Ex Ilva, firmato l’accordo sulla piena decarbonizzazione. Urso esulta, i sindacati no

Alla fine accordo fu. Per l’ex Ilva, dopo una riunione fiume durata quasi otto ore, tutte le amministrazioni, più le aziende coinvolte, anche quelle dell’indotto, firmano l’accordo per la decarbonizzazione degli impianti. C’è il sigillo anche del Comune di Taranto, dopo il braccio di ferro degli ultimi giorni, a sancire un nuovo percorso per quello che era il colosso italiano ed europeo della siderurgia.

Entrando nel dettaglio, l’intesa prevede che, nell’ambito della nuova procedura di vendita degli asset, il futuro acquirente “presenti nel rispetto dei tempi che saranno indicati in fase di aggiudicazione”, tutte le richieste “sul versante ambientale e sanitario” per la progressiva e completa decarbonizzazione dello stabilimento “attraverso la realizzazione di forni elettrici in sostituzione degli altoforni che saranno gradualmente dismessi in un tempo certo”.

Non c’è ancora la parola finale sul polo del preridotto a Taranto. La decisione viene, infatti, rinviata a dopo il 15 settembre, data in cui scadrà il termine per la presentazione delle offerte vincolanti. Saranno esaminate e valutate le possibilità di localizzazione degli impianti Dri “utili per l’approvvigionamento dei forni elettrici presso lo stabilimento ex Ilva di Taranto, a partire dall’impianto già previsto con il Fsc (ex Pnrr), qualora sia possibile assicurare il necessario approvvigionamento energetico”. In questo documento, invece. non viene fatto accenno alla nave rigassificatrice per alimentare le macchine.

Le altre novità del testo riguardano l’esame di “nuove prospettive per la reindustrializzazione delle aree libere, tenendo presente il principio della valorizzazione dell’indotto”. Inoltre, l’incremento del Fondo sanitario regionale, il potenziamento delle attività di ricerca e studio attraverso ‘l’istituto di ricerche mediterraneo per lo sviluppo sostenibile’ e il potenziamento delle infrastrutture, anche portuali. Sul fronte occupazionale, invece, nella fase di transizione degli stabilimenti saranno valutate “misure di politica attiva e passiva del lavoro. Ovviamente, alla fine del lungo elenco c’è l’impegno delle parti a sottoscrivere l’Accordo di programma interistituzionale.

Esulta il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “È prevalso il senso di responsabilità e interesse comune: finalmente esiste una vera Squadra Italia unita e coesa, lo abbiamo dimostrato. È una svolta importante, che potrà finalmente incoraggiare gli investitori a presentare i propri piani industriali, puntando sulla riconversione green del settore”.

Sorride anche Piero Bitetti: “Abbiamo sottoscritto un documento, non un accordo di programma, che recepisce le nostre richieste”, verga in una nota il sindaco di Taranto. Che rivendica: “In nessun passaggio si fa cenno all’ipotesi di approvvigionamento tramite nave gasiera” ma “si fa riferimento invece alla tutela occupazionale quale principio inderogabile”. Che si arrivasse a questo punto era tutt’altro che scontato alla vigilia della riunione al Mimit. Lo dimostrano le parole scelte dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, per celebrare la firma: “E’ un giorno che resterà nella storia della Puglia e dell’Italia intera. Si dà il via alla piena decarbonizzazione degli impianti dell’ex Ilva di Taranto. Abbiamo scritto una pagina nuova, attesa da dieci anni, costruita con tenacia, sacrificio e visione”.

Soddisfazione la esprime anche il numero uno degli industriali, Emanuele Orsini: “Si è deciso di non chiudere l’Ilva”, che “è un asset strategico per il Paese”. Il presidente di Confindustria apprezza l’accordo e auspica che “venga rispettato e portato a termine, mantenendo saldi alcuni paletti. In primis si deve arrivare alla decarbonizzazione”, poi “che ci siano investitori del settore capaci di un rilancio vero e competitivo, sia a livello nazionale che internazionale” e che “ci sia il giusto e fondamentale rilievo per gli impianti Dri per l’alimentazione dei nuovi forni elettrici”.

A Roma si presentano anche i sindacati, nonostante la possibilità di organizzare il tavolo da remoto. Ma alla fine l’accordo non convince le sigle. “L’intesa non garantisce i 18mila lavoratori”, tuona il segretario generale della Fiom, Michele De Palma. “Abbiamo detto al ministro e alle forze istituzionali presenti che l’accordo, per noi, ha due gambe: una riguarda la decarbonizzazione e l’altra la garanzia occupazionale, ma nel testo non l’abbiamo letta, in termini concreti”. Ecco perché annuncia che a settembre chiederà al governo, nell’incontro “che dovremo fare a settembre, a Palazzo Chigi, una assunzione di responsabilità piena, che passa anche dalla partecipazione pubblica”. Sulla stessa lunghezza d’onda è la Uilm: “Il testo condiviso tra Mimit ed enti locali pugliesi è un documento privo di tutele e certezze sotto ogni punto di vista per i lavoratori e le comunità interessate”, commenta il segretario generale, Rocco Palombella.

