cosa drammatica, ma significa prevedere un numero di capi in eccesso e intervenire per riportare l’ecosistema in equilibrio in quadro proattivo di sostenibilità ambientale ma anche economica“, spiega. Perché in un quadro di natura pragmatica, insiste, “non c’è una visione che può avvantaggiare all’interno dell’ecosistema lo sviluppo di una delle specie a danno di un’altra, compreso l’uomo, comprese le attività agricole dell’uomo che vengono spesso criminalizzate“. Lo stesso fenomeno è avvenuto per il lupo: “Era specie debole oggi è specie sovradimensionata sul territorio nazionale, lo dice la scienza“, afferma Lollobrigida.

La posizione del ministro mette in allarme l’Alleanza Verdi Sinistra: “Si sta candidando a vincere il premio come ministro dell’Agricoltura nemico della biodiversità“, tuona Eleonora Evi, co-portavoce di Europa Verde. “Dopo la scelta scellerata di una politica predatoria nei confronti dei cinghiali, che notoriamente più sono eliminati più si riproducono – aggiunge – oggi difende gli abbattimenti selettivi al convegno Custodi della biodiversità che si tiene a Roma, sotto gli auspici dalla Coldiretti che insieme, tra gli altri, alla Fondazione UNA (armieri), vorrebbe gestire gli ecosistemi in un’ottica privatistica e venatoria“. Le parole usate sul lupo, denuncia, “sono una follia perché scatenano il fenomeno del bracconaggio: il ministro venga a spiegare in parlamento”.

Siccità, 1 marzo cabina regia: ipotesi commissario. Rischio razionamenti

L’emergenza siccità attanaglia ancora l’Italia. Pioggia, correnti fredde e neve previste per il prossimo weekend saranno ininfluenti e l’agricoltura trema. In alcune zone, è a rischio fino al 30% del raccolto.

I ministeri di Ambiente, Infrastrutture, Agricoltura, Coesione e Protezione civile lavorano senza sosta in vista dell’1 marzo, per la prima cabina di regia a Palazzo Chigi, presieduta dalla premier Giorgia Meloni. Si dovranno definire le prossime mosse per varare un piano di interventi a breve scadenza, ma anche una programmazione di medio-lungo periodo. Si valuta la nomina di un commissario che abbia tutti i poteri sulla gestione dell’acqua, una proposta che sarà discussa la prossima settimana in Consiglio dei ministri.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, mette in guardia dai rischi enormi per la produzione di energia idroelettrica: “Speriamo che si riescano a riempire le dighe, importiamo energia dalla Francia da fonte nucleare, ma la carenza d’acqua può portare alla chiusura degli impianti”, avverte. Si pensa già a dei razionamenti, anche se, ripete, “non è ancora stata presa nessuna decisione, ma dopo un confronto si devono tirare le somme e potrebbero essere necessari“.

La Cia-Agricoltori italiani intanto chiede di finalizzare un piano infrastrutturale di piccoli laghetti e invasi da affiancare alle azioni già previste con il Pnrr e per il riutilizzo a uso agricolo delle acque reflue depurate. Ma anche di avviare urgentemente la sperimentazione in pieno campo delle nuove tecniche di miglioramento genetico (New Breeding Techniques-Nbt) e dare al Paese una legge nazionale contro il consumo di suolo. Le aree perse, dal 2012 a oggi, avrebbero garantito l’infiltrazione di 360 milioni di metri cubi di pioggia.

Questa nuova emergenza “si poteva evitare”, conferma il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida. “Il primo provvedimento per il senso di responsabilità che tutto il governo sente di fare è una cabina di regia per trovare strumenti in un lavoro osmotico tra i ministeri, per pianificare le azioni sulle criticità che emergono e possono evitare danni in termini di dissesto idrogeologico”, spiega.

Il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, ricorda che “Recuperare anni di inerzia sul settore idrico impone decisioni coraggiose e immediate“: “La carente infrastrutturazione malgrado le risorse disponibili, sta determinando una condizione di emergenza, malgrado la siccità non sia più un fenomeno raro”.

