Electrolux ritira i licenziamenti unilaterali. Urso: “Nuova fase”. Prossimo tavolo 29/10

Importante svolta nella vertenza Electrolux, al termine del tavolo di confronto di questa mattina al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. La multinazionale svedese ha infatti annunciato il ritiro dei licenziamenti unilaterali precedentemente paventati, aprendo ad un percorso condiviso fondato su incentivi all’esodo, ammortizzatori sociali e nuovi investimenti per il rilancio delle produzioni italiane.

Il nuovo piano industriale presentato dal gruppo prevede interventi strategici per 90 milioni di euro e una revisione del piano prodotti, puntando a superare l’impostazione iniziale della chiusura secca. Nello specifico, il programma include un piano di uscite incentivate su base volontaria per un massimo di 600 impiegati e 650 operai, da gestire nell’arco di tre anni attraverso l’impiego della cassa integrazione straordinaria e degli ammortizzatori sociali disponibili. Per quanto riguarda il delicato nodo dello stabilimento di Cerreto d’Esi, è stato annunciato l’avvio di un progetto di reindustrializzazione e riqualificazione del personale, supportato dalla creazione di un apposito tavolo tecnico con le istituzioni locali e le parti sociali. Inoltre, l’iniziativa industriale punta a incrementare i volumi complessivi nel Paese oltre i 3,1 milioni di pezzi annui.

Il tavolo nazionale è stato presieduto dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, affiancato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, e dal sottosegretario Fausta Bergamotto, alla presenza di Confindustria, delle Regioni e dei Comuni coinvolti. Molto soddisfatto Urso: “Finalmente si apre una nuova fase. Quello compiuto oggi è un passo nella giusta direzione. Nessuno stabilimento chiuso, un percorso di reindustrializzazione per il sito di Cerreto d’Esi, il ritiro dei licenziamenti unilaterali, un piano di incentivazione alle uscite volontarie nell’arco di tre anni, il ricorso agli ammortizzatori sociali e una nuova proposta di investimenti a sostegno della transizione industriale”. Nel corso dell’incontro, il ministro ha sottolineato come la vertenza si inserisca nel più ampio fronte europeo per tutelare la manifattura e il settore degli elettrodomestici dalla concorrenza asiatica: “La linea italiana ha fatto breccia in Europa. Séjourné mi ha confermato poche ore fa per iscritto che sono pronti ad agire, sulla base delle indicazioni espresse nel nostro non paper, avallato anche da Germania, Francia, Spagna, Polonia e Slovacchia“. Per il prossimo futuro, ha sottolineato il ministro, “dobbiamo lavorare insieme con tutti gli attori, per definire in pochi giorni il nuovo piano sostenibile e condivisibile. Dobbiamo farlo entro il mese di ottobre. Per questo programmiamo sin d’ora la data del 29 ottobre per un nuovo incontro così da consentire al management europeo dell’azienda di preservare gli stabilimenti e i lavoratori italiani dalla riorganizzazione globale del gruppo”.

La reazione delle organizzazioni sindacali è stata di cauta apertura, pur evidenziando criticità e la necessità di ottenere garanzie vincolanti. Per la Uil e la Uilm, attraverso le voci di Vera Buonomo, Davide Sperti e Gianluca Ficco: “Sarà pur vero che hanno ritirato la minaccia di licenziamenti unilaterali, ma per arrivare ad un accordo bisogna salvare la fabbrica di Cerreto d’Esi e ridurre il numero degli esuberi”, che a detta dei sindacati restano elevati e bisognosi di una netta salvaguardia occupazionale. La Fiom-Cgil, con Barbara Tibaldi, ha invece ribadito come le uscite volontarie debbano essere attentamente monitorate per evitare carichi di lavoro insostenibili per il personale rimanente, pur accogliendo positivamente il superamento della data di chiusura rigida per Cerreto. Il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, ha sottolineato l’azione dei lavoratori Electrolux, “che hanno dimostrato quanto sia possibile, attraverso la lotta, cambiare un piano industriale fatto di delocalizzazioni, licenziamenti unilaterali e chiusure”.

Dal territorio, gli assessori del Friuli Venezia Giulia Sergio Emidio Bini e Alessia Rosolen hanno parlato di “significativo cambio di passo”. Il presidente delle Marche Francesco Acquaroli ha evidenziato che “per la prima volta si è discusso di un nuovo piano industriale che esclude la chiusura e supera l’ipotesi dei licenziamenti”, pur chiedendo di riconsiderare l’attività produttiva a Cerreto. Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale ha definito il cambiamento “rilevante“. Quindi l‘assessore regionale veneto Massimo Bitonci: “Arriva la prima vera svolta dopo mesi di confronti serrati”. I commenti politici e istituzionali riflettono la complessità della vertenza. Da un lato, le forze di opposizione, come il Pd, che evidenzia come le aperture aziendali non bastino, e chiede tutele certe sui tempi e sui contenuti senza depauperare il patrimonio professionale del gruppo. Chiara Appendino del M5s rimarca invece la necessità di mantenere “il fiato sul collo a azienda e governo“. Dall’altro lato ci sono i rappresentanti della maggioranza, tra cui la senatrice Elena Leonardi e il deputato Emanuele Loperfido di Fratelli d’Italia, insieme a Fabrizio Cecchetti della Lega, che hanno definito l’esito del tavolo “una vera e propria svolta”, lodando il lavoro diplomatico e istituzionale del governo e del ministro Urso “per mettere in sicurezza la filiera e avviare una nuova strategia industriale a difesa del lavoro in Italia”.

