Carburanti, revocato sciopero autotrasporto: dal governo 300 milioni per affrontare crisi

L’Italia non si ferma, revocato lo sciopero dei trasportatori inizialmente proclamato dal 25 al 29 maggio. L’annuncio è arrivato direttamente dai sindacati e dalle associazioni di categoria dopo l’incontro avuto venerdì pomeriggio a Palazzo Chigi con il governo, convocato per affrontare la grave crisi del settore. Le tensioni geopolitiche internazionali e l’innalzamento dei costi petroliferi hanno infatti colpito duramente il comparto. Le associazioni hanno evidenziato il rischio concreto di chiusura per le piccole imprese e la perdita di molti posti di lavoro. Per questo hanno chiesto interventi urgenti per garantire la liquidità e difendere il sistema economico nazionale.

Per il governo, al tavolo, erano presenti la premier Giorgia Meloni e i ministri Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, Adolfo Urso, Tommaso Foti, oltre a Edoardo Rixi e Alfredo Mantovano. È intervenuto anche Stefano Caldoro, consigliere per i rapporti con le parti sociali. Per i trasportatori, invece, hanno preso parte i rappresentanti delle sigle Anita, Assotir, Cna Fita, Confartigianato Trasporti, Confcooperative Lavoro e Servizi, Fai, Fedit, Fiap, Legacoop Produzione Servizi, Sna Casartigiani, Trasportounito e Unatras. L’esecutivo ha messo sul tavolo trecento milioni di euro complessivi per recuperare i venti centesimi del taglio delle accise. Questa misura è entrata direttamente nel decreto legge sul tavolo del consiglio dei ministri. Il provvedimento rafforza quanto già previsto dal decreto numero trentatré del 2026 e stanzia duecento milioni che si sommano ai cento milioni già deliberati a marzo sotto forma di credito d’imposta.

Sul fronte fiscale si sono ridotti i termini per la formazione del silenzio assenso per i crediti d’imposta. Il nuovo limite è passato a trenta giorni rispetto ai sessanta giorni precedenti. Il meccanismo diventa operativo a partire dal prossimo primo ottobre, a condizione che le imprese inoltrino la richiesta per via telematica. Il governo si è impegnato inoltre a valutare una sospensione temporanea dei versamenti per alcune imposte e contributi. Il blocco è stato fissato da giugno a luglio per alleggerire il carico fiscale sulle imprese in difficoltà.

L’esecutivo ha garantito anche un monitoraggio sul legame tra il taglio generale delle accise per i consumatori e il credito d’imposta per gli autotrasportatori. I ministri si sono impegnati infine a ricostituire la Consulta generale per l’autotrasporto. Questo organismo stabile affronta i temi regolatori, la sicurezza e l’organizzazione del comparto.

Soddisfatto il viceministro delle Infrastrutture, Rixi: “Trecento milioni per dare risposte agli autotrasportatori, un aiuto concreto grazie al lavoro del ministro Salvini e della squadra di governo, un segnale di attenzione verso migliaia di imprese e di lavoratori del settore”.

“L’incontro è andato molto bene. Il governo ha accolto in parte le nostre richieste – commenta Andrea Laguardia, direttore di Legacoop il ministro Giorgetti immagina un automatismo di ristoro per il settore dell’autotrasporto ogni qualvolta che vengono tagliate le accise per i consumatori”. Apprezzamento anche da Sergio Lo Monte, coordinatore di Unatras: “Le condizioni proposte dalla Premier vanno incontro alle richieste della categoria. Le condizioni sono già abbastanza soddisfacenti, non accolgono la totalità delle richieste ma diciamo che siamo sulla strada giusta”.

Unatras conferma ufficialmente la revoca del fermo nazionale dei servizi e sigla il blocco delle proteste. Si raggiunge così un’intesa sulle questioni economiche con l’ottenimento di misure prioritarie che entrano nel provvedimento d’urgenza. Il presidente di Unatras, Paolo Uggè, rivendica il valore delle decisioni unitarie: “Ancora una volta emerge come l’unità della categoria, anche se faticosamente raggiunta, paga. È stata infatti la condivisione della quasi totalità delle federazioni rappresentative del settore a portare l’esecutivo a dare risposte concrete alle richieste della categoria”.