La siccità, infatti, è praticamente strutturale in Italia: sulle Alpi la neve è diminuita del 45% rispetto al 2022 e gli invasi riescono a trattenere non più dell’11% di acqua, quando servirebbe arrivare almeno al 30%, soprattutto al Nord. Dal Piemonte all’Emilia-Romagna, con il Po a secco, la crisi idrica potrebbero arrivare a togliere fino a 8mila ettari di riso, visto l’abbandono già in atto, mentre le semine di mais, strategico per gli allevamenti, sono scese al minimo storico nazionale di 564 mila ettari, oltre il 30% solo in Veneto, e registrano un calo di 21 milioni di tonnellate a livello Ue. Ma il 2023, spiega la Cia, sarà difficile anche per gli ortaggi in pieno campo, dove si conta un 10% in meno di prodotti, legato a siccità, caldo di inizio inverno e freddo improvviso.

E’ a rischio un terzo del Made in Italy a tavola che si produce nella food valley della Pianura Padana, dove si concentra anche la metà dell’allevamento nazionale“, denuncia Coldiretti. Parliamo di alimenti base della dieta mediterranea, dal grano duro per la pasta alla salsa di pomodoro, dalla frutta alla verdura fino al mais per alimentare gli animali per la produzione dei grandi formaggi come Parmigiano reggiano e il Grana Padano e i salumi più prestigiosi come il prosciutto di Parma o il Culatello di Zibello. “Dopo questi tre anni in cui la fiera dei nostri giovani non c’è stata a causa della pandemia – lamenta il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti -, ci troviamo di fronte uno scenario radicalmente mutato. Noi imprenditori, però, pur tra innegabili difficoltà, non possiamo rimanere immobili aspettando il corso degli eventi”.

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Coldiretti: Nelle campagne c’è posto per 100mila giovani

Con l’arrivo della primavera c’è posto per almeno centomila giovani per colmare la mancanza di manodopera che ha duramente colpito le campagne lo scorso anno con la perdita rilevante dei raccolti agricoli nazionali. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti presentata in occasione dell’iniziativa ‘Lavoro per i giovani, in agricoltura c’è’. Un bisogno che, secondo il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, intervenuto all’evento, si può colmare grazie alle “tante richieste per lavoratori stranieri che dobbiamo far arrivare col decreto flussi. Poi c’è una grande offerta ben pagata e in regola, da aziende sanissime, che come noi sono contro il caporalato, lo sfruttamento e la concorrenza sleale”.

Secondo Coldiretti nelle campagne servono figure specializzate come i trattoristi, i serricoltori, i potatori e tecnici dell’agricoltura 4.0 per guidare droni, leggere i dati metereologici ed utilizzare gli strumenti informatici ma anche raccoglitori per le verdure, la frutta e la vendemmia. Non vanno dimenticati poi i nuovi sbocchi occupazionali offerti dalla multifunzionalità che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili. Per questo è necessario e un piano integrato di formazione che coinvolga le scuole anche per recuperare le conoscenze antiche e vincere le sfida della rivoluzione digitale nelle campagne con gli investimenti in droni, gps, robot, software e internet delle cose che hanno raggiunto 1,6 miliardi con la crescita del 1500% nel giro di 5 anni.

Lo scorso anno in agricoltura – precisa la Coldiretti – hanno trovato opportunità di lavoro dipendente oltre 1 milione di persone, di cui quasi uno su tre (32%) ha meno di 35 anni, destinati peraltro ad aumentare con gli investimenti previsti dal Pnrr e dal piano per la sovranità alimentare. In questo contesto va segnalato che le difficoltà agli spostamenti dei lavoratori alle frontiere per effetto della pandemia hanno ridotto la presenza di lavoratori stranieri ed aumentato quella degli italiani che sono tornati a considerare il lavoro in agricoltura una interessante opportunità.

