aereo

Il futuro green per i voli aerei è (per ora) nell’olio di cucina usato

Se la rivoluzione elettrica nell’automotive è già realtà, e persino le compagnie da crociera stanno seguendo la rotta verso la sostenibilità, c’è da chiedersi quando decollerà il primo aereo eco-friendly. Non si tratterebbe solo di una sfida tecnologica o di piani aziendali per migliorare la reputazione ambientale. Ma di una necessità. Al di là dei toni allarmistici, i dati dell’Air Transport Action Group (Atag) dicono che nel 2019 (ormai anno di riferimento pre-pandemico), i voli aerei globali hanno prodotto qualcosa come 915 milioni di tonnellate di CO2, ovvero il 2,1% delle emissioni totali causate dagli esseri umani. L’aviazione pesa inoltre per il 12% sul totale delle emissioni generate dai trasporti (al primo posto, con il 74%, c’è quello stradale). Dovrebbero bastare anche solo questi dati per spingere le compagnie aeree e le istituzioni a tracciare una rotta che obblighi il settore ad una svolta green. Ma c’è di più, considerando il proverbiale rapporto costi/benefici. Un volo passeggeri infatti registra mediamente una capienza vicina all’83%, molto di più di altri sistemi di trasporto. In più i combustibili alternativi, in particolare quelli per aerei sostenibili (Saf, sustainable aviation fuel), sono stati identificati come ottimi candidati per aiutare a raggiungere gli obiettivi climatici del settore. Nella fattispecie, Atag ha fissato al 2050 il limite per raggiungere quota zero emissioni. Mancano poco meno di tre decenni ma il piano appare già ambizioso, considerando il settore. Eppure l’industria aeronautica ha già investito globalmente oltre 1 trilione di dollari dal 2009 per migliorare le proprie flotte e dotarle di mezzi più efficienti. Tale adeguamento ha consentito di risparmiare almeno 80 milioni di tonnellate di CO2. Aumentano inoltre di anno in anno gli investimenti in ricerca e sviluppo. Non solo sulle forniture tecnologiche, ma anche nel campo dei carburanti: i primi test per bio-carburanti destinati all’aviazione sono cominciati nel 2008. Da allora è stato dimostrato che le fonti derivate da Saf come alghe, jatropha o olii di scarto di origine bio (come l’olio da cucina usato) riducono l’impronta di carbonio del carburante per aerei fino all’80%.

SCARTI PREZIOSI. Attualmente il carburante più utilizzato sui voli commerciali è il jet fuel, a base di cherosene (derivato del petrolio più conveniente ed efficiente dell’Avgas, la benzina avio). Ma alcune compagnie aeree, tra cui i colossi Klm, Boeing e Lufhtansa, hanno già cominciato a miscelare il Saf con combustibile fossile per alcuni voli di prova. La sostituzione completa del carburante da qui al 2050 avverrà ovviamente in modo graduale, anche perché la capacità di produzione disponibile nel mondo è molto limitata. Secondo l’Organizzazione internazionale dell’Aviazione civile (Icao), nel 2021 sono stati prodotti circa 5 milioni di tonnellate di Saf a fronte di un fabbisogno annuo mondiale di oltre 140 milioni di tonnellate. Senza contare che il Saf è almeno 2-3 volte più costoso del carburante tradizionale. La stessa Icao ha promosso lo schema Corsia (Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation), per la regolazione delle emissioni di CO2 dall’aviazione civile tramite utilizzo del Saf. Prevede tre fasi (le prime due 2022-2023 e 2024-2026 a partecipazione volontaria, la terza obbligatoria per tutti gli Stati partecipanti dal 2027 al 2035). Finora 107 Paesi hanno adottato lo schema (Italia compresa), e dal 2023 tale numero dovrebbe salire a 114.