Materie critiche, Urso contro dipendenza estera: “Sito Porto Marghera in legge bilancio”

L’Italia punta a diventare il fulcro europeo per l’autonomia strategica e il recupero dei minerali essenziali. Nel corso del Terzo Simposio Nazionale dell’Osservatorio Italiano Materie Prime Critiche Energia (Oimce), ospitato nel Salone degli Arazzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) e promosso da Wec Italia e Assorisorse in collaborazione con Edison ed Enel Foundation, il ministro Adolfo Urso ha tracciato la rotta nazionale per la sicurezza degli approvvigionamenti e la competitività industriale.

Al centro della strategia c’è la ferma volontà di ridurre la subordinazione commerciale dai mercati esteri, con un focus particolare sul Dragone. “Abbiamo condiviso un emendamento sfidante che ci dovrebbe consentire di ridurre la dipendenza dall’estero e in modo specifico ridurre la dipendenza dalla Cina che oggi è il principale attore globale”, ha spiegato il titolare del Mimit. Se l’estrazione mineraria diretta sul suolo nazionale incontra naturali ostacoli legati alla tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico, il Paese intende eccellere nella raffinazione e nel recupero: “Per quanto riguarda l’estrazione questo è più complicato per il nostro paese a causa del patrimonio naturale, storico, artistico, culturale e naturalistico, ma si può fare una mappatura. Per quanto riguarda la raffinazione delle materie prime critiche si può fare, anche in Italia, d’altra parte i primi bandi europei hanno ottenuto il riconoscimento di piani strategici per le nostre imprese che realizzano cicli di raffinazione e riciclo”.

La mossa chiave annunciata da Urso riguarda la candidatura italiana per ospitare il primo sito strategico di stoccaggio nell’ambito del bando aperto dalla Commissione europea, la cui scadenza è fissata per l’8 ottobre. Il cuore pulsante del progetto sarà il Veneto: “Siamo convinti che il Veneto, con Porto Marghera, può rappresentare una naturale porta d’accesso ai mercati europei e un hub strategico per la sicurezza degli approvvigionamenti”. L’obiettivo è ottenere “il riconoscimento di sito pilota per il distretto industriale in materia critica”.

Il piano prevede un’articolata integrazione logistica e territoriale. Attorno a Marghera si muoveranno l’Interporto Quadrante Europa, i porti di Trieste e Ravenna, gli impianti di Chieti e la miniera di Tassullo in Val di Non, creando una rete sinergica con un sito nel Nord Europa per costruire un modello continentale in grado di far fronte a “eventuali shock produttivi”. Questa visione troverà immediato riscontro normativo nel decreto Imprese e, in modo strutturale, nella prossima Legge di Bilancio.

Il simposio ha inoltre evidenziato l’importanza delle alleanze geopolitiche globali, dai legami con Stati Uniti, Regno Unito e Canada fino al Piano Mattei per l’Africa, per diversificare le catene del valore. Nella seconda parte dell’evento, coordinata da Michele Vitiello di WEC Italia e arricchita dai contributi di esperti come Mariachiara Zanetti e Giuseppe Montesano, i tavoli tecnici hanno ribadito la necessità di pianificare i fabbisogni nazionali al 2040, snellire il permitting e valorizzare le risorse secondarie, confermando l’impegno unitario dell’industria italiana.

Ex Ilva, Orsini apre: “Ci sono le condizioni per valutare una cordata italiana”

(Foto: Mimit)

Per l’ex Ilva “si aprono le condizioni per valutare una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base del Paese”. A scuotere l’estate di quello che un tempo era il colosso nazionale della siderurgia è l’annuncio del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, uscendo dal Mimit dopo il tavolo di confronto con governo ed enti locali assieme al mondo delle imprese.

Il numero uno degli industriali ricorda che “dietro alla produzione di Ilva, oltre alle persone, c’è anche una filiera importantissima di prodotti” che va salvaguardata. “C’è un interesse a ragionare e valutare da parte dei nostri acciaieri, i nostri imprenditori italiani, sulla nuova gara, perché venendo a mancare la parte a caldo ovviamente cambia l’oggetto”, aggiunge ancora Orsini. Che si dice “contento che ci sia questa apertura e la possibilità, anche in tempi rapidi, di poter dare delle risposte da parte delle nostre acciaierie”.

