Maltempo, Figliuolo assicura: “Vogliamo una ripartenza veloce, risarciremo tutti”

Sarà una “ripartenza veloce“, assicura il generale, Francesco Paolo Figliuolo, ma “sempre nel rispetto dei principi della buona amministrazione“. Dalle colonne del ‘Corriere della sera‘, il commissario straordinario nominato dal governo alla ricostruzione in Emilia-Romagna, Toscana e Marche dopo le alluvioni del maggio scorso, entra nel dettaglio di quello che sarà il suo lavoro per riportare alla normalità territori duramente colpiti, a livello sociale, economico e infrastrutturale, dalla furia di vento e pioggia. Eventi che hanno anche innescato forti discussioni nel dibattito politico, sul quale il generale di corpo d’armata non entra, ma alle quali fornisce comunque qualche risposta.

Soprattutto sui fondi: “Risarciremo tutti, bisogna ripartire velocemente“, dice Figliuolo al Corsera. Ricordando che “la presidente Giorgia Meloni si è immediatamente recata sui luoghi colpiti. Le risorse che il governo ha stanziato sono importanti, 4,5 miliardi di euro, di cui circa 2,8 miliardi al momento a disposizione della struttura commissariale“. Di questi fondi, al momento, sono arrivati “sulla contabilità speciale del commissario i primi 876 milioni di euro da destinare alla messa in sicurezza del territorio. Con queste risorse si darà luogo al pagamento immediato dei lavori già effettuati e in corso” e poi “seguiranno a breve gli interventi di ricostruzione, di ripristino e di riparazione per le più urgenti necessità e finalizzati alla messa in sicurezza del territorio, per la tutela della pubblica e privata incolumità. Parliamo di circa 448 milioni di euro per il 2023“.

Per gli interventi di somma urgenza “spese che i Comuni e altri enti attuatori hanno già sostenuto o stanno sostenendo per mettere in sicurezza il territorio, la richiesta complessiva per il 2023 è di 289 milioni di euro, che la struttura rimborserà già a partire dai prossimi giorni“, elenca Figliuolo. “Ulteriori 123 milioni sono per i lavori che termineranno nel 2024 e per i quali il commissario dispone già dei fondi”, mentre “per gli interventi di ricostruzione urgenti finalizzati alla messa in sicurezza del territorio parliamo invece di finanziamenti per circa 1 miliardo e 133 milioni euro, di cui 448 milioni da impegnare nel 2023 e 684 milioni nel 2024. Queste risorse – sottolinea il commissario – sono destinate agli interventi da realizzare in Emilia-Romagna, per un importo di poco più di 1 miliardo e nelle regioni Toscana e Marche per, rispettivamente, 56 e 55 milioni“.

A chi lo ha accusato di essere stato ‘assente’ dai territori quest’estate, Figliuolo replica senza tono polemico: “Già prima della mia nomina a commissario sono stato diverse volte in Emilia-Romagna e ho fatto riunioni nelle Marche e in Toscana. Dal 10 luglio, giorno della mia nomina formale, personalmente e a livello tecnico, sono state svolte molte attività, incontri e riunioni: 6 con i sub-commissari, gli enti attuatori, gli amministratori locali e le parti sociali; 3 riunioni con la Protezione civile; 5 convenzioni con Università e autorità distrettuale bacino del Po; 5 ordinanze, apertura contabilità speciale e richiesta trasferimento fondi solo per citare le più importanti“. E annuncia: “Convocherò formalmente la cabina di coordinamento all’atto della presentazione dei cinque piani speciali.

Con il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, infine, il generale chiarisce che non ci sono attriti. “Con lui, come con i presidenti Giani e Acquaroli, c’è un rapporto istituzionale e professionale ben solido“.

incendi

Emergenza incendi e maltempo, Meloni: “Ora grande Piano di prevenzione idrogeologica”

La conta dei danni è ancora in corso, ma il governo prova ad anticipare i tempi. Nel Cdm arriva solo l’informativa di Nello Musumeci (domani alle 16 il ministro della Protezione civile riferirà anche alla Camera) su quanto sta succedendo al Nord con i violenti nubifragi e al sud con gli incendi, ma a stretto giro di posta sono attese a Roma le ricognizioni delle Regioni propedeutiche al varo dello stato di emergenza per i territori colpiti, che dovrebbe avvenire la prossima settimana. Al momento l’unica ad aver presentato la richiesta è la Lombardia, quantificando i danni in una prima stima di 41,4 milioni di euro, che “andrà confrontata con la Protezione civile”.

Prima di partire per gli Stati Uniti, dove sarà impegnata nella sua prima visita ufficiale alla Casa Bianca, Giorgia Meloni, attraverso i suoi canali social, assicura che l’esecutivo “ha messo in campo tutti i mezzi di cui dispone” ed è all’opera per istruire i provvedimenti e “deliberare le prime risorse”. La premier ammette che “gli incendi e i disastri meteorologici degli ultimi giorni stanno mettendo a dura prova l’Italia” e che “non possiamo che sperare che la riduzione della temperatura in Sicilia e l’attenuazione delle condizioni avverse al Nord rendano nelle prossime ore il lavoro dei soccorritori meno difficile”, ma “non dobbiamo e non possiamo limitarci a questi interventi di emergenza”. Non usa giri di parole: “Usare tutti i mezzi disponibili non significa – lo dico con chiarezza – che noi oggi abbiamo tutti i mezzi necessari“. Serve una soluzione più strutturale, ragion per cui “l’obiettivo di medio termine che il governo si dà è quello di superare la logica degli interventi frammentati, varando un grande Piano di prevenzione idrogeologica“. Il ragionamento parte dalla considerazione che “i continui disastri ai quali abbiamo assistito negli ultimi mesi, da Ischia passando per l’Emilia-Romagna, fino a quello che vediamo in questi giorni, dimostrano che le emergenze saranno sempre più presenti“. Dunque, “dobbiamo lavorare certamente alla transizione, ma anche fare quello che non si ha avuto il coraggio di fare a sufficienza nel passato, cioè lavorare per mettere in sicurezza il territorio”.