LE ALTERNATIVE. Le rotte che l’industria aeronautica può percorrere verso la sostenibilità sono diverse. Almeno sulla carta. Considerando la tecnologia, l’approdo più immediato sarebbe sull’elettrico, il che significherebbe azzerare di netto le e missioni nocive. Troppo bello per essere vero? Dipende. Al momento il problema più grosso è lo stoccaggio delle batterie, troppo pesanti e ingombranti per garantire viaggi di media e lunga percorrenza e soprattutto per imbarcare centinaia di passeggeri o tonnellate di merce. Le sperimentazioni in corso prevedono per ora viaggi mediamente brevi per 4-5 persone. Quanto all’idrogeno, sarebbe la soluzione più conveniente dal punto di vista ambientale, ma anche qui l’ostacolo da superare è l’ingombro di stoccaggio sui velivoli, 3-4 volte superiore di quello del carburante tradizionale. Ciò nonostante, Airbus ha già annunciato di voler inaugurare il primo aereo a idrogeno entro il 2035. Nel frattempo, l’Europa spinge sulla svolta sostenibile. Con il piano ReFuelEU Aviation inserito nel pacchetto sul ‘Fit for 55’, la Commissione Ue intende aumentare almeno all’85% la quota di combustibili sostenibili entro il 2050, includere idrogeno ed elettricità nei mix di biocarburanti e dar vita a un fondo per l’aviazione sostenibile così da incoraggiare gli investimenti in tecnologie a zero emissioni.

FS

Il grande piano Fs da 190 miliardi punta tutto sulla sostenibilità

Tra i piani industriali più ambiziosi e orientati alla sostenibilità degli ultimi anni c’è sicuramente quello di Ferrovie dello Stato. Un progetto da 190 miliardi per dieci anni (2022-2031), presentato a maggio, che ha l’obiettivo di rendere il trasporto “multimodale e più sostenibile“, usando le parole dell’Ad Luigi Ferraris. Si tratta di contribuire concretamente alla transizione ecologicanon solo rendendo più attrattivo l’uso del treno, il mezzo più ecologico per eccellenza, ma anche autoproducendo da fonti rinnovabili almeno il 40% del nostro consistente fabbisogno energetico“, ha spiegato Ferraris.

Tra i goal fissati c’è l’incremento, fino al raddoppio sul 2019, del trasporto merci su ferro (al momento solo il 6% viaggia su rotaia) e la necessità di rendere le infrastrutture ferroviarie e stradali più accessibili, integrate efficacemente fra loro e resilienti, aumentando la dotazione anche per ridurre il gap tra Nord e Sud del Paese. Il Piano prevede una profonda ridefinizione della governance e una nuova struttura organizzativa, su quattro poli: Infrastrutture, Passeggeri, Logistica, Urbano. Per attuarlo, il Gruppo ha messo in preventivo 40mila assunzioni.

Attenzione particolare sarà data all’eco-transizione, con attività di efficientamento e riduzione dei consumi, unite a nuove iniziative per valorizzare i propri asset installando impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Le attività del Gruppo, al momento, richiedono un consumo di energia annuo elevato, pari a circa il 2% della domanda nazionale. Per questo saranno investiti 1,6 miliardi di euro per produrre 2 GigaWattora di capacità rinnovabile per una copertura del fabbisogno di energia fino a sfiorare la metà del totale, circa 2,6 TeraWattora con un risparmio per il sistema paese da centinaia di milioni di euro. Un’organizzazione dedicata che avrà il compito di gestire l’energy management. Il Gruppo ha a disposizione oltre 30 milioni di metri quadri di aree o tetti dove sistemare impianti fotovoltaici.

Il piano punta alla riduzione delle emissioni di CO2 di circa 7,5 milioni di tonnellate annue grazie alle iniziative di business e allo shift modale verso il ferro: passaggio che, nel trasporto passeggeri, permetterà una riduzione di circa 2,8 milioni di tonnellate all’anno; mentre in quello merci la diminuzione sarà di circa 2,9 milioni di tonnellate annue.

Il gruppo Fs vuole essere Carbon Neutral entro il 2040“, ha ribadito la presidente, Nicoletta Giadrossi. “ll nostro gruppo è un operatore sistemico di mobilità a servizio dello sviluppo sostenibile del Paese. La sostenibilità è al cuore della nostra missione e ha dato forma alla nostra strategia, un cambiamento che dura deve essere sostenibile“.