Di questa nuova opzione parla anche il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, presenta al tavolo di Palazzo Piacentini. “Ci siamo impegnati a esaminare il dossier e verificare se sussistano le condizioni e le possibilità per promuovere una cordata di operatori siderurgici italiani finalizzata al rilancio degli impianti non interessati dal blocco disposto dalla sentenza”. Il numero uno di Duferco considera “questa disponibilità all’analisi un atto di responsabilità nei confronti delle migliaia di lavoratori il cui futuro è oggi a rischio”, ma allo stesso tempo auspica che “qualora si concretizzassero le condizioni per un nostro coinvolgimento, esso possa tradursi in un impegno condiviso dell’intero Sistema Italia”.

Sul piatto resta, però, il countdown per la chiusura dell’area a caldo di Taranto, che per ordine della Corte d’appello di Milano dovrà chiudere tra 80 giorni circa se l’area non sarà ristrutturata per rispettare i dettami ambientali. Il colosso indiano Jindal, pochi giorni fa, in una lettera ai commissari straordinari di Adi e Ilva si era detto disponibile a chiudere anche in queste nuove condizioni e, infatti, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, sottolinea che l’idea della cordata italiana “si aggiungerà alla proposta che Jindal ha deciso di aggiornare tenendo conto della decisione della Corte di appello”. Il pronunciamento dei giudici meneghini è un tema dirimente e ricorrente, anche nelle parole dello stesso responsabile del Mimit, che infatti ammette: “Ha di fatto cambiato le condizioni”, per cui “dobbiamo sopperire per disinnescare la bomba sociale, produttiva e occupazionale”.

Per questi motivi l’interesse degli imprenditori italiani è un fatto del tutto nuovo, dopo anni di trattative e gare dove a partecipare sono state solo aziende straniere, anche se di alto livello nel panorama globale della siderurgia. Senza contare che, da chi era presente al tavolo di oggi al Mimit, arriva la conferma dell’interesse di società come Webuild, anche se all’interno di un interesse a 360 gradi sulle opere infrastrutturali del Paese. Urso conta che nel tavolo di stamane erano presenti “oltre 17 progetti per investimenti complessivi di oltre 2 miliardi con una diversificazione settoriale su almeno 8 settori con una prospettiva occupazionale di grande rilevanza”.

Ora, però, si avvicina il momento delle scelte, come ricorda anche il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, presente alle varie riunioni. “La riunione era sui possibili investitori e non si è parlato di Ilva. Invece siamo convinti che bisogna partire dal polo siderurgico decarbonizzato con i forni elettrici a Taranto, che deve restare a Taranto. Poi è importante la verticalizzazione, cioè l’utilizzo dell’area freddo”. Decaro resta convinto che chiunque presenti un’offerta sull’ex Ilva debba avere come ‘socio’ lo Stato: “Non perché sono uno statalista – spiega –, ma se mettiamo risorse nel contratto di sviluppo è fondamentale che ci sia la presenza dello Stato”, almeno in una fase iniziale. Gli enti locali, peraltro, si affiancheranno ai sindacati per chiedere che il tema ripassi per Palazzo Chigi con una nuova convocazione.

Nel frattempo domani, giovedì 6 agosto, si terrà il quarto e ultimo tavolo della settimana al Mimit, dove sono attesi i rappresentanti dell’indotto. Dopodiché l’attesa è per le mosse operative sull’ex Ilva. Il tempo stringe e una soluzione diventa sempre più urgente.

Asse Roma-Parigi per rilanciare industria europea. Urso: “Difendiamo settori strategici”

Rafforzamento della cooperazione nel settore della moda, un vero e proprio “patto” applicabile anche ad altri settori, collaborazione dell’ambito dell’automotive, dello spazio, della microelettronica. E, ancora, un non-paper comune sulle materie prime critiche, passando per la richiesta a Bruxelles di interventi urgenti per l’industria degli elettrodomestici.

Italia e Francia – dopo il vertice di Antibes del 25 giugno – fanno ancora fronte comune. L’occasione è il Tavolo della moda convocato al Mimit dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha ricevuto a Palazzo Piacentini il ministro francese all’Industria, Sébastien Martin. Prima un bilaterale e poi il confronto con le rispettive Camere della Moda e delle Confindustrie, con esponenti della filiera e del mondo economico, con i rappresentanti della Conferenza delle Regioni, delle associazioni sindacali e di categoria più rappresentative a livello nazionale, che chiedono al governo di portare in Europa le loro esigenze, tra cui quella di rafforzare la produzione locale, difendendo aziende e consumatori da prodotti extra Ue “che spesso arrecano danni alla salute, oltre che all’ambiente” e agiscono attraverso la “concorrenza sleale”, ha spiegato Urso.