Nell’attesa, Meloni annuncia che nella prossima legge di Bilancio “intendiamo aumentare le spese per la manutenzione di veicoli aerei” per il soccorso contro gli incendi. Alcuni dei quali, in questi giorni, sarebbero di origine dolosa: “Polizia e magistratura sono al lavoro per scoprire gli autori. Musumeci corrobora le parole della premier, spiegando che “siamo assolutamente mobilitati e convinti che bisogna mettere al primo posto nell’agenda di governo la messa in sicurezza del territorio, che diventa una priorità“. E dà un colpo di frusta alle polemiche delle ultime ore: “Se qualcuno aveva qualche tentennamento adesso non può non prendere atto di una evidenza assoluta: i negazionisti non possono avere spazio“. Ma allo stesso tempo il ministro avverte che “con le risorse non abbiamo risolto il problema”, ma occorre mettere in sicurezza i territori “perché il tema non è stato considerato di prim’ordine” in passato.

Del resto, il messaggio è chiaro: “Non è un caso isolato quello che è accaduto in questi giorni. Avremo a che fare con questo clima, queste temperature, questi nubifragi. Dobbiamo abituarci a conviverci. O cambiamo noi o saremo costretti a contare i morti e a restare inerti spettatori“. In Consiglio dei ministri, poi, “la ministra Santanchè ha presentato una proposta per i turisti che si sono recati in Sicilia in un momento difficile” mettendo a disposizione “10 milioni di euro per il rimborso dei biglietti aerei ed eventuali prenotazioni alberghiere per quei turisti privi di ogni copertura”, annuncia Musumeci. Specificando che “la misura vale dal giorno in cui è andato in tilt l’aeroporto di Catania“.

Infine, dal Cdm arriva un altro provvedimento per combattere l’emergenza climatica di questo periodo, con il via libera al decreto del ministero del Lavoro sulla tutela dei lavoratori in caso di temperature troppo elevate. Tra i punti principali ci sono 8,6 milioni di euro per la Cassa integrazione ordinaria (Cigo) e 1,4 milioni per l’integrazione salariale prevista nei casi di intemperie stagionali (Cisoa) per i lavoratori agricoli come operai, impiegati e quadri, “dipendenti di aziende agricole rientranti nell’ambito di applicazione della norma”.

Meloni: “Sostenibilità, ma senza smantellare l’economia”. In arrivo il Piano Transizione 5.0

Transizione ecologica sì, ma “con criterio“. All’assemblea generale di Assolombarda, la premier Giorgia Meloni tranquillizza gli industriali e ribadisce che la strategia del governo è quella di puntare a una sostenibilità ambientale che cammini di pari passo con quella sociale ed economica: “Vogliamo difendere la natura, ma con l’uomo dentro – spiega -. Non si può ritenere che per avviare la transizione ecologica si possano smantellare la nostra economica e le nostre imprese”.

Il governo a Bruxelles è impegnato sul nuovo fronte della governance, la riforma del Patto di stabilità e crescita: “La sfida è sugli investimenti. Se l’Europa fa delle scelte strategiche, come transizione verde, digitale ma anche difesa, poi non si possono punire le nazioni che investono su questi temi con regole che non riconoscano il valore aggiunto di quegli investimenti“, afferma la premier. In altre parole, si tratta di scomputare le spese per gli investimenti dal calcolo del rapporto deficit/Pil.

Quanto ai soldi del Pnrr, “li metteremo a terra, costi quel che costi. Faremo tutto ciò che va fatto e metteremo tutti ai remi”, garantisce.

Mi è piaciuto sentire dalle parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: una narrazione diversa nei confronti dell’industria“, plaude il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Approva una visione di investimenti “con l’uomo al centro, che è quindi l’industria 5.0“.

Tra le prime misure che verranno finanziate con i fondi europei, per almeno 4 miliardi di euro, c’è proprio il Piano Transizione 5.0, per “avere un credito fiscale significativo, come quello che si aveva fino al 31 dicembre dello scorso anno per investimenti in green e digitale delle imprese. Fondamentale per incentivare le imprese a investire“, fa sapere il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso.

E’ reduce da un trilaterale importante a Berlino con i ministri di Francia e Germania, Bruno Le Maire e Robert Habeck, sulle materie prime critiche: “Stiamo agendo in sede europea per la politica industriale“, afferma. Lo definisce l’inizio di un nuovo format, in cui Roma, Parigi e Berlino, “le tre grandi economie europee“, decideranno insieme sulle grandi sfide della politica economica e industriale del Continente e sui dossier all’esame delle istituzioni europee, sia per il settore dell’Automotive sia sugli altri dossier che hanno un impatto sul sistema industriale.
Il ministro delle Imprese porterà in Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, nei primi giorni di agosto, anche il ddl sulla microelettronica, che “definirà il Piano Nazionale italiano in similitudine al chips act europeo per fare dell’Italia il paese ideale in cui investire sull’economia digitale e la tecnologia green“.

La politica sui semiconduttori “si inserisce in un piano più ampio che volto a rendere l’Italia competitiva in settori ad alto contenuto tecnologico“, conferma Meloni, che fa sapere di voler dare all’Hi-tech “particolare attenzione“, per attrarre nuove imprese dall’estero ed evitare fughe di quelle che operano in Italia.