I nuovi treni saranno più connessi: dovranno avere obbligatoriamente climatizzazione, prese per la ricarica delle biciclette elettriche, sistemi per la rilevazione del numero dei passeggeri a bordo, videosorveglianza interna ed esterna attraverso telecamere e monitor, e appunto una rete WiFi utilizzabile dai passeggeri. Sull’alta velocità – da Torino a Napoli e verso Venezia – Fs vuole garantire una connessione ad alta velocità, di tipo 4G.

La Cop27 chiude ai supplementari: sì a fondo ‘loss & demage’, ma delusione sulle emissioni

Dopo negoziati difficili che si son protratti oltre il previsto, la Cop27 si è conclusa domenica con un testo molto contestato sugli aiuti ai Paesi poveri colpiti dal cambiamento climatico, ma anche con il fallimento nel fissare nuove ambizioni per la riduzione dei gas serra. La conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si è aperta il 6 novembre a Sharm el-Sheikh, in Egitto, è diventata una delle Cop più lunghe della storia quando si è conclusa all’alba di domenica. “Non è stato facile“, ma “abbiamo finalmente compiuto la nostra missione“, ha dichiarato il suo presidente, il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry. E’ stata adottata una dichiarazione finale, frutto di molti compromessi, che chiede una “rapida” riduzione delle emissioni, ma senza nuove ambizioni rispetto alla Cop di Glasgow del 2021. “Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questa è una domanda a cui questa Cop non ha risposto“, ha lamentato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. L’Unione Europea si è detta “delusa“, mentre il primo ministro britannico Rishi Sunak ha chiesto di fare “di più“.

Tuttavia, questa edizione è stata segnata dall’adozione di una risoluzione definita storica dai suoi promotori, sul risarcimento dei danni causati dal cambiamento climatico ai Paesi più poveri. Questo ‘loss and damage’ ha quasi fatto deragliare la conferenza prima che venisse raggiunto un compromesso all’ultimo minuto. Sebbene il testo lasci molte domande senza risposta, è d’accordo in linea di principio sulla creazione di un fondo specifico. “Le perdite e i danni nei Paesi vulnerabili non possono più essere ignorati, anche se alcuni Paesi sviluppati hanno deciso di ignorare le nostre sofferenze“, ha dichiarato Vanessa Nakate, attivista giovanile ugandese. Il Dipartimento per l’Ambiente del Sudafrica ha accolto con favore i “progressi“, ma ha chiesto “azioni urgenti” per “garantire il rispetto degli obblighi dei Paesi sviluppati“. Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto un vertice a Parigi prima della Cop28 a Dubai alla fine del 2023, per “un nuovo patto finanziario” con i Paesi vulnerabili.

Anche il testo sulla riduzione delle emissioni è stato fortemente contestato, con molti Paesi che hanno denunciato un passo indietro rispetto alle ambizioni definite nelle conferenze precedenti. Questo include l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi: limitare il riscaldamento a 1,5°C, che è stato comunque riaffermato nella decisione finale. Gli attuali impegni dei Paesi firmatari non consentono di raggiungere questo obiettivo, e nemmeno quello di contenere l’aumento della temperatura entro i 2°C rispetto all’era preindustriale, quando l’uomo ha iniziato a utilizzare i combustibili fossili responsabili del riscaldamento globale su larga scala. Questi impegni, se pienamente rispettati, porterebbero il mondo, nella migliore delle ipotesi, su una traiettoria di +2,4°C nel 2100 e, al ritmo attuale delle emissioni, su una catastrofica di +2,8°C. Tuttavia, con quasi +1,2°C oggi, gli impatti drammatici si stanno già moltiplicando: il 2022 ha visto una serie di siccità devastanti, mega-incendi e inondazioni, che hanno colpito i raccolti e le infrastrutture. Anche i costi sono elevati: la Banca Mondiale stima in 30 miliardi di dollari il costo delle inondazioni che hanno ricoperto d’acqua per settimane un terzo del Pakistan e lasciato senza casa milioni di persone. I Paesi poveri, spesso tra i più esposti ma in genere poco responsabili del riscaldamento globale, chiedono da anni finanziamenti per le perdite e i danni.

