Simona Bonafé

Bonafé (Pd): “Riposizionamento economia e tech per transizione verde”

Il Parlamento europeo non riesce a far progredire, per ora, le proposte di riforma del mercato di certificati di emissioni (Ets) e l’introduzione di un meccanismo che possa far pagare per l’inquinamento prodotto nei processi industriali di prodotti realizzati fuori dall’Ue e poi venduti nel mercato interno. Niente è perduto, ma bisogna fare in fretta. Su questi dossier come su tutta l’agenda verde europea vanno evitati ripensamenti. “Non c’è solo la questione di voler contrastare i cambiamenti climatici, che è un’altra grande emergenza e di cui peraltro si parla troppo poco, ma c’è in gioco la competitività” dell’Europa, ricorda Simona Bonafé. Nell’intervista concessa a GEA l’europarlamentare del Pd e del gruppo S&D membro della commissione Ambiente, ricorda che la transizione verde riguarda “nuove tecnologie” e quindi “il riposizionamento” di imprese ed economia a dodici stelle, quindi torna sul voto dell’Aula su i dossier chiave dell’agenda sostenibile del’Ue.

Quanto accaduto in Parlamento dimostra che il Green Deal è più facile a dirsi che a farsi?
“Noi in Parlamento ci siamo assunti un impegno, approvato a larga maggioranza, di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030, a cui si aggiunge l’impegno della presidente della Commissione europea di fare dell’Europa un continente carbon neutral nel 2050. Fin qui tutti ad applaudire, ma poi ahimé abbiamo visto che su due provvedimenti importanti come il meccanismo Ets, che è quello per cui chi inquina paga volendo ridurlo in estrema sintesi, e quello per l’aggiustamento del carbonio alle frontiere c’è stato un asse delle forze conservatrici di destra per abbassare l’ambizione delle proposte”.

Non c’era altra alternativa che votare contro a quel punto, giusto?
“Ricordiamo che quello che si votava era la posizione negoziale del Parlamento, in vista poi del negoziato con il Consiglio. Se si arriva a negoziare con ambizioni al ribasso, poi il risultato finale quale possiamo attenderci che sia?”

Su Ets e Cbam l’Europa ha fatto una brutta figura?
“Intanto ricordiamo che il Cbam non è stato votato. Diciamo che c’è stata la volontà di chi non ha mai creduto nel Green Deal di non far progredire questi file, adducendo motivazioni strumentali al Green deal come la guerra in Ucraina, l’inflazione. Io dico il contrario. Proprio per queste situazioni dobbiamo spingere sulle rinnovabili se vogliamo sottrarci dalla dipendenza energetica della Russia”.

L’UE può permettersi ritardi sul Green Deal? E in tal senso, è fiduciosa che ora in commissione Ambiente queste legislazioni possano trovare un’intesa politica?
“La commissione Ambiente ha già convocato i lavori per la settimana prossima, e credo che i file siano già previsti per la prossima plenaria di luglio, quindi parliamo di 15 giorni. Facendo parte della commissione mi impegnerà affinché non si perda tempo. Mi auguro che si trovi una soluzione. Come detto, mi auguro che non si annacqui il pacchetto e che non si abbassi l’ambizione delle proposte”.

Su auto e furgoni invece tutto bene. Avete già qualche indicazione sugli orientamenti del Consiglio, in vista del negoziato inter-istituzionale?
“Ecco, è vero che c’è stato un voto negativo su Ets, ma al voto c’era un altro dossier importante che era quello sulle auto e i furgoni alimentati da motori a combustione, quindi a benzina e diesel, e qui siamo riusciti a imporre lo stop dal 2035. Qui mi sembra che in Consiglio anche Stati che hanno peraltro un’industria automobilistica molto forte, e mi riferisco alla Germania, si sono attenuti a questo obiettivo. Quindi ritengo che sulle auto la posizione dell’Europa possa essere ambiziosa”.

blue economy

In Italia l’Economia blu della Ue affoga nelle micro-plastiche

Il mare è una risorsa. Offre possibilità occupazionali e di crescita economica, e più contribuire al raggiungimento degli obiettivi del Green deal europeo. Ma versa in condizioni di salute sempre più precarie. Guardando all’Unione europea, “il Mar Mediterraneo è uno dei più colpiti al mondo” dal fenomeno dell’inquinamento e da rifiuti, “con la monouso che rappresenta il 60% di tutti i rifiuti” di plastica individuati e raccolti, denuncia il rapporto della Commissione europea sull’economia blu. Nel Mare Adriatico, citato come esempio, le attività marittime hanno rappresentato il 6,3% dei rifiuti marini, rispetto al 34,7% attribuito alle fonti terrestri. Un problema figlio di un sistema produttivo divenuto troppo insostenibile. “L’Europa è il secondo produttore di materie plastiche al mondo, dopo la Cina”, di conseguenza, si stima che “tra 150mila e 500mila tonnellate di macro-plastiche e tra 70mila e 130mila tonnellate di micro-plastiche finiscano nei mari europei ogni anno”. Il vecchio continente contribuisce quindi all’avvelenamento globale degli oceani.

Almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani in tutto il mondo ogni anno, costituendo l’80% di tutti i rifiuti marini dalle acque superficiali agli ecosistemi delle profondità marine. Si stima che negli oceani si siano accumulate più di 15 milioni di tonnellate di plastica, a cui si aggiungono 4,6-12,7 milioni di tonnellate ogni anno. Secondo recenti studi, il flusso annuale di rifiuti di plastica negli oceani potrebbe triplicare entro il 2040, raggiungendo i 29 milioni di tonnellate all’anno, equivalenti a 50 chili di plastica per ogni metro di costa del mondo.

Bisogna correre ai ripari, con interventi in termini di sostenibilità in ambito produttivo-economico, che spinge per la transizione verde. Ma occorre rivedere anche le politiche nazionali per le acque interne, visto che una parte consistente degli agenti inquinanti, “tra 307 e 925 milioni di rifiuti”, si riversa in mare via fiume. Bruxelles invita gli Stati membri a guidare la riscossa dei mari. “L’economia blu continuerà a svolgere un ruolo importante nel raggiungimento delle ambizioni del Green Deal europeo”, sostiene il commissario per l’Ambiente e il mare, Virginius Sinkevicius. “Credo fermamente – dice – che, anche di fronte alle sfide attuali, l’economia blu possa continuare a essere un acceleratore della transizione verso la sostenibilità”. Per questo suggerisce un’alleanza tra Commissione, mondo dell’industria, organizzazioni non governative, politica e cittadini per “unire le forze per raggiungere gli ambiziosi obiettivi del Green Deal europeo una realtà”.

Se investire nell’economia blu fa bene all’ambiente, lo fa ancora di più al Pil. Considerando la solita Italia, tra effetti diretti e indiretti il valore aggiunto lordo della Blue Economy sale a 136,9 miliardi di euro, pari all’8,6% del valore aggiunto prodotto dall’intera economia nazionale. Vuol dire che per ogni euro prodotto da un’attività di Blue Economy, si generano euro in tutte le attività del resto dell’economia. Nel 2019 ogni euro prodotto nei settori della Blue Economy italiana hanno generato altri 1,9 euro nel resto dell’economia nazionale, in cui la Blue Economy “sta giocando un ruolo chiave nella ripresa economica del Paese”, come dimostrano i numeri. Secondo gli ultimi dati disponibili, l’economia del mare in Italia dà impiego diretto a 893.600 persone, pari al 3,5% della forza lavoro italiana totale, e contribuisce a rilanciare il meridione. “Un contributo importante arriva dal Mezzogiorno, che produce un terzo dell’intero valore della Blue Economy nazionale”. C’è però ancora molto da fare anche in questo caso. Perché il tasso di occupati diretti dall’economia blu in Italia è il tredicesimo a livello Ue. Se in Italia l’indice è del 3,5% nel 2019, in Grecia si attesta al 15%, mentre a Malta al 14%. Questo, nonostante i circa 7.500 chilometri di costa e gli oltre 600 Comuni con amministrazione costiera e marittima. Dall’Ue l’invito implicito a sfruttare più e meglio l’economia blu tricolore.

Frans Timmermans

Da price-cap per emergenze a aiuti di Stato: le misure Ue contro caro-prezzi

Aiuti di Stato, ma a certe condizioni, contratti di lungo termine, compensazioni. E poi piattaforma comune di acquisti e, soprattutto, tetto ai prezzi, ipotesi quest’ultima che comunque richiede tempo per modificare regole in vigore e i relativi accordi politici. La Commissione europea viene incontro alle esigenze degli Stati indicando le possibili soluzioni al problema del caro-energia, con le proposte di interventi utili a calmierare listini e mettere in sicurezza famiglie e imprese. Lo fa con una comunicazione, documento non legislativo, ma utile a dare indirizzi e chiarimenti interpretative del quadro normativo a dodici stelle.