Contro il caro prezzi, il consiglio dei ministri stanzia anche 100 milioni per l’acquisto di fertilizzanti e gasolio agricolo. “Il Governo continua a dare sostegni concreti al settore primario e ai cittadini”, rivendica il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ricordando che gli agricoltori italiani in questi mesi hanno dovuto far fronte ai rincari dovuti al blocco dello stretto di Hormuz. “Questo blocco ha comportato un aumento rilevante del prezzo dei fertilizzanti e del gasolio agricolo. Oggi rafforziamo la risposta a questi aumenti stanziando 100 milioni di euro per il loro acquisto. Riconosciamo un credito di imposta del 30% per i fertilizzanti, finanziato con 40 milioni di euro, per i mesi di marzo, aprile e maggio”, aggiunge il ministro.

La misura si aggiunge allo stop ai dazi sui fertilizzanti decisa a Bruxelles e che fa seguito alla richiesta avanzata dall’Italia nell’Agrifish di gennaio. “Rafforziamo inoltre – spiega Lollobrigida – la risposta all’aumento dei prezzi del gasolio agricolo finanziando il credito di imposta del 20%, già riconosciuto a marzo, con ulteriori 60 milioni di euro sempre per i mesi di marzo, aprile e maggio. Queste misure alleviano le difficoltà a cui le imprese agricole hanno dovuto far fronte in questi mesi, scongiurando ricadute sui cittadini e sul loro carrello della spesa”.

Meloni a Niscemi: domani in cdm 150 mln per messa in sicurezza e indennizzi

I 150 milioni del decreto maltempo destinati alla frana di Niscemi vengono licenziati nel consiglio di ministri di domani alle 17, suddivisi in due programmi: per la messa in sicurezza del paese e la ricostruzione delle infrastrutture necessarie e per gli indennizzi alle famiglie. Giorgia Meloni vola in Sicilia e partecipa a un vertice operativo con il prefetto di Caltanissetta Licia Donatella Messina, il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Fabio Ciciliano e il sindaco Massimiliano Valentino Conti.

La premier annuncia la messa a terra dei fondi dopo un confronto con il consiglio comunale e con il comitato dei cittadini, a pochi mesi di distanza dal decreto che prevedeva lo stanziamento delle risorse per le terre colpite dal ciclone Harry e che destinava già una parte dei fondi a Niscemi. “A febbraio scorso abbiamo presentato un decreto poi convertito in legge dal Parlamento ad aprile per stanziare questi 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza del territorio, degli indennizzi, della demolizione delle case che sono inagibili”, ricorda Meloni, rivendicando una prontezza che, per la grave frana che danneggiò la parte meridionale dell’abitato nel 1997, non ci fu. All’epoca, sottolinea la presidente del Consiglio, “ci sono voluti sette anni per fare un piano di messa in sicurezza del territorio e gli indennizzi li stavamo dando ancora nel 2025“. Questa volta il decreto è stato portato in cdm in meno di quattro mesi con, insiste, “tutto quello che tecnicamente e concretamente serve per rispondere ai cittadini“. Un “grande passo in avanti”, scandisce la prima ministra, nella sua terza visita a Niscemi, dopo quelle del 28 gennaio e del 16 febbraio, successive alla frana del 25 gennaio.

C’è “l’impegno del Governo ulteriore a lavorare per il piano che è stato proposto dal capo dipartimento della Protezione Civile”, conferma Nello Musumeci, ricordando che, parallelamente all’azione del Governo, c’è quella della magistratura. “Evito di fare considerazioni, perché ho grande rispetto per il ruolo dei magistrati – osserva il ministro per la protezione civile -. Bisogna capire perché per 30 anni chi sapeva non ha agito. Questa è la grande domanda alla quale la magistratura dovrà dare una risposta”.

Trump attacca ancora Leone XIV. Parolin: “Papa predica la pace”. Giovedì Rubio in Vaticano

Papa Leone “sta mettendo in pericolo molti cattolici”. Donald Trump, in un’intervista a Salem News Channel, torna ad attaccare pesantemente il Pontefice, reo a suo avviso di aver condannato gli attacchi americani in Iran, gli attacchi israeliani in Libano e di aver espresso un ‘no comment’ sul caso Jimmy Lai. L’editore cattolico è stato condannato a vent’anni di carcere a Hong Kong con l’accusa di cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere e pubblicazione di materiali sediziosi attraverso l’Apple Daily, il suo giornale.

Invece di parlare della detenzione di Jimmy Lai, il Papa preferirebbe parlare del fatto che va bene che l’Iran abbia un’arma nucleare, e non penso che sia una cosa buona. Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, ma suppongo che se dipendesse dal Papa, penserebbe che vada benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare“, sostiene Trump.