Indirettamente è Urso a rispondere alle critiche. “Attraverso il tavolo Taranto, svilupperemo in parallelo gli altri investimenti che potranno collocarsi negli spazi lasciati liberi dagli impianti siderurgici e nelle aree contigue affinché nessuno resti fuori. Tutti possono avere giustamente una occupazione – conclude il responsabile del Mimit -, sia coloro che già lavorano negli impianti siderurgici, sia coloro che lavorano nella filiera dell’indotto, sia altri che giustamente reclamano di poter avere la propria sfida occupazionale”. Se la partita non è ancora chiusa, dunque, forse stavolta il risultato è davvero indirizzato.

Ex Ilva, piattaforma unitaria sindacati: “Basta mezze misure, superare lotta lavoro-salute”

I sindacati producono una piattaforma unitaria per l’ex Ilva. Con un messaggio preciso: “Il tempo delle mezze misure è finito, ora servono responsabilità e azioni concrete per il rilancio e la riconversione dell’industria tarantina”.

Al centro c’è il futuro della più grande azienda siderurgica italiana, tra le più importanti anche a livello europeo e globale, che si gioca sull’asse con Roma, dove il ministero delle Imprese e del Made in Italy aspetta il via libera degli enti locali all’Accordo di programma presentato nelle scorse settimane. Un passaggio cruciale, necessario dopo l’impasse sulle trattative di vendita con Baku Steel, che ha fatto riaprire nuovamente il negoziato anche agli altri due player internazionali interessati all’acquisto di tutti gli asset, ovvero Jindal e Bedrock Industries.

Nel documento prodotto da Fiom, Fim e Uilm al termine delle assemblee svolte martedì 22 luglio, mercoledì 23 luglio e giovedì 24 luglio, e consegnato al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, oltre che ai sindaci di Taranto e Statte, Piero Bitetti e Fabio Spada, durante il Consiglio di Fabbrica di Acciaierie d’Italia di venerdì 25 luglio, viene sottolineata “l’importanza di superare la contrapposizione tra lavoro e salute, favorendo la decarbonizzazione del sito siderurgico senza perdere occupazione”. Ecco perché le sigle chiedono al governo “risorse e investimenti certi per garantire questa trasformazione, mantenendo l’occupazione e tutelando i diritti dei lavoratori, anche attraverso misure straordinarie (prepensionamento, lavoro usurante, esposizione all’amianto e incentivi all’esodo su base volontaria)”. La piattaforma unitaria, infatti, propone “l’attivazione di screening sanitari periodici, la realizzazione di tre nuovi forni elettrici e impianti di Preridotto (DRI) dedicati, oltre al rilancio delle linee di finitura e laminazione, per riassorbire i lavoratori in cassa integrazione”. Inoltre, per i sindacati è necessario “garantire il reddito, la formazione continua e la riqualificazione, valorizzando i lavoratori degli appalti e prevedendo clausole sociali per il loro reimpiego nelle nuove attività”. Dunque, il messaggio che arriva è quello di piena condivisione della urgenza di un futuro sostenibile che coniughi tutela ambientale e sociale”.

Il testo è accolto con favore anche dal ministro, Adolfo Urso: “Concorda pienamente nelle linee essenziali del piano di piena decarbonizzazione in continuità produttiva e occupazionale che ho presentato, con realizzazione dei tre forni elettrici e dei relativi Dri, quindi manifesta soddisfazione per il rilascio dell’Autorizzazione integrale ambientale che consente la continuità produttiva. Credo sia importante riuscire a collocare le esigenze del lavoro e dell’impresa in una fase di transizione ambientale come quella che dobbiamo affrontare – sottolinea il responsabile del Mimit -. Se riusciamo nella sfida di coniugare ambiente e impresa, lavoro e salute, laddove c’è stata la maggiore lacerazione, riusciremo a farlo nell’intero Paese”.

Intanto, le associazioni attive nella difesa dell’ambiente, Fondo Antidiossina e PeaceLink, recapitano una lettera-appello al sindaco di Taranto, chiedendogli di rinviare il voto del 30 luglio prossimo in Consiglio comunale sull’Accordo di programma, perché manca tempo “mancano i tempi tecnici minimi per poter leggere, studiare e comprendere un documento così complesso“. Emiliano, invece, si concentra sul Consiglio di fabbrica, che giudica positivamente: “Il sindacato è dell’opinione che sarebbe un dramma favorire una latente deindustrializzazione del sito siderurgico, proprio ad un passo dall’avvio dal processo che chiamiamo di decarbonizzazione e che prevede l’utilizzo dei DRI, cioè i forni a riduzione che devono sostituire gli altoforni a ciclo integrale a carbone“, dice il governatore pugliese. Che chiosa: “Ci ha chiesto di non mollare proprio adesso che siamo ad un passo dall’immaginare una fabbrica che abbatte del 95% i fattori inquinanti e non è più pericolosa per la salute pubblica come lo è stata in passato. E ci ha chiesto di non cedere questa nuova tecnologia ad altri luoghi“.

Siderurgia green per rilanciare Taranto. Urso: “Su Ex Ilva prosegue trattativa con azeri”

Rilanciare Taranto attraverso la siderurgia, “volano di sviluppo”, coniugando ambiente e industria, salute e lavoro. Con questo obiettivo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha riunito per la prima volta al Mimit le aziende, le associazioni d’impresa e le istituzioni del territorio tarantino.