L’assunto di partenza è che l’andamento dei prezzi è ormai fuori controllo e gli interventi si rendono non più rinviabili. Gas ed elettricità hanno raggiunto livelli record nel 2021 e hanno registrato i massimi storici dopo l’invasione russa dell’Ucraina nelle prime settimane di marzo 2022. I prezzi del gas, storicamente inferiori a 30 euro per Megawattora, hanno recentemente raggiunto i 100 euro per Megawattora, con picchi anche oltre i 200 euro. Le prospettive non lasciano intravedere miglioramenti. Anzi. “A breve termine, l’eliminazione graduale della dipendenza dalle importazioni russe di gas naturale comporterà adeguamenti delle condizioni di domanda e offerta e volatilità dei prezzi”, con questi ultimi che “continueranno ad essere elevati” per effetto della diversificazione che “eserciterà una pressione al rialzo”.

Tutto questo rischia di ripercuotersi negativamente sulle economie dei Ventisette. La lista di quello che si può fare da subito è ampia. Per rispondere al problema del caro-energia i governi possono ricorrere ad aiuti di Stato, purché “limitati, proporzionati, trasparenti e mirati per evitare distorsioni eccessive”. Ancora, gli Stati membri, “nella misura in cui non l’abbiano già fatto”, potrebbero fornire misure di compensazione limitate nel tempo e sostegno diretto agli utenti finali poveri di energia, compresi i gruppi a rischio. Altra via da seguire, quella di contratti di acquisto di energia “a lungo termine”, considerati come determinanti per garantire prezzi stabili almeno per determinate categorie di consumatori. E poi gli Stati membri possono estendere la regolamentazione dei prezzi al dettaglio per il gas naturale per tutelare in particolare le piccole e medie imprese. “Ciò è ancor più rilevante quando il gas svolge un ruolo particolare nel riscaldamento e nelle materie prime industriali”. Sempre per rispondere al problema del caro-energia, la Commissione ritiene che “possano essere giustificate misure fiscali o regolamentari volte a rimuovere i canoni infra-marginali di alcuni generatori di elettricità di carico di base creati dall’attuale situazione di crisi”. A livello nazionale, ancora, la possibilità di destinare i cosiddetti ‘guadagni inaspettati’ a sostegno dei consumatori è estesa alla copertura della prossima stagione di riscaldamento.

C’è poi l’invito a ricorrere ad acquisti comuni al posto di tanti accordi singoli. Si tratterebbe di utilizzare la piattaforma energetica dell’Ue per aggregare la domanda di gas, garantire prezzi del gas competitivi tramite acquisti congiunti volontari e ridurre la dipendenza dell’Ue dai combustibili fossili russi. “La piattaforma è una buona idea”, il suggerimento velato di Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione europea responsabile per il Green Deal.

Diversa la questione di un tetto ai prezzi. Questa misura non è immediatamente disponibile. Per un price-capservirà un cambiamento legislativo”, con tutte le incognite delle tempistiche che ne derivano. Inoltre servirà un accordo politico tra i Paesi membri, e l’esecutivo comunitario non esclude che la questione sarà oggetto di confronto tra i capi di Stati e di governo in occasione del prossimo vertice del Consiglio europeo di fine mese. Si può fare, ma non sarà immediato. E dovrà essere fatto bene, perché si teme che questo possa compromettere il funzionamento del mercato unico.

La Commissione europea prevede comunque un dispositivo di emergenza, nel caso in cui Mosca dovesse decidere per uno stop immediato e totale delle sue forniture. In quel caso “potrebbe essere necessario un massimale amministrativo del prezzo del gas a livello dell’Ue”. Se introdotto, questo limite dovrebbe essere “limitato alla durata dell’emergenza dell’Ue e non dovrebbe compromettere la capacità dell’Ue di attrarre fonti alternative di gasdotti e forniture di Gnl e di ridurre la domanda”.
Ci sono anche riforme e investimenti, nella comunicazione della Commissione. Veri e propri compiti per casa, e non solo per i governi. “L’energia più economica è quella che non si consuma” , ricorda Timmermans. Vuol dire da una parte spingere per l’efficienza energetica in edilizia, dall’altra rivedere abitudini. “Abbassare la temperatura del riscaldamento in inverno e non azionare troppo presto l’aria condizionata in estate è un modo di togliere soldi dalle tasche di Putin e questa è una cosa buona”, scandisce Timmermans. La butta in politica, ma vista in chiave economica un diverso utilizzo degli apparecchi di climatizzazione contribuisce a ridurre le bollette. Qui spetterà al singolo decidere come comportarsi. Le autorità invece non hanno scelta. Devono lavorare per “accelerare la nostra transizione verso le rinnovabili”, insiste Timmermans. “C’è grande potenziale per utilizzo di eolico off-shore e pannelli fotovoltaici”. Così facendo “possiamo ridurre di un terzo la nostra dipendenza dalla Russia già quest’anno” solo attraverso interventi in questo senso.