A rispondere al presidente degli Stati Uniti, questa volta, è il segretario di Stato della Santa Sede: “Il Papa va avanti per la sua strada, predica il Vangelo, ‘Opportune et importune’”, dice citando San Paolo. Ovvero: il Pontefice predica la pace, sempre, ‘al momento opportuno e non opportuno’. Da San Giovanni Rotondo, dove il porporato partecipa alle celebrazioni per i 70 anni dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, Pietro Parolin parla a due giorni dall’udienza in Vaticano del segretario di Stato Usa, Marco Rubio. “Anche di fronte a questi nuovi attacchi io non so se il Papa avrà occasione di rispondere, ma la linea rimane quella”, spiega il Segretario di Stato, ricordando che, parlando con i giornalisti su uno dei voli del suo viaggio in Africa, Robert Prevost aveva già risposto, precisando di non essere interessato a dibattere con Trump ma di voler solo “promuovere la fraternità”. “Io non aggiungerei nulla”, insiste Parolin.

Il 7 maggio alle 11.30, alla vigilia del suo primo anniversario dell’elezione, Papa Leone riceverà in Vaticano il segretario di Stato americano Rubio, cattolico e di origini cubane. A lui spetterà il compito di ricucire gli strappi e chiarire alcuni nodi internazionali. Non solo Iran e Medio Oriente sul tavolo, ma anche Ucraina, Cuba appunto e Venezuela. Gli attacchi di Trump al Papa non piacciono ai milioni di cattolici statunitensi, che avevano festeggiato l’arrivo di un Papa americano. Il faccia a faccia, assicura l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Brian Burch, sarà una “conversazione franca” sulle politiche dell’amministrazione Trump . “Le nazioni hanno divergenze, e credo che uno dei modi per superarle sia attraverso la fraternità e un dialogo autentico“. Dopo l’incontro con i vertici della Santa Sede, l’8 maggio Rubio incontrerà anche la premier, Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e della Difesa, Guido Crosetto. Per gli incontri con il governo italiano, il dipartimento di Stato Usa nella nota diramata ieri parla di “allineamento strategico” e “interessi di sicurezza condivisi”.

Meloni a Baku per forniture gas e petrolio: “Avanti con la diplomazia dell’energia”

Giorgia Meloni vola da Yerevan, in Armenia, dove prende parte al vertice della Comunità Politica Europea, a Baku, in Azerbaigian, per mettere in sicurezza gli approvvigionamenti energetici dell’Italia.

Dopo il viaggio in Algeria, alla fine di marzo e quello nel Golfo, alla vigilia di Pasqua, Baku si inserisce nella “diplomazia dell’energia”, spiega la premier, che “serve a difendere i nostri interessi, non semplicemente sul piano episodico, ma sul piano strutturale di lungo termine“. Nella missione ad Algeri, la prima ministra aveva ottenuto di aumentare le forniture di gas a disposizione proveniente dal Paese nordafricano. Nel Golfo (area da cui proviene circa il 15% del petrolio e circa il 10% del gas), in un blitz a sorpresa all’inizio di aprile, Meloni aveva fatto un discorso analogo, confermando allo stesso tempo l’intenzione da parte dei grandi gruppi, a partire da Eni, di continuare a investire nella Regione, nonostante la situazione. In Azerbaigian, la presidente del Consiglio raccoglie l’invito di Ilham Aliyev e parla di un “salto di qualità” della cooperazione già importante tra i due Paesi, tanto da trasformarla in una sorta di “coordinamento politico permanente” per programmare le priorità.

L’Italia è il primo mercato di destinazione dell’export azero, con una componente prevalente nel settore energetico, che rappresenta storicamente il pilastro della cooperazione tra le due nazioni. L’Azerbaijan è il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale rispettivamente): il gas arriva attraverso il Corridoio meridionale, di cui il Trans-Adriatic Pipeline (Tap) rappresenta il tratto finale. Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia via Tap circa 45 miliardi di metri cubi. In un contesto internazionale segnato da incertezza e instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento e sulla sicurezza dei flussi energetici, Meloni e Aliyev parlano di come consolidare il rapporto lavorando non solo sui volumi delle forniture, ma, precisa la premier, “soprattutto sulla qualità del partenariato industriale lungo tutta la filiera”, perché energia e connettività sono “due facce della stessa medaglia”. Roma sostiene Baku perché rafforzi il ruolo di “snodo fondamentale” di energia “tra Europa e Asia”. Nella seconda metà dell’anno è previsto un Business Forum a Baku per cercare di far emergere nuove opportunità di investimento. Sul tavolo del colloquio ci sono le principali questioni dell’attualità internazionale, dalla guerra in Ucraina alla situazione in Iran e le relative dinamiche regionali, con attenzione agli sviluppi più recenti e ai possibili impatti sugli equilibri di sicurezza. “Per me è stato molto interessante poter ascoltare il punto di vista del presidente di una nazione che confina con Teheran”, confessa Meloni, auspicando che “questa crisi possa chiudersi nel più tempo possibile” e impegnandosi a sostenere “ogni iniziativa utile all’obiettivo”.