E’ dunque importante l’arrivo del nuovo sistema di prestazioni occasionali introdotto nella Manovra dal Governo e sostenuto da Coldiretti che porta una rilevante semplificazione burocratica per facilitare l’avvicinamento al settore agricolo. Potranno accedervi – spiega Coldiretti – pensionati, studenti, disoccupati, percettori di Naspi, reddito di cittadinanza, ammortizzatori sociali e detenuti ammessi al lavoro all’esterno.  Sarà a tutti gli effetti un rapporto di lavoro subordinato agricolo – evidenzia Coldiretti – con l’unico limite determinato dalla durata della prestazione che non potrà superare, per singolo occupato, le 45 giornate di lavoro effettivo all’anno. Il salario sarà esente da imposizione fiscale, cumulabile con qualsiasi tipologia di trattamento pensionistico. Al lavoratore saranno inoltre garantite le stesse tutele (contrattuali, previdenziali, assistenziali, ecc.) previste per gli occupati a tempo determinato.

La battaglia di Coldiretti: “Il 54% degli italiani è contrario agli insetti a tavola”

Dalla carne sintetica all’approdo sulle tavole di larve e farine di insetti, fino ad arrivare alla tanto dibattuta etichettatura Nutri-score. È un ‘no’ su tutta la linea quello che lancia Coldiretti di fronte ai temi più caldi legati alle “nuove frontiere” dell’alimentazione. Una contrarietà che deriva da differenti motivazioni, anche se la principale è sempre una: la difesa delle produzioni agroalimentari Made in Italy di qualità. In alcuni casi Coldiretti è passata dalle parole ai fatti. Lo testimonia la raccolta firme organizzata per promuovere una legge che vieti la produzione, l’uso e la commercializzazione in Italia del cibo sintetico, dopo il via libera della Food and Drug Administration negli Stati Uniti. Nel volgere di poche settimane la mobilitazione ha ottenuto l’adesione di 350mila persone. Secondo Coldiretti, la diffusione della carne sintetica rappresenta “una pericolosa deriva che mette a rischio il futuro della cultura alimentare nazionale, delle campagne e dei pascoli e dell’intera filiera del cibo Made in Italy”. E l’associazione prova a smontare quelle che ritiene fake news diffuse ad arte dai sostenitori della carne da laboratorio: non giova all’ambiente perché consuma più acqua ed energia di molti allevamenti tradizionali, non aiuta la salute perché non c’è garanzia che i prodotti chimici usati siano sicuri e non è accessibile a tutti poiché è nelle mani di grandi multinazionali.

Non meno critica è la posizione nei confronti dell’ok dell’Ue a diversi insetti per usa alimentare, fatto che secondo il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, rappresenta “la manifestazione più evidente che Bruxelles è totalmente fuori sintonia con la gente”. Un sondaggio di Coldiretti/Ixè afferma che il 54% degli italiani è contrario agli insetti a tavola, con appena un 16% che si dichiara a favore. Secondo l’associazione degli agricoltori, al di là dell’avversità legata a fattori di tipo culturale, l’arrivo sulle tavole degli insetti solleva precisi interrogativi di carattere sanitario e salutistico ai quali è necessario dare risposte, facendo chiarezza sui metodi di produzione e sulla stessa provenienza e tracciabilità: la maggior parte dei nuovi prodotti proviene da Paesi come il Vietnam, la Thailandia o la Cina, da anni ai vertici delle classifiche per numero di allarmi alimentari. Coldiretti, insomma, pretende maggior chiarezza.

Chiarezza che dovrebbe essere tra i principali obiettivi di Nutri-score, il sistema di etichettatura ideato in Francia e basato su un sistema a semaforo per identificare i valori nutrizionali di un prodotto alimentare. “Fuorviante, discriminatorio ed incompleto” è invece la definizione che ne ha dato Coldiretti, mettendo in evidenza come il sistema penalizzerebbe l’85% in valore del Made in Italy a denominazione di origine, escludendo dalle tavole dei fiori all’occhiello quali l’olio extravergine d’oliva e il Parmigiano Reggiano. “Un approccio che va combattuto perché fuorviante e anche perché – sottolinea la Coldiretti – apre le porte al cibo sintetico, dalla bistecca fatta nel bioreattore al latte senza mucche, che rappresenta una minaccia letale per l’agricoltura italiana, la salute dei consumatori e la biodiversità del pianeta”. Non stupisce allora che l’associazione guidata da Ettore Prandini abbia accolto con soddisfazione il rinvio almeno al 2024 della proposta legislativa sull’etichettatura europea nutrizionale.