Eu

Il Green Deal europeo non considera la globalizzazione

Il Green Deal guarda al futuro, ma è ancora troppo ancorato al passato e troppo sbilanciato ad un’offerta che non considera però consumi interni. In sostanza un’iniziativa che rischia di restare fine a sé stessa, se non si corre ai ripari e non si procede a un immediato cambio di rotta. Systemiq mette in luce le criticità dell’agenda sostenibile a dodici stelle, attraverso uno studio di insieme. Perché in un mondo globale e globalizzato c’è qualcosa di più della sensazione che l’Europa dimenticato il contesto interazionale. Non a caso l’analisi viene intitolata ‘Le implicazioni globali dell’attuazione del Green Deal europeo’, da un organismo non proprio qualunque. Systemiq nasce nel 2016 per guidare il raggiungimento dell’Accordo di Parigi e gli obiettivi di sviluppo sostenibile e dell’Onu. Nello staff anche Janez Potocnik, che della materia se ne intende. Conosce l’Italia e l’Italia si ricorda di lui, poiché fui lui, in veste di commissario per l’Ambiente nella seconda Commissione Barroso, a dover gestire, tra le altre cose, la delicata questione della gestione dei rifiuti.

Systemiq riconosce le ambizioni dei Ventisette. Il Green Deal europeo definisce un approccio integrato a una transizione verde e giusta entro il 2050 e una visione per un futuro climaticamente neutro. Peccato che gli attuali impegni e le relative politiche dell’Ue “si concentrano principalmente sul lato dell’offerta, affrontando a malapena le misure dal lato della domanda o il contesto globale e gli effetti internazionali della transizione dell’Europa verso la sostenibilità ecologica e sociale”. Istituzioni comunitarie e governi nazionali, al netto delle migliore intenzioni, “non affrontano il principale fattore di emissioni e degrado ambientale, ovvero il consumo eccessivo nei paesi ad alto reddito, compresa l’Europa”.

Il problema è quello solito, di un’Europa povera di risorse energetiche e materie prime, che deve reperire all’estero. Per questo motivo anche assumendo progressi in termini di efficienza, questi “non risolveranno la crisi delle risorse, o la crisi della biodiversità”. L’Ue ha bisogno di una nuova politica estera e di una nuova dimensione esterna se vuole vincere la scommessa della green economy. “Il successo della transizione europea è legato alla transizione globale”, e se l’Ue continua a procedere da sola, e ad avere partner quali Cina, India, economia emergenti e potenze economiche non allineate agli standard a dodici stelle, il Green Deal rischia di tramutarsi in un boomerang in termini di competitività. Non solo. L’approccio seguito non risponde alla necessità di una transizione davvero globale. L’approccio storico consistente nell’esternalizzare gran parte della produzione (e delle emissioni) europee a paesi con risorse e manodopera a basso costo “è incompatibile con l’ambizione di garantire la neutralità climatica, la resilienza e lo sviluppo sostenibile e di mantenere l’attività umana nel suo insieme entro i confini del pianeta”.

È tutto l’impianto della strategia che viene rimesso in discussione. L’Ue guarda a fornitori stranieri, approvvigionamenti, ma nel fare questo sbaglia. “Per il bene della transizione globale, nonché del Green Deal europeo, l’UE deve ridurre le sue importazioni di materiali, facilitata da una transizione verso un’economia circolare”. Solo così si avrà “un’economia europea che consuma meno dalle lunghe catene di approvvigionamento globali, più resiliente, oltre che più sostenibile”. Ma l’Europa non sembra averlo capito, anzi. “ Un esempio lampante dell’incapacità di considerare gli effetti internazionali sono gli sforzi dell’Europa per sostituire il petrolio e il gas russo”, criticano gli analisti. “Acquistando le risorse disponibili sui mercati internazionali, i governi europei stanno facendo salire i prezzi dell’energia per le persone e i P aesi che possono permetterseli meno”.

Danilo Oscar Lancini

Green deal, Lancini (Lega): “Una bella cosa, ma l’industria non è pronta”

“Il Green Deal è una bella cosa, ma il mondo produttivo non è pronto”. Danilo Oscar Lancini nella transizione sostenibile ci crede, ma non nel modo in cui l’Europa intende puntarci. L’europarlamentare della Lega, membro della commissione Commercio internazionale e membro sostituto della commissione Industria, non ha dubbi. “Ci stiamo facendo del male da soli”, confida nell’intervista concessa a GEA, a cui spiega che si è finito per perdere di vista la realtà.