L’inizio di agosto sarà anche il momento in cui Urso darà l’avvio ad altri due dossier fondamentali per la politica industriale italiana: il piano nazionale siderurgico per le principali acciaierie italiane (Terni, Piombino, Taranto in testa) e l’accordo con Stellantis sulla transizione per l’automotive. “Penso che nelle prossime settimane sia doveroso e possibile invertire la tendenza. Nello scorso anno in Italia si sono prodotte solo 473mila autovetture, quando 10 o 20 anni fa c’erano ben altri numeri – ricorda il ministro -. Il delta sul mercato interno è di un terzo di produzione nazionale e due terzi realizzate e importate dall’estero. In Francia siamo ai 2/3 di produzione interna, la Germania produce internamente il 119% delle auto. Questo delta italiano va assolutamente ridotto“. E nell’accordo con l’unica casa produttrice di auto in Italia, è convinto, lo spazio per “invertire la tendenza c’è“.

La settimana politico-economica in Italia e Ue: 29-30/6 il Consiglio europeo

Quella che si aprirà lunedì 26 giugno sarà la settimana del Consiglio europeo. Il calendario della politica, dunque, prevede che la presidente del Consiglio riferisca alle Camere prima di salire sull’aereo in direzione Bruxelles. Giorgia Meloni sarà nella stessa giornata, mercoledì 28 giugno, in mattinata alla Camera (alle ore 9) e nel primo pomeriggio al Senato (15.30), per illustrare i temi della riunione e gli obiettivi dell’Italia. Al termine della discussione, poi, ci saranno le varie risoluzioni che le aule di Montecitorio e Palazzo Madama dovranno votare. Ma è fitta l’agenda degli appuntamenti politici ed economici, sia in Italia che in Europa.

ITALIA – Si inizia lunedì 26, alle 14, con il trilaterale in programma a Berlino tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il ministro Federale dell’Economia e della protezione climatica della Germania, Robert Habeck, e il ministro dell’economia, delle finanze e della sovranità industriale e digitale della Francia, Bruno Le Maire, che discuteranno di materie prime critiche e del relativo approvvigionamento. A Roma, invece, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sarà al convegno ‘Artigiani Imprenditori protagonisti della transizione ecologica’, organizzato alle ore 11 dalla Cna, al quale parteciperanno anche la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, l’europarlamentare della commissione Envi, Pietro Fiocchi, l’economista Leonardo Becchetti, il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, e la vicepresidente nazionale della Cna, Elena Calabria. Al Palazzo della Valle della Capitale, a partire dalle ore 9.30, il workshop ‘Farm, Food, Folk! Reshaping Eu Policies on Agri-Food systems’, organizzato da Agronetwork e Confagricoltura. Alle 18, invece, si svolgerà in piazza del Pantheon l’evento promosso da Alleanza Verdi Sinistra, insieme a Possibile e Sinistra Civica Ecologista, dal titolo ‘Su gli stipendi, giù le emissioni’. Alla Triennale di Milano, invece, il think tank The Urban Mobility Council (nato su iniziativa del Gruppo Unipol) organizza il Forum 2023 ‘Energie, Infrastrutture e Industrie per la mobilità a zero emissioni’.

Martedì 27, a partire dalle 9, alla presenza del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, del Re di Spagna, Felipe VI, e del presidente della Repubblica portoghese, Marcelo Rebelo de Sousa, si terrà al Teatro Massimo di Palermo il XVI Symposio Cotec Europa, l’incontro annuale istituzionale tra le Fondazioni per l’Innovazione d’Italia, Portogallo e Spagna, che avrà come tema centrale “L’innovazione nella finanza sostenibile”. Alle ore 11, presso la sala Koch del Senato, il presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Roberto Rustichelli, illustrerà la Relazione annuale sull’attività svolta nel 2022. Alle ore 12, al Lom-Dopolavoro di Milano, il Consorzio di recupero del vetro presenterà i dati dell’ultimo anno sul riciclo del vetro in Italia, illustrando anche i risultati dei bandi Anci-Coreve, che hanno rappresentato il primo intervento strutturale a favore dei comuni per il miglioramento di qualità e quantità di raccolta del vetro.  In giornata, si attende il Consiglio dei ministri, rinviato dalla scorsa settimana, che dovrà passare al vaglio il disegno di legge delega sulle Ricostruzioni.

Mercoledì 28, poi, Ferrovie dello Stato Italiane organizza al Centro congressi Unioni industriali di Torino, dalle 10.30, il Roadshow ‘La Torino che Verrà’ sulle aree di interesse di Fs Sistemi Urbani, organizzato dal Polo Urbano del Gruppo in collaborazione con Scenari Immobiliari. A Roma, alle 11, presso l’auditorium del Mase, è in calendario una conferenza stampa per presentare i primi risultati dell’accordo di programma tra il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Amazon Services Europe Sarl e i consorzi Erp Italia, Erion Weee, Erion Energy per la sperimentazione di un modello di Responsabilità estesa del produttore per gli online marketplace, con specifico riferimento ai Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). L’evento sarà introdotto dalla viceministro, Vannia Gava.

Giovedì 29 inizia, a Bologna, il ‘Festival del Lavoro 2023-Competenze e innovazione, il futuro del lavoro’, che andrà avanti fino al 1° luglio presso il Congress center. La cerimonia d’apertura si terrà alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, e del Presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Tra i 200 speaker, porteranno la loro testimonianza i ministri Anna Maria Bernini, Raffaele Fitto, Francesco Lollobrigida, Matteo Salvini, Gennaro Sangiuliano e Paolo Zangrillo.