Seguiranno altre occasioni, col tavolo di Taranto che diventerà strumento di monitoraggio continuo per i 15 progetti industriali per ora già censiti dal ministero, ovvero una base di partenza che può garantire potenziale occupazionale per oltre 5.000 addetti in cantieristica, nautica, meccanica, eolico offshore, logistica avanzata. Sul rilancio della siderurgia, Urso non transige: “Nella prospettiva della piena decarbonizzazione è una priorità nazionale”. La speranza è quella di realizzare “un modello europeo per la produzione di acciaio green, un polo d’eccellenza industriale all’avanguardia nella transizione ecologica” e Taranto “può essere protagonista della nuova rivoluzione industriale italiana, con la siderurgia green motore di un progetto integrato che guarda al futuro”.

Grazie ai 15 progetti già censiti, sottolinea il ministro, ci saranno “tutte le condizioni per rispondere alle esigenze di chi cerca lavoro o teme di perdere il proprio attuale impiego“. Occasioni all’orizzonte quindi in settori come siderurgia, cantieristica, aerospazio, nautica da diporto e crocieristica, carpenteria, ferrovie, eolico, meccanica e logistica, data center e Intelligenza Artificiale.

Webuild ha infatti proposto una grande fabbrica di carpenteria metallica proposta e cantieri navali per yacht di lusso. Il gruppo ha poi manifestato l’intenzione di realizzare una grande fabbrica di carpenteria metallica nell’area ex Ilva e, nel medio termine, un ulteriore stabilimento in un’altra area. Toto Holding-Renexia prevede invece la cantierizzazione di impianti eolici offshore, galleggianti e fissi, in un progetto in due fasi. Cantieri di Puglia sarebbe pronta poi ad assumere lavoratori diretti e indiretti per la realizzazione di cantieri navali per yacht di lusso nell’area ex Yard Belleli di Taranto, mentre Confapi ha avanzato proposte di alcune aziende associate per uno stabilimento a Grottaglie dedicato alla progettazione, produzione e gestione di dirigibili a uso commerciale e per la riqualificazione di un complesso industriale a Mar Piccolo per installare un impianto a energia solare. Fincantieri punta infine a realizzare fondazioni flottanti per il settore eolico.

La stella polare resta costruire “un nuovo modello produttivo, sostenibile e inclusivo, capace di rigenerare socialmente ed economicamente l’intero territorio, partendo dalla siderurgia come asset strategico imprescindibile per qualunque economia avanzata”. Fondamentale sarà il ruolo del Tecnopolo del Mediterraneo, “che si concentra sulla ricerca applicata e lo sviluppo di tecnologie avanzate, con particolare attenzione a energia pulita, economia circolare e decarbonizzazione dei processi industriali”. Il paragone scelto da Urso è con Piombino e Terni, “dove abbiamo avviato importanti processi di riconversione green della siderurgia”. Lo stesso può avvenire a Taranto, dove sull’ex Ilva il ministro ha già presentato alle autorità competenti il piano di decarbonizzazione: “Sarà alla base del progetto industriale che stiamo negoziando con gli azeri – spiega – l’Italia deve essere l’avanguardia della siderurgia sostenibile in Europa e Taranto ne sarà protagonista”. La trattativa con Baku prosegue, assicura il ministro, che sottolinea la necessità comunque di dover adattare il piano industriale “a quel che è accaduto, soprattutto nella fase di transizione verso la realizzazione dei forni elettrici e dei relativi DRI”.

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Dall’Ilva alla decarbonizzazione industriale: al via il Tecnopolo Mediterraneo di Taranto

Non solo Ilva a Taranto. La città pugliese diventa anche un hub per l’innovazione e la sostenibilità ambientale. Prendono il via infatti le attività del Tecnopolo Mediterraneo per lo Sviluppo Sostenibile, un’iniziativa che pone la città al centro di un maxi piano nazionale. Con la finalizzazione degli ultimi atti di nomina della governance da parte del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, del ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, e del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, si dà concretezza a un progetto rimasto finora solo sulla carta e che proietta Taranto in una dimensione internazionale, diventando un punto di riferimento per la ricerca applicata e lo sviluppo di tecnologie avanzate, con particolare attenzione a energia pulita, economia circolare e decarbonizzazione dei processi industriali.

L’intervento, spiega il Mimit, si inserisce nella più ampia strategia del Governo per “dare un futuro industriale solido e sostenibile alla città”, simbolo della grande industria italiana e che ora può diventare un modello di sviluppo avanzato e di sostenibilità ambientale. La decarbonizzazione della produzione industriale e la riconversione del comparto siderurgico rappresentano i pilastri fondamentali di questa trasformazione, con l’obiettivo di coniugare innovazione e transizione verde.
Presidente della Fondazione Tecnopolo è Antonio Messeni Petruzzelli, ordinario di Gestione dell’Innovazione al Politecnico di Bari. Andrea Alunni, esperto di trasferimento tecnologico con esperienza a Oxford e Bruxelles, sarà il Segretario Generale. Quattro membri nel Consiglio di Amministrazione: Lorenzo Ferrara, Antonio Felice Uricchio, Leonardo Conserva e Maddalena Vietti Niclot.

Un “importante e significativo passo per rendere Taranto un modello di sostenibilità ambientale e di innovazione nei processi di decarbonizzazione”, spiega Adolfo Urso. Dopo aver avviato il rilancio dell’ex Ilva, con la prospettiva di farne “il più avanzato impianto di tecnologia green d’Europa”, ricorda, “aggiungiamo un altro tassello fondamentale nel mosaico che il governo, fin dal primo giorno, ha messo in campo per ridare a Taranto un ruolo centrale nel futuro industriale del Paese e rendere questo territorio un esempio nella transizione verde, vincendo la grande sfida della riconversione industriale”.

Per Bernini, si tratta di “un’opportunità unica per Taranto, la Puglia e il Mezzogiorno”. Il Mur ha stanziato, con un fondo, 2 milioni di euro per far partire questo progetto che, in prospettiva, potrà vedere nel Tecnopolo “la sede ideale per implementare le attività finanziate dal Piano ‘Just Transition Fund’ per Taranto”, precisa la ministra, prospettando un “polo scientifico d’eccellenza che sarà al centro dello sviluppo della politica industriale non solo del territorio, ma dell’intero Paese”.

L’Istituto di Ricerche Tecnopolo Mediterraneo per lo Sviluppo Sostenibile, istituito con la legge di Bilancio del 2019, si affianca ad altri due poli di eccellenza già attivi: il Centro Nazionale per l’Intelligenza Artificiale di Torino e il Chips.IT di Pavia. La riqualificazione del settore siderurgico sarà centrale in questo processo, garantendo la continuità produttiva attraverso tecnologie innovative a basso impatto ambientale.

Corte di giustizia Ue: “Ilva sospenda le attività se ci sono rischi per la salute”

“Se presenta pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e per la salute umana, l’esercizio dell’acciaieria Ilva di Taranto dovrà essere sospeso. Spetta al Tribunale di Milano valutarlo”. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Ue in merito al ricorso presentato da cittadini contro il proseguimento delle attività dell’acciaieria.

La Corte ha ricordato che l’acciaieria Ilva ha iniziato le sue attività nel 1965 e, contando circa 11 mila dipendenti e avendo una superficie di circa 1.500 ettari, è una delle più grandi acciaierie d’Europa. Ha anche precisato che, nel 2019, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato che l’acciaieria provocava significativi effetti dannosi sull’ambiente e sulla salute degli abitanti della zona. “Varie misure per la riduzione del suo impatto sono state previste sin dal 2012, ma i termini stabiliti per la loro attuazione sono stati ripetutamente differiti”, ha evidenziato la Corte. In quel contesto, molti abitanti della zona hanno agito in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano contro il proseguimento dell’esercizio dell’acciaieria, sostenendo che le sue emissioni nuocciono alla loro salute e che l’installazione non è conforme ai requisiti della direttiva relativa alle emissioni industriali. A quel punto, il Tribunale di Milano si è chiesto se la normativa italiana e le norme derogatorie speciali applicabili all’acciaieria Ilva per garantirne la continuità fossero in contrasto con la direttiva ed ha, per questo, adito la Corte al riguardo.

La Corte ha sottolineato anzitutto “lo stretto collegamento tra la protezione dell’ambiente e quella della salute umana, che costituiscono obiettivi chiave del diritto dell’Unione, garantiti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Ha rilevato che la direttiva contribuisce al conseguimento di questi obiettivi e alla salvaguardia del diritto di vivere in un ambiente atto a garantire la salute e il benessere. Mentre, secondo il governo italiano, la direttiva non fa alcun riferimento alla valutazione del danno sanitario, la Corte rileva che la nozione di ‘inquinamento’ ai sensi di tale direttiva include i danni tanto all’ambiente quanto alla salute umana.

Pertanto, “la valutazione dell’impatto dell’attività di un’installazione come l’acciaieria Ilva su tali due aspetti deve costituire atto interno ai procedimenti di rilascio e riesame dell’autorizzazione all’esercizio”, ha puntualizzato la Corte.

Secondo il Tribunale di Milano, tale presupposto non è stato rispettato per quanto riguarda il danno sanitario. “Il gestore deve altresì valutare tali impatti durante tutto il periodo di esercizio della sua installazione”. Inoltre, secondo il Tribunale di Milano, le norme speciali applicabili all’acciaieria Ilva hanno consentito di rilasciarle un’autorizzazione ambientale e di riesaminarla senza considerare talune sostanze inquinanti o i loro effetti nocivi sulla popolazione circostante. Ebbene, la Corte rileva che “il gestore di un’installazione deve fornire, nella sua domanda di autorizzazione iniziale, informazioni relative al tipo, all’entità e al potenziale effetto negativo delle emissioni che possono essere prodotte dalla sua installazione. Solo le sostanze inquinanti che si ritiene abbiano un effetto trascurabile sulla salute umana e sull’ambiente possono non essere assoggettate al rispetto dei valori limite di emissione nell’autorizzazione all’esercizio”.

La Corte ha affermato che, contrariamente a quanto sostenuto dall’Ilva e dal governo italiano, il procedimento di riesame non può limitarsi a fissare valori limite per le sostanze inquinanti la cui emissione era prevedibile. Occorre tener conto anche delle emissioni effettivamente generate dall’installazione nel corso del suo esercizio e relative ad altre sostanze inquinanti. “In caso di violazione delle condizioni di autorizzazione all’esercizio dell’installazione, il gestore deve adottare immediatamente le misure necessarie per garantire il ripristino della conformità della sua installazione a tali condizioni nel più breve tempo possibile. In caso di pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute umana, il termine per applicare le misure di protezione previste dall’autorizzazione all’esercizio non può essere prorogato ripetutamente e l’esercizio dell’installazione deve essere sospeso”, ha concluso la Corte.