Sul banco degli imputati c’è l’ultra fast fashion, contro la quale – dopo la tassa sui piccoli pacchi – a ottobre scatteranno nuove misure per “armonizzare, in un contesto europeo, eventuali legislazioni nazionali” e “tutelare meglio i nostri consumatori”. Lo scorso anno, infatti, quasi 5,9 miliardi di articoli contenuti in pacchi sotto i 150 euro, per oltre il 90% provenienti dalla Cina, hanno invaso il mercato europeo senza pagare alcun dazio. La moda, ha ricordato il titolare del Mimit, “è il simbolo di un modello produttivo, di un modello sociale, di un modello culturale che con la bellezza lancia un messaggio al mondo”.

L’intesa con Parigi, però, va oltre. “Questa deve essere la stagione del rinascimento industriale dell’Europa”, ha detto Urso, sottolineando che l’intesa con Parigi punta a “lavorare insieme per tutelare l’industria del nostro continente, attraverso riforme radicali e organiche che restituiscano centralità alla dimensione produttiva europea”. Quindi, avanti “per rafforzare i nostri comparti strategici: dalla moda agli elettrodomestici, dall’automotive alla siderurgia, dalla chimica alla microelettronica, dalle materie prime allo spazio”.

Il ministro francese ha sottolineato che Italia e Francia rappresentano il 30% del Pil dell’Unione europea, con quasi 100 miliardi di euro di scambi commerciali ogni anno. Ecco perché è necessario “fare del binomio franco-italiano uno dei motori della competitività e della sovranità industriale in Europa”.

Forte intesa tra Roma e Parigi anche sull’automotive. Con la Francia, ha ricordato Urso, “abbiamo una posizione comune che prevede più contenuto locale con la neutralità tecnologica. Confido molto nell’incontro bilaterale franco-tedesco che si svolgerà tra due giorni”. Per il ministro “dobbiamo mettere insieme le nazioni industriali europee per indirizzare al meglio la Commissione e le altre istituzioni nelle riforme necessarie per sostenere l’industria ed evitare che si arrivi alla desertificazione industriale”.

Nel corso del bilaterale i due ministri hanno definito poi un non-paper sulle materie prime critiche, con l’obiettivo, ha detto Urso, di “affrontare meglio la duplice sfida tech e green, digitale e ambientale. Abbiamo bisogno di trattenere in Europa le materie prime che ci servono e che oggi vengono esportate dal nostro continente”.

Rinnovabili, via libera Ue a piano italiano da 23 mld. Pichetto: “Fer X strumento strategico”

Via libera da parte di Bruxelles al piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, in linea con gli obiettivi del Clean Industrial Deal. La Commissione europea ha approvato il regime di aiuti di Stato che punta a una transizione “verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo Ue in materia di energie rinnovabili fissato per il 2030”. L’ok riguarda lo schema di decreto Fer X che, a regime, spiega il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, “consente di proseguire il percorso di realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili mature”. Uno strumento “strategico” per il ministro Gilberto Pichetto Fratin, “per rafforzare l’autonomia energetica del Paese, ridurre la dipendenza dall’estero e garantire continuità al meccanismo transitorio entrato in vigore nel 2025”.

Con questo programma, dice Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva per una transizione pulita, giusta e competitiva, “l’Italia sosterrà la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, attraverso diverse tecnologie come l’eolico onshore, il solare e l’idroelettrico, per raggiungere gli obiettivi del Clean Industrial Deal”. Si prevede, infatti, che gli impianti aggiungeranno complessivamente 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità da fonti green in Italia, di cui 10 GW riservati agli impianti fino a 1 MW di potenza e i restanti 27,15 GW destinati agli impianti di maggiore dimensione.

Il testo sarà ora trasmesso alla Corte dei Conti per la registrazione, passaggio che precederà la pubblicazione sul sito del Ministero. Il via libera europeo, dice ancora Pichetto, “rappresenta un tassello importante nel percorso di accelerazione della transizione energetica nazionale, favorendo investimenti, innovazione e maggiore sicurezza del sistema energetico italiano”.

Gli aiuti assumeranno la forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali (CfD) che prevedono un bonus per ogni kWh di elettricità prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento. Se i prezzi del mercato elettrico sono inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se sono superiori, le aziende rimborseranno la differenza. I CfD avranno una durata di 20 anni. Gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per realizzare ciascun singolo progetto. Gli aiuti, assicura Bruxelles, “saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per realizzare ciascun singolo progetto”.