Che rischi pongono guerra in Ucraina e crisi energetica derivante per la transizione verde e il Green Deal europeo?
“Di accelerarla nei tempi, e di peggiorarla negli obiettivi. Solo che l’industria non lo sa, non tutta almeno. Lo sanno bene quelli dell’acciaio, che pagheranno il prezzo più alto”.

Quindi il Green Deal non serve più?
“L’obiettivo di tutela climatica è giusto, ma stiamo esagerando in termini di tempo e obiettivi. C’è bisogno di programmazione, ma per le aziende programmazione vuol dire cinque-dieci anni, non cinque-dieci mesi”.

Perciò anche uscire gradualmente dalla dipendenza energetica russa, invece di un embargo immediato, non è la giusta risposta?
“Non sono termini compatibili con il mondo produttivo di oggi. Quando si pongono degli obiettivi occorre offrire un’alternativa, che non c’è. Si parla di idrogeno, ma quale? Quello verde è quello che deriva da elettricità prodotta da eolico e fotovoltaico, che non abbiamo. Succederà che delle aziende chiuderanno, altre delocalizzeranno per produrre in Paesi extra-europei che non hanno i nostri standard, col risultato di aver perso eccellenza, lavoro, e vedere vanificato lo sforzo do sostenibilità per via Paesi che se ne fregano dei nostri standard. Le regole europee sono giuste, intendiamoci. Ma si è trasformato un giusto interesse nell’ambiente in una questione ideologica. Ci sono regole giuste che però nessun altro segue. Rischiamo di non essere competitivi su altri mercati, e di darci la zappa sui piedi”.

Quindi il problema per la transizione verde è che è stata a livello Ue? La vorrebbe a livello Wto, magari?
“Quante volte gli americani hanno rispettato l’organizzazione mondiale del commercio?”.

Il gas naturale liquefatto degli Stati Uniti è una valida alternativa a quello russo?
“Ce lo vendono al 30% in più del gas che compriamo adesso. Ma dal punto di vista climatico invece quanto ci costa? Viene trasportato per nave, che usano carburanti a elevate emissioni di CO2, e prima ancora viene estratto attraverso la frantumazione delle rocce, che è devastante per ambiente e impatto ambientale. Dov’è la coerenza con questa scelta? Oltretutto, siccome le navi inquinano, ci metti il sistema Ets, e quindi il costo finale aumenta. Ci sarà un aumento dei costi dell’energia, ma se aumenta il prezzo dell’energia poi aumenta tutto”.

Ha detto che non abbiamo fotovoltaico né solare. Ma stiamo investendo all’estero su questo…
“Ma non possiamo immaginare di trasportare energia elettrica per migliaia di chilometri. Possiamo produrci idrogeno per poi immetterlo nelle nostre reti. Ma dimentichiamo che produciamo in casa degli altri, che non è proprio affidabile. Anche qui, dov’è la coerenza con l’indipendenza energetica e strategica?”.

MICHELE UVA

Uefa a zero emissioni: ecco le 11 policy sostenibili

Attivare e al tempo stesso accelerare l’impegno di federazioni, leghe, club e tutti gli stakeholder per il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente: sono questi gli obiettivi della nuova strategia ‘Strength through Unity 2030‘, lanciata dalla Uefa lo scorso dicembre. Il piano è composto da undici policy, sette riguardanti i diritti umani e quattro che promuovono il rispetto dell’ambiente. Entro il 2030 l’organizzazione conta di sviluppare “una strategia concreta, che possa essere applicata attraverso le 55 federazioni continentali”, spiega Michele Uva, direttore Football & Social Responsability della Uefa. Una rivoluzione che passa attraverso il cambio dei regolamenti e che “obbliga ciascuna federazione e ciascun club a nominare un manager dedicato alla sostenibilità già tra un anno”. Nel 2023, “avremo circa 600 persone che si occuperanno concretamente di sostenibilità all’interno del calcio europeo”, aggiunge Uva.

Sono previsti quattro focus in ‘Strength through Unity’ dedicati all’ambiente: economia circolare, difesa del clima, sostenibilità degli eventi, sostenibilità delle infrastrutture.

L’ottavo punto è il primo che riguarda la tutela del pianeta e si concentra sull’economia circolare. Stabilisce che le famose 4R – riduzione, riutilizzo, riciclo, recupero – dovranno diventare i pilastri dell’attività di federazioni e club, con lo scopo di efficientare le risorse e limitare i costi. Per fare un esempio, non solo il cibo presente allo stadio non dovrà essere gettato, dunque, ma dovrà anche essere consumato in packaging realizzati con materiali sostenibili. “Stiamo lavorando con gli sponsor Uefa su questo punto” sottolinea Uva.