Ex Ilva, arrivano altri 150 milioni. I sindacati aspettano un Piano industriale “chiaro”

Il governo aveva garantito che a stretto giro di posta sarebbero arrivate nuove risorse per l’ex Ilva e così è stato. Nel decreto Agricoltura ci sono i 150 milioni di euro promessi dal ministro delle Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso, durante l’ultimo incontro con i sindacati e la struttura commissariale, della scorsa settimana a Palazzo Chigi. Per “assicurare la continuità operativa degli impianti“, si legge nel testo approvato dal Consiglio dei ministri: si tratta di risorse non impegnate per progetti di decarbonizzazione, “fino a concorrenza dell’ammontare delle spese e dei costi sostenuti per l’attuazione e la realizzazione di interventi volti ad assicurare la continuità operativa degli stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale e la tutela dell’ambiente, della salute e della sicurezza dei lavoratori addetti ai predetti stabilimenti“.

Una scelta che, però, fa saltare la mosca al naso delle opposizioni. “Sembra impossibile, ma nel 2024 ci ritroviamo davanti a un governo che continua a buttare fumo negli occhi di cittadini e lavoratori sulla vicenda ex Ilva“, attacca il vicepresidente dei Cinquestelle, Mario Turco. “Forse Giorgia Meloni e Adolfo Urso non si sono resi conto di una grande verità: Taranto non abbocca più. Quando il ministro annuncia su Il Sole 24 Ore che, per garantire la continuità del siderurgico, giungeranno 150 milioni di euro, non sa che la comunità è ben consapevole dell’origine di tale somma. L’operazione ordita in tal senso è di una disonestà clamorosa: si vogliono utilizzare le risorse sequestrate ai Riva e destinate alle bonifiche, per continuare a inquinare senza la minima idea di dove sia diretto quel rudere di fabbrica, sempre più pericoloso per chi ci lavora e per chi ne subisce i danni ambientali e sanitari“, rincara la dose. “Non c’è limite al peggio – sostiene Ubaldo Pagano (Pd) -. Il governo Meloni, completamente a corto di risorse, sta per togliere 150 milioni di euro dal cosiddetto ‘patrimonio destinato’ per tappare i buchi della nuova gestione commissariale. Che detto in soldoni vuol dire togliere le risorse sequestrate ai Riva e destinate alle bonifiche da farsi per recuperare un territorio sacrificato sull’altare di una produzione altamente dannosa per l’ambiente e la salute dei cittadini tarantini“.

Nel decreto c’è anche il rafforzamento della prevenzione del rischio incendi, che contemperando le esigenze di sicurezza con quelle di continuità degli impianti – sottolinea il Mimit -, dispone un rinvio di 48 mesi per la definitiva trasmissione del rapporto di sicurezza. Vengono introdotte norme che supportano l’operatività dei Vigili del fuoco, anche tramite una più rapida immissione in servizio delle figure professionali essenziali alle attività di coordinamento delle squadre di intervento.

Intanto i sindacati tornano a far sentire la propria voce alla vigilia dell’incontro che si terrà oggi, 7 maggio, in Confindustria, con i commissari straordinari dell’ex Ilva. “Le lavoratrici e i lavoratori da troppo tempo pagano gli effetti della malagestione dell’ex Ilva con la cassa integrazione e i mancati investimenti che interessano tutti gli stabilimenti, da Taranto a Genova, passando per Novi Ligure, Racconigi e gli altri siti della Lombardia, del Veneto e della Campania“, dice il coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, Loris Scarpa. “Ci aspettiamo che finalmente vengano forniti dati certi sugli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e sui tempi delle iniziative di rilancio della produzione e della decarbonizzazione, che non possono più essere rinviati“. Per il segretario nazionale della Uilm, Guglielmo Gambardella, “senza un chiaro piano di rilancio della produzione di tutti gli stabilimenti e la garanzia dell’intera occupazione, compresa quella dell’indotto e dei lavoratori in Ilva Aa, è difficile proseguire un vero confronto“. Perché “nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi abbiamo già dichiarato la nostra insoddisfazione sulle linee guida del piano industriale e domani ci attendiamo un incontro concreto per conoscere tempi, modalità e risorse per la ripartenza degli impianti e il ritorno al lavoro dei tremila attualmente in cassa integrazione“.

Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizza anche la Fim Cisl: “Non ci aspettiamo promesse mirabolanti per il prossimo decennio, saremmo ipocriti, ci attendiamo concretezza su quelli che sono i temi urgenti che riguardano i lavoratori e la fabbrica e che sono stati lasciati in sospeso per troppo tempo“, dichiara il segretario nazionale, Valerio D’Alò. Che aggiunge: “Chiediamo di far chiarezza su cose semplici ma fondamentali nell’immediato, a partire da un piano chiaro e dettagliato di quali manutenzioni dovranno essere svolte nelle prossime settimane, su quali impianti e quali ricadute avranno sulla produzione e il riavvio degli stessi una volta messi in condizione di lavorare“.