Terminata la visita, che si sarebbe dovuta tenere domani, la premier si prepara al complesso faccia a faccia che terrà l’8 maggio, alle 11.30, quando riceverà a Palazzo Chigi il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio. Con Rubio, che il giorno prima incontrerà in Vaticano Papa Leone XIV, la presidente del Consiglio tenterà di ricucire lo strappo di Donald Trump, che nelle ultime settimane è diventato sempre più importante. Il tycoon è arrivato a minacciare il ritiro delle sue truppe Usa anche dall’Italia: “Sappiamo che da tempo gli Stati Uniti discutono di un loro disimpegno dell’Europa, che è la ragione per la quale penso che noi dobbiamo rafforzare la nostra sicurezza e dobbiamo crescere nella nostra capacità di dare risposte da questo punto di vista”, glissa Meloni interrogata su questa possibilità. “E’ una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei”, chiarisce, rivendicando che l’Italia “ha sempre mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, particolarmente in ambito Nato e anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti”. Come in Afghanistan e in Iraq: “Alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette”, denuncia, ricordando che non c’è mai stato a livello di patto atlantico una richiesta formale di sostegno degli alleati sulle scelte che Trump stava compiendo.

Ue dà via libera alla nona rata del Pnrr. Meloni: “Primi per risorse e risultati”

Bruxelles dà il via libera al pagamento della nona rata del Pnrr per l’Italia, da 12,8 miliardi di euro e porta il totale delle risorse ricevute da Roma a 166 miliardi.

“L’Italia consolida il primato europeo nell’attuazione del Piano per risorse ricevute e risultati raggiunti”, rivendica Giorgia Meloni. Sono 416 i traguardi e gli obiettivi raggiunti, tra riforme e investimenti per la crescita, con “ricadute concrete su famiglie e imprese”, sottolinea la premier, che parla di un “modello italiano” del Pnrr, che segna il passaggio “da una logica di spesa a una cultura delle riforme e degli investimenti strutturali”. È questa, assicura la prima ministra, “la strada che guiderà le politiche di sviluppo dopo il 2026, per un’Italia più forte, coesa e protagonista nelle sfide globali”.

I numeri ufficiali sono “eloquenti” per il ministro del Pnrr Tommaso Foti, che ricorda i 655.677 progetti finanziati, gli oltre 541 mila interventi conclusi e i circa 100.000 in fase di esecuzione o completamento. “Con l’approvazione della penultima rata è stato raggiunto il 73% degli obiettivi previsti dal Piano, un dato che va ben oltre la media europea”, osserva Foti, rimarcando un superamento del Paese di alcune “debolezze strutturali” che l’hanno rallentato per decenni e la rimozione degli “ostacoli cronici alla crescita”.

Tra i cinquanta obiettivi conseguiti con l’approvazione del pagamento della nona rata ci sono il supporto educativo a oltre 800.000 studenti a rischio e in dispersione scolastica, interventi socioeducativi a oltre 44.000 minori nel Mezzogiorno, la digitalizzazione di 7.750.000 fascicoli giudiziari, l’implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico per l’85% dei medici di base e l’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero per 280 strutture sanitarie.

Inoltre, tra gli obiettivi raggiunti, ci sono il rinnovo della flotta dei vigili del fuoco con più di 3.800 nuovi veicoli ecologici, la riduzione delle perdite idriche con la distrettualizzazione di 45.000 km di reti, l’attuazione del programma GOL con il coinvolgimento di 3 milioni di beneficiari e la formazione di almeno 600.000 persone, il potenziamento di 326 Centri per l’impiego, la formazione in competenze digitali di 8.300 volontari tramite le organizzazioni accreditate al Servizio Civile Universale e di 650.000 dirigenti scolastici, docenti e personale amministrativo, il riconoscimento del credito di imposta e l’erogazione dei fondi per la competitività destinati a 4.000 imprese turistiche complessive e la riqualificazione di 100 parchi e giardini storici.

A questi si aggiungono diverse riforme, l’adozione del rapporto finale del Piano di audit per la riduzione dei ritardi di pagamento delle pubbliche amministrazioni e investimenti strategici, tra i quali gli accordi attuativi per la tempestiva attivazione del Fondo destinato agli alloggi per studenti universitari, del Fondo Nazionale di Connettività, del Fondo Rotativo Contratti di Filiera e per la Facility Parco Agri-Solare. In campo giudiziario, è stato conseguito l’importante risultato connesso alla riduzione dell’85% dell’arretrato dei Tribunali Amministrativi Regionali e del Consiglio di Stato.