EUROPA – Il 29 giugno sarà anche il primo dei due giorni in cui, a Bruxelles, si svolgerà il Consiglio europeo. Secondo quanto emerge dall’ultima bozza delle conclusioni visionata da GEA, al centro delle discussioni ci saranno Ucraina, Net-Zero Industry Act e Critical Raw Materials Act, ma anche competitività e rapporti internazionali, tra materie prime critiche e intelligenza artificiale.
Prima dell’appuntamento dei 27 capi di Stato e di governo Ue, che vedrà la presenza a Bruxelles della prima ministra Giorgia Meloni, martedì è attesa a Roma la commissaria europea per i Trasporti, Adina Vălean, per un incontro con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, una visita alla nuova area di imbarco dell’aeroporto di Fiumicino e (mercoledì 28) la Stazione Alta Velocità di Napoli – Afragola. A Lussemburgo si recheranno invece il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, per il Consiglio Affari Esteri (lunedì 26) e quello per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, per il Consiglio Affari Generali (martedì 27). Diserterà il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il Consiglio Agricoltura e Pesca di lunedì e martedì.

Attenzione anche al Parlamento Ue, dove martedì 27 si terrà il voto-chiave in commissione per l’Ambiente (Envi) sulla legge sul ripristino della natura dopo il caos del 15 giugno, e quello sull’obiettivo di inquinamento zero dell’aria al 2050. A colloquio con gli eurodeputati anche i commissari europei per la Gestione delle crisi, Janez Lenarčič, sugli obiettivi Ue di resilienza ai disastri naturali (martedì 27) e per l’Economia, Paolo Gentiloni, per un dialogo strutturato sulla tassazione e sull’Ira statunitense (mercoledì 28), ma anche il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, per un dialogo economico (giovedì 29). Attesa per martedì la firma dell’Accordo di libero scambio Ue-Nuova Zelanda, mentre dal Collegio dei commissari di mercoledì uscirà la comunicazione sui cambiamenti climatici, il degrado ambientale, la sicurezza e la difesa.

L’ultimo saluto a Berlusconi, oggi i funerali di Stato al Duomo di Milano

Lutto nazionale, lavori parlamentari sospesi e funerali di Stato. La notizia della morte di Silvio Berlusconi ha fatto il giro del mondo, mentre l’Italia inizia a prendere le misure con la scomparsa di uno dei suoi assoluti protagonisti. Oggi alle 15 in Duomo, a Milano, ci saranno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la premier, Giorgia Meloni, l’intera squadra di governo, oltre al commissario, Paolo Gentiloni, in rappresentanza della Commissione Ue, diversi esponenti della politica, del mondo dell’imprenditoria, della società civile e capi di Stato a rendere l’ultimo omaggio all’ex presidente del Consiglio.

Ci saranno anche tanti cittadini, non solo militanti di Forza Italia o del centrodestra, ragione per cui si va verso l’istallazione di maxischermi per assistere anche al di fuori della cattedrale alla funzione che sarà celebrata dall’Arcivescovo del capoluogo lombardo, monsignor Mario Delpini.

Il cordoglio è ampio, anche se non mancano le polemiche sulle iniziative decise per commemorare il Cavaliere. Non tutti, ad esempio, hanno scelto di issare le bandiere a mezz’asta, come hanno fatto invece le sedi istituzionali di Montecitorio, Senato, Palazzo Chigi e di diversi enti locali tra Regioni e Comuni. L’opinione pubblica si divide anche sulla decisione di Camera e Senato di riprendere i lavori dopo il giorno di lutto nazionale.

A Palazzo Madama, inoltre, martedì 20 giugno si terrà la commemorazione in aula di Berlusconi, a partire dalle ore 15, mentre la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio, pur anticipando l’intenzione di fare altrettanto la prossima settimana, non ha ancora stabilito una data precisa.

Anche l’Europa ricorda Berlusconi. Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, istituzione comunitaria di cui il Cav ha fatto parte in questa legislatura, dal 2019 al 2022, annuncia che per i funerali di Stato e il giorno di lutto nazionale dichiarati nel nostro Paese “la bandiera italiana sventolerà a mezz’asta anche davanti alle sedi” di Bruxelles e Strasburgo. Alla commemorazione organizzata dai deputati del Partito popolare europeo, Metsola ha ricordato l’ex premier come “un combattente che ha fondato e guidato il centrodestra Italiano. Padre, imprenditore, eurodeputato, presidente del Consiglio e senatore. Protagonista della politica per generazioni, ha contribuito a passaggi cruciali della storia europea e della Repubblica italiana. Siamo qui per piangere l’uomo che ha lasciato un segno e non sarà dimenticato“.

Meloni in Tunisia: “Impegno Italia per accordo con Fmi. Avanti col Piano Mattei”

Un colloquio “lungo e proficuo” con il presidente Kais Saied; l’impegno di portare avanti la causa tunisina per sbloccare la trattativa con il Fondo monetario internazionale per la concessione di una parte del finanziamento da 1,9 miliardi di euro che potrebbero aiutare il Paese nordafricano nella stabilizzazione; la disponibilità a tornare a stretto giro con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Giorgia Meloni conclude la sua missione lampo a Tunisi con un video diffuso sui suoi social, in cui parla da un pulpito (ma senza la stampa), spiegando l’esito del suo colloquio con il presidente tunisino.

La premier cerca di evitare che il Paese cada in default, circostanza che potrebbe significare per l’Italia un considerevole aumento del flusso migratorio sulla rotta del mare.

Nel pieno rispetto della sovranità tunisina, ho raccontato al presidente Saied degli sforzi che un Paese amico come l’Italia sta facendo per cercare di arrivare a una positiva conclusione dell’accordo tra Tunisia e Fmi, che resta fondamentale per un rafforzamento e una piena ripresa del Paese“, afferma la presidente del Consiglio.