Accusato da alcuni di mancanza di trasparenza nei negoziati, l’egiziano Sameh Shoukry ha affermato che non c’erano “cattive intenzioni“. Tuttavia, la battaglia non si concluderà con l’adozione della risoluzione di Sharm el-Sheikh, che rimane volutamente vaga su alcuni punti controversi. I dettagli operativi devono essere definiti per essere adottati alla Cop28, promettendo nuovi scontri. Ciò è particolarmente vero per la questione dei contributori, con i Paesi sviluppati, guidati dagli Stati Uniti, che insistono per includere la Cina. L’inviato degli Stati Uniti per il clima John Kerry ha dichiarato di essere al lavoro per aumentare il contributo degli Stati Uniti a 11 miliardi di dollari, il che renderebbe Washington “il più grande contributore all’economia del clima“. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha tuttavia sottolineato che l’accordo non menziona alcun punto vincolante.

Un’altra questione che ha scosso la Cop è stata quella delle ambizioni di riduzione delle emissioni. Molti Paesi hanno ritenuto che i testi proposti dalla presidenza egiziana fossero un passo indietro rispetto agli impegni assunti a Glasgow di aumentare regolarmente il livello delle emissioni. Per non parlare della questione della riduzione dell’uso dei combustibili fossili, che sono la causa del riscaldamento globale, ma sono appena menzionati nei testi sul clima. Il britannico Alok Sharma, presidente della Cop26, ha affermato che un punto sui combustibili fossili è stato “annacquato all’ultimo momento“.

co2

Ue sempre più insostenibile: aumentano le emissioni di Co2

L’Ue del Green Deal aumenta la sua insostenibilità. Questo almeno suggeriscono i numeri. Nel secondo trimestre del 2022 l’economia a dodici stelle nel suo complesso ha liberato in atmosfera 905 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (CO2-eq), una quantità di gas a effetto serra superiore del 3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Attenzione, però. Eurostat, nel diffondere i numeri, sottolinea come questo incremento tra aprile-giugno 2021 e aprile-giugno 2022 sia il risultato della ‘riaccensione’ dell’economia dei Ventisette dopo lo stop dovuto alla crisi sanitaria. “L’aumento documentato è in gran parte correlato all’effetto della ripresa economica a seguito del forte calo dell’attività dovuto alla crisi Covid-19”.

Ue dunque con più CO2 prodotta, ma rispetto ad una situazione che vedeva il tessuto produttivo non produrre e, quindi, non emettere. Il dato del secondo trimestre 2022 rileva in realtà una riduzione in termini di insostenibilità. Tra gennaio e marzo l’Ue ha prodotto 1.011.276.753 tonnellate di CO2 equivalente. Tra aprile e giugno si registra dunque una riduzione di 106mila tonnellate di anidride carbonica. Se poi si considera il quarto trimestre 2021, dove l’economia Ue ha sprigionato 1.026.134.414 tonnellate del gas clima-alterante, i 905 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti tra aprile e giugno scorsi segnano un -121mila tonnellate nel raffronto.

Dunque l’Ue ha iniziato ad emettere di più, per poi iniziare una parabola discendente nel primo trimestre dell’anno in corso e confermata, ancora di più, nel secondo trimestre. Su questa tendenza di riduzione l’istituto di statistica europeo non si pronuncia, ma va considerato come a fine febbraio sia iniziata l’aggressione russa all’Ucraina, tuttora in corso. Possibile che le ricadute economiche abbiano iniziato a ‘spegnere’ nuovamente la produzione. Le recenti previsioni economiche della Commissione europea del resto confermano come la guerra abbia fermato la crescita.
Ad ogni modo tra aprile e giugno 2022 i settori economici responsabili della maggior parte delle emissioni di gas serra sono stati manifatturiero (23%), fornitura di energia elettrica e gas (19%) e famiglie (17%), seguiti da trasporti e stoccaggio (14%) e agricoltura (13%).

La moda ammette: “Impossibile ridurre emissioni del 30%”

L’industria della moda si è impegnata a dimezzare le proprie emissioni di gas serra entro il 2030, ma alla Cop27 in Egitto, i rappresentanti dell’industria hanno ammesso che questo obiettivo sarà molto difficile da raggiungere. Nel 2018, circa 30 marchi di moda avevano firmato la Fashion Industry Charter for Climate Action alla Cop24 di Katowice, in Polonia, impegnandosi a ridurre le proprie emissioni del 30% entro il 2030 e a raggiungere la carbon neutrality nel 2050. A novembre 2021, poi, era stato fissato un nuovo e più ambizioso obiettivo di dimezzare le emissioni entro la fine del decennio.