La difesa del clima è un’altra priorità assoluta per la Uefa, come evidenziato dal nono punto di ‘Strength through Unity’. “È già attivo un team composto da 12 persone interne che si occupa della sostenibilità dell’organizzazione”, conferma Michele Uva. “Si punta a ridurre le emissioni di anidride carbonica con una serie di iniziative mirate, che vanno dal lancio della campagna a favore del Green Deal europeo ‘Every tricks count’ fino alla sensibilizzazione sugli effetti dell’inquinamento per giovani calciatori con l’iniziativa ‘Cleaner Air, Better Game’, mettendo in campo anche piani operativi concreti per pianificare la riduzione delle emissioni nei nostri eventi”.

Poche manifestazioni possono vantare il fascino e l’atmosfera che contraddistinguono tornei come la Champions League o un campionato europeo, ma nei piani della Uefa lo spettacolo deve viaggiare di pari passo con la sostenibilità ambientale. Come stabilito dal decimo punto, entro il 2030 l’organizzazione calcistica mira a dare vita a manifestazioni a impatto zero. “Tramite la creazione del Sems, verrà stilato un protocollo inedito che aiuterà federazioni e club a monitorare e rispettare 15 parametri ben precisi, otto dei quali legati all’ambiente” spiega Michele Uva. Si tratta di sostenibilità delle infrastrutture, mobilità, economia circolare, catering, utilizzo di energia e acqua e dell’impatto climatico complessivo. Ciascuno di questi punti verrà poi valutato e permetterà di ottenere la certificazione Uefa confermata da un’audit esterna.

Il punto di partenza per lo standard Uefa sarà l’europeo maschile del 2024, che si svolgerà in Germania. Ma, sottolinea il direttore Football & Social Responsability, “il campionato europeo femminile di quest’estate in Inghilterra sarà l’evento pilota per testare e migliorare il Sems. La collaborazione con la European Club Association (Eca) – l’ organismo che rappresenta le società calcistiche a livello continentale – in questo senso sarà fondamentale e proprio in questi giorni si terrà un importante incontro tra l’associazione con i suoi club e la Uefa”, aggiunge Uva.

Infine, poiché non esistono eventi sostenibili se non lo sono prima di tutto le infrastrutture utilizzate, è necessaria un’azione concreta anche per quanto riguarda gli stadi e i centri sportivi, come ricorda l’undicesimo punto di ‘Strength through Unity’. Tra le idee più rivoluzionarie spicca una guida alla costruzione e alla gestione di nuovi impianti sostenibili e quella di inserire impianti di riciclaggio e compostaggio direttamente all’interno delle strutture. Un piano tutt’altro che fantascientifico: “Stiamo lavorando con l’obiettivo di applicarlo agli stadi ma anche ai centri sportivi dei club, per il trattamento dei rifiuti organici a 360 gradi”, conclude Michele Uva.

trasporti

I trasporti ‘tradiscono’ il Green Deal. Dal 2012 sempre più merci su strada

Meno ferrovia, più strada. E quindi più Co2, che vuol dire tradire Green Deal e agenda verde dell’Unione europea. L’Europa che lavora alla transizione sostenibile ha nel trasporto merci uno dei principali nemici del cambiamento che il club a dodici stelle si è imposto, eppure negli ultimi anni troppi camion hanno smentito le buone intenzioni. Dal 2012 in poi la quota di merci movimentata su strada è continuamente aumentata, e contestualmente si è ridotta quella spostata su rotaia.

A lanciare il campanello d’allarme è Eurostat, con i suoi dati aggiornati sulle modalità di consegna di beni. Tra strada, ferrovia, acque interne la prima opzione resta la più utilizzata, e lo risulta sempre di più. Se nel 2012 il ricorso a camion, tir, mezzi pesanti valeva il 73,5% del totale dei carichi merci, questo dato è cresciuto sempre di più: 73,9% nel 2013 e nel 2014, 74,1% nel 2015, 74,5% nel 2016, 75,4% nel 2017, 75,6% nel 2018, 76,3% nel 2019, e 77,4% nel 2020. Contestualmente i treni merci si sono ridotti. Se dieci anni fa rappresentavano il 19,1% dei prodotti da spostare all’interno del mercato unico, alla fine del 2020 rappresentavano il 16,8%.

Tutti dati che confermano i limiti strutturali e infrastrutturali dell’Unione europea, che offrono una chiara indicazione su dove investire per fare della transizione verde quella realtà che l’Ue vorrebbe. L’Istituto di statistica europea richiama all’ordine anche tutta una serie di Paesi, a cominciare da Irlanda, Grecia e Spagna, quelli che praticamente fanno del trasporto merci su strada la loro regola (rispettivamente al 99%, 97% e 96% dei carichi consegnati).