Quella di ieri, conferma, è una visita istituzionale “molto importante“. Ricorda la storica amicizia tra Italia e Tunisia, che “devono saper cooperare insieme sempre di più e meglio” e “in questo periodo di difficoltà” per il Paese ribadisce il “sostegno dell’Italia a 360 gradi, per il bilancio, l’apertura delle reti di credito, lo sviluppo del settore agroalimentare“.

Anche a livello europeo, spiega la premier, l’Italia si è fatta portavoce di un “approccio concreto” per aumentare l’appoggio alla Tunisia sia nel contrasto alla tratta di esseri umani e all’immigrazione illegale, che per un “pacchetto di sostegno integrato, di finanziamenti e di opportunità importanti a cui sta lavorando Bruxelles“.

La cooperazione che sta più a cuore a Meloni è quella sul fronte energetico che, ricorda, si rafforza” grazie al cavo sottomarino Elmed, infrastruttura strategica che lega i due Paesi e consente a entrambi di “diventare hub energetico per i vicini”. Si tratta di un progetto di interconnessione elettrica marittima tra le due sponde del Mediterraneo, promosso da Terna e dall’omologa tunisina Steg, varato all’inizio dell’anno. L’opera prevede un collegamento elettrico subacqueo in corrente continua con una potenza di 600 MW, lungo oltre 200 chilometri e con una profondità massima raggiunta di 800 metri. Per l’Italia, dall’approdo di Castelvetrano, in provincia di Trapani, si arriva alla costa grazie a un cavo interrato che percorre strade esistenti lasciando inalterati ambiente e paesaggio per 18 chilometri fino ad arrivare a Partanna, dove sarà costruita una stazione di conversione da corrente continua in alternata nella stessa area della già esistente stazione elettrica. Dall’approdo italiano il cavo sottomarino raggiunge la costa tunisina attraversando il Canale di Sicilia.

Il cavo Elmed fa parte del ‘Piano Mattei’ che verrà presentato a ottobre, in occasione del Summit intergovernativo Italia-Africa. “E’ un piano – scandisce Meloni – che vuole parlare di una cooperazione non paternalistica, non predatoria, ma paritaria“. Una cooperazione, garantisce, che “offre opportunità per tutti.

Pnrr, a fine febbraio spesi solo 25,7 mld. Meloni: Lo utilizzeremo tutto

Il Piano italiano di Ripresa e Resilienza è il più grande d’Europa. La premier Giorgia Meloni tiene a sottolinearlo, nella relazione semestrale sullo stato di attuazione del Pnrr, condivisa durante la cabina di regia.

Sul tavolo ci sono 191,5 miliardi di euro da spendere e 527 obiettivi da raggiungere, molti dei quali, ribadisce, “estremamente ambiziosi e utili” per ammodernare la Nazione e rilanciare il tessuto sociale ed economico, “sia sul versante interno sia su quello internazionale“.

Lo strumento è “prezioso” e il Governo, garantisce la presidente del Consiglio, intende utilizzarlo “pienamente per portare avanti riforme strutturali, migliorare la competitività del Sistema-Italia e accelerare i processi di innovazione“. Quanto alle scadenze, su quella del 31 agosto “siamo assolutamente nei termini previsti dall’Europa“, garantisce il ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto.

I soldi spesi, al momento, sono però solo una piccola percentuale: al 31 dicembre 2022 risultano rilevate spese sostenute per circa 24,48 miliardi di euro, mentre al 28 febbraio 2023 risultano spese sostenute per circa 25,74 miliardi di euro concentrate su alcune specifiche linee di intervento, solo un miliardo in più. Tra i ministeri, quello dei Trasporti e delle Infrastrutture registra il dato più basso, pari al 12%.

Miglioramenti “sono possibili” per Ignazio Visco, governatore uscente della Banca d’Italia, che ‘riprende’ l’esecutivo durante le considerazioni finali in occasione della pubblicazione della Relazione annuale. Nel perseguimento di eventuali modifiche bisogna, sottolinea, “tenere conto del serrato programma concordato con le autorità europee; al riguardo, un confronto continuo con la Commissione è assolutamente necessario, nonché utile e costruttivo. Non c’è tempo da perdere“. Il Piano rappresenta un “raro, e nel complesso valido, tentativo di definire una visione strategica per il Paese“, sostiene il governatore. Anche per questa ragione, esorta, “oltre agli investimenti e agli altri interventi di spesa, è cruciale dare attuazione all’ambizioso programma di riforme, da troppo tempo attese, in esso contenuto“.

Il piano avanza su più fronti“, assicura Fitto. “Ci sono parti che camminano più rapidamente e parti con maggiore difficoltà. Abbiamo rivisto la governance e c’è un tavolo aperto, abbiamo trovato una convergenza molto positiva con la conferenza unificata, ma alcune questioni sono rimaste aperte continueremo a lavorare“, afferma.
L’obiettivo, per Meloni, è chiaro: “Ottimizzare al meglio l’occasione che arriva dal Pnrr, compiendo scelte strategiche, chiare ed efficaci, velocizzando al massimo le procedure e garantendo che le risorse possano arrivare a terra“.

Dalla parte dell’Italia, c’è la flessibilità che la premier ha ottenuto nel consiglio europeo di febbraio, “un grande risultato di Meloni“, rivendica Fitto, che invita a comparare i risultati italiani a quelli europei: “Al momento solo 5 paesi europei hanno presentato modifiche con il RepowerEu. Inoltre, la complessità del lavoro nella modifica del nostro piano è certamente differente rispetto ad altri Paesi“.

Il piano è il primo strumento comune con il quale l’Unione europea ha deciso di intervenire all’indomani della crisi economica e sociale provocata dalla pandemia. Ma, spiega la premier nella relazione, è nato “in un periodo storico diverso da quello attuale“. Nei mesi successivi, la guerra di aggressione della Federazione Russa all’Ucraina e gli shock energetici, economici e sociali che sono seguiti, “hanno fatto emergere nuove priorità di cui è necessario tener conto e la conseguente necessità di aggiornare il Piano“.