Ex Ilva, altri 150 mln e 2 forni elettrici. Ma bozza piano non convince sindacati

Quattro ore di confronto, ma la soluzione è ancora lontana. Dal tavolo governo-sindacati-commissari sull’ex Ilva emergono alcune novità, ma la bozza di piano industriale presentata non convince affatto le sigle. L’obiettivo principale è arrivare a 6 milioni di tonnellate entro il 2026, ma soprattutto la costruzione di due nuovi forni elettrici (a partire dalla seconda metà del 2025) da far entrare in funzione dal secondo semestre del 2027, che prenderanno il posto degli Altiforni 1 e 4 (l’Afo 2 resterà attivo) con l’obiettivo di produrre almeno 4 milioni di tonnellate. All’incontro il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, poi, anticipa che sono in programma, a partire dalla seconda metà del prossimo mese di maggio, alcune visite ai vari stabilimenti assieme a possibili compratori, ovvero a società che hanno manifestato interesse per l’acquisto della società. Ma soprattutto, il responsabile del Mimit, annuncia che a stretto giro di posta, probabilmente già la prossima settimana, ci sarà un intervento per sbloccare nuove risorse utili ad aumentare la liquidità, in attesa del via libera dell’Unione europea per il prestito ponte da 320 milioni di euro.

Si tratta di circa 150 milioni di euro che possono essere trasferiti da Ilva in amministrazione straordinaria alle casse di Acciaierie d’Italia. Che, sommati ai 150 milioni già versati con il decreto dell’esecutivo dei mesi scorsi e ai 320 milioni di fondi per cui si aspetta il disco verde dall’Ue, porterà il conto a 620 milioni. Mentre per i nuovi forni elettrici “c’è il famoso miliardo che stanzieranno”, sottolinea l’esponente dell’esecutivo Usb, Francesco Rizzo, lasciando Palazzo Chigi. “Le persone devono tornare a lavorare, noi non siamo più disponibili a discutere di piani di lungo periodo”, tuona il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma. Che aggiunge: “Il governo ci ha detto che sono in via di intervento 150 milioni oltre al famoso prestito ponte, che deve però passare dalla Commissione Ue. Il tempo è stato fin troppo: i 320 milioni servivano subito, le nozze con i fichi secchi non si fanno e gli impianti devono ripartire in sicurezza”.

Netta anche la posizione della Uilm. “Nessuna condivisione di piano e nessun piano: quando lo conosceremo nei dettagli diremo la nostra. E non saremo teneri, come non lo siamo stati con nessuno”, avvisa il segretario generale, Rocco Palombella. Abbiamo voluto capire fino in fondo qual è la bozza di piano che stanno predisponendo e, data la genericità dei loro approfondimenti, ci siamo limitati a dire che non condividiamo il metodo e non condividiamo la sostanza. Per noi – continua – rimangono confermate le intese sottoscritte e soprattutto l’accordo del 2018, che resta valido finché non se ne negozia un altro. E non abbiamo nessuna volontà di negoziare un ulteriore accordo”.

La Fim-Cisl in qualche modo ‘sospende’ il giudizio. “Il piano è funzionale a dare le garanzie in Europa rispetto ai 320 milioni di prestito”, spiega il segretario Ferdinando Uliano. “Quello che ci hanno presentato rimette in piedi gli attuali impianti, rendendo Afo 4 in grado di produrre e rimettendo in sesto Afo 2 e Afo1. Per quanto ci riguarda – sottolinea -, rispetto ad un piano industriale che si occupa di arrivare ad una definizione di 6 milioni di tonnellate e che dia le prospettive, c’è un ulteriore approfondimento da sviluppare”. Una posizione simile la assume anche Ugl Metalmeccanici. “Quella presentata oggi è un’ipotesi di piano industriale – dice il segretario generale, Antonio Spera -. Ma abbiamo già chiesto di incontrarli di nuovo per capire meglio quello potrebbe essere il prossimo piano, che va discusso con le organizzazioni sindacali”.

Ex Ilva, si va in amministrazione straordinaria: commissario nelle prossime ore

L’ex Ilva sarà commissariata. Dopo mesi di trattative con ArcelorMittal, il governo annuncia la decisione di porre sotto il controllo dello Stato l’acciaieria e già nelle prossime ore sarà nominato un commissario, probabilmente in Consiglio dei ministri già mercoledì. Sarà una figura “esperta di siderurgia e che conosce bene l’azienda”, trapela dal tavolo tra il governo e le parti sociali.

Nelle prossime ore si sbloccheranno i 320 milioni che lo Stato ha messo a disposizione con un prestito ponte. Nessun pericolo per l’indotto, viene assicurato: l’amministrazione straordinaria prevale sul concordato, grazie al decreto legge del 16 gennaio scorso.

Non si sa ancora quante saranno le aziende in appalto e sub appalto che potranno o dovranno accedere fondo occupazione, dove sono stati stanziati 10 milioni di euro. “Si farà una mappatura per capire come intervenire”, comunica la ministra del Lavoro, Marina Calderone, durante al tavolo con i sindacati. La Regione Puglia metterà inoltre a disposizione dei lavoratori 1 miliardo di euro.

Dopo il tavolo con il governo, l’Aigi tiene un incontro tecnico al Mimit e consegna un documento con le proposte delle aziende creditrici. “L’indotto ha bisogno di non andare in cig: se si va in amministrazione straordinaria grazie a questo commissariamento si può attivare l’articolo 68 per dare acconti alle aziende e le aziende possono ripartire”, spiega il presidente, Fabio Greco. “Oggi lo stabilimento è un deserto, servono soldi ora, subito – avverte -. Vanno sospesi immediatamente oneri fiscali, tributari e mutui”.