Federalimentare contro il Nutriscore: Sistema inutile, sbagliato e ingannevole

Nutriscore sì, Nutriscore no? E’ il dilemma che, nel corso del 2024, dovrebbe sciogliere la Commissione Europea. Intanto, però, l’Italia, appoggiata da Cipro, Grecia, Lettonia, Repubblica Ceca, Romania e Ungheria, si è sempre schierata sul fronte del ‘no’. In prima linea contro il sistema di etichettatura alimentare c’è fin dall’inizio Federalimentare. L’ex presidente Ivano Vacondio lo definiva come “un sistema sbagliato senza se e senza ma”. Secondo la Federazione, che riunisce le Associazioni nazionali di categoria dell’Industria Alimentare, il Nutriscore “non contribuisce a migliorare la dieta” e le sue basi scientifiche “sono molto deboli”, considerando anche che “dalla sua applicazione non si è verificato in nessun Paese alcun miglioramento dei dati relativi a obesità e malattie non trasmissibili”. Ma Federalimentare va oltre, ritenendo il Nutriscore non solo inutile, ma addirittura “ingannevole per i consumatori, poiché essendo basato sul generico parametro di 100g, a prescindere dalla tipologia di alimento, non tiene conto delle porzioni effettivamente consumate. Accade quindi che una pizza surgelata da oltre mille calorie possa ottenere il semaforo verde, mentre prodotti normalmente consumati in piccole dosi – come ad esempio l’olio d’oliva o il parmigiano – vengano puniti con il giallo o il rosso”. Alla base del ragionamento della Federazione c’è il fatto che la Dieta Mediterranea sia la più sana, mentre l’algoritmo che sottintende al Nutriscore è “fondato su basi sbagliate, perché pretende di dare una valutazione complessiva di un alimento sulla base di alcuni nutrienti prescindendo sia dalle porzioni e frequenze di consumo, sia dall’incidenza dell’alimento sulla dieta complessiva”.

Sulle stesse posizioni si schiera Coldiretti che descrive il Nutriscore un sistema “fuorviante, discriminatorio ed incompleto” e che “finisce paradossalmente per escludere dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta”. Questo, secondo Coldiretti, con implicazioni non solo sulla salute dei consumatori, ma anche, e soprattutto, sull’economia italiana, visto che il sistema esclude “paradossalmente dalla dieta ben l’85% in valore del Made in Italy a denominazione di origine”.

L’Italia, come alternativa al Nutriscore, ha proposto il NutrInform Battery elaborato da tre ministeri (Sviluppo economico, Salute, Politiche agricole, alimentari e forestali) insieme all’Iss, al Crea e ai rappresentanti delle associazioni di categoria della filiera agroalimentare. Si tratta di un sistema che attraverso il simbolo della batteria indica al consumatore l’apporto nutrizionale dell’alimento in rapporto al suo fabbisogno giornaliero e al corretto stile alimentare. Sulla ‘batteria’ viene scritta la percentuale di calorie, grassi, zuccheri e sale per ogni singola porzione rispetto alla quantità raccomandata dall’Unione europea.

E il NutrInform Battery è diventato anche una app, che fornisce in un click informazioni immediate sulle calorie e nutrienti presenti negli alimenti, consentendo così ai consumatori di seguire una dieta varia e equilibrata. La app permette di monitorare attraverso il simbolo della batteria il consumo giornaliero di 5 elementi che sono alla base di una corretta alimentazione: calorie, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale. Il consumatore, inquadrando con la fotocamera del cellulare il codice a barre dei prodotti confezionati, potrà così conoscere la percentuale di calorie e nutrienti consumati nel corso della giornata, in riferimento alla porzione degli alimenti consigliata dai nutrizionisti secondo i valori stabiliti dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa).