Rinnovabili, via libera Ue a piano italiano da 23 mld. Pichetto: “Fer X strumento strategico”

Via libera da parte di Bruxelles al piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, in linea con gli obiettivi del Clean Industrial Deal. La Commissione europea ha approvato il regime di aiuti di Stato che punta a una transizione “verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo Ue in materia di energie rinnovabili fissato per il 2030”. L’ok riguarda lo schema di decreto Fer X che, a regime, spiega il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, “consente di proseguire il percorso di realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili mature”. Uno strumento “strategico” per il ministro Gilberto Pichetto Fratin, “per rafforzare l’autonomia energetica del Paese, ridurre la dipendenza dall’estero e garantire continuità al meccanismo transitorio entrato in vigore nel 2025”.

Con questo programma, dice Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva per una transizione pulita, giusta e competitiva, “l’Italia sosterrà la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, attraverso diverse tecnologie come l’eolico onshore, il solare e l’idroelettrico, per raggiungere gli obiettivi del Clean Industrial Deal”. Si prevede, infatti, che gli impianti aggiungeranno complessivamente 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità da fonti green in Italia, di cui 10 GW riservati agli impianti fino a 1 MW di potenza e i restanti 27,15 GW destinati agli impianti di maggiore dimensione.

Il testo sarà ora trasmesso alla Corte dei Conti per la registrazione, passaggio che precederà la pubblicazione sul sito del Ministero. Il via libera europeo, dice ancora Pichetto, “rappresenta un tassello importante nel percorso di accelerazione della transizione energetica nazionale, favorendo investimenti, innovazione e maggiore sicurezza del sistema energetico italiano”.

Gli aiuti assumeranno la forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali (CfD) che prevedono un bonus per ogni kWh di elettricità prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento. Se i prezzi del mercato elettrico sono inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se sono superiori, le aziende rimborseranno la differenza. I CfD avranno una durata di 20 anni. Gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per realizzare ciascun singolo progetto. Gli aiuti, assicura Bruxelles, “saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per realizzare ciascun singolo progetto”.

Spetta ora all’Italia organizzare una procedura competitiva separata per le tecnologie solari ed eoliche con capacità superiore a 1 MW, in cui i candidati dovranno rispettare ulteriori criteri di preselezione previsti dalla legge sull’industria a zero emissioni nette. Gli impianti con potenza inferiore a 1 MW possono beneficiare direttamente del regime, senza partecipare a una procedura di gara. In questo caso, il prezzo di esercizio è stabilito amministrativamente dall’Autorità di regolamentazione per energia reti e ambiente. Il budget di 23 miliardi di euro del programma si basa su stime dei prezzi di mercato e il sostegno netto effettivo potrebbe essere considerevolmente inferiore in caso di prezzi di mercato superiori alle aspettative.

Sul fronte delle rinnovabili, però, in Italia resta il problema delle autorizzazioni. “Dobbiamo sbloccare ulteriormente i progetti che sono ancora fermi”, dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Se è vero che negli ultimi tre anni “la produzione di energia energia elettrica da fonte rinnovabile è aumentata del 40%”, ora bisogna “andare avanti con uno shock autorizzatorio”, avverte il titolare del Mimit con il concorso delle Regioni. Insomma, è necessario, “accelerare ulteriormente” e, “nel contempo tornare a imboccare la strada del nucleare sicuro e pulito, cosa che stiamo facendo col disegno di legge che è in corso di approvazione al Parlamento su cui auspico che le forze di sinistra concorrano positivamente”.

Domani Stellantis presenta il piano industriale. Fiom Cgil: “Situazione emergenziale, servono investimenti”

Da Detroit a Pomigliano, dalla Francia a Mirafiori, fino alla Cina e ritorno. Alla vigilia dell’Investor Day, durante il quale il ceo Antonio Filosa presenterà il suo primo piano industriale, Stellantis spinge sull’acceleratore, blindata dai dati di vendita del primo trimestre che, a livello globale, registrano successi importanti. Da gennaio a marzo i ricavi su base annua sono cresciuti del 6%, a 38,1 miliardi di euro. Bene le vendite negli Usa (+4%) nonostante i dazi e quelle in Europa allargata (+5% e +8%, includendo Leapmotor), rispetto al primo trimestre 2025, trainate principalmente da Italia, Germania e Spagna. La quota di mercato dell’EU30 ha raggiunto il 17,5%, con un aumento di 20 punti base su base annua e del 18,1% con un aumento di 70 punti base, includendo Leapmotor. Se il 2025 è stato “un anno di transizione e di trasformazione” in un contesto esterno “difficile”, aveva ricordato Filosa a febbraio, il 2026 punta a essere quello di “una crescita rinnovata e redditizia”.

Negli ultimi giorni il gruppo ha messo sul piatto una serie di intese che puntano a rafforzare la presenza globale del marchio. Ultima, in ordine di tempo, quella con Jaguar Land Rover per valutare opportunità di collaborazione nello sviluppo prodotto negli Stati Uniti. Le due aziende valuteranno possibili sinergie nello sviluppo di prodotti e tecnologie, facendo leva sulle competenze di ciascuna.

Ma è soprattutto alla Cina che guarda Stellantis. L’intesa con Leapmotor è destinata a rafforzarsi, soprattutto in Spagna, a Saragozza, storico sito produttivo di Opel, dove dovrebbe essere realizzato un nuovo C-Suv Opel completamente elettrico sulla stessa linea del modello C-Suv B10 di Leapmotor. E, ancora, spazio al rafforzamento della partnership con Dongfeng: i due gruppi hanno annunciato la firma di un accordo di cooperazione strategica finalizzato alla produzione congiunta di veicoli Peugeot e Jeep a nuova energia in Cina per il mercato cinese e per l’esportazione in altri mercati.

E l’Italia? A Pomigliano d’Arco nascerà la nuova e-car “un’auto elettrica compatta ed economicamente accessibile”, la cui uscita dalle linee di produzione è prevista nel 2028. Il costo dovrebbe essere intorno ai 15mila euro. Un’iniziativa che ha ricevuto anche il plauso del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, secondo il quale si tratta di “un segnale positivo per lo stabilimento campano e per il futuro dell’automotive italiano, una scelta giusta che rafforza il Piano Italia”.

Ma alla vigilia della presentazione del piano, la Fiom-Cgil tira il freno a mano e smorza gli entusiasmi. La situazione in Italia, dice il segretario nazionale, Samuele Lodi, “è a dir poco emergenziale”. In conferenza stampa il sindacato snocciola numeri e cifre: nel nostro Paese, dal 2004 al 2025 la produzione di automobili è calata di 590.722 unità, in 5 anni (2020-2025) Stellantis ha perso 12.265 posti di lavoro, circa il 56% degli addetti è interessato da ammortizzatori sociali e “nel corso di questi anni non ci sono stati investimenti ed interventi sui macchinari, sugli sugli impianti, sulle linee tali da poter riuscire a produrre quel famoso milione di veicoli all’anno che noi tutti ci ci auspichiamo”. Da qui la richiesta di produzioni “che garantiscano alti volumi produttivi (mass market), con la conseguente saturazione occupazionale degli stabilimenti”, ma anche “investimenti su impianti macchinari e attrezzature”. E, ancora, “joint venture che prevedano anche l’ingresso dello Stato in equity nel capitale”. Per il momento, spiega Lodi, l’Italia “è esclusa dagli annunci fatti dal gruppo in merito agli accordi con Leapmotor e altre case cinesi. Abbiamo bisogno di questo tipo di accordi anche in Italia determinando, però, alcune condizioni che mettano in garanzia lo stabilimento e gli stabilimenti in generale”.

Il lavoro fatto finora dal Mimit al tavolo automotive, per la Fiom Cgil non è sufficiente. “Non ha prodotto nulla, anzi è stato dannoso” e per questo “il dossier Stellantis deve essere preso in capo direttamente dalla Presidenza del Consiglio”. “Se ci fidiamo di Urso? No. L’inizio del tavolo automotive diceva che gli obiettivi erano due: di arrivare al milione di veicoli e poi dopo portare anche costruttori anche cinesi in Italia. E anche questa sponda è scomparsa”, conclude Lodi.

Tajani frena Lega: No uscite unilaterali patto stabilità. Pnrr e Mes contro caro-energia

Il vicepremier in quota Forza Italia, Antonio Tajani, frena l’idea della Lega di uscire unilateralmente dal patto di stabilità europeo per far fronte all’emergenza legata al caro energia. “Sono assolutamente contrario”, afferma a margine del Forum Italia-America Latina a Prato, pur aprendo a interventi “a tempo” per tener fuori dal patto di stabilità le spese legate alle conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz. In ogni caso, per il ministro degli Esteri in questo momento “serve più Europa” e, soprattutto, “più coraggio”.

Gli aiuti di Stato proposti dalla Commissione Europea non sarebbero equi, visto lo spazio fiscale limitato di un’Italia in procedura d’infrazione dopo aver sforato la soglia di deficit del 3% del Pil. “E’ una proposta che rischia di far aumentare la concorrenza sleale, rischia di far aumentare i dislivelli, quindi non mi pare una soluzione ottimale”, spiega il titolare della Farnesina. Tajani propone un altro Pnrr, sul modello di quello creato per il Covid, per permettere a tutta l’Europa di poter “superare questo momento complicato”. E torna sulla necessità di utilizzare i 400 miliardi del Mes: “Non vedo perché devono rimanere lì congelati – osserva – invece di aumentare il debito pubblico si potrebbero utilizzare quei soldi per il debito pubblico”.

Di sicuro, si dovrà intervenire. Perché, come mette in allerta il ministro delle Imprese Adolfo Urso, un protrarsi del blocco di Hormuz potrebbe avere “conseguenze gravi” sia sul Pil che sull’inflazione. Con zero crescita e inflazione alta, lo ha messo in chiaro anche Confindustria, l’Europa va incontro alla stagflazione. “Per questo abbiamo chiesto alla Commissione la sospensione del Patto di stabilità, per consentire agli Stati di reagire in tempi e modi adeguati, innanzitutto sul fronte energetico. Non servono pannicelli caldi, ma interventi radicali”, sottolinea Urso dalle colonne del Messaggero. L’inquilino di Palazzo Piacentini si dice consapevole che occorra agire in modo “sistemico e strutturale”, per rendere più competitiva l’Europa anche sul piano dell’autonomia strategica. Ma, esorta, “Dobbiamo agire insieme in direzione della crescita, con più risorse e meno ostacoli”. In sede nazionale per incentivare consumi e investimenti e in sede europea liberando le imprese dai “dazi interni” che pesano.

L’Europa, più che sugli interventi d’emergenza, insiste sulla necessità di ridurre la “forte dipendenza” dai combustibili fossili importati. Dall’inizio della crisi in Medio Oriente, l’Europa ha speso 27 miliardi di euro in più per le importazioni di gas e petrolio senza ricevere una sola molecola di energia aggiuntiva. “Dobbiamo ridurre questa dipendenza e, al contrario, espandere la nostra produzione energetica, più economica, qui in Europa”, scandisce Ursula von del Leyen, a Berlino per la giornata di conclave dell’Unione (Cdu-Csu). Questo, ricorda la presidente della Commissione, significa che ogni kilowattora di energia prodotto in Europa “contribuisce alla stabilità economica, all’accesso a un’energia a prezzi accessibili e, quindi, all’indipendenza dell’Unione”. La ricetta di Bruxelles è insistere su rinnovabili e nucleare, come stanno facendo la Finlandia e la Svezia, fonti che vengono prodotte nel Continente e hanno un impatto climatico molto inferiore: “I nuovi piccoli reattori modulari, in particolare, aprono nuove prospettive”.

Umanesimo spaziale e Made in Italy, Urso: “Ecco la via italiana per abitare la Luna”

Definire le condizioni per una permanenza umana nello Spazio a misura d’uomo e individuare nuovi modelli per abitare la Luna. La conferenza organizzata al Mimit dall’Agenzia Spaziale Italiana e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha messo al centro l’Umanesimo spaziale. Non si parla più solo di tecnologia ma di una visione che pone la persona al centro delle future missioni. L’obiettivo è connettere la filiera scientifica e industriale con quella umanistica attraverso il progetto “Space Habitat. La via italiana”.

Il contesto mondiale è cambiato e la Luna non è più un traguardo lontano. “La nuova stagione dell’esplorazione spaziale ci invita a ripensare la Luna: non più semplice meta di esplorazione ma reale estensione della presenza umana oltre la Terra”, ha spiegato il ministro Adolfo Urso. Per il titolare del Mimit il ritorno dell’uomo sulla superficie e la prospettiva di una base permanente delineano un percorso ormai “concreto e irreversibile verso una presenza stabile, continua e organizzata sul suolo lunare”.

Il cuore dell’azione italiana passa per la forza delle sue imprese. “La Space Economy è un settore che oggi coinvolge circa novecento imprese nel nostro Paese”, ha sottolineato Urso, ricordando che lo sviluppo dei distretti industriali è una realtà certificata in quindici o sedici regioni, coinvolgendo non solo il Nord, ma anche il Centro e il Sud. Lo spazio entra così tra le eccellenze produttive nazionali. “Abbiamo inserito lo Spazio tra le cinque principali nuove frontiere del Made in Italy”, ha aggiunto, sottolineando come il comparto abbia il potenziale per diversificare e rilanciare il sistema produttivo sfruttando “capacità di resilienza e rilancio”.

Anche il presidente dell’Asi, Teodoro Valente, punta sulla forza del modello Italia: “Il design e l’ingegno italiano permettono agli astronauti di vivere, in maniera confortevole, fuori del nostro pianeta da decenni”. La tecnologia di frontiera diventerà quindi un motore di crescita che migliora la vita quotidiana. “Il sistema produttivo spaziale italiano è all’avanguardia a livello globale”, ha concluso il presidente dell’Agenzia Spaziale, convinto che il Paese sia nelle condizioni di cogliere ogni opportunità futura.

Le opportunità sono comunque già realtà operative, grazie agli accordi internazionali. Urso cita la missione a Washington e l’intesa con la Nasa per realizzare il primo modulo abitativo della futura stazione lunare. “La casa degli astronauti”, come l’ha definita il ministro, vedrà la luce in Piemonte. “I moduli abitativi permanenti, dove vivranno e lavoreranno gli astronauti, saranno realizzati in Italia, a Torino, all’interno della filiera industriale piemontese”, ha annunciato con soddisfazione. L’obiettivo finale resta l’uomo. “Abitare la Luna non è solo uno slogan, ma una reale opportunità”, ha precisato Urso, evidenziando come l’ottica sia cambiata e oggi si inizi a guardare la Terra dalla Luna.

Le prospettive per i nostri astronauti sono concrete.L’Italia non avrà un solo astronauta italiano sulla superficie lunare. Ma ne avremo due”, ha svelato Valente riportando l’esito dei colloqui con la Nasa. Per Urso è la conferma di un primato, con l’augurio che un italiano sia tra i primi a camminare stabilmente sul satellite, perché “l’Italia vola ancora più in alto”.

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L’umanità torna verso la Luna, al via la missione Artemis 2. Urso: “Momento storico”

(Foto: @ESA/S. Corvaja)

Artemis 2 è in volo verso la Luna. Nella notte tra il 1 e il 2 aprile alle 00:35 ora italiana, il razzo Space Launch System della Nasa è decollato dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral portando quattro astronauti in viaggio verso la Luna per la prima volta in oltre cinquant’anni. A bordo della capsula Orion – costruita in Europa – si trovano il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e la specialista di missione Christina Koch della Nasa, insieme a Jeremy Hansen, dell’Agenzia spaziale canadese.

La missione di circa dieci giorni li porterà a circumnavigare la Luna, con la possibilità di stabilire un nuovo record di distanza dalla Terra, superando quello dell’Apollo 13 del 1970. L’obiettivo principale della missione Artemis 2 è quello di gettare le basi per il ritorno di esseri umani sulla superficie lunare, con la possibilità in futuro di consentire lunghe permanenze.

Nello specifico, la missione si concentrerà sulla dimostrazione della capacità dell’equipaggio e dei sistemi della navicella Orion di volare nello spazio profondo e tornare sulla Terra, testando il supporto vitale, la navigazione e la comunicazione ottica, per la trasmissione ad alta velocità Luna – Terra. La missione testerà inoltre lo Space Launch System con un equipaggio a bordo, validando le procedure di rientro, compresa la dimostrazione della guida di Orion in un ambiente senza Gps.

Una volta raggiunto lo spazio, Orion ha dispiegato i suoi pannelli solari, consentendo alla navicella di ricevere energia dal Sole, mentre l’equipaggio e gli ingegneri a terra hanno immediatamente iniziato la transizione dalla fase di lancio a quella di volo per iniziare a testare i sistemi chiave.

Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy e Autorità delegata alle Politiche spaziali e aerospaziali, Adolfo Urso si tratta di un “momento storico”. “L’Italia – spiega – sarà protagonista anche in questa nuova fase dell’esplorazione lunare”.  Mercoledì a Washington, infatti, il titolare del Mimit ha firmato con l’amministratore capo della Nasa uno Statement of Intent sulla cooperazione per la superficie lunare, “rafforzando il ruolo del nostro Paese nella nuova corsa alla Luna. Un riconoscimento importante dell’eccellenza dell’industria italiana chiamata a realizzare i moduli abitativi destinati a consentire una presenza sicura e prolungata degli astronauti sulla superficie. Oggi l’Italia vola in alto e guarda al cielo con orgoglio e ambizione”.

“È l’inizio di una nuova fase della nostra presenza nello spazio profondo e un passo fondamentale verso le future missioni lunari e, in prospettiva, verso Marte”, dice il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente.

Hanno contribuito 10 paesi europei, coinvolgendo 20 appaltatori principali e oltre 100 fornitori europei, dalla creazione della struttura portante da parte di Thales Alenia Space a Torino, all’integrazione di tutti i componenti da parte dell’appaltatore principale Airbus a Brema, in Germania.

Asse industriale Roma-Ankara: 40 mld interscambio e 25 mld investimenti al 2030

L’industria italiana guarda a Est. Ad Ankara, Adolfo Urso chiude la prima task force di cooperazione del settore. L’obiettivo al 2030 è, assicura il ministro, “concreto e ambizioso”: raggiungere i 40 miliardi di euro di interscambio commerciale e i 25 miliardi di euro di investimenti diretti reciproci.

Il summit è co-presieduto con il ministro dell’Industria e della Tecnologia turco, Mehmet Fatih Kacir, e porta alla firma di una dichiarazione congiunta. Un’intesa che rappresenta “un salto di qualità nelle relazioni tra i due Paesi”, per Urso, che punta a rafforzare in modo strutturale le partnership industriali tra Italia e Turchia, facendo leva su un’integrazione produttiva sempre più avanzata e su investimenti reciproci nei settori strategici: dall’aerospazio alla difesa, fino all’elettrodomestico, al manifatturiero e alla duplice transizione del sistema produttivo. A questi si affiancano le nuove frontiere della cooperazione su spazio, intelligenza artificiale, materie prime critiche e tecnologie avanzate e sulla loro applicazione nei processi produttivi, al centro della roadmap operativa definita congiuntamente dai due ministeri.

Molte imprese italiane sono radicate da anni in Turchia e altrettante imprese turche oggi investono in Italia nei settori più avanzati, “contribuendo a rafforzare un’integrazione produttiva sempre più solida tra i due Paesi”, sottolinea Urso, parlando di un potenziale “unico bacino tecnologico, scientifico e industriale tra Italia e Turchia, per rafforzare le nostre filiere e renderle più competitive”. Nel contesto internazionale attuale, segnato dalle tensioni nel Golfo e dalla crisi iraniana, “abbiamo voluto confermare questa riunione per dare un segnale ai nostri popoli, alle nostre imprese e agli altri Paesi dell’area: oggi più che mai è necessario cooperare per lo sviluppo, il benessere, la pace e la stabilità”, scandisce l’inquilino di Palazzo Piacentini, ribadendo come si tratti di “un segnale importante e tempestivo per un Paese che, come altri dell’area, risente del conflitto nel Golfo Persico e a cui dobbiamo dare fiducia”. La prima riunione del Comitato STI3 dà attuazione agli indirizzi condivisi da Giorgia Meloni e Recep Tayyip Erdogan nel vertice intergovernativo di Roma dell’aprile scorso, traducendo quell’intesa in una roadmap operativa per rafforzare la cooperazione industriale, tecnologica e gli investimenti reciproci.

La missione di Urso ad Ankara si è articolata in due giorni di incontri istituzionali e con la comunità imprenditoriale: ieri un primo bilaterale con il ministro Kacir, seguito dall’incontro in ambasciata con le imprese italiane e turche. A margine, il ministro ha incontrato rappresentanti di aziende interessate a investire in Italia. Durante la missione, Urso ha deposto una corona di fiori al Mausoleo di Atatürk e visitato il centro di ricerca spaziale Tubitak Uzay. Alla missione ha preso parte una delegazione istituzionale e tecnica italiana, con la presenza – oltre ai tecnici del Mimit e della Difesa – del presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Teodoro Valente, e dei rappresentanti dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale per l’Industria (AI4I).

Ex Ilva, governo prende 3 settimane per chiudere con Flacks. Sindacati: “Nazionalizzare”

Sul futuro dell’ex Ilva ci sono altre tre settimane di attesa. E’ il timing chiesto da Adolfo Urso ai commissari straordinari per “finalizzare il negoziato in corso con il gruppo Flacks, alle condizioni già illustrate rispetto alla sostenibilità finanziaria del piano e al coinvolgimento di partner industriali attivi nel settore siderurgico”. Lo ha spiegato lo stesso ministro delle Imprese e del Made in Italy al tavolo di confronto, a Palazzo Chigi (il primo dopo più di tre mesi), tra governo e sindacati. Le sigle, però, rispondono con quella che ritengono ormai l’unica soluzione possibile: la nazionalizzazione dell’azienda.

Due visioni differenti di risolvere una vertenza decennale. Da un lato c’è l’esecutivo, alle prese con il problema di dover integrare l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 che i giudici della XV sezione civile di Milano ritengono incompleta, pena la chiusura della produzione a caldo dal 24 agosto 2026. Uno scenario che blocca, di fatto, la trattativa con il fondo Usa e, a cascata, il prestito ponte di 390 milioni autorizzato dalla Commissione Ue perché in vista di un closing a stretto giro. Tra l’altro, vacillando questo criterio, Bruxelles chiede a governo e azienda chiarimenti sugli effetti della dispositivo del tribunale meneghino. Fattori che hanno spinto Urso ad avanzare un’altra richiesta ad AdI e Ilva in as: “Fare tutto il possibile per evitare la chiusura dell’area a caldo di Taranto, impugnando la decisione nei tempi già annunciati e formulando al più presto un’Aia sostenibile” e nel frattempo “completare la manutenzione di Afo4 entro aprile”.

Dall’altro lato del tavolo ci sono i lavoratori, che giorno dopo giorno convivono con la paura che la più grande industria siderurgica del Paese abbassi la serranda per sempre. “La chiusura può essere fermata solo a una condizione: che il governo si assuma la responsabilità di realizzare il piano di decarbonizzazione che abbiamo condiviso insieme”, dice il segretario generale della Fiom, Michele De Palma. La posizione è unitaria: “Sulla vendita continua la testardaggine del governo di provarci con Flacks – mette in luce il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano -. Abbiamo ribadito che devono iniziare a pensare a un Piano B dove il governo è la parte trainante dell’assetto proprietario, poi aggregando gli industriali del paese”. In questo senso, disponibilità come quella del presidente di Federmeccanica vanno tenute in considerazione, perché sugli americani “c’è un ottimismo secondo noi sfrenato”, rincara la dose Uliano. La Uilm da par suo annota l’impegno preso da Urso, ma non cambia idea: “A noi non convince e lo abbiamo ribadito, riteniamo ci siano tante lacune e tanti problemi irrisolti”, spiega il segretario generale.

Ad aggravare la situazione ci sono due vittime sul lavoro in due mesi: a gennaio Claudio Salamida (46 anni), pochi giorni fa Loris Costantino (36). Infatti, è questo il tema che apre e impegna la gran parte dell’incontro a Palazzo Chigi. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che presiede la riunione, esprime cordoglio a nome del governo e invita i commissari straordinari di AdI e Ilva Spa “a promuovere le massime condizioni di sicurezza sul lavoro e garantire il pieno rispetto delle normative a tutela dei lavoratori”. La risposta è immediata, con la disponibilità ad aprire, a Taranto, il prossimo 13 marzo, un tavolo tecnico specifico sulle procedure insieme alle sigle.

Non solo, perché contemporaneamente l’idea è aprire un altro confronto, stavolta al ministero del Lavoro, su sicurezza e occupazione. Anche perché tra le ipotesi, fanno sapere fonti di governo, c’è quella di “estendere il contratto del comparto metalmeccanici alle attività esterne di particolare complessità operate dalle aziende appaltatrici”. I sindacati annotano, ma ora vogliono atti concreti. “Un fondo di gestione straordinaria degli impianti e di tutti i danni che ha fatto anche la gestione AcelorMittal, che corrispondono a circa a 7 miliardi di euro”, rivela Sasha Colautti (Usb). “Se non sarà sufficiente, vuol dire che ci fermeremo”, avvisa Palombella.

L’appello di Urso è di mantenere “la coesione e la massima responsabilità da parte di tutti”, perché “la sfida era già di per sé molto difficile, ora si è ulteriormente complicata anche per effetto della sentenza del Tribunale di Milano”.

Iran, Meloni convoca ministri e intelligence. Tajani e Crosetto in Parlamento

Il governo continua a monitorare gli impatti della crisi in Iran e nel Golfo. La premier Giorgia Meloni presiede un nuovo vertice a Palazzo Chigi con i ministri e l’intelligence. Per l’esecutivo, al tavolo siedono i vice Antonio Tajani (Esteri) e in collegamento Matteo Salvini (Infrastrutture e Trasporti), con Guido Crosetto (Difesa), Giancarlo Giorgetti (Economia) e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

Dopo aver riferito due giorni fa in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa, Tajani e Crosetto torneranno a riferire dell’evoluzione del quadro internazionale alle Camere.

L’attenzione è soprattutto rivolta agli italiani bloccati nelle aree coinvolte negli scontri. Questa mattina sono partiti altri due voli della Oman Air da Mascate in direzione di Roma con a bordo 249 cittadini, assistito dalla Farnesina. Si aggiungono i circa 2500 italiani rientrati nelle ultime ore da Abu Dhabi, Riad e Mascate, utilizzando voli commerciali facilitati dalla Farnesina e voli prenotati privatamente. Nei prossimi giorni altri voli, facilitati dal ministero degli Esteri con l’aiuto delle sedi diplomatico-consolari nella regione, partiranno da Abu Dhabi, Dubai, Mascate, Riad, Malè e Colombo verso l’Italia.

Intanto, a fronte delle turbolenze sui mercati internazionali dell’energia e dei carburanti, il Garante per la sorveglianza dei prezzi presso il Mimit, su indicazione di Adolfo Urso, ha convocato per venerdì 6 marzo due riunioni della Commissione di allerta rapida. La prima si terrà alle 9.30 e sarà dedicata all’andamento dei mercati energetici, con particolare riferimento ai prodotti petroliferi e ai carburanti. La seconda, alle 11.30, sarà focalizzata sulle possibili ricadute sull’inflazione, con specifico riguardo al carrello della spesa e al settore agroalimentare. Già da lunedì, su indicazione di Urso, era stato potenziato il monitoraggio del Garante dei prezzi lungo tutta la filiera dei carburanti, in particolare sui listini consigliati dalle compagnie, ai margini di distribuzione e ai prezzi alla pompa: i primi esiti sono stati trasmessi, ieri, alla Guardia di Finanza. Il Garante chiede alle principali compagnie petrolifere chiarimenti sulle variazioni dei prezzi, sul rapido adeguamento al rialzo dei listini di benzina e gasolio. Elementi che saranno approfonditi nel corso delle due riunioni della Commissione di allerta rapida in programma.

Quanto agli approvvigionamenti di energia, Gilberto Pichetto Fratin, dopo aver fatto un punto con Eni e Snam a Palazzo Chigi, rassicura: “Siamo il Paese che ha lo stoccaggio più alto d’Europa, abbiamo diversificato, quindi possiamo dire che non c’è una situazione di estrema gravità sui quantitativi di risorse”. L’Italia è in migliori condizioni di altri Paesi, “siamo a oltre il 50%, il più alto livello in Ue”, fa eco Urso rispondendo al Question Time della Camera. In piena emergenza, il ministro dell’Ambiente rivendica la scelta di non aver smantellato le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia: “In questo momento, le tengo in riserva a freddo”, riferisce, precisando che non saranno riattivate, se non necessario, “a tutela dell’interesse del Paese”.

Iran, costo energia preoccupa governo. Meloni convoca a Chigi vertici di Eni e Snam

Il costo dell’energia con la crisi in Medio Oriente è una delle priorità sul tavolo del governo, che valuta dei provvedimenti d’urgenza per le imprese. A Palazzo Chigi, Giorgia Meloni convoca i vertici di Eni e Snam.

Nel dettaglio, la premier presiede due riunioni. La prima (con il vicepresidente e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari) sugli ultimi sviluppi, con attenzione alle misure per garantire la sicurezza dei cittadini italiani presenti nelle aree coinvolte. Nel secondo incontro, agli esponenti dell’esecutivo si aggiungono gli amministratori delegati di Eni, Claudio Descalzi, e di Snam, Agostino Scornajenchi, per affrontare il tema della sicurezza energetica, con un’analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia e sull’economia, delle possibili azioni di mitigazione che il Governo potrebbe adottare nel breve e medio periodo.

Il governo sta valutando l’impatto che può avere il nuovo conflitto che dall’Iran viene propagato anche nei paesi vicini“, conferma in conferenza stampa il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Ovviamente siamo preoccupati delle conseguenze che si possono avere sul costo dell’energia, a prescindere dall’approvvigionamento”, spiega rassicurando sulle forniture, perché, ricorda, “abbiamo i depositi di stoccaggio e comunque altri canali di approvvigionamento”. Il problema è il costo, che avverte: “Potrebbe crescere anche ulteriormente”. Molto dipenderà dal proseguo degli avvenimenti, “se e quando il conflitto sarà concluso“.

A livello europeo, per l’inquilino di Palazzo Piacentini, il conflitto in Iran deve spingere l’Unione a lavorare sull’affrancamento da Paesi terzi: “L’Europa deve ridurre la propria dipendenza dall’estero, nella prospettiva di medio e lungo termine per raggiungere un’autonomia strategica, sia nella produzione di energia – osserva Urso -, sia nell’approvvigionamento di materie prime critiche, minerali preziosi, terre rare e tutto quello che serve al nostro sistema produttivo, tanto più nella duplice sfida digitale e ambientale”. A breve, annuncia, si terrà un confronto tra il governo e il sistema produttivo del Paese per poi “realizzare le misure che possono meglio supportare il nostro sistema produttivo in questa fase così difficile come quella che si è determinata anche da questo nuovo conflitto”.

“Stiamo valutando se si possano avviare dei provvedimenti, soprattutto per le imprese che si occupano di commercio con l’estero“, rende noto Tajani, dopo aver parlato con Simest, Ice e Sace, per valutare “gli aiuti che si possono dare”. Ci sarà una “decisione complessiva del governo”, conferma, per sostenere le imprese che esportano, perché “il mercato dell’area del Golfo è un in forte crescita per le nostre esportazioni, quindi stiamo lavorando anche su questo”.

La premier sarà in Parlamento il 18 marzo per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, che saranno l’occasione per riferire anche sugli indirizzi di governo a proposito della crisi internazionale.

Maltempo, Musumeci: “Frane Sicilia strutturali”. Urso: “Aiuti a imprese”. Schlein: “Gravi ritardi”

L’ondata di maltempo che ha colpito nei giorni scorsi Sicilia, Sardegna e Calabria accende il dibattito politico. Al centro dello scontro in parlamento la frana di Niscemi, ‘rivissuta’ alle Camere in un’informativa urgente del ministro per la Protezione Civile, Nello Musumeci.

Impietosa la sua fotografia del territorio: “Il rischio frane in Sicilia non è emergenziale, ma strutturale”, ha dichiarato citando i dati Ispra secondo cui 9 comuni su 10 nell’isola sono ad alto rischio. Musumeci ha difeso l’operato del sistema di allerta nazionale definendolo di “validità, efficienza ed efficacia” ma ha usato toni durissimi contro chi ha mosso critiche nei giorni scorsi. “C’è stata una campagna che è andata ben oltre la normale dialettica politica – ha richiamato le Aule – non sono mancati i veri e propri sciacalli in giacca e cravatta che hanno cercato in malafede un capro espiatorio”. Su Niscemi il ministro ha riferito di un’accelerazione improvvisa del movimento franoso, con un fronte che ha superato i 4 km di larghezza. Se da un lato ha garantito che le risorse ci sono e che il Governo integrerà i fondi per le tre Regioni colpite dagli eventi, dall’altro ha chiarito che la soluzione per le famiglie evacuate non è ancora definita: “Spetta alle autorità comunali avanzare una proposta risolutiva, i sindaci sono la prima autorità di Protezione Civile”. Musumeci ha poi rivendicato con “legittimo orgoglio” il suo passato da Governatore, affermando che sotto la sua presidenza la Sicilia è stata la prima regione in Italia per spesa contro il dissesto, impegnando oltre il 90% dei 540 milioni disponibili, e ha ammonito: “Non sono disposto a fare da copertura a chi aveva il compito istituzionale dopo il 1997 di intervenire e non lo ha fatto”.

A gettare qualche ombra sulla gestione dei fatti è stato Fabio Ciciliano, capo del Dipartimento della Protezione Civile. In commissione Insularità Ciciliano ha definito l’evento meteorologico come “raro ed estremo”, con mareggiate distruttive e piogge che in pochi giorni hanno eguagliato la media di 8 mesi. Tuttavia, parlando della frana di Niscemi conosciuta fin dal 1790, ha ammesso con schiettezza: “È di tutta evidenza che forse qualcosa di più si sarebbe potuto fare“. Il capo della Protezione Civile ha confermato poi che una parte della fascia di rispetto di 150 metri “sarà sicuramente impossibile da ripopolare”, con abitazioni destinate alla demolizione o alla distruzione naturale. La partita degli aiuti si sposta ora sulle relazioni di stima dei danni che i governatori dovranno inviare a Roma, con cifre che, secondo le prime stime locali, potrebbero toccare i 2 miliardi di euro solo in Sicilia.

Sul fronte economico il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha cercato di rassicurare il tessuto produttivo, annunciando misure simili a quelle adottate per l’Emilia Romagna, come l’estensione del fondo di garanzia per le micro-imprese. Urso ha inoltre sottolineato l’importanza dell’assicurazione obbligatoria contro gli eventi catastrofali, scattata a inizio 2026, pur ammettendo che eventi di tale portata richiedono una riflessione sulla copertura dei rischi.

Le rassicurazioni del governo non hanno placato le critiche delle opposizioni, su tutte quella della segretaria Pd Elly Schlein: “Il governo è arrivato tardi. Si sono persi giorni preziosi, e le ore fanno la differenza in emergenze come queste”. Ancora più dura Raffaella Paita (Italia Viva), che ha chiesto apertamente le dimissioni di Musumeci, accusandolo di “inerzia e mancanza di programmazione” e di aver “volgarmente” attaccato l’attuale presidenza regionale per coprire le proprie responsabilità passate. Il senatore M5s Pietro Lorefice ha respinto le accuse di sciacallaggio: “Parlare così è offensivo verso i cittadini, negli ultimi 25 anni in Sicilia ha governato quasi sempre il centrodestra, basta alibi”, mentre Marco Lombardo (Azione) ha definito l’informativa di Musumeci “semplicemente imbarazzante”, accusandolo di aver trasformato un momento di chiarezza istituzionale in una “difesa d’ufficio del suo ruolo”