Il colosso franco-indiano si è detto “sorpreso e deluso” dall’amministrazione straordinaria, che a suo dire non era stata comunicata da Invitalia al consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia.
“Si tratta di una palese violazione dell’accordo di investimento” stipulato con Roma, tuona ArcelorMittal in una e-mail inviata al socio pubblico.

Visto che ArcelorMittal “non ha intenzione di investire nell’azienda, credo sia giusto che il Paese si riappropri dei frutti del suo lavoro e del sacrificio di intere generazioni”, ha precisato ieri Urso, che torna sulla vicenda ricordando che “ci sono più interessi e più imprese internazionali a investire sulla siderurgia in Italia”.

L’obiettivo dichiarato del governo è quello di permettere all’acciaieria, considerata strategica per il Paese, di continuare a operare e di salvaguardare le migliaia di posti di lavoro.

In regime di “amministrazione straordinaria”, il governo nomina il commissario per gestire l’azienda e preparare un piano di salvataggio in attesa dell’arrivo di un nuovo investitore. Tra i candidati, spunta il nome del gruppo siderurgico ucraino Metinvest, che è alla ricerca di nuovi siti produttivi da quando, nel maggio 2022, l’esercito russo ha preso il controllo della gigantesca acciaieria Azovstal di Marioupol. In lizza per sostituire ArcelorMittal ci sarebbero anche l’acciaieria italiana Arvedi e il gruppo indiano Vulcan Green Steel, filiale del conglomerato Jindal, che aveva già presentato un’offerta senza successo per Ilva nel 2017.

Dopo una serie di contrattempi finanziari e legali, il gruppo Ilva era già stato posto sotto amministrazione pubblica nel 2015, finché nel 2018 lo Stato ne ha affidato le sorti ad ArcelorMittal. L’indotto ha un terribile ricordo dell’ultima amministrazione controllata, essendo rimasto con circa 150 milioni di euro di fatture non pagate.

Ex Ilva, per i sindacati 320 milioni insufficienti. Confindustria: “Rischio bomba sociale”

In attesa che si delinei il futuro dell’ex Ilva, il decreto varato la settimana scorsa dal governo entra nella fase calda dell’iter parlamentare. Le prime audizioni in commissione Industria al Senato servono a tracciare un quadro della situazione, che resta molto delicata. “La situazione è peggiorata in modo drammatico: gli impianti sono quasi fermi, la produzione è ai minimi termini, gli investimenti sull’ambientalizzazione sono bloccati, ci sono problemi di sicurezza sugli impianti“, denuncia il segretario della Uilm, Rocco Palombella. L’attenzione è concentrata sui fondi messi a disposizione dall’esecutivo nel provvedimento, nel caso si ricorra alla procedura di amministrazione straordinaria. “A differenza del passato, chiediamo di sbloccare immediatamente i 320 milioni che dovranno garantire totalmente i creditori funzionali alla continuità produttiva: i lavoratori dell’indotto, le rispettive aziende, i fornitori, la logistica, i servizi“, sottolinea ancora Palombella.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il presidente dell’Associazione indotto AdI e general industries (Aigi), Fabio Greco, spiegando che questa sarebbe una mossa strategica, perché queste aziende “sarebbero le uniche a riprendere a lavorare già domattina“. Così come Usb, che chiede alle istituzioni di “farsi carico di sancire formalmente come anche le imprese dell’indotto, che concorrono in modo essenziale al sostentamento degli stabilimenti ex Ilva, debbano essere riconosciute come strategiche nell’ambito del settore siderurgico italiano e rese parte del Piano nazionale per la siderurgia” e in base a questo principio “destinare una parte importante dei 320 milioni, almeno 150, a queste imprese“.

Per Fiom-Cgilè necessario garantire l’occupazione e il blocco dei licenziamenti, per tutti i lavoratori compresi indotto e appalti, in modo che sia assicurata anche la continuità produttiva“. Ecco perché, dicono Michele De Palma, segretario generale della Fiom, e Pino Gesmundo, segretario nazionale della Cgil, “il limite massimo di investimento di 320 milioni nel 2024 fissati nel decreto non è sufficiente a garantire il mantenimento della produzione di acciaio“. Servono “risorse aggiuntive a Taranto per la ripartenza degli altiforni e a Genova per la rimessa in funzione del carroponte e della linea della banda stagnata, oltre agli investimenti per manutenzioni in tutti gli stabilimenti al fine di garantire la salute, la sicurezza e la tutela dell’ambiente“.

Il filo conduttore resta quello di tenere vivo l’impianto. Anche per evitare il rischio di una “bomba sociale, come avvisa il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma. La città, aggiunge, “non può assolutamente permettersi che questo stabilimento chiuda” così come è urgente che “i crediti enormi verso le aziende dell’indotto vengano ristorati“.