Un aggiornamento, di fatto è il capitolo RepowerEu, nato per rispondere alla crisi energetica: “Un lavoro estremamente delicato che il Governo sta portando avanti con la massima attenzione e con grande responsabilità“, spiega Meloni. “E’ un programma decisivo dal punto di vista geopolitico, perché non è nazionale – aggiunge Fitto -, può essere un ponte collegamento geopolitico per il ruolo italiano nel Mediterraneo” e per questo “rappresenta una priorità di azione“.

La riflessione che il governo fa in cabina di regia è non solo sugli obiettivi che non si sono raggiunti a giugno, che sono “determinati da scelte precedenti a questo Governo“, ribadisce Fitto, ma su tutti gli obiettivi delle prossime scadenze fino a giungo 2026. “Perché modificare o meno un obiettivo intermedio per confermare e mettere in salvaguardia l’intervento complessivo è un risultato, ma la modifica di un obiettivo va accompagnato dalle conseguenze sugli altri obiettivi“, scandisce.

Nessuno scontro con la Corte dei Conti, che il governo dovrebbe incontrare domani a Palazzo Chigi, garantisce Fitto: “Lo scontro di regola si fa in due, sfido chiunque a trovare una sola parola del governo che sia andata contro qualcuno. È evidente che c’è rispetto, così come il governo chiede a tutti i i suoi interlocutori lo stesso rispetto”.

Case Green, Meloni affila le armi: “Scelta irragionevole, ci batteremo”

La battaglia in Europa sulle Case Green si farà. Lo giura Giorgia Meloni, che affila le armi alla Camera. Durante i negoziati in Consiglio, l’Italia era riuscita a ottenere una revisione delle tempistiche per l’adeguamento delle prestazioni energetiche degli edifici, per rendere la transizione più graduale e garantire possibilità di esenzione per alcune categorie. L’Europarlamento però “ha ritenuto di inasprire ulteriormente il testo iniziale e questa scelta che consideriamo irragionevole, mossa da un approccio ideologico, impone al governo di continuare a battersi per difendere gli interessi dei cittadini e della nazione”, assicura la premier, rispondendo al Question Time. Gli obiettivi temporali della direttiva europea “non sono raggiungibili dall’Italia“, rileva la leader di Fdi. Il patrimonio immobilitare del nostro Paese, osserva, è inserito in un contesto molto diverso dagli altri Stati membri per ragioni storiche, di conformazione geografica, “oltre che per una praticata visione della casa come bene-rifugio delle famiglie“.

Ammantarsi di ideali è bello, commenta il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che fa notare come in Italia ci siano 31 milioni di case cui quasi la metà, 15 milioni, sono oggetto di classificazione: “Anche se molte sono escluse perché sotto i 100 metri quadrati, vincolate o per altri motivi, le abitazioni da portare in classe F al 2030 sarebbero comunque circa 5,1 milioni e quelle da portare in classe D al 2033 ammonterebbero a 11,1 milioni“. Per questo chiede di procedere per gradi e questo percorso va valutato a suo avviso dagli Stati nazionali: “Se con il Superbonus, spendendo 110 miliardi, siamo riusciti a intervenire su 360 mila immobili, quanto servirebbe per intervenire entro il 2030 su quasi 15 milioni di unità immobiliari? Si tratterebbe di cifre astronomiche che non possono permettersi né lo Stato né le famiglie italiane“. Questi costi, spiega infatti, sarebbero “caricati sullo Stato o sulle famiglie, in questo caso peserebbero sulle famiglie meno abbienti, quelle in difficoltà”. Ecco perché il responsabile del Mase sottolinea: “E’ una valutazione di razionalità”. A livello europeo “c’è un plenum aperto e c’è una posizione al Consiglio energia di fine ottobre, in cui avevo detto che si potevano prevedere step di controllo al 2033 e al 2040. La posizione di Parlamento e Commissione Ue, invece, non è quella di consentire step ma di un obbligo, addirittura un obbligo individuale. Lo faremo presente a livello europeo, poi essendo la direttiva valuteremo come comportarci”, fa sapere.

Il rischio, per il capogruppo di FI alla Camera, Alessandro Cattaneo, è che crolli l’intero mercato immobiliare:Non possiamo costringere otto milioni di famiglie a sostenere interventi costosi in tempi brevissimi, inapplicabili e irragionevoli“, insiste. La destra è troppo allarmista per il Pd e “continua a negare l’urgenza di affrontare la crisi climatica”: “La direttiva europea per le ‘Case green’ non è un inutile e costoso orpello a danno di inquilini e proprietari, ma il contributo necessario e doveroso di tutti i cittadini per difendere l’ambiente, ridurre le bollette e gli sprechi energetici”, scandisce Chiara Braga, deputata Dem e Segretaria di Presidenza della Camera dei Deputati.Un obiettivo sacrosanto, tanto più in un Paese come il nostro – rileva – che conta 6 milioni di poveri energetici e che ha il patrimonio edilizio più energivoro d’Europa“. Meloni “dimostra ancora una volta di non sapere di cosa parla” per il vicecapogruppo M5s a Montecitorio, Agostino Santillo. Richiama il Superbonus, quella misura che, rivendica, “è l’unica vera soluzione per avviare il percorso della direttiva: lo capirebbe anche un bambino, e l’Italia la aveva già. Anzi, con il 110% si può dire che l’Italia ha tracciato la strada in Europa. Però quella stessa misura ha pagato un peccato originale: è stata ideata dal M5s. Pertanto la Meloni, guidata da ignavia e sete di consenso, l’ha voluta demolire insieme al sodale Giorgetti, che da mesi farnetica su buchi di bilancio inesistenti“. Meloni però non incassa e parla di emergenze e priorità: “La norma ha generato oneri finanziari privi di copertura per decine di miliardi di euro, è state pagata anche da chi non ha ristrutturato casa e perfino da chi una casa non ce l’ha, per efficientare forse il 4% del patrimonio italiano“, denuncia la premier. Poi affonda: “Il Superbonus ha consentito la proliferazione di un mercato opaco e non governato di circolazione dei crediti fiscali a tutto vantaggio non delle imprese che quegli interventi avevano realizzato e per le quali oggi reclamano il pagamento, ma dei vari intermediari anche finanziari intervenuti a raccogliere questi crediti con un prezzo a sconto sul valore nominale, lucrando sul differenziale poi portato all’incasso con l’erario”.