Via libera al Decreto Lavoro prima dell’1 maggio. Meloni: “Stanziato quasi 1 miliardo”

Salario giusto per donne, giovani e per lo sviluppo occupazionale della Zes unica, in modo da ridurre i divari territoriali del Paese. Come da tradizione, ormai, alla vigilia dell’1 maggio, il governo vara in consiglio dei ministri un provvedimento dedicato al lavoro. E, entro la fine della settimana, varerà anche il Piano Casa, misura dedicata anche al mondo dell’occupazione.

Provvedimenti che sono un “tassello” di una strategia più ampia che ha come obiettivo quello di sostenere la creazione di “occupazione stabile e di qualità”, spiega in conferenza stampa Giorgia Meloni. Misure che sono un modo “per ringraziare gli italiani che ogni giorno contribuiscono con il loro lavoro a fare grande la nostra nazione”, scandisce.

Il decreto legge stanzia quasi un miliardo di euro (934 milioni) per il rinnovo di alcuni “importanti ed efficaci” incentivi occupazionali, riferisce la premier, con una novità importante: “A quegli incentivi si potrà accedere solo ed esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che noi definiamo il salario giusto”. Ovvero, il trattamento economico complessivo che viene percepito dal lavoratore. Non composto solo dal salario orario, ma da tutti gli elementi economici che concorrono a formare il contratto in favore del lavoratore. Perché, precisa la presidente del Consiglio, “in caso dell’introduzione di un salario minimo orario rischieremmo di costruire non un ulteriore parametro di garanzia ma per paradosso un parametro sostitutivo di un ammontare complessivo che oggi i contratti rappresentano e costruiscono rischiando di rivedere a ribasso i diritti dei lavoratori”. Questo significa dunque che chi sottoscrive dei contratti e sottopaga i lavoratori, non avrà diritto agli incentivi: “Con questo decreto noi diciamo da una parte sì al salario giusto, dall’altra anche sì a una contrattazione”, rivendica Meloni.

 

Il nuovo Decreto è il risultato di un “confronto ampio e di una profonda riflessione politica, supportato da un’importante dotazione di risorse finanziarie”, assicura la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone. L’obiettivo è quello di non “leggere il libro dalla fine”, ovvero non limitarsi a guardare solo il dato finale, ma valutare ogni singolo aspetto di un contratto e pesare ogni intervento. La scelta politica è chiara: legare gli incentivi previsti dal decreto ai contratti collettivi nazionali (CCNL) sottoscritti dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative. “Non ci si ferma però alla sigla: per definire il concetto di ‘salario giusto’, il governo fa riferimento al trattamento economico complessivo garantito dal contratto”. E in effetti, conferma Meloni, le interlocuzioni con le parti sociali sono “costanti” anche se “non ufficiali”.

Interventi significativi, sottolinea la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, sono quelli dedicati alle donne: “Abbiamo introdotto uno sgravio contributivo per le aziende che mettono in campo strumenti per la conciliazione tra lavoro e vita familiare e abbiamo proprio a questo scopo reso operativa una certificazione per le aziende e le organizzazioni”. I congedi parentali coperti all’80%, ad esempio, sono stati portati a tre mesi: “E’ una misura molto concreta, molto economica, perché per un lavoratore che guadagna 35.000 euro l’anno, vale un beneficio di circa 4.000 euro”, spiega Meloni.

 

Per tutto il 2026 sono stati introdotti esoneri contributivi fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato: fino a 650 euro al mese, che salgono a 800 euro per le donne residenti nelle regioni della Zes unica per il Mezzogiorno, con durata massima di 24 mesi. E’ previsto un limite di spesa di 26,5 milioni di euro per l’anno 2026, di 63,7 milioni di euro per l’anno 2027 e di 51,3 milioni di euro per il 2028. Per gli under 35, con il bonus giovani e il bonus Zes c’è un esonero totale dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati, con esclusione di quelli dovuti all’Inail, fino a 500 euro al mese per lavoratore e fino a 650 euro se nell’ambito della Zes. Per questo, sono stanziati 109,7 milioni di euro per il 2026, 252,4 milioni per il 2027 e 135,4 milioni per il 2028, più altri 26 milioni di euro per il 2026, pari a 60 milioni di euro per il 2027 e 34 milioni per il 2028 per la Zes. Per la stabilizzazione dei rapporti a termine, ci sono incentivi per trasformare contratti brevi in rapporti a tempo indeterminato, in particolare per i giovani alla prima occupazione stabile, anche in questo caso è riconosciuto un sgravio contributivo fino a 500 euro al mese.