Spetta ora all’Italia organizzare una procedura competitiva separata per le tecnologie solari ed eoliche con capacità superiore a 1 MW, in cui i candidati dovranno rispettare ulteriori criteri di preselezione previsti dalla legge sull’industria a zero emissioni nette. Gli impianti con potenza inferiore a 1 MW possono beneficiare direttamente del regime, senza partecipare a una procedura di gara. In questo caso, il prezzo di esercizio è stabilito amministrativamente dall’Autorità di regolamentazione per energia reti e ambiente. Il budget di 23 miliardi di euro del programma si basa su stime dei prezzi di mercato e il sostegno netto effettivo potrebbe essere considerevolmente inferiore in caso di prezzi di mercato superiori alle aspettative.

Sul fronte delle rinnovabili, però, in Italia resta il problema delle autorizzazioni. “Dobbiamo sbloccare ulteriormente i progetti che sono ancora fermi”, dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Se è vero che negli ultimi tre anni “la produzione di energia energia elettrica da fonte rinnovabile è aumentata del 40%”, ora bisogna “andare avanti con uno shock autorizzatorio”, avverte il titolare del Mimit con il concorso delle Regioni. Insomma, è necessario, “accelerare ulteriormente” e, “nel contempo tornare a imboccare la strada del nucleare sicuro e pulito, cosa che stiamo facendo col disegno di legge che è in corso di approvazione al Parlamento su cui auspico che le forze di sinistra concorrano positivamente”.

Domani Stellantis presenta il piano industriale. Fiom Cgil: “Situazione emergenziale, servono investimenti”

Da Detroit a Pomigliano, dalla Francia a Mirafiori, fino alla Cina e ritorno. Alla vigilia dell’Investor Day, durante il quale il ceo Antonio Filosa presenterà il suo primo piano industriale, Stellantis spinge sull’acceleratore, blindata dai dati di vendita del primo trimestre che, a livello globale, registrano successi importanti. Da gennaio a marzo i ricavi su base annua sono cresciuti del 6%, a 38,1 miliardi di euro. Bene le vendite negli Usa (+4%) nonostante i dazi e quelle in Europa allargata (+5% e +8%, includendo Leapmotor), rispetto al primo trimestre 2025, trainate principalmente da Italia, Germania e Spagna. La quota di mercato dell’EU30 ha raggiunto il 17,5%, con un aumento di 20 punti base su base annua e del 18,1% con un aumento di 70 punti base, includendo Leapmotor. Se il 2025 è stato “un anno di transizione e di trasformazione” in un contesto esterno “difficile”, aveva ricordato Filosa a febbraio, il 2026 punta a essere quello di “una crescita rinnovata e redditizia”.

Negli ultimi giorni il gruppo ha messo sul piatto una serie di intese che puntano a rafforzare la presenza globale del marchio. Ultima, in ordine di tempo, quella con Jaguar Land Rover per valutare opportunità di collaborazione nello sviluppo prodotto negli Stati Uniti. Le due aziende valuteranno possibili sinergie nello sviluppo di prodotti e tecnologie, facendo leva sulle competenze di ciascuna.

Ma è soprattutto alla Cina che guarda Stellantis. L’intesa con Leapmotor è destinata a rafforzarsi, soprattutto in Spagna, a Saragozza, storico sito produttivo di Opel, dove dovrebbe essere realizzato un nuovo C-Suv Opel completamente elettrico sulla stessa linea del modello C-Suv B10 di Leapmotor. E, ancora, spazio al rafforzamento della partnership con Dongfeng: i due gruppi hanno annunciato la firma di un accordo di cooperazione strategica finalizzato alla produzione congiunta di veicoli Peugeot e Jeep a nuova energia in Cina per il mercato cinese e per l’esportazione in altri mercati.

E l’Italia? A Pomigliano d’Arco nascerà la nuova e-car “un’auto elettrica compatta ed economicamente accessibile”, la cui uscita dalle linee di produzione è prevista nel 2028. Il costo dovrebbe essere intorno ai 15mila euro. Un’iniziativa che ha ricevuto anche il plauso del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, secondo il quale si tratta di “un segnale positivo per lo stabilimento campano e per il futuro dell’automotive italiano, una scelta giusta che rafforza il Piano Italia”.

Ma alla vigilia della presentazione del piano, la Fiom-Cgil tira il freno a mano e smorza gli entusiasmi. La situazione in Italia, dice il segretario nazionale, Samuele Lodi, “è a dir poco emergenziale”. In conferenza stampa il sindacato snocciola numeri e cifre: nel nostro Paese, dal 2004 al 2025 la produzione di automobili è calata di 590.722 unità, in 5 anni (2020-2025) Stellantis ha perso 12.265 posti di lavoro, circa il 56% degli addetti è interessato da ammortizzatori sociali e “nel corso di questi anni non ci sono stati investimenti ed interventi sui macchinari, sugli sugli impianti, sulle linee tali da poter riuscire a produrre quel famoso milione di veicoli all’anno che noi tutti ci ci auspichiamo”. Da qui la richiesta di produzioni “che garantiscano alti volumi produttivi (mass market), con la conseguente saturazione occupazionale degli stabilimenti”, ma anche “investimenti su impianti macchinari e attrezzature”. E, ancora, “joint venture che prevedano anche l’ingresso dello Stato in equity nel capitale”. Per il momento, spiega Lodi, l’Italia “è esclusa dagli annunci fatti dal gruppo in merito agli accordi con Leapmotor e altre case cinesi. Abbiamo bisogno di questo tipo di accordi anche in Italia determinando, però, alcune condizioni che mettano in garanzia lo stabilimento e gli stabilimenti in generale”.