Attualmente più di cento aziende hanno aderito a questa carta, inclusi giganti della moda come la svedese H&M e la spagnola Inditex, proprietaria di Zara, o marchi sportivi come Adidas e Nike. L’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050 rappresenta una sfida importante per le imprese, soprattutto per quelle che hanno lunghe catene di approvvigionamento, inclusi fornitori e produttori sparsi in tutto il mondo. “Ci siamo riusciti? Certo che no. Siamo sulla strada giusta? Direi ‘forse’“, ha ammesso Stefan Seidel, responsabile dello sviluppo sostenibile del marchio Puma, durante una tavola rotonda alla Cop27.

Nel 2018 il settore è stato responsabile del 4% delle emissioni globali di gas serra, equivalenti alle emissioni totali di Regno Unito, Francia e Germania, secondo i dati elaborati dalla società di consulenza McKinsey. Circa il 90% delle emissioni dell’industria della moda è prodotta dai fornitori, come ricorda la Global Fashion Agenda. La conversione di tutte le catene di produzione e l’imposizione di standard climatici ai fornitori di materie prime e alle fabbriche di abbigliamento è un compito “enorme“.

Ad esempio, H&M ha più di 800 fornitori e la verifica di ogni aspetto della filiera è molto difficile. Marie-Claire Daveu, che è responsabile dello sviluppo sostenibile del gruppo Kering – che comprende marchi di lusso come Gucci e Yves Saint-Laurent – ha ammesso la difficoltà di “cambiare le filiere” e invita alla “collaborazione”.

Ali Nouira, produttore egiziano, ha presentato alla Cop27 le difficoltà dei fornitori, ad esempio in una regione come la sua dove non esistono organismi di certificazione. “Quando produciamo, dobbiamo avere tutte le certificazioni, in particolare quella relativa all’impronta di carbonio, e per un piccolo marchio proveniente dall’Egitto è estremamente difficile e costoso“, ha spiegato.
Ma come ha ricordato Nicholas Mazzei, responsabile del dipartimento di sviluppo sostenibile di Zalando, uno dei maggiori brand di vendita online, “nei Paesi sviluppati la mentalità è già cambiata” e così, ad esempio, “alcune grandi banche offrono tassi di interesse più bassi alle aziende che si impegnano per un obiettivo di emissioni nette zero“. Ma per i fornitori la strada per la transizione è ancora lunga.

emissioni industriali

L’Onu lancia un sistema di allerta satellitare sulle emissioni di metano

Un sistema di rilevamento e di allerta dallo spazio per arginare le emissioni di metano è stato presentato dall’agenzia ambientale dell’Onu a Sharm-el Sheikh, in Egitto, dove è in corso la 27esima conferenza sul clima. Il programma satellitare, che si chiama ‘Methane alert and response system (Mars)’, sarà “il primo sistema globale e pubblico in grado di collegare in modo trasparente il rilevamento del metano a un processo di notifica”, spiega l’agenzia delle Nazioni Unite. Il metano è un potente gas serra, che contribuisce per almeno un quarto al riscaldamento climatico. Anche se è più potente della Co2, la sua durata nell’atmosfera è molto più breve – 12 anni contro secoli – quindi la riduzione delle sue emissioni potrebbe portare a risultati rapidi. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change, è necessario ridurre le emissioni di almeno il 30% entro il 2030 per evitare di superare il limite di temperatura di 1,5°C. Circa la metà delle emissioni di metano sono legate all’attività umana, in particolare all’industria petrolifera e del gas e all’agricoltura.

Ma come funzionerà il sistema dell’Onu? I satelliti saranno in grado di identificare grandi perdite di questo gas e i governi e le aziende saranno avvisati immediatamente in modo da poter agire subito. Potranno inoltre beneficiare di consigli su come risolvere il problema. “La trasparenza è una parte vitale della soluzione per risolvere il problema del metano e questo nuovo sistema aiuterà i produttori a rilevare le perdite e a fermarle senza indugio se e quando si verificano”, ha spiegato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia.