 

Dal suo insediamento, ribadisce la premier, si è raggiunto il record di numero di occupati in Italia, “il tasso di occupazione femminile non è mai stato così alto, la disoccupazione sia giovanile che generale è ai minimi da sempre”. La prima ministra chiarisce che ad aumentare è stato soprattutto il lavoro stabile, è diminuita la precarietà, è cresciuta la percentuale del Lavoro full time, è diminuita quella del part time e i numeri ISTAT certificano che “rispetto all’inizio della legislatura noi abbiamo quasi 1,2 milioni di occupati in più e oltre 550 mila precari in meno”. A tre giorni dall’1 maggio, scandisce Meloni, “oggi più di ieri l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.

L’Italia prenota stoccaggi di gas per il 90%. Pichetto: “Siamo in estrema sicurezza”

L’Italia prenota stoccaggi di gas per il 90% delle sue capacità. Secondo Snam, le ultime aste hanno consentito di raggiungere un quantitativo complessivo assegnato da 17,5 miliardi di metri cubi su una capacità totale di poco superiore a 19 miliardi di metri cubi, tra disponibilità fisica di gas già presente all’inizio della campagna di iniezione e i quantitativi allocati da contratto.

Al momento, con la campagna di riempimento in corso, il gas fisicamente presente nei siti di stoccaggio italiani è pari a oltre il 46,5% della capacità disponibile, a fronte di una media europea del 30,6%. Nei prossimi mesi, fino a ottobre 2026, gli operatori che hanno prenotato la capacità dovranno, secondo un piano di riempimento che deve rispondere alle esigenze tecniche dei siti di stoccaggio, acquistare il gas ed iniettarlo all’interno dei siti.

Gli stoccaggi italiani “ci collocano in una posizione di estrema sicurezza”, riferisce Gilberto Pichetto Fratin. Per riempiere fino al 90% prenotato, il sistema italiano dovrà acquistare un quantitativo di gas pari a circa 9 miliardi di metri cubi, “molto meno di altri grandi paesi europei che hanno livelli di riempimento degli stoccaggi inferiori ai nostri”, rivendica il ministro, che assicura un monitoraggio della situazione per favorire un coordinamento tra paesi membri nella campagna di riempimento ed “evitare la concentrazione degli acquisti di gas negli stessi periodi”.

Dopo essere stata in Algeria il mese scorso per assicurare all’Italia un incremento dei flussi di gas dal Paese nordafricano, e dopo il blitz nel Golfo alla vigilia di Pasqua, la premier Giorgia Meloni volerà a Baku, in Azerbaigian il 5 maggio per garantire che l’Italia non abbia contrazioni nell’approvvigionamento. Un viaggio annunciato in Parlamento il 9 aprile, durante l’informativa alle Camere sull’attività di governo, ricordando di essere stata nel Golfo “per assicurare gli approvvigionamenti energetici, in particolare di petrolio, indispensabili da un’area che garantisce circa il 15% del nostro fabbisogno nazionale”. Con lo stesso spirito, ha aggiunto, “mi ero anche recata in Algeria per rafforzare con il Presidente Tebboune la partnership strategica che lega le nostre nazioni, e concordare con le autorità di Algeri l’aumento delle forniture di gas naturale verso l’Italia. E così farò recandomi, presto, anche in Azerbaigian, ma anche sostenendo lo sviluppo di risorse energetiche assieme ai partner del continente africano”.

In vigore tregua di 10 giorni tra Libano e Israele. Teheran: “Hormuz completamente aperto”

E’ scattata alle 23 ora italiana di giovedì la tregua tra il Libano e Israele, come annunciato giovedì dal presidente Usa, Donald Trump. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. “Spero che Hezbollah si comporti in modo corretto e onesto durante questo importante periodo. Sarebbe un momento enorme per loro se lo facessero. Basta uccisioni. Dobbiamo finalmente avere la pace”, ha commentato il tycoon. Il primo effetto immediato della tregua è la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran: “In linea con la tregua in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente libero per il restante periodo della tregua, lungo la rotta coordinata già annunciata dall’Organizzazione Portuale e Marittima della Repubblica Islamica dell’Iran”, ha scritto su X il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi.  Una riapertura, però, che, precisa il presidente Usa Donald Trump, non cambierà il blocco navale nei confronti dell’Iran che “rimarrà pienamente in vigore” fino alla fine dei negoziati.