Il lavoro fatto finora dal Mimit al tavolo automotive, per la Fiom Cgil non è sufficiente. “Non ha prodotto nulla, anzi è stato dannoso” e per questo “il dossier Stellantis deve essere preso in capo direttamente dalla Presidenza del Consiglio”. “Se ci fidiamo di Urso? No. L’inizio del tavolo automotive diceva che gli obiettivi erano due: di arrivare al milione di veicoli e poi dopo portare anche costruttori anche cinesi in Italia. E anche questa sponda è scomparsa”, conclude Lodi.

Tajani frena Lega: No uscite unilaterali patto stabilità. Pnrr e Mes contro caro-energia

Il vicepremier in quota Forza Italia, Antonio Tajani, frena l’idea della Lega di uscire unilateralmente dal patto di stabilità europeo per far fronte all’emergenza legata al caro energia. “Sono assolutamente contrario”, afferma a margine del Forum Italia-America Latina a Prato, pur aprendo a interventi “a tempo” per tener fuori dal patto di stabilità le spese legate alle conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz. In ogni caso, per il ministro degli Esteri in questo momento “serve più Europa” e, soprattutto, “più coraggio”.

Gli aiuti di Stato proposti dalla Commissione Europea non sarebbero equi, visto lo spazio fiscale limitato di un’Italia in procedura d’infrazione dopo aver sforato la soglia di deficit del 3% del Pil. “E’ una proposta che rischia di far aumentare la concorrenza sleale, rischia di far aumentare i dislivelli, quindi non mi pare una soluzione ottimale”, spiega il titolare della Farnesina. Tajani propone un altro Pnrr, sul modello di quello creato per il Covid, per permettere a tutta l’Europa di poter “superare questo momento complicato”. E torna sulla necessità di utilizzare i 400 miliardi del Mes: “Non vedo perché devono rimanere lì congelati – osserva – invece di aumentare il debito pubblico si potrebbero utilizzare quei soldi per il debito pubblico”.

Di sicuro, si dovrà intervenire. Perché, come mette in allerta il ministro delle Imprese Adolfo Urso, un protrarsi del blocco di Hormuz potrebbe avere “conseguenze gravi” sia sul Pil che sull’inflazione. Con zero crescita e inflazione alta, lo ha messo in chiaro anche Confindustria, l’Europa va incontro alla stagflazione. “Per questo abbiamo chiesto alla Commissione la sospensione del Patto di stabilità, per consentire agli Stati di reagire in tempi e modi adeguati, innanzitutto sul fronte energetico. Non servono pannicelli caldi, ma interventi radicali”, sottolinea Urso dalle colonne del Messaggero. L’inquilino di Palazzo Piacentini si dice consapevole che occorra agire in modo “sistemico e strutturale”, per rendere più competitiva l’Europa anche sul piano dell’autonomia strategica. Ma, esorta, “Dobbiamo agire insieme in direzione della crescita, con più risorse e meno ostacoli”. In sede nazionale per incentivare consumi e investimenti e in sede europea liberando le imprese dai “dazi interni” che pesano.

L’Europa, più che sugli interventi d’emergenza, insiste sulla necessità di ridurre la “forte dipendenza” dai combustibili fossili importati. Dall’inizio della crisi in Medio Oriente, l’Europa ha speso 27 miliardi di euro in più per le importazioni di gas e petrolio senza ricevere una sola molecola di energia aggiuntiva. “Dobbiamo ridurre questa dipendenza e, al contrario, espandere la nostra produzione energetica, più economica, qui in Europa”, scandisce Ursula von del Leyen, a Berlino per la giornata di conclave dell’Unione (Cdu-Csu). Questo, ricorda la presidente della Commissione, significa che ogni kilowattora di energia prodotto in Europa “contribuisce alla stabilità economica, all’accesso a un’energia a prezzi accessibili e, quindi, all’indipendenza dell’Unione”. La ricetta di Bruxelles è insistere su rinnovabili e nucleare, come stanno facendo la Finlandia e la Svezia, fonti che vengono prodotte nel Continente e hanno un impatto climatico molto inferiore: “I nuovi piccoli reattori modulari, in particolare, aprono nuove prospettive”.