Le Ong si aspettano una dichiarazione congiunta dell’Unione Europea e degli Stati Uniti durante la Cop27 per lanciare un’iniziativa finalizzata a ridurre le emissioni di metano da parte dei principali Paesi importatori ed esportatori di petrolio e gas. “Tagliare il metano è l’opportunità più rapida per ridurre il riscaldamento e mantenere a portata di mano 1,5°C, e questo nuovo sistema di allerta e risposta sarà uno strumento fondamentale per aiutare tutti noi a rispettare il Global Methane Pledge”, ha affermato John Kerry, inviato Usa per il clima.

Joe Biden approda alla Cop27: Raggiungeremo obiettivi climatici entro 2030

La crisi climatica minaccia “la vita stessa del pianeta“. Con questo presupposto il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è volato da Washington a Sharm el-Sheikh per intervenire alla Cop27 e invitare “tutti i Paesi a fare di più” per ridurre le emissioni di gas serra. “La crisi climatica riguarda la sicurezza umana, economica, nazionale e la vita stessa del pianeta“, ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca, elencando i disastri legati al clima che si sono moltiplicati negli ultimi mesi in tutto il mondo. Portando come esempio il suo colossale piano di investimenti per quasi 370 miliardi di dollari proprio nel clima, ha assicurato che gli Stati Uniti raggiungeranno l’obiettivo di ridurre le emissioni del 50%-52% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005. Anche perché, ha spiegato, la guerra in Ucraina “non fa che rafforzare l’urgenza per il mondo di uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili“, ha aggiunto. E, in estrema sintesi, “una buona politica ambientale è una buona politica economica”.

Tutti i Paesi devono fare di più. In questo incontro, dobbiamo rinnovare e innalzare le nostre ambizioni climatiche“, ha insistito, mentre gli attuali impegni dei vari Paesi lasciano il pianeta sulla strada di un riscaldamento catastrofico di 2,8°C, secondo le Nazioni Unite. Anche per questo gli Usa sono rientrati nell’Accordo di Parigi, da cui erano usciti sotto la presidenza Trump. Fatto per il quale Biden ha voluto scusarsi con la platea della Cop27.

Ma le scuse non bastano, è il momento di agire con più alte ambizioni. Prime su tutte, quelle sull’abbattimento delle emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, di cui gli Stati Uniti sono i maggiori produttori e consumatori al mondo, che secondo gli ultimi rapporti raggiungeranno nuovamente i massimi storici nel 2022. Anche per questo Biden ha annunciato un nuovo piano di riduzione del metano con tagli di almeno il 30 per cento al 2030, per mantenere l’aumento delle temperature entro 1,5 gradi centigradi aumentando al contempo la sicurezza energetica.

Su un’altra questione, quella degli aiuti insufficienti ai Paesi poveri in prima linea contro il cambiamento climatico, il Presidente degli Stati Uniti è stato invece molto cauto. Washington non ha ancora rispettato gli impegni assunti con la promessa dei Paesi ricchi di fornire 100 miliardi di dollari all’anno di finanziamenti ai Paesi più poveri per combattere le emissioni e adattarsi al cambiamento climatico. Biden ha ribadito la sua promessa di 11,4 miliardi di dollari, ma una futura maggioranza repubblicana al Congresso potrebbe bloccarla, anche se il partito presidenziale ha evitato la prevista debacle nelle elezioni di metà mandato di questa settimana. Come “acconto”, ha promesso 150 milioni per progetti di adattamento in Africa, ma si è astenuto dal menzionare le ‘perdite e i danni’ già subiti dai Paesi in prima linea, spesso tra i più poveri, uno dei temi al centro di questa Cop.

demografia

Tra le conseguenze del crollo demografico non solo la riduzione del Pil. Cala anche l’inquinamento

Al Meeting di Rimini di fine agosto Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, aveva posto l’accento sulla crisi demografia e sulle relative conseguenze socio-economiche: “Al primo giugno di quest’anno i residenti in Italia sono 58,87 milioni, fra dieci anni avremo perso 1,2 milioni di persone. Nel 2052 perdiamo 5 milioni di persone, se andiamo al 2070 perdiamo 11 milioni di persone”. E così se “Il Pil di oggi è circa sui 1.800 miliardi di euro, nel 2070 avremo qualcosa come 1.200 miliardi, cioè 560 miliardi in meno, ossia un 32% di Pil in meno solo per il cambiamento di carattere demografico”.