Secondo quanto riportato da un funzionario della sicurezza israeliana, Israele non ha comunque intenzione di ritirare le proprie truppe dal Libano meridionale durante il cessate il fuoco. Martedì, i due Paesi si erano incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. Giovedì lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato annunciando di voler invitare Netanyahu e Aoun, alla Casa Bianca “per i primi colloqui significativi tra Israele e Libano dal 1983, un periodo ormai lontanissimo”. “Entrambe le parti desiderano la pace, e credo che ciò avverrà rapidamente”, ha scritto.

Nonostante la “buona giornata”, il presidente Usa è tornato ad accusare il nostro Paese, dopo le critiche dei giorni scorsi alla premier Giorgia Meloni e poi a Papa Leone XIV. “L’Italia non c’era per noi, e noi non ci saremo per loro”, ha assicurato a commento di un articolo del 31 marzo di The Guardian sul ‘no’ del nostro Paese all’uso della base di Sigonella.

Oggi intanto la presidente del Consiglio sarà a Parigi per partecipare alla conferenza sul blocco a Hormuz, organizzata da Emmanuel Macron, con Keir Starmer e Friedrich Merz. Al centro, c’è una possibile spedizione europea nello Stretto, per le attività di sminamento. La presenza a Parigi consentirà a Meloni di riaffermare un posizionamento attivo dell’Italia con la coalizione dei volenterosi e di ribilanciare le tensioni con gli Stati Uniti, dopo giorni di attacchi continui del presidente.

L’impegno dei leader europei nello Stretto avverrebbe comunque solo con un cessate il fuoco solido. Ma un’azione dell’Europa per difendere la navigazione è richiesta urgentemente dagli Stati Uniti. Tanto che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha fatto riferimento ai molti alleati che “parlano molto e non fanno nulla”: “Questa è una via navigabile che il commercio americano non utilizza poi così tanto. Noi non dipendiamo dall’energia proveniente dallo Stretto di Hormuz, ma l’Asia sì, e l’Europa sì, e gran parte del resto del mondo sì”, ha sottolineato ricordando che “sentiamo e vediamo i discorsi al riguardo, ma quando quei paesi erano necessari, non non erano al nostro fianco”. Se la situazione dovesse concludersi, “cosa che crediamo accadrà, allora accoglieremmo con favore l’intervento di altri paesi a posteriori”, ammette, avvertendo però che “non si può vivere in un mondo – e questo è un messaggio al resto del mondo e ai nostri alleati – in cui ci si affida semplicemente all’America per fare continuamente il lavoro pesante”. Che gli alleati si impegnino attivamente per liberare lo Stretto sin da subito è una richiesta esplicita: “Non ci contiamo, ma sarebbe meraviglioso se mai si concretizzasse”.

Zelensky a Roma vede Meloni e Mattarella. La premier: “Occidente diviso miglior regalo a Mosca”

Un Occidente diviso e un’Europa spaccata sarebbero “il miglior regalo che potremmo fare a Mosca”. Nel bilaterale con Volodomyr Zelensky, Giorgia Meloni torna ad appellarsi all’unità non solo del Continente ma anche dell’Atlantico. In visita a Roma, il presidente ucraino dopo aver visto la premier si sposta al Quirinale per incontrare il Capo dello Stato.

Meloni ribadisce il sostegno a 360 gradi a Kiev: “un dovere e una necessità”, sottolinea, avvertendo come sia in gioco la sicurezza di tutta l’Europa. Un messaggio ribadito pochi minuti dopo da Sergio Mattarella: “L’Italia sarà sempre al fianco dell’Ucraina”, assicura il presidente della Repubblica. A Palazzo Chigi, Meloni annuncia che l’Italia avvierà una produzione congiunta con Kiev nel comparto della difesa e in particolare sui droni, settore nel quale, sottolinea, “l’Ucraina in questi anni è diventata una nazione guida”. La guerra “è cambiata”, spiega Zelensky, convinto che senza una difesa veramente solida nessuno possa “sentirsi al sicuro”. Per questo, ribadisce, “è importante l’interesse dell’Italia sul ‘Drone deal'”. Ma per il presidente i due Paesi dovrebbero lavorare insieme anche sui sistemi aggiuntivi di contraerea: “La Russia ha continuato gli attacchi anche a Pasqua con centinaia di droni Shahed, abbiamo bisogno assolutamente di sistemi aggiuntivi, di contraerea, per noi sono vitali”, si appella.

Durante l’inverno appena trascorso, particolarmente rigido, l’Italia ha fornito a Kiev caldaie industriali e generatori elettrici per far fronte ai black out dovuti ai continui attacchi russi sulle infrastrutture energetiche. Bombardare strutture civili è stato particolarmente crudele da parte della Russia, mettono in luce Zelensky e Mattarella al Colle, secondo quanto si apprende. Ora, informa la premier, l’Italia si sta concentrando sull’invio di macchinari medici, specialmente per i reparti di maternità.