L’Italia non fa eccezione. Alla fine del 2020 strade e autostrade erano percorse dall’88% delle merci da trasportare dentro e fuori il Paese. Anche nel caso nazionale si registra un aumento al ricorso della modalità più insostenibile, anche in questo caso un vero e proprio ‘marchio di fabbrica’. Già nel 2012 si utilizzavano autoarticolati più della media europea, con l’87,3% di merci spostate in questo modo.

EUROPEAN GREEN DEAL

Il sistema ‘a semaforo’ per gli investimenti in energia sostenibile

Sei obiettivi ambientali, tre colori e un sistema comune europeo di classificazione degli investimenti sostenibili. La piattaforma europea di finanza sostenibile, che ha il ruolo di consigliare la Commissione Europea, ha presentato la sua proposta per estendere il campo di applicazione della tassonomia europea creando due nuove categorie di attività economiche – ‘ambra’ e ‘rossa’ – per gli investimenti che non sono propriamente ‘verdi’ e quindi sostenibili. L’Unione Europea lavora da oltre due anni per introdurre un linguaggio comune di classificazione delle attività economiche, uno strumento per orientare gli investitori (soprattutto quelli privati) a fare scelte ragionate e a investire nella transizione del Green Deal.

Per farlo, l’Ue vuole introdurre linee guida uguali per tutti che aiutino a capire quando un investimento o una attività può considerarsi sostenibile, quando non lo è ma potrebbe diventarlo con le giuste risorse. Il secondo atto delegato di questa proposta, adottato il 9 marzo, è quello che a Bruxelles ha fatto più discutere, perché riguarda le attività cosiddette di transizione e include a certe condizioni e per un tempo limitato anche investimenti verso centrali a gas e nucleari. La decisione dell’Esecutivo di inserirli nella tassonomia – senza una chiara distinzione rispetto alle attività propriamente ‘green’ – ha suscitato forti critiche in Parlamento e in Consiglio dell’UE, i due co-legislatori che devono pronunciarsi sul regolamento nei prossimi quattro mesi. Cercando una mediazione, la piattaforma di esperti ha proposto quindi un sistema di classificazione a semaforo, includendo insieme alla categoria ‘verde’ anche una ‘ambra’, intermedia per tutti gli investimenti che non sono propriamente sostenibili ma che possono svolgere un ruolo nella transizione ecologica, come il gas e il nucleare, e una “rossa” per le attività che causano danni ambientali significativi e che, quindi, vanno eliminate.

È davvero importante essere chiari su quali sono queste transizioni necessarie, per assicurarsi che i mercati dei capitali possano impegnarsi”, ha spiegato nel corso della presentazione Nancy Saich, membro della Banca europea per gli investimenti (Bei) e del gruppo consultivo di esperti della Commissione. Nell’idea della piattaforma di finanza sostenibile, ampliare le categorie della tassonomia può aiutare le aziende a finanziare la vera transizione verso quelle attività che possono svolgere un ruolo verso una economia decarbonizzata. Benefici anche dal punto di vista della trasparenza, perché avere tre categorie distinte aiuta anche a capire meglio in cosa si sta investendo.

La proposta della piattaforma potrebbe essere la base di un compromesso per arrivare a una posizione comune tra le tre istituzioni europee. Parlamento e Consiglio hanno quattro mesi per esaminare il documento ed eventualmente opporsi, con la possibilità di chiedere un periodo extra di due mesi per valutare il testo. Agli Stati serve una super maggioranza di almeno 20 membri (su 27) per opporsi, mentre al Parlamento europeo basta una maggioranza semplice (ossia almeno 353 deputati in seduta plenaria). Varie fonti dell’Eurocamera sostengono che una prima votazione dell’atto delegato nelle commissioni competenti ambiente (Envi) e i problemi economici (Econ) dovrebbero svolgersi dal 14 al 21 giugno, per poi fare approdare il testo al voto dell’intera plenaria nella prima settimana di luglio.

‘Farm to fork’, la strategia Ue al centro del Green deal europeo

Con la riforma della politica agricola comune dell’Ue (Pac), che entrerà in vigore dal 2023, si è tornati a parlare anche di ‘Farm to fork’, la strategia Ue al centro del Green deal europeo. Secondo quanto riferisce la commissione Ue la strategia ‘Dal produttore al consumatore’ mira ad accelerare la transizione verso un sistema alimentare sostenibile che dovrebbe avere un impatto ambientale neutro o positivo. In più dovrebbe contribuire a mitigare i cambiamenti climatici e ad adattarsi ai suoi impatti; invertire la perdita di biodiversità; garantire la sicurezza alimentare, la nutrizione e la salute pubblica, garantendo che tutti abbiano accesso a alimenti sufficienti, sicuri, nutrienti e sostenibili. In più un altro obiettivo è quello di preservare l’accessibilità economica degli alimenti generando nel contempo rendimenti economici più equi, promuovendo la competitività del settore dell’approvvigionamento dell’Ue e promuovendo il commercio equo.