Umanesimo spaziale e Made in Italy, Urso: “Ecco la via italiana per abitare la Luna”

Definire le condizioni per una permanenza umana nello Spazio a misura d’uomo e individuare nuovi modelli per abitare la Luna. La conferenza organizzata al Mimit dall’Agenzia Spaziale Italiana e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha messo al centro l’Umanesimo spaziale. Non si parla più solo di tecnologia ma di una visione che pone la persona al centro delle future missioni. L’obiettivo è connettere la filiera scientifica e industriale con quella umanistica attraverso il progetto “Space Habitat. La via italiana”.

Il contesto mondiale è cambiato e la Luna non è più un traguardo lontano. “La nuova stagione dell’esplorazione spaziale ci invita a ripensare la Luna: non più semplice meta di esplorazione ma reale estensione della presenza umana oltre la Terra”, ha spiegato il ministro Adolfo Urso. Per il titolare del Mimit il ritorno dell’uomo sulla superficie e la prospettiva di una base permanente delineano un percorso ormai “concreto e irreversibile verso una presenza stabile, continua e organizzata sul suolo lunare”.

Il cuore dell’azione italiana passa per la forza delle sue imprese. “La Space Economy è un settore che oggi coinvolge circa novecento imprese nel nostro Paese”, ha sottolineato Urso, ricordando che lo sviluppo dei distretti industriali è una realtà certificata in quindici o sedici regioni, coinvolgendo non solo il Nord, ma anche il Centro e il Sud. Lo spazio entra così tra le eccellenze produttive nazionali. “Abbiamo inserito lo Spazio tra le cinque principali nuove frontiere del Made in Italy”, ha aggiunto, sottolineando come il comparto abbia il potenziale per diversificare e rilanciare il sistema produttivo sfruttando “capacità di resilienza e rilancio”.

Anche il presidente dell’Asi, Teodoro Valente, punta sulla forza del modello Italia: “Il design e l’ingegno italiano permettono agli astronauti di vivere, in maniera confortevole, fuori del nostro pianeta da decenni”. La tecnologia di frontiera diventerà quindi un motore di crescita che migliora la vita quotidiana. “Il sistema produttivo spaziale italiano è all’avanguardia a livello globale”, ha concluso il presidente dell’Agenzia Spaziale, convinto che il Paese sia nelle condizioni di cogliere ogni opportunità futura.

Le opportunità sono comunque già realtà operative, grazie agli accordi internazionali. Urso cita la missione a Washington e l’intesa con la Nasa per realizzare il primo modulo abitativo della futura stazione lunare. “La casa degli astronauti”, come l’ha definita il ministro, vedrà la luce in Piemonte. “I moduli abitativi permanenti, dove vivranno e lavoreranno gli astronauti, saranno realizzati in Italia, a Torino, all’interno della filiera industriale piemontese”, ha annunciato con soddisfazione. L’obiettivo finale resta l’uomo. “Abitare la Luna non è solo uno slogan, ma una reale opportunità”, ha precisato Urso, evidenziando come l’ottica sia cambiata e oggi si inizi a guardare la Terra dalla Luna.

Le prospettive per i nostri astronauti sono concrete. “L’Italia non avrà un solo astronauta italiano sulla superficie lunare. Ma ne avremo due”, ha svelato Valente riportando l’esito dei colloqui con la Nasa. Per Urso è la conferma di un primato, con l’augurio che un italiano sia tra i primi a camminare stabilmente sul satellite, perché “l’Italia vola ancora più in alto”.

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L’umanità torna verso la Luna, al via la missione Artemis 2. Urso: “Momento storico”

(Foto: @ESA/S. Corvaja)

Artemis 2 è in volo verso la Luna. Nella notte tra il 1 e il 2 aprile alle 00:35 ora italiana, il razzo Space Launch System della Nasa è decollato dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral portando quattro astronauti in viaggio verso la Luna per la prima volta in oltre cinquant’anni. A bordo della capsula Orion – costruita in Europa – si trovano il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e la specialista di missione Christina Koch della Nasa, insieme a Jeremy Hansen, dell’Agenzia spaziale canadese.

La missione di circa dieci giorni li porterà a circumnavigare la Luna, con la possibilità di stabilire un nuovo record di distanza dalla Terra, superando quello dell’Apollo 13 del 1970. L’obiettivo principale della missione Artemis 2 è quello di gettare le basi per il ritorno di esseri umani sulla superficie lunare, con la possibilità in futuro di consentire lunghe permanenze.

Nello specifico, la missione si concentrerà sulla dimostrazione della capacità dell’equipaggio e dei sistemi della navicella Orion di volare nello spazio profondo e tornare sulla Terra, testando il supporto vitale, la navigazione e la comunicazione ottica, per la trasmissione ad alta velocità Luna – Terra. La missione testerà inoltre lo Space Launch System con un equipaggio a bordo, validando le procedure di rientro, compresa la dimostrazione della guida di Orion in un ambiente senza Gps.