giornata donna

Giornata della donna, con Meloni la svolta ma in agricoltura ancora poche manager

La nomina di Giorgia Meloni a presidente del Consiglio sembra aver rotto, almeno in parte, il cosiddetto tetto di cristallo in Italia. Per la prima volta nel nostro Paese a capo del governo siede una donna. Per la prima volta una donna accede a uno degli scranni più alti del potere. Intorno alla sua elezione si è creato una sorta di ‘contagio’ sulla cui scia si può assestare la vittoria di Elly Schlein a segretaria del Partito democratico. Ma, ciononostante, dati alla mano, se si guarda alle posizioni apicali il gap con gli uomini continua a essere notevole: nella pubblica amministrazione le donne rappresentano il 58,8% del totale dei 3,2 milioni di dipendenti pubblici, ma solo una su tre ha un ruolo manageriale. Una situazione riscontrabile anche in agricoltura: le donne occupate nel settore sono 823.000, ovvero il 30% del totale ma solo il 31% di queste dirige un’azienda agricola.

L’ultimo report pubblicato da Global Perspectives&Solutions di Citi sottolinea come la parità di genere nelle imprese non solo aumenterebbe fino al 3% il Pil mondiale ma porterebbe anche parecchie centinaia di milioni di posti di lavoro. Inoltre, un rapporto della Fao indica che se si aumentasse la conduzione femminile delle aziende del settore nei Paesi in via di sviluppo crescerebbe del 30% anche la produzione, contribuendo alla sicurezza alimentare mondiale.
Nella Giornata internazionale della donna risuona forte l’appello delle associazioni femminili di Cia-Agricoltori italiani e di Confagricoltura: “Più donne nei ruoli apicali”, ribadisce Donne in Campo, invitando tutti a sottoscrivere il ‘Manifesto delle donne per la Terra’. Una Carta dei valori, ma anche un Documento programmatico, per costruire un’alleanza “fortissima” tra le donne di tutto il mondo. Perché oggi, dopo una pandemia globale e con le sfide in atto, da quelle geopolitiche a quelle climatiche, “le donne devono essere là dove si decide”. Quanto all’agricoltura, aggiunge la presidente dell’associazione Pina Terenzi, sebbene rispetto ad altri settori mostri aspetti di minore disparità tra i generi, “tanto resta ancora da fare. In particolare, sarà cruciale accogliere l’idea di futuro che le donne dell’agricoltura veicolano nel loro prezioso lavoro quotidiano, legato strettamente a una visione multifunzionale e sostenibile del settore, che coniuga la produzione di cibo con welfare, comunità, tutela di suolo e paesaggio, salvaguardia di risorse e biodiversità, innovazione”.

Per Alessandra Oddi Baglioni, presidente di Confagricoltura Donna, mentre in Italia vi è un’abbondanza di norme per promuovere l’occupazione e l’imprenditoria femminile, si registra ancora che, concretamente, la loro efficacia è ridotta. In Italia sono più di 200mila le imprese agricole condotte da donne, numerose le under 35, che rappresentano circa un terzo del totale. In generale, nel settore primario, a Sud si concentrano quasi 22 imprese ogni 100, nel Centro-Nord invece solo 11,7. Le imprese agricole femminili hanno sopportato meglio gli effetti derivanti dalla pandemia e il 28% ha aumentato il proprio fatturato rispetto al 20% delle imprese agricole non femminili. Eppure, il ruolo della donna nel settore è spesso invisibile. Soprattutto, ricordano le associazioni, per quanto riguarda i diritti. Alle agricoltrici, come a tutte le lavoratrici autonome, viene riconosciuta solo la maternità obbligatoria (5 mesi), con un’indennità economica insufficiente a coprire le spese di una sostituzione in azienda. Ma, a loro “non vengono riconosciute né la maternità a rischio né il congedo parentale per assistere parenti disabili. Senza dimenticare che il lavoro agricolo non è considerato un’attività usurante”.

Inoltre, a livello globale, secondo la Fao, il numero delle persone che soffrono la fame potrebbe ridursi del 12-17% se le donne delle zone rurali avessero le stesse opportunità degli uomini in termini di accesso alla terra, alla tecnologia, ai servizi finanziari, alla scolarizzazione e ai mercati. Ad affermarlo è stato il ‘Rapporto sullo Stato dell’alimentazione e dell’agricoltura’ del 2011 focalizzato proprio sul ruolo delle donne nell’economia agricola. Secondo quanto riportato dall’analisi, se nei paesi in via di sviluppo ci fosse parità tra i sessi nel settore agricolo la produzione potrebbe aumentare tra il 2,5 e il 4%. Fattore che a sua volta permetterebbe a 100-150 milioni di persone di non soffrire più la fame, con una diminuzione del 12-17% rispetto ai 925 milioni di oggi (906 milioni solo nei paesi in via di sviluppo). Sempre secondo i dati Fao, aggiornati al 2022, le donne rappresentano quasi la metà della forza lavoro in agricoltura, sono le principali responsabili per la cura della casa e dei figli e svolgono spesso compiti poco produttivi, ma molto onerosi, come raccogliere l’acqua e la legna. Di conseguenza, il carico lavorativo della popolazione rurale femminile risulta spesso sproporzionato, poco riconosciuto e in gran parte non retribuito.