Le strategie ‘Farm to fork’ e ‘Biodiversity’ ad esempio stabiliscono due obiettivi chiave per i pesticidi. Il primo è quello di ridurre del 50% l’uso e il rischio di pesticidi chimici entro il 2030. Il secondo obiettivo è quello di ridurre del 50% l’uso di pesticidi più pericolosi entro il 2030.

Un altro target è la riduzione e se possibile l’azzeramento dello spreco alimentare. Secondo il ‘Food Sustainability Index’ ogni italiano spreca circa 65 kg di cibo ogni anno, numero in riduzione nel 2020 solo grazie all’effetto lockdown, che ha favorito il diffondersi di buone pratiche nella gestione del cibo a livello domestico. Il dato è ben più alto della media europea, pari a 58 kg. Secondo lo studio lo spreco, solo nei Paesi Ue, costa 143 miliardi di euro, di cui i due terzi, circa 98 miliardi, sono attribuibili allo spreco domestico. In Italia, ben 10 miliardi, ovvero quasi 5 euro a famiglia alla settimana, che equivalgono in media a 260 euro l’anno.

Farm to fork

commissione eu

Green economy, la guerra ucraina rimette in discussione l’agenda Ue

La guerra in Ucraina e l’improvvisa insostenibile sostenibilità. Il conflitto russo-ucraino rischia di scompaginare strategia e politiche Ue in materia di green economy, sulla scia delle turbolenze, delle incertezze e delle sanzioni. La transizione eco-compatibile dei modelli produttivi non è in discussione, ma tempi e modalità di attuazione sembrano già esserlo. Comunque la si voglia definire, con nome di strategie politiche o di pacchetti politici specifici – Green economy, economia sostenibile, ‘Fit for 55’ – la politica verde dell’Europa sembra deragliare dai suoi binari.

In tempi di incertezza sostenere la transizione sostenibile resta la via maestra, su questo l’Europa degli Stati e delle istituzioni comunitaria marcia compatta. Ma smarcarsi dal fornitore energetico russo e far fronte al rincaro delle bollette per famiglie e imprese implica scelte contraddittorie. Frans Timmermans, che del Green Deal è responsabile, ha aperto al prolungamento del ricorso al carbone, fonte tra le più inquinanti e ad elevata emissione di Co2. Una mossa che rischia di assestare un duro colpo a tutta la strategia sottesa al Just Transition Mechanism, il programma comunitario lanciato allo scopo di riconvertire poli produttivi oggi altamente inquinanti e ad elevata intensità di carbonio in sistemi a impatto climatico neutro.

Per l’Italia le risorse messe a disposizione dallo speciale programma ammontano a 936 milioni di euro, per rendere ‘verdi’ il polo industriale di Taranto (ex Ilva) e le zone carbonifere del Sulcis-Iglesiente, in Sardegna. Su questo particolare programma l’agenda Ue sembra in realtà già essere saltata. Causa pandemia i piani nazionali per attuare la ‘transizione giusta’ sono stati messi da parte, e ancora non sono stati presentati, lamentano a Bruxelles. Ora che si doveva accelerare con la stesura dei piani, la rinnovata attenzione per il carbone, dettata da oggettive necessità di un mutato e deteriorato quadro, rischia di produrre nuovi ritardi e ripensamenti.

Altro ambito completamente stravolto quello del mercato unico, il suo funzionamento, e il ruolo giocato dai governi nel sostegno alle imprese. La Commissione europea, sulla scia della pandemia, aveva concesso un ammorbidimento delle regole sugli aiuti di Stato. È stato permesso l’intervento pubblico a sostegno dei privati, in deroga alle norme che vietano espressamente certi tipi di sostegno in nome della concorrenza e del libero mercato. Come per le regole di bilancio, anche qui l’idea era di tornare ad applicare le norme in materia di concorrenza alla fine dell’epidemia. Ma poi si è aggiunta la guerra in Ucraina, con, tra le altre cose, lo scoppio dei prezzi dell’energia. Un evento che ha indotto a considerare nuove, ulteriori agevolazioni. Le norme in materia di mercato, già saltate, continuano a saltare. Per gli operatori del settore probabilmente un bene, per altri probabilmente non necessariamente.