Meno persone, è evidente, significa meno attività, meno consumi e pure meno inquinamento. In effetti il parallelismo tra demografia ed emissioni si può evincere in base a quello che è successo negli ultimi 15 anni. Secondo i dati Ispra, In Italia nel 2019 (il 2020 è stato un anno anomalo causa pandemia) le emissioni totali di gas serra, espresse in CO2 equivalente, sono diminuite del 19% rispetto all’anno base (il 1990 preso a riferimento anche dalle politiche green europee), scendendo da 519 a 418 milioni di tonnellate di CO2. E questa riduzione è stata riscontrata in particolare dal 2008, scrive Ispra, come “conseguenza sia della riduzione dei consumi energetici e delle produzioni industriali a causa della crisi economica e della delocalizzazione di alcuni settori produttivi, sia della crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico) e di un incremento dell’efficienza energetica”.

Anche la crisi demografica è “precipitata nel 2009”, ricordava ultimamente Rino Agostiniani, vicepresidente della Società italiana di pediatria (Sip), conducendo “a un calo di circa un quarto delle nascite negli ultimi 10 anni”.

Utilizzando dunque come metro di paragone il consumo pro capite di tonnellate di C02 possiamo presumibilmente stabilire di quanto diminuiranno le emissioni nei prossimi anni, considerando le proiezioni sulla popolazione fornite da Istat e un calcolo realizzato dal costruttore di caldaie Vaillant e dall’Università di Milano, secondo il quale ogni italiano produce in media ogni anno 5,5 tonnellate di anidride carbonica: oltre un terzo dai trasporti, un altro terzo dall’alimentazione e dai rifiuti, il resto dal riscaldamento (25%) ed illuminazione ed elettrodomestici (5%).

Fra trent’anni, nel 2052, in Italia si potrebbero dunque respirare 27,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno in meno (-6,5% rispetto alla quota del 2019), mentre nel 2070 il crollo dell’inquinamento dovrebbe aggirarsi sui 60 milioni di tonnellate di anidride carbonica (quasi -15%). Il tutto senza fare niente sul fronte ambientale.

emissioni gas serra

Gas e carbone spingono ai massimi il costo delle emissioni

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha chiesto ai microfoni del Tg5 la sospensione dei certificati ETS (quelli che dovrebbero permettere la riduzione delle emissioni di CO2), in quanto rappresentano un costo in questo momento insostenibile per le imprese italiane.

Nato nel 2005, il sistema europeo delle quote di emissione (Emissions Trading System o ETS) opera secondo una logica cap & trade, in cui si stabilisce un tetto (cap) al numero di quote che vengono messe a disposizione ogni anno per gli operatori appartenenti ai settori assoggettati. Considerato il vincolo, ogni operatore deve restituire annualmente un numero di quote pari alle emissioni prodotte per evitare pesanti multe. Chi invece si trova in deficit, può acquistare le quote mancanti in asta (da uno degli Stati membri della Ue) o sul mercato da operatori in surplus o da soggetti terzi abilitati.

Da quando Bruxelles ha varato il Fit for 55, ovvero la corsa a ridurre velocemente le emissioni, i prezzi delle quote di carbonio hanno iniziato a prendere il volo fino a raggiungere il massimo storico di oltre 99 euro/tCO2e il 19 agosto, a seguito di un taglio all’offerta all’asta ad agosto combinato con una domanda rialzista. Quel giorno i contratti futures EU Allowance per la consegna di dicembre 2022 sono saliti a 99,14 euro/tonCO2e, il valore infragiornaliero più alto mai registrato per il contratto futures di dicembre alla borsa ICE Endex. Alle 15 il prezzo è sceso a 90 euro, ma visto il future con consegna dicembre 2024 (98,55 euro) la tendenza intimorisce gli imprenditori.