Le donne in agricoltura affrontano anche notevoli disparità in termini di accesso alle risorse e condizioni lavorative. Il rapporto della Fao evidenzia, ad esempio, che esse tendono a coltivare terreni più piccoli e di più bassa qualità e possedere un numero inferiore di capi di bestiame; fare minore utilizzo di input quali fertilizzanti macchinari e di servizi finanziari; avere un accesso limitato alle informazioni di mercato e alla formazione; essere impiegate in posizioni meno remunerative e più precarie; non essere adeguatamente rappresentate negli organi decisionali. Come ha concluso la Commissione sulla condizione delle donne delle Nazioni Unite “senza l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne non si possono contrastare il cambiamento climatico e i rischi di catastrofi ambientali.”

Meloni rivendica il ‘pit stop’ Ue sul blocco alle auto a diesel e benzina dal 2035: “Successo italiano”

L’Europa fa un ‘pit stop’ di riflessione sul blocco alla produzione di motori endotermici dal 2035. La notizia fa tirare un sospiro di sollievo all’Italia, che in queste settimane ha messo in campo un’azione politica importante per chiedere flessibilità per evitare contraccolpi pericolosi al sistema industriale nazionale (e continentale), che sarebbe poi inevitabilmente ricaduto sul tessuto sociale del nostro Paese. “Il rinvio, a data da destinarsi, del voto alla riunione degli ambasciatori Ue sul Regolamento che prevede lo stop dal 2035 alla vendita di Auto nuove diesel e benzina è un successo italiano”, rivendica la premier, Giorgia Meloni.

Che sui suoi canali social sottolinea: “La posizione del nostro governo è chiara: una transizione sostenibile ed equa deve essere pianificata e condotta con attenzione, per evitare ripercussioni negative sotto l’aspetto produttivo e occupazionale”. Ecco perché “la decisione del Coreper di tornare sulla questione a tempo debito va esattamente nella direzione di neutralità tecnologica da noi indicata”. La presidente del Consiglio pianta anche un altro paletto quando scrive che è “giusto puntare a zero emissioni di Co2 nel minor tempo possibile, ma deve essere lasciata la libertà agli Stati di percorrere la strada che reputano più efficace e sostenibile”. A suo modo di vedere “questo vuol dire non chiudere a priori il percorso verso tecnologie pulite diverse dall’elettrico”. E la linea dell’Italia, specifica Meloni, ha “trovato largo consenso in Europa.

Soddisfatto anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, secondo cui il rinvio “tiene giustamente conto di una forte resistenza di alcuni Paesi europei, con l’Italia in prima fila, a un’impostazione del Regolamento troppo ideologica e poco concreta”. Per il responsabile del Mase la posizione di Roma è “molto chiara: l’elettrico non può essere l’unica soluzione del futuro, tanto più se continuerà, come è oggi, ad essere una filiera per pochi”. Meglio “puntare inoltre sui carburanti rinnovabili – argomenta Pichetto – è una soluzione strategica e altrettanto pulita, che consente di raggiungere importanti risultati ambientali evitando pesanti ripercussioni negative in chiave occupazionale e produttiva”. La decarbonizzazione dei trasporti, comunque, “resta obiettivo prioritario – aggiunge il responsabile del Mise – e deve tenere conto delle peculiarità nazionali e di tempistiche compatibili con lo sviluppo del settore dell’automotive”. Ma “una transizione sostenibile non è compatibile con la fissazione di una data secca al 2035”.

Esulta su Twitter il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “L’Italia ha svegliato l’Europa. Mi auguro che ora ci sia una riflessione comune per una competitività sostenibile anche nel settore automotive”. Anche perché nel passaggio all’elettrico tout court il rischio è quello di trovarci in “una peggiore e più grave subordinazione alle materie critiche, che sono appannaggio della Cina e dei suoi alleati”. Una preoccupazione, dice, condivisa anche dal ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, in visita venerdì a Roma.

Sul piano politico chi rivendica con forza questo risultato è la Lega, con il suo segretario, nonché vicepremier, Matteo Salvini. “E’ stata ascoltata la voce di milioni di italiani e il nostro governo ha dimostrato di offrire argomenti di buonsenso sui tavoli internazionali, a difesa della nostra storia e del nostro lavoro – afferma -. La strada è ancora lunga ma non ci svenderemo alla Cina”. Il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, intanto, continua “l’azione diplomatica a difesa dei lavoratori e delle imprese italiane ed europee”, riferisce una nota del Mit. Informando di una telefonata con il collega della Repubblica Ceca, Martin Kupka: “Praga condivide le preoccupazioni italiane sui Regolamenti Co2 auto, veicoli pesanti e direttiva Euro7 e intende promuovere un’iniziativa di Paesi ‘like-minded’ in difesa della neutralità tecnologica”.

Posizione netta è anche quella degli industriali. Per Carlo Bonomi, infatti, lo stop alle auto a motore endotermico dal 2035 “non mi convince, viene meno lo spirito iniziale dell’Europa sulla transizione che era quello della neutralità tecnologica“. Secondo il presidente di Confindustria “portava ad uno spiazzamento delle industrie europee a favore di quelle asiatiche“. Dunque, “saremmo diventati importatori netti lasciando un’Asia monopolista e a decidere i prezzi: si chiama effetto Cuba, quando le classi medie non hanno soldi per comprare una tecnologia che costa molto e non c’è ricambio del parco auto“.