Del decreto parlano anche i tre commissari straordinari, Antonio Lupo, Francesco Ardito e Alessandro Danovi. “La norma dell’articolo 4 per noi è interessante perché ci consente di poter chiudere altre 3 procedure di amministrazione straordinaria pendenti, con la prospettiva di rimettere in bonis tre società sottoposte ad amministrazione straordinaria: Taranto Energia, Ilva servizi marittimi e Tillet, una società di diritto francese“, dice Lupo. Mentre Danovi, parlando dell’ipotesi amministrazione controllata e del finanziamento da 320 milioni, sottolinea l’importanza di destinare questa somma alla continuità produttiva: “Un valore da tutelare, un obiettivo di interesse primario per il Paese“. Il dl è atteso nell’aula del Senato dal 27 febbraio, nel frattempo il lavoro del governo continua. Spunta, infatti, la data di venerdì 2 febbraio come possibile inizio dell’ispezione dei commissari nello stabilimento di Taranto. Ipotesi non smentita da fonti governative.

Ex Ilva, si cerca di salvare l’indotto. Governo studia agevolazioni e fondo di sostegno

E’ corsa contro il tempo anche per salvare l’indotto dell’ex Ilva di Taranto. Il governo studia tre misure: una revisione delle norme per la tutela dei crediti, l’accesso agevolato al Fondo di garanzia Pmi e l’istituzione di Fondo di sostegno ad hoc.

Oggi i sindacati del comparto si sono riuniti in videocollegamento con il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, e la ministra del lavoro, Marina Calderone, che garantiscono che i provvedimenti saranno messi in campo per tutti i lavoratori. A partire dall’estensione in deroga della Cigs per le aziende della filiera.

Nel dettaglio, il governo pensa di confermare la pre-deducibilità dei crediti delle imprese dell’indotto, eliminando quelle differenziazioni che in passato, sottolineano i ministeri, “hanno generato difficoltà interpretative e applicative e provocato discriminazioni all’interno della platea”. Sarà data priorità assoluta a chi ha erogato le proprie prestazioni, senza soluzione di continuità, sino al giorno della decretazione dell’amministrazione straordinaria, contribuendo a garantire la continuità produttiva.

Le aziende chiedono garanzie sul ristoro dei crediti per 120 milioni di euro. L’associazione Aigi, a cui aderisce l’80% dell’indotto, due giorni fa ha bloccato la fornitura di beni e servizi, a eccezione della manutenzione delle batterie degli altiforni, per garantire l’incolumità pubblica. La paura è di perdere i crediti in caso di ricorso all’amministrazione straordinaria.

Ma Acciaierie d’Italia tiene a precisare che l’esposizione per servizi resi nel 2023 dalle imprese che aderiscono ad Aigi “è ampiamente inferiore ai dati pubblicati dalle Associazioni di categoria ed è disponibile ad una verifica condivisa”. Quanto ai crediti ceduti dai fornitori a Banca Ifis per l’anticipo degli importi, Acciaierie informa di aver “sempre onorato tutte le scadenze mensili nei confronti dell’Istituto finanziario, inclusa quella del 31 dicembre scorso”.

Per l’indotto, il governo intende anche prevedere l’esonero dal pagamento delle commissioni “una tantum” per l’accesso al Fondo e per il mancato perfezionamento delle operazioni garantite. Per la misura della garanzia diretta sarà previsto un innalzamento all’80% per tutte le operazioni. Per quanto riguarda le operazioni di riassicurazione, la copertura del Fondo di MCC sarà incrementata fino al 90% sulle garanzie rilasciate in prima istanza dai confidi non superiori all’80%.

Quanto al Fondo ad hoc, si prevedrà un contributo, nell’ambito del de minimis, per abbattere gli interessi che le imprese dell’indotto dovranno corrispondere sui mutui per nuova liquidità.

Un’ottima notizia per i sindacati, che però ricordano “la gravità della situazione”, precisa Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, perché, chiosa, “l’ex Ilva non può assolutamente fermarsi”. All’attuale dirigenza di Acciaierie d’Italia imputa un comportamento e delle scelte sui lavoratori diretti, sugli impianti, sull’indotto e sugli appalti che hanno costruito una condizione per cui “le persone non hanno più certezza di uno stipendio e di un posto di lavoro”. La richiesta è che, oltre agli ammortizzatori sociali, venga garantita la continuità produttiva, ma anche che “emergano quelle situazioni che sono al limite della legalità nel contesto attuale”.

La gestione della transizione necessaria sul piano procedurale e burocratico ha determinato una emergenza credito per le imprese dell’indotto che la ha spinte alla sospensione delle attività, “minando nel tempo la continuità produttiva dello stabilimento stesso e soprattutto la continuità lavorativa dei dipendenti”, spiega il segretario confederale della Cisl, Giorgio Graziani. Servono quindi, insiste, “misure immediate per ristabilire le condizioni minime per poter ripartire nelle attività e un sistema di protezione dei lavoratori che non discrimini alcuno per dimensione aziendale o settore di appartenenza”. Bene l’ammortizzatore unico in deroga per rispondere a queste necessità, bene anche le misure di supporto.

Ma, osserva il sindacalista, “per avere fruibilità di queste misure dovremo aspettare la conversione del Decreto Legislativo n.4 del 18 gennaio sulle imprese strategiche in amministrazione straordinaria”. Servono quindi risorse disponibili immediatamente, che permettano di uscire dalla situazione di grave incertezza. “Per questo – scandisce Graziani – ci aspettiamo una ulteriore azione di pressione sugli istituti di credito e iniezione di risorse fresche dedicate, affinché possa essere gestito questo periodo di emergenza garantendo lavoro per indotto e continuità produttiva per lo stabilimento”.