Il picco del 19 agosto, che tanto preoccupa Bonomi, deriva dal fatto che le condizioni di siccità in Europa quest’estate hanno ridotto la produzione di elettricità da fonti a basse emissioni di carbonio come l’idroelettrico e il nucleare, incrementando la necessità di generazione a gas, che a sua volta aumenta le emissioni di CO2 e la domanda di quote.

Le alte temperature hanno anche aumentato la domanda di condizionatori, aumentando la necessità di elettricità nelle case e negli edifici commerciali e sostenendo i prezzi del gas naturale e del carbone in Europa, hanno fatto sapere da Platts Analytics in un rapporto proprio del 19 agosto. “Il carbone si sta reintegrando nel mix energetico europeo mentre vediamo questi prezzi del gas a lungo termine salire”, ha affermato un analista di un hedge fund energetico al sito magitech.it. “Quindi i generatori a carbone stanno iniziando ad acquistare quote di anidride carbonica per coprire la domanda aggiuntiva che ora si aspettano da uno a tre anni”.

Tuttavia settembre potrebbe vedere i prezzi del carbonio subire pressioni al ribasso mentre l’offerta all’asta dovrebbe tornare a livelli normali. La pressione ribassista – hanno sottolineato a Platts Analytics – si basa su un indebolimento delle prospettive macroeconomiche. L’aumento del costo dell’energia potrebbe anche comportare la chiusura temporanea o il ridimensionamento delle attività di fabbriche e impianti industriali, riducendo di conseguenza la domanda di crediti di carbonio dell’UE. Recessione uguale calo dei consumi, quindi meno richiesta di certificati anti-carbonio.

dipendenti

In Francia il pendolarismo diventa parte della ‘carbon footprint’ aziendale

Le imprese, le amministrazioni e gli enti locali dovranno contabilizzare le proprie emissioni indirette di gas serra nei loro bilanci. Lo prevede un recente decreto del ministro per la Transizione energetica, Agnès Pannier-Runnacher.

Il decreto, firmato il 1° luglio, modifica il perimetro delle indicazioni obbligatorie nei rapporti sulle emissioni di gas serra (BEGES), che aziende ed enti locali sono tenuti a pubblicare (ogni quattro anni per le imprese, tre anni per gli altri enti).

Finora ogni organizzazione aveva l’obbligo di indicare la propria impronta carbonica diretta (Scope2) e quella indiretta (cioè le emissioni indirette da consumo energetico, Scope2). Ora, invece, sarà obbligatorio indicare anche altre emissioni indirette derivanti dalle attività a monte e a valle dell’organizzazione (Scope3).

Si tratta, quindi, di contabilizzare e dichiarare tutte le emissioni indirette significative. Questo include, ad esempio, si legge in una nota del ministero francese, “le emissioni legate all’uso di prodotti venduti da un’azienda, o il pendolarismo dei dipendenti“.

Un’evoluzione del sistema che intende portare aziende, pubbliche amministrazioni e comunità “ad avere una visione più completa della propria impronta climatica e (…) dare priorità alle azioni da intraprendere“.

Sono pochi i Paesi che obbligano le aziende a calcolare e pubblicare il proprio bilancio delle emissioni di gas serra, ma la legislazione si moltiplica, soprattutto per i maggiori emettitori e gruppi quotati in borsa. È il caso del Regno Unito, dove il Companies Act dal 2013 obbliga le aziende a menzionare nella loro relazione annuale la quantità di gas serra emessi dagli ambiti 1 e 2.

In Francia, le aziende con più di 500 dipendenti dal 2010 devono pubblicare e aggiornare la propria relazione sulle emissioni e il proprio piano di transizione ogni quattro anni.

In Giappone l’obbligo in vigore dal 2006 riguarda le imprese di alcuni settori (energia, trasporti) e quelle con più di 20 dipendenti che emettono più dell’equivalente di 3.000 tonnellate di Co2. È stato esteso alle 4.000 aziende più grandi nella primavera del 2022. Discussioni sono in corso anche a Hong Kong per l’attuazione di un piano simile nel 2025.