Una volta raggiunto lo spazio, Orion ha dispiegato i suoi pannelli solari, consentendo alla navicella di ricevere energia dal Sole, mentre l’equipaggio e gli ingegneri a terra hanno immediatamente iniziato la transizione dalla fase di lancio a quella di volo per iniziare a testare i sistemi chiave.

Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy e Autorità delegata alle Politiche spaziali e aerospaziali, Adolfo Urso si tratta di un “momento storico”. “L’Italia – spiega – sarà protagonista anche in questa nuova fase dell’esplorazione lunare”.  Mercoledì a Washington, infatti, il titolare del Mimit ha firmato con l’amministratore capo della Nasa uno Statement of Intent sulla cooperazione per la superficie lunare, “rafforzando il ruolo del nostro Paese nella nuova corsa alla Luna. Un riconoscimento importante dell’eccellenza dell’industria italiana chiamata a realizzare i moduli abitativi destinati a consentire una presenza sicura e prolungata degli astronauti sulla superficie. Oggi l’Italia vola in alto e guarda al cielo con orgoglio e ambizione”.

“È l’inizio di una nuova fase della nostra presenza nello spazio profondo e un passo fondamentale verso le future missioni lunari e, in prospettiva, verso Marte”, dice il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente.

Hanno contribuito 10 paesi europei, coinvolgendo 20 appaltatori principali e oltre 100 fornitori europei, dalla creazione della struttura portante da parte di Thales Alenia Space a Torino, all’integrazione di tutti i componenti da parte dell’appaltatore principale Airbus a Brema, in Germania.

Asse industriale Roma-Ankara: 40 mld interscambio e 25 mld investimenti al 2030

L’industria italiana guarda a Est. Ad Ankara, Adolfo Urso chiude la prima task force di cooperazione del settore. L’obiettivo al 2030 è, assicura il ministro, “concreto e ambizioso”: raggiungere i 40 miliardi di euro di interscambio commerciale e i 25 miliardi di euro di investimenti diretti reciproci.

Il summit è co-presieduto con il ministro dell’Industria e della Tecnologia turco, Mehmet Fatih Kacir, e porta alla firma di una dichiarazione congiunta. Un’intesa che rappresenta “un salto di qualità nelle relazioni tra i due Paesi”, per Urso, che punta a rafforzare in modo strutturale le partnership industriali tra Italia e Turchia, facendo leva su un’integrazione produttiva sempre più avanzata e su investimenti reciproci nei settori strategici: dall’aerospazio alla difesa, fino all’elettrodomestico, al manifatturiero e alla duplice transizione del sistema produttivo. A questi si affiancano le nuove frontiere della cooperazione su spazio, intelligenza artificiale, materie prime critiche e tecnologie avanzate e sulla loro applicazione nei processi produttivi, al centro della roadmap operativa definita congiuntamente dai due ministeri.

Molte imprese italiane sono radicate da anni in Turchia e altrettante imprese turche oggi investono in Italia nei settori più avanzati, “contribuendo a rafforzare un’integrazione produttiva sempre più solida tra i due Paesi”, sottolinea Urso, parlando di un potenziale “unico bacino tecnologico, scientifico e industriale tra Italia e Turchia, per rafforzare le nostre filiere e renderle più competitive”. Nel contesto internazionale attuale, segnato dalle tensioni nel Golfo e dalla crisi iraniana, “abbiamo voluto confermare questa riunione per dare un segnale ai nostri popoli, alle nostre imprese e agli altri Paesi dell’area: oggi più che mai è necessario cooperare per lo sviluppo, il benessere, la pace e la stabilità”, scandisce l’inquilino di Palazzo Piacentini, ribadendo come si tratti di “un segnale importante e tempestivo per un Paese che, come altri dell’area, risente del conflitto nel Golfo Persico e a cui dobbiamo dare fiducia”. La prima riunione del Comitato STI3 dà attuazione agli indirizzi condivisi da Giorgia Meloni e Recep Tayyip Erdogan nel vertice intergovernativo di Roma dell’aprile scorso, traducendo quell’intesa in una roadmap operativa per rafforzare la cooperazione industriale, tecnologica e gli investimenti reciproci.

La missione di Urso ad Ankara si è articolata in due giorni di incontri istituzionali e con la comunità imprenditoriale: ieri un primo bilaterale con il ministro Kacir, seguito dall’incontro in ambasciata con le imprese italiane e turche. A margine, il ministro ha incontrato rappresentanti di aziende interessate a investire in Italia. Durante la missione, Urso ha deposto una corona di fiori al Mausoleo di Atatürk e visitato il centro di ricerca spaziale Tubitak Uzay. Alla missione ha preso parte una delegazione istituzionale e tecnica italiana, con la presenza – oltre ai tecnici del Mimit e della Difesa – del presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente, e dei rappresentanti dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale per l’Industria (AI4I).