L’appoggio al Paese attaccato continuerà anche per garantire l’erogazione del sostegno finanziario che è stato deciso dal Consiglio europeo, fondamentale per garantire la sopravvivenza dell’Ucraina perché “chiaramente un’eventuale crisi finanziaria di Kiev produrrebbe danni incalcolabili anche per l’intera stabilità europea”, avverte la prima ministra. Il tema, secondo quanto filtra, è stato affrontato anche nel faccia a faccia Zelensky-Mattarella.

Per Meloni, tenacia dell’Ucraina e sostegno convinto dell’Occidente sono i fattori che hanno consentito che oggi esistano le condizioni per lavorare alla pace e impedito alla Russia di “realizzare il disegno che si era prefissata”: “Invadere l’intera nazione, farla capitolare in pochi giorni, installare un governo fantoccio al posto di quello democraticamente eletto dagli ucraini”.  Zelensky ringrazia Roma per il rispetto verso l’indipendenza e l’integrità territoriale del suo Paese: “Il rispetto è importante quanto la sicurezza. Quando persone e Stati sono rispettati e la sicurezza garantita, possono esistere relazioni veramente dignitose e può essere garantita una vita normale”, scandisce. Rivolto a Mattarella, il presidente ucraino non dimentica di elogiarne la fermezza nel condannare l’aggressione russa. E chiude con un appello: “Non basta che la guerra finisca. Deve finire con una pace giusta”.

Paradosso Cingolani: fatto fuori da Leonardo per colpa di Michelangelo (Dome)

Conferme scontate (Descalzi a Eni e Cattaneo a Enel), siluramenti annunciati (Cingolani da Leonardo), attese per cosa succederà a Terna, l’unico posto ancora scoperto dopo la migrazione di Giuseppina Di Foggia alla presidenza del Cane a sei zampe ma con un indiziato speciale, Pasqualino Monti, fino a ieri al comando di Enav. In un contesto fibrillato dalla situazione geopolitica incandescente e dalle ripercussioni pesantissime post referendum, Palazzo Chigi ha deciso di cambiare pochissimo lo scacchiere delle partecipate. Ma è inutile non sottolineare come il ribaltone di Leonardo faccia parecchio rumore.

Roberto Cingolani, che è stato ministro dell’Ambiente e che vanta un pedigrée internazionale di altissimo livello, dopo tre anni e mezzo di onorata occupazione del ruolo di amministratore delegato ‘paga’ dazio e viene sostituito da Lorenzo Mariani che è da una trentina di anni in azienda – attualmente è alla guida di Mbda, consorzio che si occupa di missili – e ha seguito la nascita e lo sviluppo dei progetti più importanti. Il paradosso – sì, si può chiamare paradosso – è che Mariani era il candidato suggerito da Guido Crosetto, il ministro della Difesa, all’alba di tre anni fa e sul nome di Mariani ci furono tensioni con Chigi. Ora, secondo rumors, pare sia stato proprio Crosetto il più strenuo difensore di Cingolani, ancorché inutilmente, anche perché cambiare la guida di Leonardo in un momento come questo, dove da Difesa è prioritaria, si tratta per lo meno un azzardo. Contenuto però dal fatto, come si diceva, che Mariani conosce tutto e tutti all’interno di Leonardo e quindi l’impatto sarà (dovrebbe essere) abbastanza soft.

La domanda è una sola: perché ‘fare fuori’ Cingolani che nell’ultimo esercizio ha portato l’utile a 1,3 miliardi (+15%) e a una netta crescita dei ricavi (+11%)? La risposta, al di là di alcune scaramucce su nomine interne, sta in un nome: Michelangelo. Per la precisione il Michelangelo Dome, lo scudo spaziale per proteggersi dai missili e dai droni capace con l’intelligenza artificiale di collegare diverse piattaforme, molto simile all’Iron Dome israeliano. Il progetto sarebbe stato portato avanti in eccessiva autonomia da Cingolani, al punto da infastidire la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Di qui la decisione di virare su Mariani, anzi prima di estromettere Cingolani e poi di virare su Mariani.

Il tempo stabilirà se è stata una mossa indovinata o una buccia di banana per un colosso che vanta 50mila dipendenti e 180 sedi in tutto il mondo. Di sicuro Cingolani era e resta una risorsa importante per l’Italia, uno dei pochi che può vantare credibilità fuori le mura e conoscenze di spessore. Ma, a quanto pare, poco empatico con chi sta nella stanza dei bottoni.